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IN DIFESA DELLA CULTURA CLASSICA di Diego Fusaro

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Anche la cultura classica è sotto assedio. “Laurearsi con 110 e lode a 28 anni non serve a un fico”, ha detto con tono postmoderno il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. E tutti ricordano l’articolo di Stefano Feltri dell’estate scorsa, “Il conto salato degli studi umanistici”, una sorta di esortazione rivolta ai giovani in vista della scelta delle Facoltà universitarie, con annessa demonizzazione dei saperi classici e delle humanae litterae.
Voci stonate? Errori di prospettiva? Niente affatto! Mere personificazioni del capitale, direbbe Marx. Semplici maschere di carattere che danno voce, in modo chiaro e coerente, agli oggi in atto processi di destrutturazione della scuola e dell’università come istituti educativi e di formazione tipici di un mondo in cui ancora esisteva la Sittlichkeit, l’“eticità” in senso hegeliano (stabilità sentimentale, lavorativa, educativa) e in cui non era ancora avvenuta la sussunzione totale sotto il fanatismo economico.
Senza perifrasi, stiamo assistendo, negli ultimi anni, a una sempre più evidente distruzione mercatistica della formazione e dell’istruzione; distruzione orwellianamente occultata dietro categorie proditorie come quella della “buona scuola”. I continui tagli dei finanziamenti destinati alla cultura e all’istruzione – tagli coerenti con il paradigma neoliberista e con l’assunzione del momento economico come unica sorgente di senso – rispondono essi stessi a questo programma politico di annichilimento della formazione come momento etico, opportunamente mascherato dietro le leggi anonime dell’economia.In un mondo in cui tutto diventa merce, non deve esserci spazio per la cultura classica, inutile per il parametro del do ut des e, di più, potenzialmente dannosa, perché in grado di far maturare, eventualmente, pensieri poco conformisti.
Il potere nichilistico della finanza e del capitale mira a decapitare ogni testa pensante, sostituendola con il “cretinismo economico” (Gramsci) delle teste calcolanti, organiche alla nuova razionalità neoliberista.
Per questo, nell’ultimo ventennio la scuola è stata sottoposta a una radicale dinamica di aziendalizzazione che l’ha rapidamente riconfigurata nelle sue stesse fondamenta: da istituto di formazione di esseri umani in senso pieno, consapevoli del proprio mondo storico e della propria storia, la si è trasformata in azienda erogatrice di abilità e competenze volte a preparare i giovani per il mercato precario e flessibile del lavoro. Da cui il costante berciare contro la cultura classica e contro le lauree umanistiche.
Diciamolo. Il capitale non può accettare l’esistenza di teste pensanti, di soggetti formati e portatori di identità culturale e di spessore critico, consapevoli delle loro radici e della falsità del tempo presente: aspira, invece, a vedere ovunque il medesimo, vale a dire atomi di consumo senza identità e senza cultura, in grado di parlare unicamente l’inglese dei mercati e della finanza.
Sempre più spesso ridotti a palestre di addestramento al pensiero unico politicamente corretto e a erogatori di competenze e di abilità da far fruttare nel mondo del lavoro flessibile e precario, i Licei e le Università smarriscono la funzione formativa di luoghi dellaBildung degli esseri umani.
Finiscono per essere integralmente travolti e ridefiniti dai processi di aziendalizzazione oggi in atto; processi che trasformano i presidi in manager d’azienda e che ridefiniscono gli studenti – così nel gelido e reificante lessico burocratico – come “consumatori di formazione”, valutati secondo un sistema di debiti e crediti che rivela, una volta di più, l’ormai avvenuto impadronimento del mondo della vita e della cultura da parte del codice della formamerce.
Così in un passaggio del 1932 dei Quaderni del carcere:
“Nella vecchia scuola lo studio grammaticale delle lingue latina e greca, unito allo studio delle letterature e storie politiche rispettive, era un principio educativo in quanto l’ideale umanistico, che si impersona in Atene e Roma, era diffuso in tutta la società, era un elemento essenziale della vita e della cultura nazionale. Anche la meccanicità dello studio grammaticale era ravvivata dalla prospettiva culturale. Le singole nozioni non venivano apprese per uno scopo immediato pratico-professionale: esso appariva disinteressato, perché l’interesse era lo sviluppo interiore della personalità, la formazione del carattere attraverso l’assorbimento e l’assimilazione di tutto il passato culturale della moderna civiltà europea. Non si imparava il latino e il greco per parlarli, per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali. Si imparava per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto necessario della civiltà moderna, cioè per essere se stessi e conoscere se stessi consapevolmente”.
Un’educazione di questo genere era avulsa rispetto al nesso del“servire-a-qualcosa”, in particolare rispetto all’assiomatica dell’utilità immediata dell’accesso al mondo del lavoro (lo “scopo immediato pratico-professionale”).
Era, invece, programmaticamente disinteressata o, se si preferisce, interessata unicamente alla formazione in senso pieno dei giovani membri della società; di modo che essi, mediante “l’assimilazione di tutto il passato culturale della moderna civiltà europea”, potessero raggiungere la più profonda coscienza delle loro radici e del percorso storico, sociale e politico che aveva condotto al presente, “cioè per essere se stessi e conoscere se stessi consapevolmente”.
Basterebbe avere letto i dialoghi di Platone – certo “inutili” dal punto di vista della ratio strumentale-aziendalistica – per sapere che vi è una bella differenza tra quella che oggi chiameremmo la semplice istruzione-tecnica (techne) e quella che invece chiameremmo l’educazione-formazione (paideia). Ora, Poletti e Feltri vorrebbero che la paideia venisse riassorbita integralmente nella techne (mi scuso se uso il greco di Platone e Aristotele, violando il sacro tabù che prevede che si debba parlare sempre e solo l’inglese dei mercati).
Il pilota e il ceramista devono essere certo istruiti, mediante latechne, per poter svolgere la loro professione in forma consapevole; ma dal possesso della techne non consegue il sapere classico e filosofico necessario per amministrare la polis. Solo attraverso l’educazione-formazione classica (paideia) si può sviluppare la consapevolezza e la conoscenza d’insieme necessaria per amministrare politicamente la polis; ciò che appunto l’oligarchia della finanza e la dittatura dei mercati non vogliono che possa accadere.
Ancora una volta, l’aziendalizzazione della scuola e la distruzione della cultura rispondono alle logiche dell’onnimercificazione in atto: sono funzionali alla creazione del nuovo modello antropologico dell’homo consumens, senza identità e senza radicamento culturale, senza spessore critico e senza conoscenza storica, puro atomo infinitamente manipolabile dai flussi della propaganda e dalla pubblicità. La barbarie non è alle porte: è già ampiamente entrata nel cuore della nostra civiltà.

Un pensiero su “IN DIFESA DELLA CULTURA CLASSICA di Diego Fusaro”

  1. Anonimo dice:

    Non è tanto l'homo "consumer" che chi tiene lo scettro universale intende formare, ma l'homo consumandus, cioè l'uomo da consumarsi, possibilmente usa e getta.Complimenti al dott. Diego Fusaro il quale, come al solito, sa sintetitzzare efficacemente l'argomento dipingendo a tinte inquietanti la fisionomia dell'attuale "civiltà" della distruzione e della disintegrazione, cioè della fine dell'Humanitas ora costituita sempre più da Uomini da consumo ad usum Imperii Nummorum, adoratore idolatra di Mammona: uno sterminato allevamento di umani da cortile.

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