1

Cosa resta di due secoli di dominio europeo? di Bruno Amoroso

[ 5 dicembre ]

Ormai è troppo tardi per salvare il salvabile. In realtà non c’è più nulla da salvare. Gli argomenti forti dell’Occidente fino a ieri erano che i vincitori hanno sempre ragione, e quindi è meglio stare dalla loro parte e ricavarne qualche dividendo, anche se a spese degli altri. Ragionamento pratico che si contrabbandava con argomenti culturali, sempre ben retribuiti o gratificati, come se gli orrori dell’Occidente fossero solo errori, che noi avremmo potuto correggere o se non altro ostacolare.
Ora l’incanto si è rotto, cioè non esiste più. L’Europa di Barcellona (1995) è tornata a essere ufficialmente quel coacervo di paesi militarmente e economicamente imperialisti, in concorrenza perenne tra loro, e le raffinatezze culturali non hanno più attrazione né tra i propri cittadini né tra gli altri. La guerra e la povertà che l’Europa ha esportato nel mondo da almeno due secoli gli sono tornate in casa e i suoi lamenti ipocriti e i suoi veri dolori non fanno più impressione a nessuno.
Semmai ci rendono un po’ più eguali agli altri che le stesse tragedie vivono da sempre. E la mano è sempre la stessa. Le armi sono occidentali – chi diceva che il progresso tecnico avrebbe portato più pace, eguaglianza e meno morti? – la rapina delle ricchezze e della vita delle persone continua indisturbata da parte delle nostre multinazionali e transnazionali. Del dividendo di cui abbiamo goduto un po’ tutti ora ci arriva il conto da pagare. A mandarcelo sono le nostre élite politiche ammaestrate come quelle degli altri paesi da noi colonizzati nei “Centri di Eccellenza” di Londra e Parigi.
La cultura europea e i suoi tecnici ne sono corresponsabili. Da quanti decenni si producono armi e crimini contro l’umanità senza che i nostri scienziati e tecnici denuncino ciò all’opinione pubblica, nascondendosi dietro al paravento dell’autonomia della Scienza? Abbiamo discusso per mesi sulla nocività dei missili con testate a uranio impoverito, sempre negata, senza che uno degli autori materiali di questa strage parlasse.  E le fabbriche della povertà, con i loro laboratori scientifici impegnati a creare OGM per espropriare quel po’ che resta di sostenibilità nei paesi poveri, e a elaborare strategie di impoverimento per conto della Triade sono intanto gestite dal fiore della ricerca europea e Occidentale. Questa è la solidarietà della “comunità scientifica”. E tutto ciò si chiama “Scienza” e viene legittimato dal baraccone dei Nobel che i vincitori danno a se stessi e a chi si allinea allo stesso corso.
Degli “intellettuali” in generale è bene non parlare, si irritano facilmente. Sono troppo impegnati a discutere del loro ruolo nella società, delle ragioni della loro inutilità e delle difficoltà di carriera per poterli disturbare con argomenti prosaici come la fame, le migrazioni e le guerre.
E le armi prodotte nelle nostre città e laboratori (Beretta, Finmeccanica, ecc.) da lavoratori “democratici” come si pongono con le sceneggiate delle marce per la pace e la solidarietà? Il tutto è servito ad alcuni di loro a fare carriera nel governo e negli affari. Si, è vero, non ci possiamo fare nulla, ripetono i nostri sindacalisti perché bloccare ciò significherebbe disoccupazione e povertà in Italia. Quindi, questa sciagura che esiste da oltre un secolo ha continuato a riprodursi oscurata dai convegni per la pace e per la piena occupazione. Nel frattempo si poteva sempre parlare di “sviluppo locale” e “energie pulite”. Ora siamo rimasti senza occupazione ma con le armi in mano per mandare i nostri giovani a combattere senza neanche sapere per cosa e per chi. Siamo così passati dalla generazione che doveva costruire il socialismo a quella che con le armi esporta il dominio coloniale e imperialista. Un bel salto di qualità dopo la “fine delle ideologie”.
Oggi, in Occidente, Cultura significa Ipocrisia, e Democrazia significa Collusione con il crimine. Ora è tempo di fare lo streap-tease del nostro umanesimo, con le sue insopportabili masturbazioni sull’Universalismo, i Diritti Umani, la Solidarietà, dopo che ha distrutto le basi materiali perché ciascuna di queste si realizzi.  D’altronde Sartre ci aveva avvisato tempo fa:
“Il nostro umanesimo che non era che un’ideologia bugiarda, la squisita giustificazione del saccheggio; le sue tenerezze e il suo preziosismo garantivano le nostre aggressioni. Bella figura, i non violenti. Né vittime né carnefici. Andiamo!” “L’Europa, satura di ricchezze, accordò de jure l’umanità a tutti i suoi abitanti: un uomo da noi vuol dire un complice giacché abbiamo approfittato tutti dello sfruttamento coloniale” (1961)
Ci sono momenti magici nella Storia dove il corso delle cose può cambiare e aprire la strada alla redenzione. Il nostro è stata la battaglia – con le armi in pugno – contro il nazismo e il fascismo che per primi sperimentarono in Europa i metodi di distruzione di massa in uso contro altri Stati e altri popoli. Da questa lezione della Storia nacque il Patto democratico e antifascista per la creazione del nuovo Stato repubblicano che poteva avviare per l’Italia e l’Europa una nuova fase di amicizia e solidarietà con altri popoli. Ma così non fu. Come spesso è accaduto la celebrazione dei suoi successi – la nuova Costituzione – coincise con la rottura dell’unità nazionale e l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico e la sua sottomissione alle politiche statunitensi. Ci si consolò affidandosi alla Carta stampata e alla retorica dei “diritti”, esaltati da un esercito di giuristi ma sempre più vuoti rispetto ai bisogni dei cittadini.
In pochi anni gli italiani tornarono ad allearsi con la Germania e le vecchie potenze coloniali e si misero al servizio delle nuove guerre coloniali in Asia e in tutto il “terzo mondo”. Furono i governi socialisti e socialdemocratici, con l’appoggio dei loro sindacati, a riprendere la tradizione coloniale e imperialista dell’Europa e a favorire l’affermarsi della Globalizzazione, cioè del nuovo piano di potere mondiale dei gruppi più retrivi della finanza e dell’industria militare statunitense. La sinistra, anche italiana, divenne parte di questo progetto di apartheid globale del cui successo paghiamo oggi le spese. L’Europa ne esce “fottuta” e noi con lei.
Ma ripercorriamo brevemente gli eventi dell’ultimo ventennio che ci hanno portato a questo abisso. Da almeno vent’anni era chiaro che il destino dell’Europa era legato a quello all’Africa e che l’unica via uscita per noi era quella di ricreare una possibile collaborazione con questo continente. L’Asia si stava staccando dal nostro dominio Occidentale e avviando su nuove strade e l’America Latina era ormai stufa del dominio statunitense e degli “utili idioti” europei.
Questa percezione trovò un momento felice con l’avvio del Processo di Barcellona nel 1995 che si proponeva di realizzare un “partenariato euro-mediterraneo” per la creazione di “un’area di benessere condiviso”. Un obiettivo di “co-sviluppo” inteso a creare le basi materiali e politiche per un nuovo dialogo, a partire dal riconoscimento degli assetti statuali dei singoli Stati arabi e affidando all’incontro tra le società civili la discussione sui valori, i diritti, ecc. Un timido risveglio europeo avvantaggiato anche dall’incertezza statunitense sulle sue politiche in quest’area mondiale. Poi tutto cambiò improvvisamente per i veti statunitensi tutti rivolti a riaffermare la centralità di Israele e a porre veti verso paesi arabi come la Libia.
L’UE invece di difendere le sue priorità politiche affermando il proprio ruolo su quest’area assistette passivamente al bombardamento di Tripoli ordinato da Reagan per uccidere Gaddafi (nonostante la diversa posizione del governo italiano di Craxi) e lo stesso avvenne in seguito con l’invasione dell’Irak, ecc. Uno dei pochi frutti positivi del Processo di Barcellona fu la nostra maggiore conoscenza sui problemi economici e sociali di quest’area e le previsioni abbastanza precise sull’imminente esplodere di processi migratori verso l’Europa. Tutti i moniti emessi in questo contesto furono accuratamente messi nel cassetto e ignorati (i soliti “gufi” si disse in Italia).
Nel 2003 l’UE ritirò il proprio impegno mediterraneo sostituendolo con le “politiche di vicinato” che corrispondono a un interesse di controllo politico militare con le aree circostanti, in linea con quanto gli Stati Uniti stavano facendo con le loro guerre. Il cambio alla presidenza degli Stati Uniti portò a una revisione della politica USA, più attenta ai problemi socio-economici dell’area mediterranea. Obama, consapevole del rischio sociale e demografico e dell’imminenza di una nuova rivolta araba nell’area mediterranea, decise di prenderne le redini. Il suo discorso all’università del Cairo nel giugno del 2009 è una promessa di appoggio al nascente ceto medio arabo e ai giovani perché rovescino i governi arabi, innestando così il processo di destabilizzazione della intera regione che ne ha fatto seguito. Resta da capire quali sono gli obiettivi di questa svolta.
Obama era a conoscenza della indisponibilità di Israele a accettare il crescente ruolo dell’Iran nella regione e dei piani militari di bombardare le sue centrali nucleari. Un’operazione che richiede il sorvolo aereo da Israele all’Iran senza rischi di segnalazione come avvenne nel caso di Gaddafi da parte dell’Italia. I due paesi a rischio erano l’Egitto governato di fratelli mussulmani e la Siria, dove la Russia possiede importanti apparecchiature di segnalazione. In Egitto si trattava di rimuovere il governo eletto con una rivolta di piazza in nome della “democrazia”, che ha sortito l’effetto di ridare il potere a una dittatura militare. Dopo di che la “primavera araba” va a riposo e molti dei suoi esponenti arrestati insieme ai fratelli mussulmani. La “primavera araba” si estende alla Tunisia e alla Libia con gli esiti “democratici” ormai noti.
Più complesso è il caso della Siria, uno dei governi più laici (insieme alla Libia) della regione e con forte base di consenso popolare all’interno. Per destabilizzare questo sistema politico si alimenta il conflitto tra Shiiti e Sunniti affidando agli “alleati” della regione questo compito. Il primo a metterci la faccia con dichiarazioni bellicose è il Khatar, che afferma che “userà tutti i mezzi necessari per la caduta del regime di Damasco”, con l’appoggio finanziario e militare dell’Arabia Saudita. Nasce l’Isis e si crea così un fronte anti-Siria che comprende i paesi del Golfo, appoggiati dalla Turchia e Israele tradizionalmente alleati.
L’appoggio dell’Europa a questa strategia statunitense è incondizionato, ma l’Europa non controlla più neanche se stessa. Migliaia di giovani europei vanno a combattere in Siria e con l’Isis per l’affermarsi del nuovo Stato, il Califatto, e a questo punto la fusione tra protesta sociale, religiosa e contro l’Occidente si saldano in modo incontrollabile. La destabilizzazione dell’area e i bombardamenti a catena dell’Occidente rafforzano in modo esponenziale i movimenti migratori verso l’Europa causa di nuovi conflitti anche tra gli Stati europei. La strategia della destabilizzazione propria della Globalizzazione raggiunge così il suo apice coinvolgendo anche l’Unione Europea come gli eventi degli ultimi giorni dimostrano. Il “suicidio dell’Europa” di cui parlava Pietro Barcellona si è realizzato.
La storia continua…
* Fonte: Inchiesta Dedalo



Rese dei conti all’ombra del Califfo di Alberto Negri

[ 5 dicembre ]

Prima di abbattere il Califfato ci sarà un’altra resa dei conti. Perché la stampa Usa e britannica, dopo gli articoli sul petrolio siriano di qualche giorno fa, non ne parla? Forse non è un caso: la produzione del Califfato non incide, si tratta di poche migliaia di barili acquistati dai turchi e da Assad.

Il petrolio è solo il tentativo di trovare un casus belli: la Russia vuole punire Erdogan anche militarmente e forse darà armi ai curdi siriani e del Pkk come fece in passato in nome del marxismo-leninismo. I nemici cambiano, le ideologie crollano ma le guerre restano con le loro spine nel fianco. I russi vogliono punire la Turchia e non solo per la Siria. Per un decennio il terrorismo ceceno ha avuto la sua direzione strategica nella Istanbul asiatica: per questo Putin accusa Ankara di uccidere i soldati russi. Siamo alla resa dei conti di una vicenda accantonata e che riaffiora in maniera prepotente: i reciproci scambi di accuse per qualche migliaio di barili appaiono ridicoli a confronto dei miliardi in ballo nei gasdotti del Mar Nero.

I giornali Usa danno poco spazio alla diatriba perché Washington vuole restare fuori da una guerra generata anche dai suoi errori, antichi e recenti. Obama è un’anatra zoppa e non può condurre conflitti allargati per non pregiudicare la possibile rielezione di un democratico. Al punto che il segretario di Stato John Kerry ha chiesto in una riunione all’Osce a Belgrado di inviare truppe di terra siriane e di altri Paesi arabi per combattere l’Isis. I bombardamenti per vincere l’Isis, dice Kerry, non bastano: ma se ne accorge adesso, dopo oltre un anno e mezzo di raid.

Quali truppe arabe intende inviare? Quelle di Assad, che gli Usa vorrebbero mandare via? Quelle dei suoi nemici arabi, che sostengono indirettamente l’Isis? Sfioriamo il vaneggiamento, se non fosse che gli Usa non hanno nessuna voglia di fare questa guerra. A loro va bene così: un sanguinoso stallo tra sciiti e sunniti, con la Russia che brucia risorse belliche, la Turchia che litiga con Mosca e l’Europa che deve imparare a fare da sola perché gli Usa non intendono pagare il 70% dei costi della Nato.

Quanto al rapporto con Ankara, gli Usa ne sono esausti: hanno trattato per un anno la concessione della base di Incirlik e ora vogliono assestare a Erdogan una lezione. Nel 2013 Erdogan voleva espellere l’ambasciatore Usa ad Ankara Francis Ricciardone e accusava gli Stati Uniti di guidare la «lobby dei tassi di interesse». La stessa vicenda dell’Imam Fethullah Gulen, in esilio in America, rientra nelle tensioni tra Ankara e Washington: c’è stato il tentativo di incrinare dall’interno il potere di E rdogan e del partito islamico l’Akp ed è andato male. Al punto che la Turchia ha persino minacciato di acquistare missili dalla Cina.

Se la Nato volesse difendere davvero il presidente turco non avrebbe ritirato i Patriot. La verità è che gli Stati Uniti non si fidano di lui, altrimenti Obama non gli ha avrebbe chiesto di chiudere i confini con la Siria, cosa che peraltro i turchi si rifiutano di fare. Non chiediamoci come va la guerra al Califfato ma a chi serve e magari scopriremo che primadi al-Baghdadi cadranno altri birilli del Levante, in Siria e forse anche nella vicina Libia.


* Fonte: Il Sole 24 Ore