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DOPO LA “RIPRESINA”, NIENTE “RIPRESONA” di Leonardo Mazzei

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[ 3 dicembre ]

L’ITALIA DI NUOVO IN STAGNAZIONE
Boom. 
Ma non quello economico. Non quello —Renzi dixit — per il quale avremmo dovuto «allacciare le cinture di sicurezza». 

Il boom che si avverte nell’aria, come quello di un bang supersonico, rimanda piuttosto allo scoppio delle superballe del fiorentino. E’ vero, per ora sono piccoli numeri, piccoli scostamenti rispetto alle previsioni del governo, ma in essi c’è la conferma di quanto fosse modesta e drogata la ripresina di quest’anno.

In base ai dati diffusi ieri dall’Istat sul terzo trimestre dell’anno, il +0,9% previsto per il Pil 2015 verrà quasi certamente mancato. Renzi ha lestamente replicato che lui prevede un +0,8%. La comunicazione ha le sue leggi, e il Bomba ha le tv al suo servizio. In realtà sembra ragionevole ipotizzare un dato un po’ più basso, ma non è questo il punto. La vera questione è che un trend simile sembra annunciare una nuova fase di crescita zero.

Altri dati ce lo confermano. Nel trimestre in questione i consumi interni sono aumentati rispetto a quello precedente dello 0,4%, mentre in diminuzione (di un identico 0,4%) sono risultati gli investimenti fissi lordi, una voce assai indicativa dello stato dell’economia. In diminuzione anche le esportazioni, che hanno subito un calo dello 0,8%. Questi dati vanno presi con una certa cautela, visto che bisogna sempre tenere presente l’elemento della stagionalità. 

.… RICORDATEVI QUESTE PREVISIONI

Proprio per questo va di certo ridimensionato il dato sui consumi interni. Considerato che la «ripresina» renziana si è retta in buona parte sulla crescita del turismo, e visto che i dati di cui parliamo includono i mesi di luglio ed agosto, è abbastanza evidente che non esiste un vero aumento strutturale della domanda interna.


A Renzi, che già dice che i decimali non contano, sarebbe fin troppo facile ricordare quanto li voleva far contare la sua propaganda fino a ieri l’altro, quando dei modestissimi decimali venivano presentati come l’annuncio di un boom stratosferico. Ma lasciamo perdere. Il fatto è che quella ripresina -—o abbiamo ricordato innumerevoli volte— si basava su una particolarissima congiunzione astrale fatta di: 

1) forte diminuzione dei prezzi dell’energia, 2) svalutazione dell’euro, 3) quantitative easing della Bce, 4) fisiologico effetto rimbalzo dopo 14 trimestri consecutivi di recessione.

Abbiamo scritto in passato che se di fronte a questa serie impressionante di fattori favorevoli, la crescita non fosse arrivata neppure ad un modestissimo +1%, questa sarebbe stata la prova provata che non c’è alcuna uscita dalla crisi, che quello che ci aspetta è una lunga fase di stagnazione.


Ma Renzi ha buoni amici dalle parti di Confindustria. Ed ecco il titolo dell’editoriale di stamane del Sole 24 Ore: «I decimali non contano, le riforme sì». Lorsignori sanno ben apprezzare quanto gli ha dato, togliendolo ai lavoratori, questo governo. Ma non dicevano costoro che le famose «riforme» avrebbero dato il via ad una vera ripresona? In quel senso si diceva che i decimali non contavano, perché si doveva passare ai numeri interi. Ora, invece, al posto dellaripresona, i temuti decimali mettono in discussione la stessa ripresina. Non è un bel cambio di prospettiva? A me pare di sì.   


C’è un dato che parla più di mille discorsi, quello sull’occupazione. Ad ottobre gli occupati sono diminuiti di 39mila unità rispetto a settembre, che ne aveva persi 45mila in confronto ad agosto. Ma anche qui bisogna tener presente il fattore della stagionalità. Facciamo dunque il confronto su base annua, da ottobre 2014 ad ottobre 2015. Un modo per capire i risultati del Jobs act, propagandato da Renzi e Poletti come la cura decisiva per abbattere la disoccupazione. Sapete quanto è cresciuta l’occupazione complessiva in questo periodo? 75mila unità, pari allo 0,3%. Peggio: i lavoratori a tempo indeterminato sono cresciuti della spropositata cifra di 13mila unità… Eppure era proprio questo dato quello che, in teoria, avrebbe dovuto risentire maggiormente in termini positivi del Jobs act. Così non è andata, ma le gazzette del regime non ce lo diranno.


I propagandisti del renzismo mettono invece in evidenza la (comunque modesta) discesa del tasso ufficiale di disoccupazione, passato in un anno dal 12,9 all’11,5%. In cifra assoluta i disoccupati sono diminuiti di 410mila unità, ma questo dato è assolutamente ingannevole, considerato il parallelo aumento (196mila unità) della popolazione inattiva. E la realtà è che il numero effettivo dei senza lavoro, dato dalla somma dei disoccupati ufficiali (quelli che si rivolgono ai centri per l’impiego), più i cosiddetti “scoraggiati”, coloro che non figurano più nelle statistiche ufficiali perché hanno perso ogni speranza di trovare un lavoro regolare, si mantiene intorno ai 7 milioni di persone. Un’enormità.


Andiamo dunque verso una nuova recessione? Quel che è certo è che le previsioni del governo per il 2016, con un +1,6% del Pil, appaiono del tutto irrealistiche, come da noi già segnalato nei mesi scorsi.


Non c’è alcuna uscita dalla crisi in vista. E non c’è perché non può esserci. Questa mattina Franco Debenedetti, scrivendo a proposito delle imminenti mosse della Bce, ha così concluso il suo ragionamento: «Trovare investimenti, pubblici e privati, che diano buona prospettiva di redditività, questo è il problema non la liquidità». Traduzione: le scelte della Bce sono sì utili al sistema, utili a prendere tempo, ma non possono sbloccare davvero il meccanismo inceppato della riproduzione capitalistica.


E’ questo il vero nodo. Un nodo che si presenta come assolutamente irrisolvibile dentro i meccanismi del capitalismo-casinò, un sistema fondato su un impianto ultra-liberista che non ammette quell’intervento pubblico che lo stesso Debenedetti (sia pure in termini sfumati) sembra reclamare, vista la stasi degli investimenti privati.


Il fatto che, nonostante l’incredibile crollo dei tassi di interesse dell’ultimo anno, i detentori del capitale continuino a privilegiare la speculazione sui mercati finanziari, piuttosto che l’investimento nell’economia reale, la dice lunga sulla gravità della crisi sistemica in atto.


Questo in generale. Peggio, molto peggio, nei Paesi dell’Eurozona, specie in quelli —come l’Italia— posti alla periferia del sistema-euro. Un sistema che ha regole assai rigide, che pretende una sorta di Stato minimo, semplice custode del pieno dispiegarsi della logica mercatista.


In queste condizioni l’uscita dalla crisi è semplicemente impossibile. Possibile è solo l’allungamento dell’agonia, il giocare —come Renzi, che in questo è davvero insuperabile— su modesti rimbalzini di breve periodo, il guadagnare tempo per impedire rotture sociali e politiche di tipo potenzialmente rivoluzionario.


Di questo ci parlano gli ultimi dati economici. Vedrete che le conferme non mancheranno.


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