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«SE E’ LA LE PEN A FARE DISCORSI DI SINISTRA» di Jean-Claude Michéa

[ 31 dicembre ]

di FABIO GAMBARO
“La progressione del voto per il Fronte Nazionale tra le classi popolari si spiega innanzitutto con l’incapacità della sinistra di parlare a quella parte della popolazione “. Per Jean-Claude Michéa, infatti, la sinistra contemporanea non ha più nulla a che vedere con la nobile tradizione socialista. Incapace di proporre un’alternativa economica al capitalismo trionfante, ha ripiegato sulle battaglie civili care all’intellighenzia progressista e in sintonia con l’individualismo dominante. Il filosofo francese lo spiega in un breve e interessantissimo saggio intitolato I misteri della sinistra (Neri Pozza, traduzione di Roberto Boi), il cui analizza la deriva progressista dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto. “La sinistra non solo difende ardentemente l’economia di mercato, ma, come già sottolineava Pasolini, non smette di celebrarne tutte le implicazioni morali e culturali. Per la più grande gioia di Marine Le Pen, la quale, dopo aver ricusato il reaganismo del padre, cita ormai senza scrupoli Marx, Jaures o Gramsci! Ben inteso, una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente. Ma purtroppo oggi è la sola  –  nel deserto intellettuale francese  –  che sia in sintonia con quello che vivono le classi popolari”.

Come spiega questa evoluzione della sinistra?
“Quella che ancora oggi chiamiamo “sinistra” è nata da un patto difensivo contro la destra nazionalista, clericale e reazionaria, siglato all’alba del XX secolo tra le correnti maggioritarie del movimento socialista e le forze liberali e repubblicane che si rifacevano ai principi del 1789 e all’eredità dell’illuminismo, la quale include anche Adam Smith. Come notò subito Rosa Luxemburg, era un’alleanza ambigua, che certo fino agli anni Sessanta ha reso possibili molte lotte emancipatrici, ma che, una volta eliminate le ultime vestigia dell’Ancien régime, non poteva che sfociare nella sconfitta di uno dei due alleati. È quello che è successo alla fine degli anni Settanta, quando l’intellighenzia di sinistra si è convinta che il progetto socialista fosse essenzialmente “totalitario”. Da qui il ripiegamento della sinistra europea sul liberalismo di Adam Smith e l’abbandono di ogni idea d’emancipazione dei lavoratori”.

Perché quella che lei chiama la “metafisica del progresso” ha spinto la sinistra ad accettare il capitalismo?
“L’ideologia progressista è fondata sulla credenza che esista un “senso della storia” e che ogni passo avanti costituisca un passo nella giusta direzione. Tale idea si è dimostrata globalmente efficace fintanto che si è trattato di combattere l’Ancien régime. Ma il capitalismo  –  basato su un’accumulazione del capitale che, come ha detto Marx, non conosce “alcun limite naturale né morale”  –  è un sistema dinamico che tende a colonizzare tutte le regioni del globo e tutte le sfere della vita umana. Focalizzandosi sulla lotta contro il “vecchio mondo” e le “forze del passato”, per il “progressismo” di sinistra è diventato sempre più difficile qualsiasi approccio critico della modernità liberale. Fino al punto di confondere l’idea che “non si può fermare il progresso” con l’idea che non si può fermare il capitalismo”.

In questo contesto, in che modo la sinistra cerca di differenziarsi dalla destra?
“Da quando la sinistra è convinta che l’unico orizzonte del nostro tempo sia il capitalismo, la sua politica economica è diventata indistinguibile da quella della destra liberale. Da qui, negli ultimi trent’anni, il tentativo di cercare il principio ultimo della sua differenza nel liberalismo culturale delle nuove classi medie. Vale a dire nella battaglia permanente combattuta dagli “agenti dominati della dominazione”, secondo la formula di André Gorz, contro tutti i “tabù” del passato. La sinistra dimentica però che il capitalismo è “un fatto sociale” totale. E se la chiave del liberalismo economico, secondo Hayek, è il diritto di ciascuno di “produrre, vendere e comprare tutto ciò che può essere prodotto o venduto” (che si tratti di droghe, armi chimiche, servizi sessuali o “madri in affitto”), è chiaro che il capitalismo non accetterà alcun limite né tabù. Al contrario, tenderà, come dice Marx, a affondare tutti i valori umani “nelle acque ghiacciate del calcolo egoista””.

Perché considera un errore da parte della sinistra aver accettato il capitalismo? C’è chi sostiene che sia una prova di realismo…
“Come scriveva Rosa Luxemburg nel 1913, la fase finale del capitalismo darà luogo a “un periodo di catastrofi”. Una definizione che si adatta perfettamente all’epoca nella quale stiamo entrando. Innanzitutto catastrofe morale e culturale, dato che nessuna comunità può sopravvivere solo sulla base del ciascuno per sé e dell’interesse personale. Quindi, catastrofe ecologica, perché l’idea di una crescita materiale infinita in un mondo finito è la più folle utopia che l’uomo abbia mai concepito. E infine catastrofe economica e finanziaria, perché l’accumulo mondializzato del capitale  –  la “crescita” –  sta per scontrarsi con quello che Marx chiamava il “limite interno”. Vale a dire la contraddizione tra il fatto che la fonte di ogni valore aggiunto  –  e dunque di ogni profitto  –  è sempre il lavoro vivo, e la tendenza del capitale ad accrescere la produttività sostituendo al lavoro vivo le macchine, i programmi e i robot. Il fatto che le “industrie del futuro” creino pochi posti di lavoro conferma la tesi di Marx”.

Perché, in questo contesto, ritiene necessario pensare “la sinistra contro la sinistra”?
“La forza della critica socialista nasce proprio dall’aver compreso fin dal XIX secolo che un sistema sociale basato esclusivamente sulla ricerca del profitto privato conduce l’umanità in un vicolo cieco. Paradossalmente, la sinistra europea ha scelto di riconciliarsi con questo sistema sociale, considerando “arcaica”

ogni critica radicale nei suoi confronti, proprio nel momento in cui questo comincia a incrinarsi da tutte le parti sotto il peso delle contraddizioni interne. Insomma, non poteva scommettere su un cavallo peggiore! Per questo oggi è urgente pensare la sinistra contro la sinistra”.

* Fonte: Repubblica cultura




2016: UN ANNO DI FUOCO PER LE BANCHE ITALIANE di Leonardo Mazzei

I crediti deteriorati in pancia alla banche italiane

[ 30 dicembre ]

Da anni questo blog segue le dinamiche di crisi del sistema bancario italiano. Nel luglio 2013, di contro a chi si ostinava a non vedere il problema, indicavamo il rischio del CROLLO DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO.
Mazzei torna sull’argomento con un’analisi impeccabile dei diversi aspetti della bomba bancaria e conclude con una proposta.

«Almeno per le banche, il 2016 non sarà un anno come gli altri. Che il sistema bancario italiano abbia dei seri problemi, questo ormai l’hanno capito tutti. Le stesse ripetute rassicurazioni sulla sua “solidità” non fanno altro che confermare la gravità della situazione. In poche settimane abbiamo avuto il “decreto salvabanche”, le perdite dei risparmiatori coinvolti, lo scontro di Renzi con la Germania, il caso delle dimissioni rientrate del governatore Visco, la corsa di fine anno alla sistemazione di alcuni istituti di credito (Banca Veneto e non solo), mentre dal primo gennaio saranno legge le norme del bail-in voluto dall’Europa.
Insomma, una situazione in forte movimento, con sullo sfondo la questione delle questioni: il via libera oppure no, e se sì in quale forma, alla bad bank, il nuovo istituto che dovrebbe assorbire i crediti in “sofferenza” delle banche italiane, consentendo alle stesse una consistente ripulitura dei bilanci.

Tante le questioni in gioco: politiche, economiche e finanziarie. Tanti i soggetti a rischio, potenzialmente diversi milioni di italiani. Proviamo allora ad inquadrare i vari aspetti del problema.

Passività finanziarie (liabilities) delle banche Ue

1. Lo scontro con Angela Merkel non è solo propaganda


Partiamo da un fatto politico: lo scontro inscenato da Renzi nei confronti di Angela Merkel all’ultimo Consiglio europeo non è solo propaganda. Chi lo pensa sbaglia. La propaganda è sempre una componente dell’azione politica, ed il caso in oggetto non fa eccezione. Tuttavia, questa volta la sostanza prevale sul solito teatrino d’immagine. Il fatto è che sulla partita bancaria sono in gioco enormi interessi di quello stesso blocco di potere che ha portato al governo, e che tuttora sostiene Matteo Renzi.

non hanno perso una lira o un euro in relazione a crisi, anche gravi, di singoli intermediari». Ce lo ha ricordato così il capo della vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, parlando alla Commissione Finanze della Camera agli inizi del mese, ed opportunamente citato da Alberto Bagnai sul Fatto Quotidiano del 18 dicembre.  

I crediti deteriorati in Italia al 2011

intervista al Corriere della Sera del 19 dicembre, Lars Feld, consigliere economico della Merkel e stretto collaboratore di Schaeuble, ha usato toni tra lo sprezzante e l’irridente nei confronti dell’Italia.  

Leggere per credere.

«Lei prevede che in Italia ci sarà bail-in dei conti correnti, quindi contagio e poi una richiesta di aiuto al fondo salvataggi, con l’arrivo della Troika?».

Risposta di Lars Feld:

«Prevedo un pieno bail-in. I tagli alle obbligazioni e ai conti correnti sopra i 100 mila euro dovranno aiutare a ristrutturare le banche, perché la Commissione Ue impedirà salvataggi delle banche da parte del governo o sussidi nascosti agli istituti. Non saranno permessi. Ma non credo che l’attuale situazione porterà necessariamente a una richiesta di aiuto al fondo salvataggi Esm. Non prevedo un contagio. In ogni caso, staremo a vedere» (ride).

Ecco, l’uomo della Merkel se la ride mentre annuncia la Caporetto delle banche italiane e perdite enormi per tante famiglie. Difficile per Renzi ottenere le due cose che più gli premono: l’istituzione del fondo di garanzia europeo, rigettato al momento dai tedeschi, ed una bad bankin grado di ammortizzare le perdite delle banche sui crediti in sofferenza anche attraverso una consistente garanzia pubblica.

2. L’Europa tedesca

intervista al Quotidiano Nazionale, perfino il presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi), Antonio Patuelli, ha alzato la voce contro «l’egemonia della Germania», affermando fra l’altro che: 

La Germania sembra aver adottato il motto di Giolitti: ‘Le leggi si interpretano per gli amici e si applicano per gli avversari’. Ma un’Europa così ingiusta e sbilanciata sui soli interessi tedeschi non solo non cresce, ma è destinata a sbriciolarsi».

Del resto le cose che dimostrano lo strapotere tedesco sono tante. Limitandoci alla cosiddetta “Unione bancaria” non c’è solo il bail-in ed il rifiuto germanico del fondo di garanzia, che in qualche modo avrebbe dovuto compensarlo. C’è anche il diverso trattamento riservato alle banche tedesche. Una delle “tre gambe” dell’Unione bancaria consiste nei poteri di vigilanza affidati alla Bce su “tutte” le banche dell’eurozona. Tutte? Non esattamente. Con un escamotage, facendo rientrare nella norma solo le banche che superano i 30 miliardi di attivo, il governo tedesco è riuscito a sottrarre al controllo della Bce tutte le sue Sparkassen (casse di risparmio municipali) ed il grosso delle Landesbanken (di proprietà dei Land). 


Sparkassen (431 banche con 1.132 miliardi di attivo) e le Landesbanken (9 banche con 1.075 miliardi di attivo) rappresentano un terzo del sistema creditizio tedesco. Quello che ha maggiormente goduto degli interventi statali (230 miliardi), che ha un livello di capitalizzazione particolarmente basso ed una quota di crediti in sofferenza assai incerta. “Privilegi” dovuti anche – ricordiamolo a certi liberisti che solo oggi si accorgono della prepotenza teutonica – alla proprietà pubblica di queste banche.


3. Una classe dirigente incapace ed avventurista
ce lo chiede l”Europa
bail-in senza neppure accertarsi del fatto che almeno il fondo di garanzia europeo sarebbe stato istituito?

North Stream con la Russia dopo che si è subito in silenzio l’affondamento del South Stream (nel quale l’Italia aveva enormi interessi di vario genere) da parte degli USA? Che senso ha lamentarsi della politica europea sui migranti dopo che si è accettato, senza rendersi conto delle conseguenze, il Trattato di Dublino? E che senso ha protestare blandamente sui danni delle sanzioni alla Russia senza mettere il veto al loro rinnovo?

ha scritto La Stampa lo scorso 20 dicembre sulla volontà del governatore di Bankitalia Visco di dimettersi. Dimissioni poi fermate da Mattarella, ma che evidenziano la situazione di sbando che aleggia nei palazzi del potere.

 bad bank
Abbiamo già visto le sorridenti previsioni di Lars Feld sulle future crisi delle banche italiane. Crisi da risolvere con il bail-in. Che cosa sia il bail-in dovrebbe essere ormai cosa nota, ma conviene comunque ricordarlo. D’ora in avanti, nel caso di crisi di una banca, si procederà alla sua ristrutturazione attingendo in sequenza dagli azionisti, poi dai possessori di obbligazioni subordinate, quindi dai detentori di obbligazioni ordinarie ed infine dai conti correnti e dai depositi per la parte eccedente i 100mila euro.  Ognuna di queste voci potrà essere tagliata in tutto o in parte.

bail-in è calcolata in ben 1.122 miliardi di euro. Di questi, alcune centinaia di miliardi sono in obbligazioni. Tra queste, quelle subordinate assommano ad oltre 70 miliardi.

Una soluzione più equilibrata, e forse più rispettosa del quadro giuridico generale, sarebbe stata quella di applicare le nuove norme solo ai titoli di nuova emissione, dotati di apposite clausole contrattuali. Nelle sedi in cui questo è stato sostenuto la pressione per l’adozione di soluzioni drastiche è stata troppo forte». (intervista a la Repubblica del 20 dicembre scorso)

Visco ci dice dunque tre cose: che la soluzione prevista dal bail in contrasta con il quadro giuridico generale (con la Costituzione – all’uopo riscoperta – ha detto Patuelli nell’intervista citata), che i titoli subordinati sono stati venduti senza che le clausole contrattuali fossero sufficientemente chiare, che le pressioni tedesche hanno imposto le soluzioni drastiche che abbiamo già visto.

bail-in a cascata, che Lars Feld osserverà, sorridendo, da Berlino? C’è solo una possibilità che la previsione del consigliere della Merkel non si avveri. Peccato che anch’essa – la bad bank – sia nelle mani della Commissione Europea e dunque della Germania.

Common equity tier 1) è complessivamente discreto, eccetto i noti casi della Banca Popolare di Vicenza e di Banca Veneto. Le attività finanziarie sono invece assai meno note, ma la Germania insiste sull’eccessiva quota di titoli del debito pubblico detenuto dagli istituti italiani, come a dire che il rischio default è tutt’altro che scongiurato. Sull’andamento dell’economia abbonda invece un ingiustificato ottimismo, ma nelle stanze dei bottoni sanno bene che la stagnazione economica (seguita alla profondissima recessione che sappiamo) è destinata a durare. Resta dunque un solo fattore, sul quale bisognerebbe agire con estrema urgenza: i crediti deteriorati (circa 360 miliardi), ed in particolare, all’interno di questi, i 200 miliardi classificati come “sofferenze”.

non performing loans)— è dunque esplosa verso l’alto e non accenna a calare. Una parziale riduzione potrebbe avvenire solo nel caso di una forte ripresa economica, ma se c’è una cosa che possiamo escludere —almeno fino a quando resteremo nella gabbia europea— è proprio questa. Si pone dunque il problema di far fronte a perdite estremamente pesanti. Da qui il maggior rischio per le banche italiane, da qui la discussione sulla bad bank.

bad bank? Alla lettera è una “banca cattiva”, in realtà è una società che acquisisce gli npl di una o più banche, per poi tentare di recuperarli al più alto livello possibile. In questo modo le banche che cedono i crediti ripuliscono i propri bilanci, mentre i gestori della bad bank scommettono su un recupero ben superiore al prezzo pagato per acquisirli dalla banca che li deteneva in precedenza. 

 win win dove tutti vincono? Non esattamente, perché tutto dipende dal prezzo dato al pacchetto di crediti ceduti. Ed è su questo punto che sorgono i problemi nel caso della bad bank pensata dal governo Renzi.

bail-in.

bad bank, sia in quello, che ora sembra più probabile, di tante bad bank quanti sono gli istituti che hanno necessità di disfarsi delle proprie sofferenze. In quest’ultimo caso le singole banche provvederebbero a dotarsi in proprio di una “banca cattiva”, da gestire magari insieme a qualche fondo speculativo interessato a massimizzare i ricavi.

ad abundantiam a casa loro, non intendono permettere all’Italia. Una situazione di stallo, che secondo Federico Fubini (Corriere della Sera, 14 dicembre 2015) potrebbe durare ancora. Leggiamo: «probabilmente non succederà granché: non ci sarà pulizia dei bilanci, né rapida ripresa del credito, e potrebbero tornare crisi localizzate di banche di provincia affossate dalle perdite sui crediti che si svaluteranno sempre di più».

QUI), ma senza un intervento pubblico la prospettiva dei bail-in a cascata è assai più che una semplice ipotesi .

I risparmi degli italiani: obiettivo della rapina della finanza speculativa

5. Che fare? Nazionalizzare il sistema bancario ed uscire dall’euro

Fin qui la fotografia della crisi bancaria, così come ci viene consegnata dalle cronache nazionali ed europee. Ma, al di là dei mille tecnicismi che avvolgono la questione, quali sono le conclusioni di fondo da trarre da quanto detto sin qui?

Il problema non sono dunque soltanto i meccanismi intrinseci ed automatici della moneta unica. Il problema è quello più generale di liberarsi dal dominio politico delle oligarchie euriste che hanno nella Germania il proprio fondamentale centro decisore.

bail-in e mandando a quel paese l’UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate. Questa è la posizione che dovrebbe assumere chiunque abbia a cuore le sorti del popolo lavoratore. Altre non ne vediamo».




BUON ANNO NUOVO ITALIA di Simone Boemio*

[ 30 dicembre ]

Cari Italiani, compatrioti

Sta per iniziare un nuovo anno, il 2016, nel nostro Paese all’insegna della totale assenza di democrazia, giustizia sociale e rispetto per il bene comune.

La democrazia è solo di facciata, mai come ora nella storia degli Stati moderni, votare è stato così inutile; i tre poteri dello Stato democratico progressivamente vengono smantellati o resi inefficaci; il sistema mediatico è totalmente asservito alle logiche dei proprietari che certamente non corrispondono a quelle del Popolo, mentre internet diventa sempre più un non-luogo dove tra l’informarsi e il disinformarsi non corre alcuna differenza; il lavoro stabile e ben retribuito è un miraggio, così come una giusta pensione per tutti; le attività che non hanno ancora chiuso lo stanno per fare per lasciare il campo ai grandi gruppi internazionali; le aziende pubbliche che hanno garantito servizi ai cittadini stanno passando nelle mani delle grandi multinazionali con il conseguente aumento delle tariffe e il taglio dei servizi meno remunerativi – dovremo pagare ogni servizio pur non godendo di un reddito dignitoso, il tutto in un regime fiscale vessatorio; come se non bastasse, le radici storico-culturali che solo noi al mondo possiamo vantare, vengono costantemente attaccate ideologicamente in favore di un meltin pot che ci vuol far dimenticare chi siamo e cosa possiamo se uniti. Il tutto si compie in un’Italia ricca, ma che non conosce più la redistribuzione la quale, applicata nel trentennio del boom post-bellico in ottemperanza ai dettami costituzionali, ha garantito un buon grado di uniformità nella crescita delle condizioni di vita di tutti gli Italiani durante il periodo storico definito “il miracolo italiano”.

In queste condizioni si apre un nuovo anno ancora governato da personaggi mai delegati democraticamente a farlo dove una oligarchia trans-nazionale dirige la politica nazionale rendendo vane, confuse e quasi senza significato le parole “sinistra” e “destra”; in questo quadro i maggiori partiti, che si dichiarano dell’una o dell’altra parte, obbediscono pedissequamente agli ordini pervenuti tramite missive da non rendere pubbliche provenienti dai centri di potere bancario europei, recitando di volta in volta la parte che più conviene.
Tali forze politiche, che ci hanno sin qui condotti, non sono certamente legittimate a trarci da questa situazione – anzi i loro responsabili dovranno affrontare in prima persona le conseguenze del loro tradimento dei valori costituzionali, mentre quelle che in apparenza sembrano contrastarle non possiedono alcuna comune visione della società e pertanto non saranno in grado di restituire agli Italiani un’Italia coesa, democratica e giusta ed infine (in un accenno alla parte politica che rappresento), quelle che potrebbero ricomporre il quadro istituzionale, l’assetto economico e lo stato di democrazia, in conformità ai dettami costituzionali sono ancora ininfluenti e lo resteranno a lungo in assenza di una volontà a collaborare, ma soprattutto in assenza di consapevolezza, da parte della maggioranza dei nostri concittadini, della propria condizione di sudditanza nei confronti di una élite determinata a sottomettere tutti noi.

Le forze globalizzatrici del grande capitale finanziario, predatorie per loro natura, si stanno riprendendo quanto conquistato dai nostri genitori e nonni dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli inizi degli anni ’80 e non si limiteranno a questo, ma andranno oltre fino a renderci tutti “servi della gleba” inconsapevoli di esserlo ed ai nostri figli resterà solo la miseria e la sottomissione e la storia avrà insegnato una volta ancora che da essa l’umanità non apprende nulla.
Tutti i diritti conquistati dalle generazioni precedenti, grazie alla protezione offerta della nostra Carta Costituzionale, stanno scomparendo uno ad uno proprio a causa della esautorazione di ogni istituzione democratica e quindi della Costituzione Repubblicana del ’48 in favore del “volere dei mercati” fermamente tutelato dalle norme che regolano l’Unione Europea; tutte le nostre ricchezze più o meno grandi passeranno di mano secondo la logica darwinian-capitalistica del pesce grande che si mangia il più piccolo.

Come ho prima accennato l’Italia è un paese ricco, molto ricco (prima di rimanere invischiato tra le regole liberiste che lo hanno condotto nella U.E. – patria elettiva del liberismo che mai si farà patria dei suoi cittadini – era un paese leader dell’economia mondiale), e non solo per il suo patrimonio culturale e paesaggistico ora impossibile da preservare a causa di una politica di bilancio delegata a terzi, non solo per la nostra capacità imprenditoriale e la nostra inventiva ora rese inefficaci da regole e burocrazia europee, non solo per la nostra capacità di raggiungere la migliore qualità di vita possibile ora annullata dalle leggi di mercato, ma è soprattutto ricca dei conti correnti e delle case degli Italiani.

Il Popolo Italiano, popolo di lavoratori, dal dopoguerra si è contraddistinto per le sue capacità di risparmio; i frutti del lavoro dei nostri nonni e dei nostri padri, ed in parte anche nostri, comunemente sono finiti in case di proprietà familiare, libretti di conto postali, conti correnti bancari e titoli di Stato, il tutto sotto la tutela della Costituzione del ’48; ora non saprei se possiamo ancora vantare il maggior risparmio al mondo, ma in passato (sicuramente prima di entrare nella Unione Europea) eravamo i primi al mondo sia in termini di risparmio che di proprietà degli alloggi di residenza.
Gran parte (se non tutta) questa ricchezza è destinata a finire in mano delle grandi realtà finanziarie globali.
Dall’andamento dell’economia degli ultimi decenni e considerata la inarrestabile decelerazione degli ultimi anni, dalla piega che sta prendendo la subordinazione dei governi alle cosiddette istituzioni europee oligarchiche e conseguente progressivo arretramento della democrazia, fino all’esempio greco precursore di ciò che avverrà presto in tutta l’Europa del sud, tutto fa dedurre che gli spazi per la sovranità del Popolo Italiano e per la Democrazia previste addirittura dal primo articolo della nostra Carta, andranno sempre più assottigliandosi fino a scomparire determinando la nostra assoluta sottomissione al “volere dei mercati”.

In tutto ciò, nella più completa ignoranza delle vere ragioni di quella che loro sentono come crisi (ma che invece è il sistema), la maggioranza dei cittadini sceglie di stare dalla parte del proprio nemico in aderenza alla propaganda totalitaria dominante, che narra proprio di un presunto impoverimento della popolazione in caso di fuoriuscita dal “sistema liberista europeo”. Non vedono, non vogliono o non possono vedere, che il processo dell’impoverimento di massa è in atto e che pertanto toccherà pure loro – l’esempio offerto dalla faccenda dell’unione bancaria e dei salvataggi con i soldi dei risparmiatori, fa proprio al caso per dimostrare l’assoluta incostituzionalità delle norme europee e con essa la loro perniciosità per la vita stessa dei cittadini.

La più o meno voluta inconsapevolezza da parte dei nostri concittadini circa la propria condizione di sudditi, non gioca certamente a loro favore, ma quando ad una famiglia dove si vive di entrate abbastanza sicure in un alloggio di proprietà si dovesse chiedere di contestare il sistema, cosa ci possiamo aspettare di ottenere come risposta? (il tutto in considerazione della propaganda mediatica tambureggiante condotta ad arte per ingannarli).

E’ amaro doverlo constatare, ma purtroppo fintanto che ci saranno gli stipendi più o meno equi, le stra-meritate pensioni dei nonni, le case di famiglia ed i risparmi (in esaurimento) di vite di lavoro, quelli che li hanno non si presteranno mai al cambiamento, per paura di perdere tutto; ma questa paura sarà la ragione per la quale invece perderanno tutto, proprio tutto, a partire dalla loro dignità.

Ma i nostri concittadini, che nella loro maggioranza scambiano per crisi quello che invece è un sistema (è bene ripeterlo), non si rendono conto che un figlio laureato incapace di trovare un lavoro appropriato e dignitoso rappresenta per loro una voce passiva nel bilancio familiare? Non si rendono conto che il conto in banca perde costantemente valore in un sistema che ad ogni momento attinge tramite la tassazione o prelievi forzosi dalle loro piccole risorse? Non si rendono conto che la casa, magari costruita con i sacrifici di tutta la famiglia, sta perdendo inesorabilmente valore spesso per mancanza di risorse per mantenerla, ma soprattutto perché tassata in quanto “bene rifugio” degli italiani? Non si rendono conto che chiunque vada al governo continua la politica di quello precedente nonostante il perpetuo aggravarsi delle loro condizioni economiche? Non si rendono conto che quelli che una volta venivano ritenuti dei indiscutibili diritti conquistati anche duramente ora sono diventati degli odiosi privilegi da tagliare? Non si rendono conto, che ciò prima veniva garantito loro, ora diviene fatto oggetto di tariffazioni sempre più onerose? E quel che è più grave, non si rendono conto delle reiterate bugie di regime trasmesse a reti unificate puntualmente smentite dai fatti (da quanti anni ci sentiamo ripetere che quello successivo sarà caratterizzato dalla ripresa)?

Molti di loro, per il momento sono troppo occupati a denigrare il nostro malridotto Paese, ferito a morte nella loro totale indifferenza e non si rendono conto e, alle attuali condizioni, non lo faranno mai. Ce la faranno solamente quando, nonostante quanto propagandato dal sistema, avranno perso tutto o, nei migliori tra i casi, quando lo stanno perdendo.
Credo che solo allora la maggioranza degli italiani si solleverà al fianco di noi, sempre rimasti Popolo Italiano nonostante le voci autorazziste predominanti, e si faranno anch’essi Popolo rovesciando il sistema oligarchico costituito.

Non credo che l’anno che verrà sarà quello decisivo, ma spero vivamente che, quanto fino a qui da me previsto, prima o poi venga smentito dai fatti; non per effetto di una manovra tanto diversiva quanto subdola (speriamo mai criminale) posta in essere dalle forze oligarchiche liberiste dominanti, ma a totale e perenne merito di noi Italiani che avremo insieme riconquistato la nostra incedibile sovranità e la nostra sacrosanta democrazia.
Ma se tale augurabile smentita non dovesse palesarsi, allora saranno guai! Guai molto seri, per tutti noi, nessuno escluso. Succederà esattamente ciò che ho appena accennato qui sopra, gradatamente, categoria per categoria, in modo da non provocare la reazione di tutti contemporaneamente, verremo scippati di diritti e averi fino al punto di doverci ribellare per riprendere in mano la nostra vita, se non sarà troppo tardi.

Nella speranza di non dover ripetere quanto contenuto in questo appello esattamente tra un anno, sicuramente in una situazione più grave dell’attuale, il mio impegno per l’anno venturo, assieme a molti amici incontrati negli ultimi anni, sarà quello di formare una coscienza comune fra tutte le componenti della società italiana tenute divise da continue campagne in pieno stile “divide et impera”, con i miei modesti mezzi, con i miei limiti, ma con tutto me stesso, coerentemente, affinché si riapra il dialogo tra tutti gli Italiani e che il dialogo diventi solidarietà e (auto)determinazione.

A tutti il miglior 2016 possibile


* Simone Boemio, membro del Consiglio nazionale di Ora-Costituente
**  Fonte: Articolo Uno



RAMADI: “LA RITIRATA DELL’ISIS NON E’ UNA VITTORIA DELLA COALIZIONE A GUIDA AMERICANA” di Maurizio Molinari

[ 29 dicembre ]

Un articolo di Maurizio Molinari (La Stampa) sulla battaglia nel capoluogo della provincia di Al Anbar

[Nella foto i cittadini di Ramadi in fuga]


«A causa della perdita di Ramadi lo Stato Islamico (Isis) termina l’anno in condizioni peggiori rispetto a come lo aveva iniziato ma la sua sconfitta appare ancora lontana perché il Califfo combatte con la tattica delle tribù del deserto: ritirarsi e limitare i danni per preparare la rivincita.

La conquista di Ramadi, in maggio, aveva consentito ad Abu Bakr al-Baghdadi di insediarsi a 100 km da Baghdad, vantando il controllo della regione sunnita dell’Anbar e portando una minaccia diretta al governo di Haider al-Abadi che ora ottiene un riscatto, militare e politico, dimostrando di disporre di contingenti di terra capaci di riconquistare le regioni perdute.

Se al-Abadi promette che «nel 2016 Isis sarà espulsa dall’Iraq» è perché punta a ripetere a Fallujah e Mosul lo stesso tipo di offensiva di terra – sostenuta dai raid della coalizione occidentale – che ha avuto successo a Ramadi. Ma proprio da Ramadi il consigliere comunale Ibrahim al-Osej, volto di spicco della comunità sunnita, suggerisce cautela al premier: «I combattenti di Isis rimasti in città sono meno di un battaglione» ovvero neanche 400 unità rispetto alle migliaia che c’erano nelle scorse settimane.

Ciò significa che il complesso governativo di Hoz è caduto perché il Califfo, davanti alla schiacciante superiorità irachena, ha ritirato gran parte dei suoi effettivi, lasciando a difesa un manipolo di jihadisti votati al suicidio. E i rimanenti combattenti di Isis si trovano ora nei quartieri della periferia, mischiati alla popolazione civile. La maggioranza dei jihadisti si è dissolta nel nulla oppure, come racconta Saad al-Dulaimi profugo con tutta la sua famiglia, «si sono ritirati facendosi scudo con i civili».

Ciò significa che a Ramadi Isis ha ripetuto la tattica adottata in precedenza a Tikrit, in Iraq, ed in altre località minori in Siria, come Kobane: quando la battaglia volge al peggio i jihadisti abbandonano il centro urbano, si dileguano nelle aree periferiche e da lì nei villaggi e quindi nel deserto, confondendosi con la popolazione e con i profughi al fine di tornare a raggrupparsi altrove, per ricominciare a combattere. Puntando a riconquistare le stesse aree perdute.

E’ una tattica che viene dalle tribù del deserto per le quali ciò che più conta non è il possesso di città o territori ma il controllo di risorse, prima fra tutte quelle degli uomini armati, addestrati, fedeli. Salvare i propri mujaheddin significa consentire al Califfato di poter continuare a battersi, dunque a sopravvivere: in Siria e Iraq se necessario oppure altrove in Libia, nel Sinai, in Giordania o in Libano. Al-Baghdadi crede nella «guerra permamente» per estendere la propria egemonia sull’Islam e la persegue continuando a battersi ovunque possibile.

Ecco perché il dato da tener presente nella battaglia di Ramadi è l’esiguo numero di jihadisti trovati morti nel complesso di Hoz oppure catturati dai governativi. E’ come se lo Stato Islamico si fosse dissolto nel nulla, lasciandosi dietro solo un pugno di kamikaze che si sono battuti con ogni trucco ed arma fino all’incontro con il «martirio». Tantopiù che a 60 km di distanza c’è Fallujah, ancora in mano al Califfato, dove si annuncia la prossima prova di forza fra governativi e jihadisti che si battono con obiettivi opposti: i primi vogliono riconquistare il territorio perduto, i secondi salvare armi ed effettivi per preparare il riscatto militare.

Ciò spiega anche la capacità del Califfato di sopravvivere in Siria all’offensiva concentrica delle coalizioni guidate da Stati Uniti e Russia: i comandanti militari di al-Baghdadi, quasi tutti veterani di Saddam Hussein, preferiscono controllare le vie di comunicazione rispetto ai centri urbani perché consentono di operare, incassare profitti e dominare il deserto con minore impegno di forze. Ciò significa che le incombenti offensive della coalizione anti-Isis contro Mosul e Raqqa devono prendere in considerazione anche lo scenario che il Califfo decida di abbandonarle, per trasferirsi altrove».

Fonte: La Stampa




CONSULTAZIONE PRC: chi va con lo zoppo impara a zoppicare di Ugo Boghetta

E parliamo di partecipanti ad una votazione. Come ben sappiamo per arrivare al numero degli attivisti dobbiamo ridurre ancora. La domanda che sorge è: a che servono circoli come questi? Sono circoli o gruppetti di amici? Fanno politica? Che discussione possono fare? Viene il dirigente di turno e si vota sulla fiducia. Succede nel CPN! Così non si fa politica. In questo quadro è comprensibile la fuga in una sinistra qualsiasi. L’unità è
un’aspirazione generica: meglio essere in più. Spesso si confondono le situazioni descritte con i problemi nazionali. La questione è una sola: elezioni. Con buona pace del documento congressuale che afferma il contrario. Il risultato è, dunque, anche specchio dallo stato del partito.
”. Ferrero e Civati firmano un documento sulle amministrative. È l’unico nostro alleato ma che non vuole unirsi!? Vendola afferma: facciamo come Podemos dopo aver già detto facciamo come Syriza e non so che altro.
piano A e non avendo elaborato nemmeno un piano B, si trovi in difficoltà. Ma sbagliare è normale. Allontaniamoci in fretta prima che andando con gli zoppi finiamo anche noi per zoppicare. Le alternative ci sono. Difficili anche queste.
Ma ci sono. Resettiamo tutto. Cerchiamole insieme».


* ECCO IL TESTO DEL QUESITO:


“Il nostro obiettivo è mettere al centro, in continuità e in attuazione della linea politica stabilita al congresso di Perugia, la strada del rafforzamento e del rilancio del Partito della Rifondazione Comunista e della costruzione attraverso un processo unitario, partecipato e democratico, del nuovo soggetto della sinistra in Italia. Questo processo che vedrà una prima tappa positiva nella convocazione dell’assemblea del 15/17 gennaio 2016 convocata sulla base del documento “Noi ci siamo, lanciamo la sfida” deve essere finalizzato a costruire un soggetto unitario e plurale della sinistra antiliberista, chiaramente alternativo al Pd e collocato in Europa nell’ambito del GUE e della Sinistra Europea”



25 anni di guerra bastano. Appello per la manifestazione del 16 gennaio

[ 29 dicembre ]
«A tutte e tutti coloro che rifiutano la guerra, gli interventi militari e il commercio delle armi
Il 16 gennaio 2016 saranno esattamente 25 anni dai primi bombardamenti USA nella prima guerra d’Iraq, con i quali si è dato avvio a quella terza guerra mondiale a pezzi di cui ha parlato Papa Francesco. Questa guerra giustificata per esportare la democrazia e combattere il terrorismo è invece cresciuta su se stessa trascinando tutto il mondo in un piano inclinato che non pare avere fine.
La guerra non è la risposta al terrorismo, che invece alimenta, ma viene generata da sporchi interessi per sporchi affari, dallo scontro sulle fonti energetiche, dai conflitti di potenza, dalla vendita delle armi.
Tutto questo mentre dilagano e si accrescono ingiustizia sociale, miseria, fame, emarginazione e oppressione, neocolonialismo, che fanatismo e terrorismo usano per i loro progetti reazionari. 
L’Isis è una creatura dell’Occidente e degli attuali regimi turco e saudita forse sfuggita di mano ai creatori, e dietro la guerra al Califfato  dilaga lo scontro tra sunniti e sciiti in tutto il Medio Oriente, scontro che se non fermato può davvero portare ad un conflitto di proporzioni devastanti.
Intanto restano irrisolte, anzi si aggravano le due principali ingiustizie del Medio Oriente, la negazione del diritto al popolo palestinese di avere un suo libero stato e l’oppressione e divisione analoga verso il popolo curdo. 
Roma, 13 dicembre 2003: manifestazione antimperialista
Dopo 25 anni di disastri della guerra sarebbe ragionevole dire basta, invece dopo le stragi terroriste di Parigi si vuole portare l’Europa ad una furia bellicista che porterà solo nuovi danni e nuovi lutti.
C’è un legame oramai evidente  tra la grande crisi economica e la guerra. Per questo la guerra ha molte facce e molti fronti, inclusi quelli che stanno portando allo stato d’emergenza e alla restrizione della democrazia in molti paesi.
Spesso la risposta bellica agli attentati ha fini elettorali interni ai paesi. Così si adottano misure autoritarie e liberticide che colpiscono al cuore le democrazie europee, già piegate da anni di politiche di austerità e di controriforme autoritarie. Lo stato di emergenza in Francia non colpisce il terrorismo ma i diritti civili e sociali, e prefigura gli orrori di una Guantanamo europea .
L’Unione Europea che impone politiche di massacro sociale nel nome della riduzione del debito, ora autorizza a superare i vincoli del rigore per le spese di guerra. Un ospedale non si può costruire in deficit, ma un carro armato sì. E, mentre i migranti sono vittime delle “nostre guerre”,  la politica di guerra li usa per alimentare lo spirito securitario e xenofobo che colpisce migranti quanto ogni forma di dissenso. 
In Italia da tempo i governi violano l’articolo 11 della Costituzione e il nostro paese è  sempre più coinvolto nella guerra, con la vendita di armi alle monarchie reazionarie del Golfo, con le truppe in Afghanistan, con l’invio di 450 militari italiani in Iraq a difesa di interessi privati, con l’annuncio dell’invio di migliaia di soldati in Libia. 
Bisogna dire basta alla guerra e alle politiche di guerra, che stanno trascinando il mondo sul piano inclinato che porta al disastro finale. 
BISOGNA FINALMENTE RISPETTARE L’ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE,  L’ITALIA  RIPUDI LA GUERRA E LE POLITICHE NEOCOLONIALI.
ESSERE NEUTRALI NELLA GUERRA E CONTRO LA GUERRA È IL SOLO MODO DI AGIRE PER FAR FINIRE LA GUERRA 
VOGLIAMO:
-Il ritiro immediato delle truppe e l’annullamento di tutte le missioni militari italiane in scenari di guerra. La cancellazione dell’acquisto degli F35 il taglio delle spese militari la fine dello sporco commercio delle armi.
-La fine degli interventi militari,  dei bombardamenti, dell’ingerenza esterna e dell’ipocrita esportazione della democrazia. Invece della concorrenza tra i bombardieri è necessario un confronto politico che porti ad un accordo  tra tutti gli stati coinvolti nella guerra in Medio Oriente, Solo così si isola è sconfigge il terrorismo Isis.
-La fine della NATO che non ha più alcuna giustificazione se non in una logica perversa di guerra mondiale e in ogni caso l’uscita da essa dell’Italia.
-La fine della politica coloniale d’Israele , la restituzione dei territori occupati a un stato libero di Palestina. L’autodeterminazione per il popolo curdo.
-Accoglienza e dignità per i rifugiati e i migranti.
IL 16 GENNAIO 2016 MANIFESTIAMO CONTRO LA GUERRA E LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLA GUERRA PER I DIRITTI DEI POPOLI E PER LA DEMOCRAZIA
25 ANNI DI GUERRA SONO DAVVERO TROPPI ORA BASTA!»
PIATTAFORMA SOCIALE EUROSTOP
Per adesioni individuali scrivere a



RAMADI RESISTE ANCORA di Campo Antimperialista

[ 28 dicembre ]

«La conquista del centro governativo di Ramadi è un significativo successo, risultato di diversi mesi di duro lavoro».

Esultano, assieme al governo filo-iraniano di Baghdad, tutte le centrali imperialiste dell’Occidente. Se ne ha una prova aprendo le pagine dell’edizione odierna di tutti i quotidiani, nessuno escluso. Stessa musica sulle TV. Canta vittoria addirittura il babbeo, alias Ministro degli esteri italiano.

In verità l’offensiva delle forze speciali irachene (pare sostenute da mercenari di tribù sunnite assoldate dal governo), dopo scontri durissimi ed a fronte di una resistenza accanita (4-500 miliziani del Califfato hanno tenuto testa per due settimane a più di 10mila soldati nemici), si è fermata sulle rive dell’Eufrate, che taglia in due la città. La parte nord-orientale è infatti ancora saldamente in mano alle milizie del califfato.

Una mezza vittoria, dunque, per quanto importante, ottenuta grazie al contributo decisivo della supervisione e dell’aviazione americana (e quelle degli altri paesi occidentali che aderiscono alla coalizione anti-Stato Islamico: Gran Bretagna, Francia, Australia, Canada, Giordania) che ha martellato con devastanti bombardamenti le postazioni delle milizie dello Stato Islamico, aprendo così i varchi alla fanteria corazzata irachena per penetrare nel centro storico della città e proteggendola dunque dall’alto. 


Baghdad 22 luglio 2015: il Segretario alla Difesa Ashton Carter
coi comandi militari iracheni discute il piano di attacco su Ramad
i
La conquista di Ramadi da parte dello Stato Islamico aveva seminato il panico tra le sgangherate fila dell’esercito iracheno. Il “pericolo” era che dopo Ramadi sarebbe toccato a Baghdad. Ciò che spinse la Casa Bianca ad abbandonare la linea ponziopilatesca del “lasciamoli scannare tra loro”, per passare a quella dell’intervento diretto contro il Califfato.

Detto fatto. In luglio Obama spediva a Baghdad il Segretario alla Difesa Ashton Carter [vedi foto accanto] per pianificare, fin nei minimi dettagli, assieme ai generali iracheni, la controffensiva su Ramadi. Pochi giorni dopo il portavoce del Pentagono spiegherà le ragioni per cui la riconquista di Ramadi, esattamente come chiedevano i generali iracheni, aveva la priorità su quella di Mosul.

Che l’ausilio militare americano sia stato determinante, lo negano solo certi complottisti islamofobi che sarebbero disposti a negare anche che la Terra è tonda pur di confermare la loro idea paranoide che lo Stato islamico sarebbe una “invenzione della Cia”.

[Renzo Guolo. Il triangolo sunnita e la via verso Mosul, La Repubblica del 28 dicembre 2015]

Ramadi: miliziani sciiti anti-Is

Guido Olimpio, gola profonda dell’intelligence, parla addirittura della presenza sul terreno, “… a fianco dei locali delle Special forces” a stelle e striscie.

Quanti civili, bambini donne e vecchi sono periti in questa offensiva? Quanti cittadini sono sfollati verso il deserto? Mai lo sapremo. Sono tutti figli di un Dio minore, anzi del demonio, colpevoli di aver accettato, nel maggio scorso, i miliziani dell’IS come liberatori. Colpevoli di aver raccolto la bandiera della Resistenza irachena contro l’aggressione americana del 2003.

  



Più precari, più sfruttati: benvenuti tra i lavoratori del Quinto Stato di Carlo Formenti

[ 28 dicembre ]

Sharing Economy – independent contractor – freelancing – Gig Economy – startup: più precari, più sfruttati, benvenuti tra i lavoratori del Quinto Stato

Il lavoro del futuro? 
Saremo tutti freelance, indipendent contractor o, per dirla con gli entusiasti italiani del lavoro “autonomo”, membri del Quinto Stato? Questa la tesi della Freelancers Union (FU) americana che, citando i risultati di uno studio condotto dalla stessa FU in collaborazione con la società Upwork —un’agenzia privata di collocamento che mette in contatto i freelance con i potenziali committenti (la parola padroni è politically incorrect)—, sostiene che negli Stati Uniti i freelance sarebbero ben 54 milioni (cioè un terzo abbondante della forza lavoro) e così commenta il dato:

«Stiamo entrando in una nuova era in cui il lavoro sarà a progetto, indipendente, appassionante, potenzialmente rischioso ma ricco di opportunità».

È una sinfonia che negli Stati Uniti risuona sempre più spesso, fra gli squilli di tromba di Uber, il marchio principe della Sharing Economy (ma c’è chi preferisce definirla Gig Economy), e dei giovani startupper del settore, come Marco Zappacosta, “l’italiano da un miliardo di dollari” felicemente sbarcato a Silicon Valley, convocato sempre più spesso da deputati e senatori che chiedono di essere illuminati sul futuro del lavoro.

Peccato che quel dato sia una clamorosa bufala, come spiega la giornalista dell’Huffington Post che dedica un articolo all’argomento. Un altro studio pubblicato dal sinistrorso Economic Policy Institute sostiene infatti che attualmente i freelance sono in realtà poco più di 18 milioni, in calo di oltre un milione e mezzo dall’anno scorso. Si tratta di una cifra comunque notevole ma che non consente di sostenere, scrivono quelli dell’EPI, che “in un vicino futuro una quota crescente di persone avrà la fonte principale di reddito nelle attività di freelancing o nella Gig Economy”.


Come è possibile arrivare a risultati statistici tanto diversi? Semplice, spiega l’autrice dell’articolo: quelli della FU hanno inserito nella categoria dei freelance anche tutti coloro che svolgono solo saltuariamente lavori da indipendent contractor, per rimpinguare il magro stipendio che ricevono come lavoratori dipendenti (tipico il caso degli insegnanti che fanno i taxisti per Uber nel tempo libero). Con questo criterio, ironizza l’autrice del pezzo, io stessa che pure ho un regolare lavoro full time ma scrivo ogni tanto un pezzo per questo giornale, potrei essere definita una freelance.

Il punto non sta però nella guerra delle cifre. 
Battere la grancassa sulla Sharing Economy e sul freelancing serve soprattutto: a legittimare le nuove forme di sfruttamento messe in atto dal capitalismo delle startup; a rendere ancora più “normali” i rapporti di lavoro precari; a ricattare quelli che hanno un lavoro dipendente di tipo classico (i soldi non ti bastano? Datti da fare nel “tempo libero”); a sancire la fine di ogni contrattazione sulla durata del tempo di lavoro (vedi le recenti dichiarazioni del ministro del lavoro Poletti sull’anacronismo di simili pretese sindacali); a diffondere l’ideologia secondo cui essere imprenditori di sé stessi è cosa giusta e bella (in questo modo, scrivono, Dardot e Laval, l’egemonia liberista costruisce il suo progetto di “uomo nuovo”). 

Forse quelli che celebrano le magnifiche sorti e progressive del lavoro autonomo “da sinistra” dovrebbero cominciare a nutrire qualche dubbio.

* Fonte: Micromega




SPAGNA: IL BIPARTITISMO ARRETRA MA RESISTE, L’ALTERNATIVA PERÒ AVANZA di Manolo Monereo

[ 27 dicembre ]


«La politica consiste in una dura e prolungata
penetrazione per mezzo di una tenace resistenza, e questo richiede, allo stesso tempo, passione e temperanza.
E’ certamente vero, e la storia lo dimostra,
che in questo mondo non sarà mai raggiunto il possibile
Max Weber
Nel mezzo, c’è Podemos.
Nella sostanza il bipartitismo, inteso come un modo di organizzare il potere affinché continuino a comandare coloro che non si presentano alle elezioni, la cosiddetta “governabilità”, che altro non è se non la perpetuazione della monarchia. Il sistema elettorale favorisce e organizza il bipartitismo e quando, per vari motivi (queste elezioni lo dimostrano) si producono cambiamenti nel sistema dei partiti, la tendenza è quella di sfoderare il discorso sull’ingovernabilità, ciò che favorisce il ritorno al bipartitismo, ovvero il dominio dei partiti dinastici.
Malgrado il treno sia ripassato, lo si lasciò andare. Con gli accordi raggiunti in Catalogna, Galizia e quasi conclusi in Valencia, hanno alla fine prevalso la tradizionale inerzia del Sud, il richiamo all’identità, la presunzione di autosufficienza. La percezione è stata, ancora una volta, sbagliata. Si è pensato che Podemos era un progetto in declino elettorale e che IU sarebbe stata in grado di ottenere gruppo parlamentare nello Stato. Quello che è accaduto è già noto. In qualche modo, si è ripetuta la strategia del 1982, dimenticando che Podemos non è il PSOE e che è nato contro esso, e che IU non è, neanche lontanamente, il PCE del 1982.


* Fonte: Cuarto poder
** Traduzione a cura della redazione



IL CALIFFATO, LA TURCHIA DI ERDOGAN ED IL GRANDE KURDISTAN di Martin Sebastiano*

[ 26 dicembre ]


Nella duplice bipolarità – mitologica “procurda” e complottista pura – che sembra caratterizzare la gran parte delle analisi occidentali sui fatti del Vicino Oriente il presidente turco Erdogan è ormai divenuto il nemico pubblico, subito dopo il Califfato nero di Raqqa, di cui sarebbe un fiancheggiatore strategico. In realtà, la questione è molto più complessa di quanto il mainstream consolidato vorrebbe far passare. 

Il lettore ci segua in questo quadro di pensiero in movimento che tentiamo di fornire. Dalla nostra posizione, il complottismo, come il parteggiare con tutto il cuore appassionato per il Kurdistan, per la Russia, per l’Islam e così di seguito, tutto questo è inessenziale, se non si comprende la sostanza dinamica delle forze.

Immaginiamo dunque una Quadratura come movimento del mondo; quadratura ovvero l’insieme dinamico dei Quattro. Terra, Cielo, mortale, immortale. Non sempre, anzi raramente domina l’equilibrio. L’equilibrio si ha nel momento di intervallo tra le forze. Per quanto paia assurdo, la guerra è questo; infatti evangelicamente, chi non ha la guerra dentro di sé deve sperimentarla fuori di sé. 

L’equilibrio della Quadratura è lo squadrare – die Verung; lo squadrare non è una sintesi addizionale, astratta, statica e metafisica. E’ invece un gioco fluente di specchi, danza circolare di puri essenti che non rispondono a logiche predeterminate ma che vorrebbero guerreggiare, mondeggiare per fare dello specchio un’essenza semplice nell’Essere. Ma non vi riescono quasi mai: troppo grande è la loro paura di smarrirsi. 

Occorre dunque rilasciare le cose all’ignoto, all’incompreso, senza giudicare troppo. Osservare. Le potenze, le forze finanziarie sono gli specchi. Il soldato puro è il solo mortale. Il soldato ha superato il sé. Ha vinto la paura di perdersi. Solo i mortali possono morire, dice Holderlin. E il soldato è colui che può morire. Gli altri periscono non muoiono. Le potenze spariranno. Il gioco degli specchi le risucchierà nel fondo abissale. Il soldato no, poiché la morte, quale fortezza del nulla, custodisce in sé l’essenziale dell’originario, come insegna la Gita.

Dunque la Squadratura: non è il complotto; quest’ultimo, quand’anche esista, ammesso e non concesso, è un riflesso del mero specchiarsi. Non è nemmeno la strategia politico-economica; questa è lo specchio specchiato nel suo divenire ondeggiante. E’ l’essere del soldato come puro spirito mondo: la Squadratura. E’ il mondo nella sua nudità. Lo scacco del soldato alla metafisica è non puntare alla vittoria: agire invece verso la mortalità del mortale, che è l’immortalità. Egli è l’unico che gioca marciando verso la frantumazione del gioco di specchi. E’ da tener presente tutto ciò. Non è un esempio letterario, ma una realtà. Lo spirito del soldato, non il semplice soldato, è il fuoco eracliteo. 

Fatta tale necessaria premessa, tornando alla presunta complicità tra Erdogan e Califfato, nel numero della rivista dell’IS Dabiq uscito dopo la decisione della Turchia di entrare in azione a fianco della Coalizione internazionale “anti-IS” a guida occidentale, vi si poteva leggere una chiara condanna di apostasia contro il governo turco e in un video si invitavano i fedeli a «conquistare Istanbul», seppur in modo non violento, senza spargimento di sangue. Allo stesso tempo, il regime turco poneva l’Is alla medesima stregua del Pkk curdo e del Dhkp-c, movimenti considerati terroristi non solo dal regime ma da gran parte della popolazione turca, compresi i milioni di curdi cittadini turchi sostenitori dell’AKP. 

Riguardo la questione curda, occorre innanzitutto sgombrare il campo da interessati equivoci. Come da più di un anno avvertono lucidamente riviste turche è scorretto e disonesto parlare di una guerra tra curdi ed Isis. All’interno di Is militano infatti centinaia e centinaia di combattenti curdi che combattono per l’espansione del Califfato anche, molto spesso, contro altri curdi. In realtà la guerra in corso riguarderebbe talune specifiche milizie curde e l’Isis. Quali milizie curde? Quelle che secondo il megafono propagandistico di Ankara sarebbero tradizionalmente sostenute da Israele, Usa e più di recente dalla Russia con il chiaro fine di assolutamente debellare dalla zona mediorientale la mala pianta dell’Islam nero di Abu Bakr Al Baghdadi. 

Ciò è percepito da Ankara come un vero e proprio shock, non perché Erdogan simpatizzi occultamente per il Califfato, come vorrebbe farci credere certa stampa occidentale o russa, ma perché significherebbe la legittimazione politica di un Kurdistan in potenza e dunque la certa destabilizzazione della Turchia.[1]

Ma quanto vi è di propaganda antisionista mascherata da curdofobia e quanto di vero in ciò che Ankara denuncia? Vediamolo. Il doppio shock di Erdogan è rappresentato in primo luogo dalla temporanea “riconquista” da parte della popolazione curda della Rojava di Kobane, ad opera del movimento delle Yekîneyên Parastina Gel (Ypg) – Unità di protezione popolare –; movimento affiliato, come sappiamo, al PKK, impegnato contro l’Is e supportato nell’intero periodo del duro assedio da continui raid americani contro i militanti dello Stato islamico. In seconda battuta, dalla successiva avanzata del movimento delle YPG, di nuovo costantemente supportato dai raid della coalizione occidentale-araba anti-Is,  sino al controllo delle città di confine di Tall Abyad, con la conseguente unificazione dei due cantoni del Rojava di Cezire e Kobani.

In questo contesto è avvenuta la decisione di Erdogan di riaprire l’ostilità con i “terroristi” curdi. E’ questa la linea rossa su cui Ankara non può essere morbida o non può transigere, non per affinità ideologica con il Califfato, come vuole far credere la propaganda occidentale e russa, ma evidentemente per la sopravvivenza stessa della Turchia. Nonostante le pressioni e le velate minacce di Erdogan, tanto gli americani quanto i russi hanno continuato negli ultimi mesi a sostenere logisticamente e militarmente una vasta componente curdo siriana di cui le Ypg costituiscono la punta di lancia. 

Anche all’Iran, come è nella logica delle cose, non è parso vero poter mettere le mani sul movimento curdo siriano. Recentemente, vari organi di informazione [2] hanno messo in luce un coordinamento strategico tra le Ypg, l’Unione patriottica del Kurdistan di Talabani e il generale iraniano Qasem Soleimani. Quest’ultimo e Talabani del resto sono in contatto dai primissimi anni ’80, dai tempi cioè della guerra Iran Iraq. Durante l’invasione americana dell’Iraq (2003), nel Kurdistan iracheno controllato dall’Upk di Talabani operava la brigata Badr, ala militare di circa 15 mila combattenti, controllata dall’esponente sciita iracheno ayatollah Muhammad Baqr al Hakim (nato nel 1939 a Najaf), del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (noto con l’acronimo inglese Sciri).

«Gli Stati Uniti si sono largamente basati sul contributo militare dei peshmerga. Un funzionario curdo  rimarca con orgoglio: “Noi siamo il secondo gruppo della coalizione per numero di combattenti”. Pdk-Iraq e Upk avrebbero fornito complessivamente circa 80 mila peshmerga a supporto delle 3-4 mila forze speciali…statunitensi, di cui circa 2 mila assegnate al controllo di Kirkuk, dei pozzi petroliferi e della base aerea militare[3]

Pdk e Upk svolgevano e svolgono un ruolo di mediazione intrairachena per l’Iran; ruolo certamente antitetico a quello del Pjak di Abdul Rahman Armadi, la cui guerra anti-persiana è costata a Tehran la vita di importanti generali. E l’Iran dovrebbe dunque essere più cauta nel maneggiare così, con tale leggerezza, la “bomba curda”. Come ormai noto, l’ayatollah sciita iracheno al Hakim era allora l’elemento “moderato”, di mediazione, tra l’imperialismo americano ed il neo-colonialismo safavide persiano, finalizzato alla spartizione dell’Iraq che fu baathista e sovrano. 

Non a caso, quando Muqtada al Sadr, con il suo Esercito del Mahdi, dava avvio a una potenzialmente esplosiva guerriglia interna antiamericana, Tehran, mediante al Hakim, seppe richiamarlo all’ordine. Non deve così meravigliarci il fatto che oggi troviamo nel vertice militare Is l’intero reparto baathista saddamista. In questo gioco di potenze – la Danza degli Specchi, appunto, che non quadra se il soldato frantuma la mediazione astrattamente equidistante –  i curdi iracheni giocarono il loro ruolo nel quadro della coalizione tattica americano-iraniana. Ma gli specchi si son frantumati, poiché l’elemento sunnita baathista dell’Iraq ha preferito la guerra senza speranza al dominio colonialista sciita iraniano, sostenuto da Occidente e Russia. Ciò ha significato, del resto, la totale dissoluzione dell’astorico accordo Sykes Picot, che —grazie alla rinascita di forza del neobaathismo saddamista il quale non si può affatto appiattire strategicamente sulle posizioni del Califfato o di altri movimenti islamisti— [4]  è finalmente scomparso come neve al sole. 

Allo stesso modo, pare si stia comportando oggi nel Rojava la componente curdo-siriana. Probabilmente, sviluppandosi così gli eventi, tastato il gran timore dei vertici politici e militari di Ankara, la posta in gioco promessa dalle grandi e medie potenze all’Ypg  sul piano della guerra globale ad Is, ed indirettamente alla Turchia,  potrebbe proprio essere la benedizione della comunità internazionale di un Grande Kurdistan, che frantumerebbe la Turchia. 

Poniamo tutta questa diveniente danza di specchi riflessi  in senso logico e dubitativo, senza dare nulla per scontato. Ma ci sembra quanto di più meno lontano dagli eventi possa esservi. 

Passando ad Israele, questo ha nel Kurdistan iracheno un punto fisso di convergenza strategica. Qui l’entità sionista ha modo di rifornire non solo il Pkk ma anche il Pyd curdo-siriano. Il leader del Pyd, Saleh Muslim, di recente dal Kurdistan iracheno ha appoggiato i raid russi in Siria e nel Kurdistan iracheno è solito incontrare ministri esteri delle varie nazioni. E’ comunque da anni che la stampa di Ankara vicina ad Erdogan accusa Israele di sostenere in ogni modo il Pkk; almeno dai giorni dell’attacco israeliano alla nave Mavi Marmara, conosciuta come Freedom Flottila per Gaza (maggio 2010). 

Probabilmente Erdogan rimane, dopo la morte del presidente Saddam Hussein, lo statista più sensibile alla causa palestinese. Ben più, probabilmente, del Califfo di Raqqa che non pone affatto come strategica la lotta per la libertà del popolo di Palestina. Spessissimo i vertici, sia interni che esteri, di Hamas si riuniscono ad Ankara e vengono ricevuti in pompa magna da Erdogan. L’ultimo incontro è avvenuto appena cinque giorni fa;[5] i primi a complimentarsi con il recente successo elettorale del presidente Erdogan son stati proprio i vertici di Hamas: ciò non può certamente far felici gli israeliani. Lo stesso Abu Shakra ha più volte visto in Erdogan l’unico riferimento della lotta di liberazione palestinese. [6]

L’Hdp, il partito filocurdo di Selahattin Demirtas, già sostenuto dalle varie fondazioni Soros, [7] ha di recente  messo in programma un viaggio a Mosca, per sostenere Putin nella sua crociata. [8] Del resto, per quanto la scena mediorientale rimanga centrale, questa finisce per estendere i suoi pericolosi tentacoli anche in Ucraina. Da settembre ad oggi, almeno 14 volontari “separatisti” del Donbass sono caduti nella lotta contro l’Is; son stati schierati da Mosca, che non vuol rischiare truppe russe sul terreno, a fianco delle YPG; mentre in vari casi, neofascisti ucraini si son detti disposti anche a marciare a fianco di Ankara pur di combattere l’“imperialismo russo”. Ad esempio, lo scorso 5 dicembre Biletsky, leader di Azov ha dichiarato normale che “la Turchia cerchi sostegno e contatti con i patrioti ucraini e quelli della Cecenia” e che “Azov è pronto a svolgere la funzione organizzativa in Siria  di unità combattente contro russi e iraniani”. 

Il quadro è dunque molto complesso e quantomeno ingarbugliato: risolvere illusoriamente il tutto con la visione “mitologica” dei curdi guerrieri senza macchia può mettere a posto la fangosa coscienza di un Occidente patologico e nichilista, ma sicuramente ci allontana ancora di più dalla analisi fredda e rigorosa e da quella verace comprensione, che ci son richieste.

Occorre dunque fare attenzione. La Danza circolare è talvolta trascesa dal Gioco. La squadratura allora irrompe. L’unità dei Quattro è imposta con altri metodi rispetto a quelli, inessenziali ed entici, a cui ci si è ormai assuefatti. L’oscuro trasmuta nel Chiaro. 

Note

1     D. Santoro, Per Erdogan, malgrado tutto, l’Is resta il male minore in LIMES, 11/2015 La strategia della paura.
2     http://mebriefing.com/?p=1825
3     M. Galletti, Storia dei curdi, Roma 2004, pag. 279. 
4  http://archiviostorico.corriere.it/2015/novembre/20/radici_dell_odio_nel_dopo_co_0_20151120_ac706eb2-8f50-11e5-81bb-1a209d1f41b1.shtml
5     http://www.vosizneias.com/224361/2015/12/20/istanbul-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul/; 
http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Dec-19/328194-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul.ashx.
6     http://www.lastampa.it/2015/12/23/esteri/noi-arabiisraeliani-in-prima-linea-per-i-luoghi-sacri-di-gerusalemme-SdHtchrnmYdXaOFc3U19GI/pagina.html
7     http://www.noreporter.org/index.php?option=com_content&view=article&id=23445:le-narcomilizie-di-soros&catid=6:conflitti&Itemid=16
8     http://www.todayszaman.com/diplomacy_hdps-demirtas-to-meet-russian-fm-lavrov-in-moscow_407485.html