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VAROUFAKIS (DELLA MANCIA) e L’OPERAZIONE DIEM2025

[ 30 gennaio ]


L’altro giorno abbiamo pubblicato un resoconto del Summit del cosiddetto “Piano B” svoltosi a Parigi. Alcuni lettori ci han chiesto: “Ma che, Varoufakis non c’era?”. No, non c’era. E non c’era perché Varoufakis sta giocando una sua propria partita politica, sta dando vita al DieM2025 ovvero il “Movimento Democrazia in Europa 2025” . E non c’era perché Varoufakis non è affatto per un quale che sia “Piano B” di uscita dall’euro. Lui ha il suo “Piano A”; quella della riforma dei Trattati e dell’Unione europea —più o meno la stessa posizione che ha difeso Stefano Fassina a Parigi, il quale in effetti ha preso le  distanze da Lafontaine essendo in grande sintonia con Varoufakis.
Cosa pensa davvero Varoufakis egli lo esprime bene in una intervista, fresca fresca di stampa, di cui qui sotto pubblichiamo gli stralci più significativi. Se dal punto di vista strettamente economico dice delle castronerie (ad esempio che un paese che voglia tornare alla propria valuta avrebbe bisogno di almeno un anno per farlo !!; o che la svalutazione per paesi come l’Italia sarebbe enorme e socialmente devastante); dal punto di vista politico siamo alla nota narrazione dei sinistrati per cui gli stati nazionali sarebbero de facto defunti, e che l’unico spazio politico possibile è quello dell’Unione. 
Che poi si contraddica nelle conclusioni in modo clamoroso… lo lasciamo verificare ai nostri lettori.

* * * 


Perché DIEM2025?


R. Questa, naturalmente, è una battaglia in corso che ho con i compagni in Grecia. Sono cresciuto in una Grecia piuttosto isolata, un paese capitalista periferico, con la nostra moneta, la dracma, e un’economia con quote e tariffe che impedivano la libera circolazione delle merci e dei capitali. E vi posso assicurare che era una Grecia piuttosto tetra, certamente non un paradiso socialista. Così l’idea che dovremmo tornare allo stato-nazione, al fine di creare una società migliore, è per me particolarmente stupida e poco plausibile.

Ora, vorrei che non avessimo creato l’euro, vorrei che avessimo mantenuto le nostre monete nazionali. È vero che l’euro è stato un disastro. Ha creato un’unione monetaria che è stata progettata per fallire e che ha garantito privazioni indicibili per i popoli d’Europa. Ma, detto questo, c’è una differenza nel dire che non avremmo dovuto creare l’euro e sostenere ora che dovremmo uscirne. A causa di ciò che noi in matematica chiamiamo isteresi. In altre parole, uscendo non torneremmo dove eravamo prima che fossimo entrati o dove avessimo voluto trovarci se non fossimo entrati.


Alcune persone portano l’esempio dell’Argentina, ma la Grecia non era nello stato in cui l’Argentina era nel 2002. Noi non abbiamo una moneta da svalutare nei confronti dell’euro. Abbiamo l’euro! Uscire dall’euro chiederebbe la creazione di una nuova valuta ciò che implicherebbe un anno per farlo per poi svalutarla. Sarebbe come se l’Argentina avesse annunciato una svalutazione con 12 mesi di anticipo. Questo sarebbe catastrofico, perché avresti dato agli investitori —o anche ai semplici cittadini— con molto avviso— il tempo necessario per liquidare tutto, prendere i soldi prima in previsione di una svalutazione, e non sarebbe restato nulla in piedi nel paese.

Di tutte le opzioni a nostra disposizione, qual è quella che ha meno probabilità di causare una catastrofe? Per me, questa è il tentativo di democratizzare l’Unione. Anche se potessimo ritornare alle nostre monete nazionali nella zona euro, paesi come la Germania, la cui moneta è stata soppressa in seguito all’euro, vedrebbero i loro tassi di cambio schizzare all’insù. Ciò significherebbe che la Germania, che ha ora un tasso di disoccupazione molto basso ma una percentuale elevata di lavoratori poveri, vedrebbe questi lavoratori poveri diventare disoccupati poveri. E questo accadrebbe ovunque nel Nord Europa orientale e centrale, nei Paesi Bassi, Austria, Finlandia – in quelli che io chiamo paesi in surplus. Nel frattempo, in luoghi come l’Italia, il Portogallo e la Spagna, e anche la Francia, avverrebbe allo stesso tempo un forte calo dell’attività economica (a causa della crisi in posti come la Germania), ed un forte aumento dell’inflazione (le nuove valute di questi paesi si svaluterebbero molto significativamente, causando il decollo dei prezzi delle merci d’importazione, di petrolio, energia e dei beni di prima necessità.

Quindi, se torniamo al bozzolo dello stato-nazione, noi avremmo una linea di faglia lungo il fiume Reno e le Alpi. I paesi ad est del Reno ed a nord delle Alpi diventerebbero economie depresse e il resto d’Europa cadrebbe in stagflazione, alta disoccupazione e prezzi elevati.


Questa Europa potrebbe addirittura produrre una grande guerra o, se non una guerra vera e propria, tanto disagio che le nazioni andrebbero l’una contro l’altra. In entrambi i casi, l’Europa, ancora una volta, affonderebbe l’economia mondiale. La Cina sarebbe devastata, e la timida ripresa degli Stati Uniti sarebbe perduta. Avremmo condannato tutto il mondo a perdere almeno una generazione. Dico ai miei amici che la sinistra non avrebbe alcun beneficio da un simile evento. Ne beneficeranno invece gli ultranazionalisti, i razzisti, i bigotti ed i nazisti.

D. Possono l’euro o l’Unione europea essere democratizzati?
R. L’Europa può essere democratizzata? Sì, credo di sì. Lo sarà? Ho il sospetto che non lo vorrà. Quindi cosa succederà? Se chiedete la mia previsione, essa è molto cupa, sono pessimista. Penso che il processo di democratizzazione ha una piccola possibilità di successo. Nel qual caso avremo la disintegrazione e un futuro tetro. Ma c’è una differenza tra le previsioni riguardo alla società e quelle meteorologiche, col tempo possiamo permetterci di sederci e guardare il cielo e dire che crediamo che pioverà, tanto questi discorsi non influenzeranno la probabilità di pioggia. Ma davanti ai problemi sociali e politici abbiamo il dovere morale e politico di essere ottimisti e dire, va bene, tutte le opzioni sono a nostra disposizione, e qual è quella che ha meno probabilità di causare una catastrofe? Per me, questa è il tentativo di democratizzare l’Unione europea. Ci riusciremo? Non lo so, tuttavia ho la speranza che si possa fare.

D. Democratizzare l’Europa è una questione di recupero di principi fondamentali o sviluppare un nuovo concetto di sovranità?

R. Entrambe le cose. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Il concetto di sovranità non cambia, ma i modi in cui si applica alle aree multi-etniche e multi-giurisdizionali come l’Europa deve essere ripensato. C’è un dibattito interessante che avviene principalmente in Gran Bretagna, ma il resto d’Europa non sembra interessato. E’ stato sempre frustrante cercare di convincere i francesi e i tedeschi che c’è una profonda differenza tra l’Europa delle nazioni e l’Unione europea. Gli inglesi lo capiscono meglio, per ironia, in particolare i conservatori. Essi sono sostenitori di Edmund Burke, anti-costruttivisti che credono ci deve essere una relazione necessaria tra le nazioni, i parlamenti e la valute: una nazione, un parlamento, un denaro.

Quando chiedo ai miei amici conservatori, “…e per quanto riguarda la Scozia? Gli scozzesi non sono forse una nazione in buona fede? Se è così, non dovrebbero avere uno stato ed una loro propria valuta?”. La risposta che ottengo è questa: “Naturalmente ci sono una nazione scozzese, gallese, e inglese e non una nazione del Regno Unito, ma c’è una identità comune, forgiata come risultato di guerre di conquista, partecipazione all’impero e così via. Se questo è vero, e potrebbe essere, allora è possibile dire che diverse nazionalità possono essere legate tra loro da una comune identità in evoluzione. E’ così che mi piace vederla. Noi non stiamo facendo una nazione europea, ma siamo in grado di avere un’identità europea che corrisponde a un sovrano popolo europeo. Così conserviamo il concetto antiquato di sovranità, ma ci colleghiamo ad una identità europea in via di sviluppo, che è poi collegata con le singole sovranità e un parlamento che mantiene controlli ed equilibri sul potere esecutivo a livello europeo.

Al momento, abbiamo l’Ecofin, l’Eurogruppo, e il Consiglio europeo che prendono decisioni importanti in nome del popolo europeo, ma questi organismi non sono responsabili davanti a nessun parlamento. Non è sufficiente dire che i membri di queste istituzioni sono responsabili davanti ai loro parlamenti nazionali, perché i membri di queste istituzioni, quando tornano a casa di fronte ai loro parlamenti nazionali, dicono “Non prendetevela con me, ero in disaccordo con tutto ciò che veniva deciso a Bruxelles, ma non ho avuto il potere di influenzare le decisioni, quindi non sono responsabile per l’Eurogruppo, il Consiglio o l’Ecofin”. Solo quando questi organi istituzionali potranno essere censurati e liquidati come in quanto organo di un parlamento comune, avremo democrazia sovrana. Questo dovrebbe essere l’obiettivo in Europa.

D. Qualcuno potrebbe sostenere che questo rallenterebbe il processo decisionale e renderlo inefficace.

R. No, non penso che rallenterebbe il processo decisionale, lo valorizzerebbe. Al momento, perché non abbiamo questo tipo di responsabilità, non vengono prese le decisioni fino a quando agire diventa improrogabile. Continuano a ritardare, ritardare, negando un problema per anni e poi sempre raggiungono un risultato all’ultimo minuto possibile. Questo è il sistema più inefficiente in assoluto.

D. Siete coinvolto in questo momento nel lancio di “Movimento Democrazia in Europa” [DieM2025]. Ce ne parli?

R. Il lato positivo per il modo in cui il nostro governo è stato schiacciato la scorsa estate è che milioni di europei sono stati allertati per il modo in cui l’Europa ha gestito la vicenda greca. La gente è molto, molto arrabbiata, anche le persone che erano in disaccordo con me e noi.

Così sto girando l’Europa andando da un paese all’altro cercando di accrescere la consapevolezza delle sfide comuni che dobbiamo affrontare e la tossicità che nasce dalla mancanza di democrazia. Questo è stato il primo passo. Il secondo passo è stato quello di tirar fuori un progetto di manifesto, ed i manifesti sono importanti, in quanto focalizzano l’attenzione e diventano un punto di riferimento per le persone che sono arrabbiate e preoccupate e vogliono partecipare a un processo di democratizzazione dell’Europa.

Così, nelle prossime settimane, ci sarà in scena il 9 febbraio un evento significativo, che si tiene lì per ovvie ragioni simboliche, per lanciare il manifesto e chiamare gli europei di tutti i 28 stati membri ad unirsi a noi in un movimento che ha una semplice ordine del giorno: o democratizzare l’Unione europea o abolirla. Perché se permettiamo alle attuali strutture e

istituzioni burocratiche e non democratiche di Bruxelles, Francoforte e Lussemburgo di continuare con le loro politiche a nostro nome, finiremo nella distopia che ho descritto prima.

Dopo quello del 9 febbraio Berlino, abbiamo in programma una serie di eventi in tutta Europa che daranno al nostro movimento lo slancio necessario. Noi non siamo una coalizione di partiti politici. L’idea è che chiunque può partecipare in modo indipendente, quale che sia la sua affiliazione partitica, politica o ideologica, perché la democrazia può essere un tema unificante. Anche i miei amici conservatori possono aderire, o liberali, che pensano che l’Unione europea non è solo insufficientemente democratica, ma, piuttosto, antidemocratica e, per questo motivo, economicamente incompetente.

Il lato positivo del modo in cui il nostro governo è stato schiacciato la scorsa estate è che milioni di europei sono stati messi in guardia per il modo in cui l’Europa procede in pratica, come possiamo farvi fronte? Il modello della politica in Europa, si è basato sui partiti politici nazionali. Così un partito politico cresce in un determinato paese, con un programma che fa appello ai cittadini di quel paese, poi una volta che il partito si trova al governo, si cerca di costruire alleanze con partiti simili in Europa, nel Parlamento Europeo, a Bruxelles e così via. Per quanto mi riguarda, questo modello di politica è finito. La sovranità dei parlamenti è stata dissolta dalla zona euro e dall’Eurogruppo; la capacità di adempiere il proprio mandato a livello di stato-nazione è stata sradicata, pertanto, ogni programma politico rivolto ai cittadini di un particolare Stato risulta vano. I mandati elettorali sono impossibile da esercitare.

Così, invece di andare dal livello dello stato-nazione a quello europeo, abbiamo pensato che si dovrebbe fare il contrario; che si debba costruire un movimento transfrontaliero paneuropeo, sostenendo il dialogo nello spazio europeo individuando politiche comuni per affrontare i problemi comuni e, una volta che abbiamo un consenso sulle comuni strategie a livello europeo, tale consenso potrà trovare espressione ai livelli dello Stato nazionale, regionale e comunale. Quindi stiamo invertendo il processo, iniziando a livello europeo per cercare di trovare il consenso per poi spostarsi verso il basso. Questo sarà il nostro modus operandi.

Per quanto riguarda il calendario, abbiamo suddiviso il prossimo decennio in diverse tappe perché abbiamo al massimo un decennio per cambiare l’Europa. Se falliamo di qui al 2025 non credo che ci sarà un’Unione europea da salvare o, addirittura, di cui parlare. Per quelli che vogliono sapere quello che vogliamo ora la risposta è: la trasparenza! Come minimo, chiediamo che il Consiglio dell’Unione europea, l’Ecofin e le riunioni dell’Eurogruppo dovrebbero essere livestreamed, i verbali della Banca centrale europea pubblicati e i documenti relativi ai negoziati commerciali come il Trattato Transatlantico di scambio e di partenariato per gli investimenti (TTIP) dovrebbero essere disponibili on-line. Nel breve e medio termine, discuteremo per la riassegnazione dei ruoli delle istituzioni europee esistenti, entro i (comunque terribili) trattati esistenti, al fine di stabilizzare le crisi in corso nei campi del debito pubblico, degli investimenti insufficienti, quello bancario e della povertà crescente. Infine nel medio-lungo termine, chiederemo un’Assemblea Costituente dei popoli d’Europa, abilitata a decidere su una futura Costituzione democratica che andrà a sostituire tutti i trattati europei esistenti.

D. Ci sembra di vivere in un tempo di speranza ma anche difficile. Vediamo la crescente popolarità dei partiti, come Podemos in Spagna, la sinistra in Portogallo, Jeremy Corbyn nel Regno Unito e così via, ma allo stesso tempo abbiamo l’esperienza di Syriza, brutalmente schiacciata dalla Troika. Quale speranza puoi dare a queste proteste popolari contro la politica di austerità, vista l’esperienza di Syriza?

R. Penso che l’ascesa di questi partiti e movimenti anti-austerità mostri chiaramente che i popoli europei, non solo in Spagna e Grecia, hanno avuto un impatto enorme sul vecchio modo di fare politica, sulle politiche che hanno riprodotto la crisi e hanno spinto l’Europa su un percorso che porta alla disintegrazione. Non vi è alcun dubbio su questo.

La domanda è: come possiamo sfruttare questo malcontento? Nel nostro caso in Grecia abbiamo fallito. Abbiamo un grande scollamento tra la leadership del partito e le persone che hanno votato per esso. Quindi questo è il motivo per cui credo che focalizzarsi sullo stato-nazione è fuori tempo massimo. Se Podemos entra nel governo, essi si troveranno nelle stesse condizioni estremamente vincolanti imposte dalla Troika —proprio come il nuovo governo in formazione in Portogallo. Se tali tali partiti progressisti saranno sostenuti da un movimento pan-europeo che eserciti una pressione progressiva ovunque e allo stesso tempo, finiranno per frustrare i loro elettori, costretti ad accettare tutte le regole che impediscono loro di soddisfare le loro promesse.

Questo è il motivo per cui ho messo la mia enfasi sulla costruzione di un movimento paneuropeo. È perché l’unico modo di cambiare l’Europa è quello di suscitare un’ondata che si erga in tutta Europa. In caso contrario, il voto di protesta che si manifesta in Grecia, Spagna, Regno Unito, Portogallo, se non è sincronizzato ovunque, finirà per dissiparsi, lasciando dietro di sé nient’altro che l’amarezza e l’insicurezza prodotta dalla frammentazione inarrestabile in Europa.

* Fonte: Red Pepper e Yanis Varoufakis 29 gennaio
** Traduzione a cura della Redazione di SOLLEVAZIONE



UBER, TAXI E LOTTA DI CLASSE di Carlo Formenti

[ 30 gennaio ]
«Pneumatici bruciati, aggressioni a chi non scioperava, una persona investita e venti arresti. Questo il bilancio della manifestazione dei 1200 tassisti parigini contro le auto NCC e il servizio Uber. I primi incidenti si sono verificati a Porte Maillot, nel nord della capitale francese e sono proseguiti nelle strade intorno ai due aeroporti Roissy e Orly».

e.

«Arroganza neocoloniale e odio di classe. Non saprei definire altrimenti il contenuto dei tweet con cui Courtney Love, vedova del leader dei Nirvana e a sua volta pop star, ha espresso tutta la sua indignazione per essere stata costretta a scendere dall’auto che stava portandola all’aeroporto di Parigi da parte da un gruppo di taxisti che protestavano contro il servizio Uber Pop.

Rivolgendosi al presidente Hollande la signora in questione chiede con tono sprezzante: “È legale per la tua gente attaccare i visitatori? Muovi il culo e vieni in aeroporto”. “La tua gente”: ovvero quei pezzenti di lavoratori francesi che tu, in quanto vassallo degli Stati Uniti (e quindi anche mio), dovresti essere in grado di tenere a bada e bastonare a dovere quando si ribellano a un servizio innovativo made in Usa quale è Uber. E ancora: “È questa la Francia? Mi sento più sicura a Baghdad”. Non c’è dubbio, visto che a Baghdad avrebbe potuto assoldare (lei che può permettersi di pagarli, certo non un comune turista) un manipolo di contractor professionisti pronti a sparare su qualunque pezzente osasse intralciarle la strada.

A citare con soddisfazione i deliri fascistoidi della postar è il New York Times, che in un altro articolo fa la cronistoria del conflitto fra lo Stato Francese che ha proibito il servizio, i taxisti che definiscono terrorismo economico la politica della società di San Francisco che sta strangolando la loro categoria in tutto il mondo, e i manager di Uber, i quali non mollano l’osso e spingono i loro contractor (migliaia di comuni cittadini che si improvvisano autisti in cambio di pochi euro a corsa, assumendo in prima persona tutti i rischi dell’impresa) a offrire comunque il servizio, lasciando intendere fra le righe che questa mentalità arretrata dei governanti europei dovrà prima o poi arrendersi alle ragioni dell’innovazione tecnologica, del mercato e dei consumatori.

Rincara la dose il “Corriere della Sera” in un articolo del 26 giugno di Stefano Montefiori (“Blocchi e aggressioni. La guerra a UberPop sulle strade della Francia”) nel quale, oltre a rilanciare le dichiarazioni della cantante, si citano anche quelle di contenute in una lettera di Maxime Coulon, noto avvocato parigino che ha collezionato 170.000 like su Facebook scrivendo: “Caro taxi parigino, non posso dirti quanto godo nel vederti sbraitare, piangere, agonizzare davanti al successo dei servizi come Uber. Ti ricordi quando mi chiedevi qual era la mia destinazione prima di decidere se io avessi il diritto di salire sulla tua carrozza?”.

Il succo dell’articolo del Corriere è lo stesso di quello dell’articolo del NYT (basta con gli ostacoli all’innovazione che frena la marcia del mercato), mentre il succo dell’intervento del nostro nobile avvocato è lo stesso di quello della pop star: come vi permettete voi pezzenti di non obbedire a ogni nostro cenno, mentre dovreste servirci senza protestare? Lotta di classe appunto, come spiega molto bene Biju Mathew nel suo libro “Taxi!” sulle lotte dei taxisti di New York: lotta di classe fra chi è costretto a sgobbare ore e ore sulla strada per sbarcare il lunario e i membri di una classe media (medio alta nel caso della Love e di Coulon) che vorrebbero poterli trattare come schiavi. E lotta di classe fra lavoratori messi con le spalle al muro dalle politiche degli “innovatori” e crumiri che la fame induce a vendersi per quattro soldi».





IL REDDITO DI QUEL #CHE VI PARE di Fiorenzo Fraioli

[ 30 gennaio]

Fiorenzo Fraioli è tra i primi firmatari dell’Appello di P.101. In questo suo intervento stronca la proposta del cosiddetto “reddito di cittadinanza” in ogni sua possibile declinazione. Riprendiamo il pezzo dal suo Blog Ego della rete. Proprio in coda all’intervento c’è stato un primo commento critico che riteniamo valga la pena di rendere noto ai nostri lettori. Vedi sotto.
Sulla questione del “reddito di cittadinanza”, anzi del “reddito universale”, segnaliamo l’opinione opposta di un altro tra i fondatori di P.101, Simone Boemio. In effetti su questo problema la discussione in seno a P.101 in vista del congresso costitutivo, è aperta.

* * * 

La discussione sul reddito di dignità, alias di cittadinanza, alias minimo universale, alias#quelchevipare, è difficile perché le soluzioni proposte sembrano ovvie e umane: cosa volete che sia, rispetto al pil nazionale, assicurare un reddito di 500/mese euro a tre milioni di disoccupati? I conti sono facili:

Costo = 500*12*3.000.000=18.000.000.000=18 mld di euro

Cioè all’incirca l’1,2% del pil annuale.

E volete che non si possa spendere l’1,2% del pil annuale onde por fine a tante sofferenze e umiliazioni? In fondo, si argomenta, se in media ognuno rinunciasse all’1,2% del suo reddito, l’obiettivo sarebbe centrato. A me, che sono un insegnante, costerebbe a spanne un 500 euro l’anno. E che, non potrei rinunciarci?

Se poi si considera che la ricchezza non è equamente distribuita, il carico sulle mie spalle potrebbe essere addirittura minore. Ma allora, perché sono contrario?

Ovviamente non sono contrario all’idea che tutti abbiano un reddito! Sono contrario all’idea che si possa avere un reddito senza un lavoro. L’obiezione standard è che il lavoro è una merce scarsa. Ohibò!

Ma come, io devo lavorare fino a settant’anni e il lavoro è una merce scarsa? Se fosse vero, allora perché mi tengono a lavorare fin quando non schiatto? Scusate, non potremmo fare, che so, che io vado in pensione e, invece di dare l’1,2% del mio reddito attuale per i prossimi dieci anni, verso il 5% da subito e me ne vado in pensione all’istante? Mi starebbe bene anche il 10%! Invece di una pensione di 1500 euro ne prendo una di 1350, vado in pensione, e con la differenza si fa entrare in classe un giovane laureato! Lo capite che basterebbe interrompere subito il blocco del turn-over nella P.A. per riassorbire almeno la metà della disoccupazione? E lo capite che per fare una legge del genere non ci vorrebbe più tempo che per farne una sul reddito di #quelchevipare?

Poniamo che si metta fine al blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione: è così difficile capire che ci sarebbe un aumento della produttività? Volete mettere l’energia e l’entusiasmo di un trentenne, con la mia voglia di entrare in classe, alla mia età? Non è forse vero che i giovani sanno usare le nuove tecnologie meglio di noi vecchi? Non ne deriverebbe un aumento della produttività?

Ma allora, perché in tanti insistono sul reddito di dignità? Che cosa affascina tanto gli apologeti di questa soluzione? Quali recondite e inconfessabili ragioni si nascondono dietro questo profluvio di lacrimevoli argomentazioni in favore dei poveri che non hanno un lavoro, e quindi dignità? Costoro sarebbero buoni, e io uno stupido vecchio egoista? Davvero preferirei continuare a lavorare per altri dieci anni per un centinaio di euro in più al mese?

Io un’idea me la sono fatta. Tolti gli scemi che sono favorevoli al reddito di #quelchevipare perché così dice il loro partito (velo pietoso), gli altri li divido in due categorie:

  1. quelli che pensano che con i 500 euro al mese, un qualche altro reddito nascosto, e un minimo di frugalità, possono campare facendo quel che gli piace



  1. un più facile controllo politico


La discussione è aperta. Però ricordate: prima o poi si dovrà combattere!


La risposta di Leo Pistone


Caro Fiorenzo, possibile che non capisca? Non è che si deve rimanere a lavorare fino a settant’anni, anzi nelle condizioni attuali se ti lasciano farlo e la salute ti assiste puoi dirti fortunato. 
Ma solo allora ti riconosceranno una pensione, il che è ben diverso, e solo a patto che tu abbia avuto piena continuità contributiva.
Siccome però il mondo del lavoro attuale tende a espellere le persone molto prima, ecco che si tratta di un sistema efficacissimo per restringere quanto più la platea di chi ha diritto a percepire l’assegno pensionistico.
Tutti gli altri avranno versato a vuoto e potranno tranquillamente confrontarsi con la durezza del vivere propugnata da Padoa Schioppa.
E’ questo l’obiettivo che oggi si prefiggono le sinistre? 

Riguardo ai tuoi calcoli, vedo che ti ostini a ritenere che i denari distribuiti per mezzo del reddito di base finirebbero in un buco nero.
Viceversa, si tratta della spesa pubblica dello Stato più efficace, proprio perché chi lo riceve lo spenderà fino all’ultimo centesimo. Causando nuova domanda, da cui più produzione, da cui più occupazione, da cui più gettito fiscale, da cui pressione minore e potenziale recupero del welfare.
Ovvero termine di una crisi senza fine, che è tale proprio in base alle esigenze del capitale.
Non a caso i paesi più in crisi della UE sono proprio quelli in cui non viene riconosciuto un reddito di base: Grecia e Italia. Possibile che si tratti solo di una coincidenza?

Chi osteggia il reddito di base pone spesso quale sua alternativa la piena occupazione.
Senza spiegare però:
– quali precedenti storici abbia, a parte la Germania nazista e l’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale;
– come si realizza nel concreto la piena occupazione, a quali costi, in quanto tempo e per produrre cosa;
– soprattutto non si dice mai, nel frattempo che la piena occupazione va a regime, che fine fanno i milioni disoccupati ed espulsi in via definitiva dal mondo del lavoro, spesso dopo decenni di lavoro, insieme alle loro famiglie.

Chi osteggia il reddito di base sostiene inoltre che ne quadro attuale si tratti di uno strumento reazionario. Del resto è proprio un quadro simile quello che stiamo vivendo: l’ostinazione nel rifiutare ai milioni di espulsi dal mondo del lavoro e alle loro famiglie un mezzo di sussistenza e recupero del minimo di dignità rende forse questo quadro meno reazionario?

Un’altra delle ragioni più comunemente addotte per giustificare il rifiuto per il reddito di base riguarda il fatto che persino Von Hayek ne avrebbe riconosciuto la necessità, nelle condizioni da lui prospettate, molto simili alle attuali.
Ma allora, se persino l’iper-reazionario Von Hayek ne riconosce la necessità, ostinarsi a negarlo non pone automaticamente in una posizione persino più reazionaria rispetto alla sua?

Infine, il propugnare la piena occupazione in un quadro generale come quello attuale, che invece a causa delle esigenze del capitale si basa per definizione su un esercito di riserva sempre più folto ai fini dell’abbattimento dei salari, delle tutele e del welfare, e che ha tra principali, più rappresentativi e seguiti parametri economici il NAWRU, Non Accelerating Wage Rate of Uneployment e il NAIRU, Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment, somiglia da vicino alla posizione di quelli che vorrebbero cambiare le regole all’euro e all’Europa. La sola differenza è che gli assertori della piena occupazione sono ancora più velleitari. Infatti non si accontentano come i piddini di cambiare verso all’Europa: pretenderebbero addirittura di cambiare verso al capitalismo.