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Più precari, più sfruttati: benvenuti tra i lavoratori del Quinto Stato di Carlo Formenti

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[ 28 dicembre ]

Sharing Economy – independent contractor – freelancing – Gig Economy – startup: più precari, più sfruttati, benvenuti tra i lavoratori del Quinto Stato

Il lavoro del futuro? 
Saremo tutti freelance, indipendent contractor o, per dirla con gli entusiasti italiani del lavoro “autonomo”, membri del Quinto Stato? Questa la tesi della Freelancers Union (FU) americana che, citando i risultati di uno studio condotto dalla stessa FU in collaborazione con la società Upwork —un’agenzia privata di collocamento che mette in contatto i freelance con i potenziali committenti (la parola padroni è politically incorrect)—, sostiene che negli Stati Uniti i freelance sarebbero ben 54 milioni (cioè un terzo abbondante della forza lavoro) e così commenta il dato:

«Stiamo entrando in una nuova era in cui il lavoro sarà a progetto, indipendente, appassionante, potenzialmente rischioso ma ricco di opportunità».

È una sinfonia che negli Stati Uniti risuona sempre più spesso, fra gli squilli di tromba di Uber, il marchio principe della Sharing Economy (ma c’è chi preferisce definirla Gig Economy), e dei giovani startupper del settore, come Marco Zappacosta, “l’italiano da un miliardo di dollari” felicemente sbarcato a Silicon Valley, convocato sempre più spesso da deputati e senatori che chiedono di essere illuminati sul futuro del lavoro.

Peccato che quel dato sia una clamorosa bufala, come spiega la giornalista dell’Huffington Post che dedica un articolo all’argomento. Un altro studio pubblicato dal sinistrorso Economic Policy Institute sostiene infatti che attualmente i freelance sono in realtà poco più di 18 milioni, in calo di oltre un milione e mezzo dall’anno scorso. Si tratta di una cifra comunque notevole ma che non consente di sostenere, scrivono quelli dell’EPI, che “in un vicino futuro una quota crescente di persone avrà la fonte principale di reddito nelle attività di freelancing o nella Gig Economy”.


Come è possibile arrivare a risultati statistici tanto diversi? Semplice, spiega l’autrice dell’articolo: quelli della FU hanno inserito nella categoria dei freelance anche tutti coloro che svolgono solo saltuariamente lavori da indipendent contractor, per rimpinguare il magro stipendio che ricevono come lavoratori dipendenti (tipico il caso degli insegnanti che fanno i taxisti per Uber nel tempo libero). Con questo criterio, ironizza l’autrice del pezzo, io stessa che pure ho un regolare lavoro full time ma scrivo ogni tanto un pezzo per questo giornale, potrei essere definita una freelance.

Il punto non sta però nella guerra delle cifre. 
Battere la grancassa sulla Sharing Economy e sul freelancing serve soprattutto: a legittimare le nuove forme di sfruttamento messe in atto dal capitalismo delle startup; a rendere ancora più “normali” i rapporti di lavoro precari; a ricattare quelli che hanno un lavoro dipendente di tipo classico (i soldi non ti bastano? Datti da fare nel “tempo libero”); a sancire la fine di ogni contrattazione sulla durata del tempo di lavoro (vedi le recenti dichiarazioni del ministro del lavoro Poletti sull’anacronismo di simili pretese sindacali); a diffondere l’ideologia secondo cui essere imprenditori di sé stessi è cosa giusta e bella (in questo modo, scrivono, Dardot e Laval, l’egemonia liberista costruisce il suo progetto di “uomo nuovo”). 

Forse quelli che celebrano le magnifiche sorti e progressive del lavoro autonomo “da sinistra” dovrebbero cominciare a nutrire qualche dubbio.

* Fonte: Micromega

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Un pensiero su “Più precari, più sfruttati: benvenuti tra i lavoratori del Quinto Stato di Carlo Formenti”

  1. Carlo Imperato dice:

    Gli americani devono mettersi d'accordo sui numeri, se secondo il Bureau of Labor Statistics i "self-employed" sono poco più di 8600k, con una percentuale quindi molto bassa di indipendenti sul totale forza-lavoro. Poi la forma contrattuale dice poco, si vede nel ciclo di produzione di plusvalore "chi è cosa". Saluti.

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