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COSA CI INSEGNA LA VICENDA DEL MARTIRE AL NIMR

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[ 7 gennaio ]

«O VIVIAMO SU QUESTA TERRA DA UOMINI LIBERI, O MORIREMO E SAREMO SEPOLTI DA UOMINI NOBILI. NON ABBIAMO ALTRA SCELTA»

Nimr Baqr al-Nimr

Il 2 gennaio scorso le autorità saudite hanno eseguito la condanna a morte, attraverso decapitazione, dello sceicco Nimr Baqr al-Nimr (nella foto).

L’ingiusta, atroce e immorale condanna ha gettato ulteriore benzina sul fuoco del conflitto tra le due principali potenze del Golfo Persico (Iran e Arabia Saudita) e, di riflesso, su quello settario tra sciiti e sunniti. 

Per il regime dispotico e pseudo-teocratico di Ryad, al-Nimr era una spia ed un agente dell’Iran, che istigava all’odio religioso. Accuse false. Come ci ricorda la studiosa Marina Calculli prima ancora che per la sua fedeltà ai valori religiosi dello shiismo, al-Nimr è stato ammazzato per la sua fede nella giustizia sociale, per il suo ruolo politico, per aver difeso, sull’onda delle “primavere arabe”, il diritto degli oppressi alla rivolta sociale. [1]

Qui sotto il coraggioso ed emozionante sermone, risalente al 7 ottobre 2011, che gli è costato la vita. 

Consigliandone l’ascolto non ci stiamo affatto schierando con una setta dell’islam contro l’altra. Al contrario! Continuiamo a ritenere che la guerra fratricida in atto nel vicino oriente faccia il gioco —prima ancora che dei regimi locali che si affrontano per l’egemonia regionale— delle vecchie potenze coloniali e imperialiste, prima fra tutte gli Stati Uniti d’America, le quali hanno tutto l’interesse a che quei popoli si scannino fra di loro fino a dissanguarsi.

Ne consigliamo l’ascolto perché serve a comprendere, di contro ad ogni semplificazione laicista e materialista —che tutto vorrebbe ridurre a conflitto geopolitico e scontro per il petrolio—, quanto conti piuttosto, nello spingere gli uomini alla lotta, la fede religiosa, che nel caso del martire al-Nimr è al contempo fede politica e messaggio di emancipazione sociale.

NOTE

[1] «Seppure fossero 33 i capi d’accusa pendenti sulla sua testa – tra cui l’aver incitato alla “violenza settaria” (sciiti contro sunniti) e aver spezzato la lealtà nei confronti del potere – il religioso saudita aveva prestato il suo impegno intellettuale a sostegno delle manifestazioni anti-governative scoppiate nel 2011 e nel 2012 nella regione orientale di Qatif dove si concentra la maggior parte della popolazione sciita del paese, assai più povera e marginalizzata del resto del paese: tuttavia, le principali istanze della protesta erano basate sulla creazione di una monarchia costituzionale (mamlaka dusturiya) per rendere il potere meno arbitrario e più equo nella distribuzione delle risorse nazionali. È indubbio che la geografia confessionale di Qatif avesse costituito un pretesto, usato dal potere monarchico per privare la regione dei benefici della rendita petrolifera, nonostante sia proprio nella zona orientale del paese che si concentra buona parte dell’oro nero saudita. In questo contesto, Nimr, in uno dei suoi sermoni (incriminati) del 2009, disse che se se la dignità (karama) della regione non fosse stata restituita, i suoi abitanti avrebbero legittimamente rivendicato la secessione (ānfisal). La base della rivendicazione è evidentemente non settaria, bensì socio-economica.
A dispetto dell’accusa pendente sul suo capo, Nimr si distingueva per essere un religioso sinceramente e coraggiosamente anti-settario. Il regime saudita in questi ultimi anni aveva provato ad affibbiargli un idenitkit da “agente iraniano” e a capo di organizzazioni terroristiche tipo al-Qaeda. Ma Nimr nei suoi sermoni invitava a non farsi abbindolare dai “boia” che uccidono, opprimono e compiono ingiustizie solo in base alla loro confessione. Un “boia” è tale a prescindere dal fatto che sia sunnita o sciita – diceva Nimr – mettendo insieme – chiamando per nome – la dinastia di al-Saud in Arabia Saudita, il regime di al-Khalifa in Bahrein come quella del dittatore al-Assad in Siria. Secondo un cable recente, Nimr aveva esplicitamente affermato di non essere né legato né simpatetico nei confronti del regime iraniano.
Lo sheikh saudita era un pensatore indipendente e non aveva legami con le organizzazioni a marca settaria sciita nel suo paese come Hezbollah al-Hijaz [il cosiddetto Hezbollah saudita, ispirato da quello libanese] o Munazzamat al-thawra ‘l-islamiyya (l’Organizzazione per la rivoluzione islamica). Era esattamente questo che non poteva tollerare il potere saudita, che ha fatto in questi anni del settarismo religioso lo strumento principale della sua politica di potenza. L’uso politico della rivalità tra sunniti e sciiti, infatti, è servito in questi ultimi anni a reprimere le proteste domestiche, a legittimare l’invio di truppe in Bahrain a sostegno delle truppe di al-Khalifa contro gli attivisti antigovernativi, a bombardare selvaggiamente lo Yemen, con il pretesto di combattere la milizia sciita degli Houthi, e a forgiare, più in generale, una strategia di divide et impera: tutto confezionato in una propaganda per cui l’Iran, rivale strategico e settario, sarebbe dietro ogni singola rivendicazione di uguaglianza e giustizia sociale con l’intento di estendere il suo dominio regionale».
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