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BAIL-IN: COME I PESCI PICCOLI VENGONO DIVORATI DA QUELLI GROSSI. È LA BANCOCRAZIA BELLEZZA!

[ 4 dicembre ]

capitalismo-casinò, e fino a quale punto il governo Renzi, supino di diktat dell’oligarchia europea, si fa paladino degli interessi della finanza speculativa e del regime bancocratico.

di RAFFAELE RICCIARDI*
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Per la prima volta, in Italia, quattro banche – Carife, CariChieti, Banca Etruria e Banca Marche – sono state “risolte” con un meccanismo che anticipa in parte il bail-in (‘salvataggio interno’) che entrerà in vigore dal 1° gennaio prossimo e in parte ricorre al vecchio bail-out (‘salvataggio esterno’), già andato in scena durante la crisi finanziaria, ma questa volta senza prevedere l’iniezione diretta di soldi pubblici nel capitale delle banche in difficoltà (fatte salve le esenzioni fiscali sui contributi versati dalle banche ‘salvatrici’).

Il primo aspetto è quello che coinvolge direttamente i risparmiatori. Nel decreto di salvataggio si prevede che le azioni e le obbligazioni subordinate delle ‘vecchie’ banche siano interamente svalutate: sono diventati pezzi di carta. E rappresentano quindi una perdita al 100% per chi le ha sottoscritte. In questi quattro casi, dal punto di vista del capitale, dati che risalgono anche al 2012 indicano 2 miliardi di euro di azioni azzerate (secondo Moody’s). Sono poi coinvolti 788 milioni di euro di obbligazioni subordinate. Sono strumenti che, in caso di difficoltà dell’emittente, prevedono il rimborso del capitale solo ‘in subordine’ rispetto ad altri titoli, cioè le obbligazioni ‘senior’, che hanno un grado di protezione maggiore. Il problema che emerge dalle testimonianze raccolte è che ben pochi dei sottoscrittori di queste obbligazioni erano a conoscenza del rischio al quale andavano incontro.

Dopo che azioni e obbligazioni hanno assorbito le perdite, i crediti in sofferenza (cioè morosi) delle vecchie banche sono stati svalutati: da 8,5 miliardi, il loro valore è stato abbattuto a 1,5 miliardi (il 17% circa del valore originario, un dato di gran lunga inferiore al valore medio di copertura delle sofferenze in Italia). Sono poi stati trasferiti in una bad bank, una “banca cattiva” che non ha la licenza per l’attività tradizionale: è una scatola per le sofferenze, per venderle a operatori specializzati,

sperando di recuperare i denari in gioco. Gli altri attivi delle vecchie banche, cioè le parti buone, sono finite in quattro nuove entità, dotate di un capitale necessario per operare, in vista della loro cessione. Le risorse necessarie a queste operazioni, circa 3,6 miliardi, sono arrivate dal sistema bancario attraverso un Fondo di risoluzione, al quale torneranno i proventi della vendita dei crediti in sofferenza e delle banche risanate. Per questo alcuni parlano ancora di bail-out, salvataggio da fuori, ma senza soldi diretti dei contribuenti (come era invece accaduto in alcuni Paesi, durante la crisi, quando gli Stati avevano messo direttamente capitali nelle banche in crisi).


La Commissione Ue ha accertato comunque che ci sono aiuti di Stato, ma in una misura tale da non generare una distorsione del mercato e quindi ha dato il via libera all’operazione. Per di più, su una parte di quei fondi (1,65 miliardi di finanziamento delle maggiori banche), c’è una garanzia della Cdp che scatterà se il Fondo di risoluzione non sarà capiente per rimborsare quella linea di credito, alla scadenza tra un anno e mezzo.

La morale della vicenda è tirata da un report di Moody’s: è la prima volta che gli obbligazionisti subordinati subiscono un azzeramento del loro capitale, in queste proporzioni, per l’Italia. “Visto che molti investitori erano piccoli e privati, ciò potrà accrescere la consapevolezza – tra il retail – della rischiosità dei meccanismi di risoluzione per gli obbligazionisti, irrigidendo ulteriormente la vendita di bond attraverso la rete di filiali a vantaggio dei depositi, maggiormente garantiti”. Una lezione amara, che in molti sperimentano sulla pelle. Senza considerare, poi, che dal 2016 il meccanismo del ‘salvataggio interno’ si dispiegherà in tutta la sua forma, colpendo potenzialmente anche altri soggetti interessati alla banca.

Se, un domani, una banca in difficoltà non avrà un piano di risanamento ritenuto consono dall’Autorità, la ristrutturazione peserà (fino all’8% delle passività della banca in questione) su, nell’ordine: azionisti, obbligazionisti ‘junior’ (meno garantiti, i subordinati già chiamati a pagare con le quattro banche in questione), obbligazionisti ‘senior’ e correntisti oltre 100mila euro. Se ancora ciò non fosse sufficiente, interverrà il Fondo unico di risoluzione per un ammontare fino al 5% della banca in crisi. Cosa significa questo? Uno studio recentemente commissionato dal Parlamento europeo ha simulato cosa sarebbe accaduto se le regole del bail-in fossero state valide durante la crisi finanziaria tra il 2007 e il 2014. Su un campione di 72 banche salvate, che hanno totalizzato perdite per 313 miliardi, 153 miliardi sarebbero stati assorbiti con i fondi propri e il coinvolgimento dei creditori. Nei fatti, invece, i salvataggi andati in scena in passato, con i soldi pubblici, hanno spalmato su tutti i cittadini il costo degli errori di manager e stakeholder.

Il bail-in è nato proprio per evitare questa ingiustizia di fondo, ma agli obbligazionisti inconsapevoli delle banche salvate non sembra certo vero.

* Fonte: R.it Economia e finanza




IN DIFESA DELLA NEUTRALITÀ CONFESSIONALE DELLO STATO di Enea Boria

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[ 4 dicembre ]

Non sono d’accordo con questo punto di vista di Piemme IL NATALE, L’ISLAM E IL PRESIDE DI ROZZANO.


In verità per l’autore dell’articolo questa non sarà una sorpresa .
Per quanto mi riguarda una differenza su uno specifico argomento non è argomento pregiudiziale per tutto il resto e spero di poter proporre una riflessione utile per una discussione serena, non necessariamente a due.
Secondo me la questione è malposta.

Non condivido il preside che dice che i canti religiosi natalizi sarebbero inopportuni per non urtare le convinzioni religiose di parte degli studenti, così come non condivido le strumentalizzazioni della lega e di tutti quelli che pretendono di impugnare la fede – qualsiasi fede – come un corpo contundente da sbattere sulla testa di chi si ha in antipatia.
Il primo argomento è, ai miei occhi, puerile.
Il secondo, dei leghisti, volgare, in malafede e razzista.

Il nodo della questione,
ai miei occhi, è che la religione dentro la scuola (o dentro gli ospedali) DELLO STATO non ci dovrebbe stare, punto e basta.
Non è questione di canti in periodo natalizi, presepi, alberi di Natale e chissà che altro.
La scuola deve essere vivibile per tutti i bambini e le bambine.

Il che richiede anche dei compromessi, ad esempio gestire i bambini musulmani in modo che durante il Ramadan abbiano uno spazio in mensa, INSIEME A TUTTI GLI ALTRI, e sia previsto che gli vengano forniti liquidi e non cibi, pensati in modo che però li tenga su, che lo studio è anche una fatica fisica, e pure pesante.

Ma ciò detto, ovvero realizzati i compromessi minimi indispensabili alla civile convivenza, fuori la religione ( tutte ) dalla scuola dello Stato.
Se pretendiamo di continuare ad intruppare la scuola con ricorrenze di cui è giusto che chi vuole si occupi in oratorio col proprio parroco o in moschea con l’Imam e sempre con le proprie famiglie, ciò mina la neutralità confessionale della istituzione-Stato, che deve essere una casa per tutti indipendentemente da come la pensino i singoli cittadini circa il senso trascendente dell’esistenza.

Sono di quelli che ritengono la Costituzione del 1948 un necessario argine, in questo momento, ma non ne faccio un feticcio né la sacralizzo o pretendo di astrarla dalla dimensione sociale, storica, culturale di cui è figlia.
Questo significa che per me, ciò che pure è valido ora come “argine”, quando un domani avrà svolto questo compito potrebbe aver bisogno di varie revisioni.
Varie cose della Costituzione per me andrebbero cambiate.
Ma ciò che non cambierei nemmeno in una virgola è l’art 3.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.”

Se l’istituzione-Stato, per quel che riguarda alcune sue diramazioni fondamentali con le quali tutti noi abbiamo a che fare, è “marchiata” con i simboli di una religione, per come la si giri e la si rivolti questo significa che per lo Stato qualcuno è più cittadino che altri, qualcuno è più uguale, e qualcun altro è il proverbiale figlio della serva.
Per altro spero che l’autore non si arrabbi con me più di tanto per quel che dirò ( ma difenderei le mie idee in ogni caso! ) ma l’argomentazione è pelosetta, per non dire a propria volta puerile.
Che cosa vorrebbe dire infatti?
Che in una classe di 25 ragazzi e ragazzi, se 5 son musulmani, oltre a fare la festicciola pre-vacanze natalizie bisognerebbe farne una anche per la fine del Ramadan?
E la consecutio temporum e i logaritmi quando li studiamo, quando non ci sono feste religiose in vista?
Siamo sicuri che la priorità della scuola sia essere un prolungamento delle classi di dottrina dell’oratorio o della moschea ( o della sinagoga, o del tempio buddhista etc. etc. etc. )?


Io sono sicuro del contrario.
E se in classe c’è una bambina Parsi?
Per non farla sentire diversa dagli altri ed emarginata attacchiamo alla parete anche questo?
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/7/77/Faravahar.svg/2000px-Faravahar.svg.png
E dopo che avremo trasformato le pareti di alcune classi in un simile sacrario:
http://thumbs.dreamstime.com/z/simboli-religiosi-31513256.jpg
mi domando dove rimarrà lo spazio ed il tempo per appendere alla parete anche un paio di cartine geografiche, una tavola periodica degli elementi, una tavola delle formule trigonometriche?
Sono a mia volta convinto che la scuola debba preparare alla maturità della persona; non solo trasmettere nozioni ma concorrere a formare cittadini e cittadine della Repubblica degni e capaci di poter concorrere allo sviluppo del civile convivere in questo Paese, come lascia intendere anche Piemme nel suo articolo.
Quindi mi domando, proprio per costruire questa prospettiva, perchè non trasformare l’ora di religione ( cattolica ) da ciò che è cioè una alternativa secca tra ora di religione o te ne stai in corridoio finchè l’ora è passata, in qualcosa che veramente sarebbe utile per costruire cultura del rispetto e della convivenza, cioè in 3 ore di Antropologia Culturale con voto che faccia media?

Si tratterebbe di una materia di studio SERIA, affrontabile con rigore SCIENTIFICO e al cui interno, per evidenti motivi, non si potrà non parlare anche di come nascano le religioni dal culto dei morti, come si sviluppino, quali aspetti le caratterizzino diversificandole e quali elementi invece siano comuni. Quali modelli sociali hanno dato loro origine ed a quali modelli sociali tendano come proprio fine.
Tutto questo però in una prospettiva di studio che sia di Storia delle Religioni e Antropologia Culturale, non dottrina di questo o di quello. Così impareremmo a rispettare gli altri perché finalmente studieremmo tutti seriamente per imparare a conoscerli, ed in questo modo ritroveremmo anche un più pronfondo senso di noi stessi e della nostra stessa identità culturale ma non per scavare un fossato, usando impropriamente simboli di pace e perdono con atteggiamenti e finalità discriminatorie ed escludenti à la Salvini.
Ai miei tempi da studente ero l’unico in classe, sia alle elementari, alle medie ed al liceo, a non far l’ora di religione. Al liceo non gliene fregava più niente a nessuno e in ogni caso, ormai, “mi ero fatto le spalle larghe”.
Alle elementari e alle medie in tutto il paese eravamo in 3 in tutto un istituto con dentro qualche centinaio di ragazze e ragazzi.
Bisogna crescerci col dito puntato addosso di quello “diverso dagli altri” per capire cosa vuol dire. In una piccola realtà provinciale non era semplice.


Da una simile latente discriminazione discendevano e continuano a discendere un sacco di atteggiamenti discriminatori nella società nel suo insieme. Parlo di un imprinting che permane anche finiti gli anni di scuola: a scuola sei quello diverso, a 40 anni vedi che la società è politicamente gestita in modo tale per cui continui ad essere il figlio della serva.
Proprio perché facendo religione a scuola si perde di vista il dover di educare al rispetto delle alterità ma si crea piuttosto un senso di gruppo tra chi si conforma a certe pratiche e gli elementi socialmente spuri che se ne tengono fuori. Quando si innesca questo meccanismo passare all’idea che qualsiasi problema sociale sia colpa di questi elementi spuri è un attimo: basta aspettare la prima crisi economica seria e quando le risorse da spartirsi, scarse per definizione, diventeranno ancor più scarse, fatalmente vivranno un’esplosione dei propri riscontri elettorali quelle forze politiche che campano puntando il dito contro i “diversi”.

Da non cattolico in un paese a maggioranza cattolica, sebbene italiano di nascita e da generazione, penso di saperne qualcosa.
Per capire fin dove porti ciò bisogna esserci stati al funerale della madre di un proprio caro amico che era anche uno dei soli “3 diversi dagli altri”, nel paesello lombardo, a sentirsi la predica del prete che senza alcun rispetto per il dolore di un figlio ancora piccolo, alle medie inferiori, gli si rivolge durante la predica dicendogli: tua madre avrebbe voluto vederti battezzarti come tutti gli altri, come ha fatto anche tua sorella.
Cosa che per altro non era affatto vera; quella cara signora che ricordo bene anche se son passati più di 20 anni, era una fedele rispettosa e non bigotta, alla quale andava benissimo che i figli scegliessero secondo coscienza quando fossero diventati abbastanza grandi per capire il senso delle proprie scelte e che non si era affatto dispiaciuta per il fatto che uno dei due figli avesse scelto che di farsi battezzare poteva farne serenamente a meno.

Perché noi minoranza (a)religiosa, come tale meno riconosciuta di qualsiasi altra minoranza, ci sentiamo dire fin da bambini che non dobbiamo offendere la fede degli altri.
Ma chissà come mai gli altri non si sentono MAI tenuti a rispettare le nostre convinzioni.
D’altra parte per gli altri noi siamo quelli che non “credono a niente”.
Chi crede in qualcosa bisogna rispettarlo, finchè questo credo non assume la forma di aperto e deliberato sopruso verso gli altri, ma chi non crede in niente perché mai rispettarlo?

[che io ricordi, capaci di rispettarci e inclini a discutere anche con noi senza pretendere di guardarci dall’alto in basso, tra i cattolici, ci sono stati solo il cardinale Martini che era veramente una bella persona, e mons. Bettazzi.
Per gli altri siamo soltanto dei paria.
E adesso che son cresciuto vorrei che qualcuno mi spiegasse perchè dovrei rispettare chi mi considera un paria o un verme che non credein niente, incapace quindi di valori morali, senso etico, aspirazioni e slanci ]

La mia posizione è chiara.
La scuola DELLO STATO, e gli ospedali DELLO STATO, dovrebbero avere i muri bianchi, con niente appeso su.
Lo Stato, la Repubblica = una casa per tutti quelli che sanno convivere pacificamente coi propri simili.
Una casa neutrale dal punto di vista confessionale.

Se vogliamo costruire rispetto e convivenza questa è la via.
“Qui vige la democrazia; se siete onesti lavoratori e lavoratrici, se concorrete col vostro impegno civile e con le vostre tasse alla crescita di questa società, che siate bianchi, neri, gialli o che crediate in questo o quell’altro, lo Stato vi si rispetta e si impegna ad esservi casa e dimostra di rispettarvi tutti ugualmente non mostrando preferenza per nessuno tra voi.”
Credo in questo approccio di fondo.

Il modello di integrazione francese non è fallito per via di questo tipo di approccio alla neutralità confessionale delle istituzioni ( chiamato dispregiativamente “secolarismo laicista” ), ma perchè come in tutti i paesi capitalistici lo Stato non solo non era neutrale, ma era schierato CONTRO i poveri, a maggior ragione se la loro origine risaliva alle macellerie commesse dal colonialismo francese.


Macellerie MAI pienamente riconosciute nel comune sentire popolare. Vi riporto un esempio da cinefilo che però la dice lunga su questo comune sentire popolare e sulla cattiva coscienza che la politica e le istituzioni continuano a difendere.
Ad oggi, in Francia, sulla televisione pubblica non è mai stato trasmesso uno dei più bei film nella storia del cinema ed anche il film definitivo nello spiegare cosa sia il colonialismo, cioè La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. 


Del resto faccio notare che in Italia è stato trasmesso solo una volta, e solo sulla TV a pagamento, Il leone del deserto, fil diretto da Moustapha Akkad. Film artisticamente meno valido de La Battaglia di Algeri ma in ogni caso fedele nel raccontare la storia dell’Eroe Omar al-Mukthar, e le vicende del nostro criminale e banditesco colonialismo in Africa, ed in particolare in Libia, sotto il comando del fascista psicopatico gen. Rodolfo Graziani. Mai trasmesso sulla RAI in prima serata, ed infatti abbiamo ancora degli italiani che sono convinti che in Libia abbia portato le strade, e non i bombardamenti con l’Yprite che pure era stata messa al bando dalle convenzioni internazionali di guerra già da 20 anni.

Se sei nero e musulmano, e ricco, in Francia come altrove, ti stendono il tappeto rosso davanti ai piedi e tutto ciò che resta è solo il fatto che sei un ricco.
Se sei nero, musulmano, e povero…..diventi “negro” e “simpatizzante per i terroristi”, purchè non si ammetta e si oscuri il fatto che sei povero e che lo sei per arricchire ingiustamente qualcun altro.
Questo ha fatto fallire il modello di integrazione francese.

La neutralità confessionale della Repubblica Francese è diventata qualcosa di offensivo agli occhi di tanti esclusi perché essi erano già stati esclusi, in quanto poveri ed in quanto figli di un mai pienamente riconosciuto come orribile colonialismo. Questo senso di esclusione ha infervorato la ricerca di una identità altra rispetto a quella che produce l’esclusione.
Ma se gli esclusi non fossero stati a priori esclusi, in quanto poveri, la neutralità confessionale della Repubblica non avrebbe mai offeso nessuno, anzi.
E del resto è a fondamento anche di quel pastrocchio che è il modello del melting pot statunitense.

Malcolm X lo aveva capito, nell’ultima parte della vita, che quello di Elijah Mohammad era solo un’altra forma di conformismo che eludeva la questione di fondo: la discriminazione degli sfruttatori contro i poveri ( con in aggiunta l’aggravante di essere pure black men in un paese nel quale l’interesse dei ricchi era, e spesso è ancora, pure ammantato di delirii sul white power ).
Non per questo smise di essere musulmano.

Ma si rese conto che sul piano politico
è la ribellione contro gli sfruttatori che risolve, non l’essere musulmano, e nelle Black Panthers c’era quindi posto per i neri che volevano combattere senza mettere in questione quale Dio pregassero o se non pregassero affato, perché l’idea di “black power” delle Pantere Nere era intrisa di anticapitalismo, non di confessionalismo, e proprio per questo poteva parlare a qualsiasi sfruttato ed a qualsiasi persona solidale con gli sfruttati.

Rimando a tal proposito alla storia ed alla vicenda personale di un vero Grand’Uomo, il velocista australiano Peter Norman che divise il podio dei 200 m. piani alle olimpiadi del 1968 con Tommie Smith e John Carlos essendo con loro solidale e pagando per questo un prezzo a propria volta (e ricevendo le scuse dalle istituzioni del proprio paese soltanto postume) http://www.oasport.it/wp-content/uploads/2013/09/1-500×354.jpeg
In effetti oggi nelle balieue francesi siamo sicuri che siamo di fronte alla “radicalizzazione dell’Islam”?

Secondo me, invece, siamo di fronte “all’islamizzazione della radicalità”, dato che la radicalità del disgusto per questa società di merda non trova altri sensati sbocchi politici.
Queste due cose sono totalmente diverse, non solo frutto di una inversione di parole.
E dovremmo rifletterci tutti sul senso della profonda diversità di questi due concetti.
Riflettiamoci molto seriamente, perchè almeno 3 degli attentatori morti di Parigi erano imbottiti di cocaina, più pieni di metanfetamine di una farmacia, ed avevano tatuaggi. Tradotto: erano musulmani non molto più di quanto io non sia cattolico, perchè facevano cose proibite dall’Islam.

Erano poveri emarginati che pensavano che facesse schifo il mondo nel quale la società perbene li aveva relegati, e che hanno cercato una identità purchessia che gli desse la carica per distruggere questa società di merda.
E l’hanno fatto nel modo più sbagliato.
Ma non erano musulmani radicalizzati, erano radicali islamizzati.
Avessero incontrato dei militanti politici SERI in tempo, invece che qualche Imam dalle idee distorte, magari sarebbero diventati comunisti e sarebbe stato meglio per tutti.
Spero che Piemme non si arrabbi troppo ed in fondo su questo specifico argomento già sappiamo di pensarlo diversamente, cosa che per quanto mi riguarda non inficia le 100 altre ragioni di un sodalizio politico.
Ma questo per me è un tema particolarmente sensibile.

La mia opinione è che la tanto vituperata neutralità confessionale delle istituzioni francesi sia una delle poche cose buone della Francia, ed un orizzonte necessario anche in Italia, purchè accompagnato da una seria lotta non contro i poveri ma contro la povertà, e a piani di reinclusione sociale.
Preoccupiamoci di vincere la lotta di classe, e teniamo la religione fuori dalle istituzioni dello Stato.
“Prega chi ti pare, purché odi il capitale”.

Se vogliamo costruire una integrazione seria, che non sia una forma violenta di assimilazione culturale ma una cultura di convivenza e rispetto, solo questa può essere la vera ratio di fondo, e solo la neutralità confessionale della Repubblica può garantirla.