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GRECIA: UN ANNO DI SYRIZA: IL SOGNO DIVENTATO INCUBO di Panagiotis Sotiris

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[ 21 febbraio]

Estrapolato dal contesto, il discorso del primo ministro greco Alexis Tsipras celebrante il primo anno del governo di Syriza-ANEL compiuto il 24 gennaio scorso suona surreale: pieno di riferimenti alla democrazia ed alla sovranità popolare, richiamo aperto all’eredità della sinistra greca, difesa delle iniziative del governo, denunci dell’establishment conservatore.
Ma il contesto è tutto.

Proprio nel momento in cui Tsipras pronunciava il suo discorso, gli agricoltori in tutta la Grecia discutevano i modi per intensificare la loro protesta di massa contro la riforma delle pensioni del suo governo, che aumenteranno i contributi previdenziali ben oltre il possibile. Lo stato d’animo ribelle estesosi poi ad altre parti della società: avvocati, ingegneri e altri professionisti e lavoratori autonomi annunciavano che avrebbero continuato le loro proteste, mentre le organizzazioni sindacali sono stavano preparando lo sciopero generale del 4 febbraio[QUI il filmato della protesta successiva, l’11 febbraio sotto il Ministero dell’agricoltura ad Atene]
Syriza, in sostanza, è di fronte a un’ondata di malcontento popolare.
Lo sciopero generale della scorsa settimana è stato un punto di svolta, con negozi chiusi e manifestazioni in tutto il paese – soprattutto nella Grecia rurale, dove i contadini si sono uniti con i professionisti, i lavoratori autonomi, e i sindacati. In alcuni luoghi queste manifestazioni sono state più grandi rispetto a quelle anti-austerità del 2011-12.
Anche se soprannominato “il movimento delle cravatte” —in riferimento al suo carattere di movimento delle classi medie—- l’agitazione tra i professionisti  e i lavoratori autonomi (avvocati, ingegneri, medici) è alimentata dalla insicurezza economica e di disagio. La mobilitazione ha messo ulteriore pressione sulle associazioni professionali ad adottare una posizione più militante, chiedendo l’abrogazione delle misure proposte invece di accettare la chiamata del governo al “dialogo”.
Finora Syriza ha caratterizzato le manifestazioni dei lavoratori autonomi, come proteste delle classi medie abbienti che hanno votato “sì” al referendum e che si rifiutano di pagare la loro parte. In realtà, il nuovo sistema di contributi previdenziali sta mettendo pressione estrema esattamente su quelle parti delle “classi professionali” che non sono ricche e il cui status “autonomo” nasconde che anche loro sono lavoratori.
Inoltre, per i giovani laureati —in un paese con una disoccupazione giovanile estremamente elevata— il nuovo sistema pensionistico significa in pratica che dovranno o abbandonare la speranza di perseguire una carriera o semplicemente emigrare. Già più di duecentomila giovani greci laureati hanno cercato lavoro all’estero.
La mobilitazione contadina è stata ancora più esplosiva. Un raduno di massa a Salonicco il 28 gennaio ha portato alla cancellazione della fiera  Agrotica, una delle più grandi fiere agricole del paese. Gli agricoltori hanno anche effettuato blocchi stradali di massa in molte zone e bloccato il traffico autostradale in tutta la Grecia [le stesse modalità dei Forconi siciliani nel gennaio 2012 e del Movimento del 9 dicembre 2013 . Ndr]
Ognuna delle decine di blocchi fungeva da punto di raccolta per gli agricoltori locali. Una delle costellazioni più militanti —che rappresentava una sessantina di posti di blocco, con una forte presenza del partito comunista greco e le altre forze di sinistra — prevede di tenere una grande protesta nazionale di Atene in questo fine settimana.
Il governo sa che queste proteste sono un grosso problema —l’agricoltura resta importante del paese, e gli agricoltori sono un potente serbatoio di voti. La sua risposta è stata duplice: in primo luogo, insistendo sul fatto che se la riforma delle pensioni non passa ciò comprometterebbe i sussidi agricoli da parte dell’Unione europea e quindi la permanenza nella zona euro. In secondo luogo il governo ha tentato di dividere agricoltori cercando di negoziare con alcuni tra i meno “intransigenti” del movimento contadino quindi provando a screditare il movimento tra il grande pubblico.
Tuttavia gli agricoltori hanno ottenuto il sostegno e la solidarietà delle comunità locali. La posta in gioco è alta. L’aumento dei contributi previdenziali ridurrebbe drasticamente il reddito dei contadini, rendendo l’agricoltura su piccola scala ancora più precaria.
Il sistema che il governo sta tentando di introdurre assomiglia al sistema dei “tre pilastri” promosso dall’Unione europea: vale a dire, il combinato disposto di una pensione universale minima, un sistema pensionistico privatizzato garantito dallo Stato sulla base di contributi, e un sistema di polizze vita anche questo privatizzato.
In altre parole, il governo sta promuovendo una riforma neoliberista che probabilmente diventerà solo più draconiana dal momento che le “istituzioni” europee stanno spingendo per i tassi di turn-over degli occupati ancora più basso e tagli immediati alle pensioni già in corso di erogazione. Quest’ultima richiesta, inscritta nel “terzo memorandum”, è di fondamentale importanza perché non solo i pensionati tirano a campare con queste pensioni, ma ci vivono anche i membri più giovani della famiglia, e quelli di essa disoccupati.
Le riforme neoliberiste non finiscono qui —ulteriori privatizzazioni sono all’ordine del giorno. La vendita dei quattordici aeroporti regionali ad un consorzio tedesco-greco e l’annuncio dell’accettazione dell’offerta cinese sul porto del Pireo sono altri segnali di quanto avverrà. Le privatizzazioni seguite alla ricapitalizzazione del sistema bancario greco, che è stata fatta a condizioni favorevoli per azionisti privati ​​e investitori. Questi interessi privati hanno preso il controllo delle banche, nonostante le enormi erogazioni di denaro pubblico.
In difesa di queste politiche, il governo greco punta ad un programma parallelo di misure sociali che potrebbero alleviare le difficoltà economiche. Ma finora, queste misure sembrano raggiungere solo coloro in condizioni di povertà estrema —vedi la “carta della solidarietà”, una sorta di programma di buoni pasto— o consistono in modifiche del diritto di famiglia, come le “unioni civili” per le coppie dello stesso sesso. Anche il disegno di legge di riforma dell’istruzione superiore a lungo atteso —che avrebbe dovuto abrogare alcune delle misure più autoritarie introdotte nelle università dopo il 2011— è stato ritirato due volte a causa delle pressioni da parte delle “istituzioni”.
Tuttavia, Syriza è ancora stata in grado di proporsi come partito popolare. L’ascesa di Nuova Democrazia di Kyriakos Mitsotakis —un politico che rappresenta l’ala dura neoliberista e anti-populista del centro-destra e che per questo gode del sostegno sia delle grandi imprese che dei creditori della Grecia— ha sostenuto Syriza in modo esplicito. Il messaggio è semplice: le cose potrebbero sempre andare peggio —immaginate se quei ragazzi non fossero al potere.
(…)
Tuttavia la UE e il FMI stanno spingendo per “riforme” ancora più aggressive. Non solo essi rifiutano la riforma delle pensioni perseguita dal governo greco ed esigono ulteriori tagli; stanno mettendo supervisionando  i “progressi del paese”, avvertendo che ulteriori “aiuti”  non sono affatto scontati. Inoltre, la riluttanza della UE pnel garantire un passaggio sicuro per i rifugiati e richiedenti asilo e la decisione di chiudere le frontiere in Europa sta mettendo ulteriore pressione sulla Grecia, che è attualmente il principale punto di accesso sul continente per i rifugiati.
Più di un anno dopo l’arrivo di Syriza al governo, il Paese rimane in preda ad una profonda crisi sociale e politica.
L’elezione di Mitsotakis alla guida di Nuova Democrazia ha dato un nuovo impulso ad una destra che vorrebbe un governo delle tradizionali  forze pro-austerità.
La combinazione di proteste crescenti e la pressione della troika per misure ancora più dure mettono il governo greco in una posizione insostenibile. Da parte loro, Tsipras ed i leader Syriza stanno considerando, per uscire dall’impasse attuale, l’idea di ricorrere nuovamente ad elezioni anticipate. Ma la troika ha poca simpatia per le elezioni. In realtà, essi preferiscono governi di coalizione visto che per loro non è ammissibile che le politiche neoliberiste siano contestate democraticamente.
E’ troppo presto per dire se il governo Syriza-ANEL rimarrà in piedi, o se ci saranno nuove elezioni, oppure una diversa coalizione di governo. Molto dipenderà dalle dimensioni e dalla durata delle attuali proteste, e dal coinvolgimento del movimento operaio nelle proteste. Lo sciopero generale del 4 febbraio è stato un segnale di speranza. Ma non dobbiamo dimenticare che nel clima sociale e politico presente, date le disperate condizioni di vita, permane la disillusione sulla possibilità di un cambiamento.
Questa contraddizione è ancora più intensa se prendiamo in considerazione la crisi strategica della sinistra greca. Finora, la trasformazione di Syriza dal movimento anti-austerity in una forza di governo neoliberalista non è stata contrastata da una strategia alternativa. Le discussioni in seno alla sinistra europea in materia di un potenziale “Piano B” —portate avanti da Jean-Luc Mélenchon, Stefano Fassina, Varoufakis, Zoe Constantopoulou, e la sinistra di Podemos— ruotano tutte  attorno alle fantasie di “un’altra Europa” e, in particolare, di “un altro euro”.
Questa posizione ignora le lezioni dell’esperienza greca: che una soluzione progressiva all’interno della zona euro è impossibile.
Ugualmente problematico è l’atteggiamento sia al Partito comunista greco che ad alcune tendenze del anticapitalista di sinistra.
La stantia retorica anticapitalista ed i riferimenti a un immaginario “Ottobre Rosso” o al “potere del popolo” non possonio nascondere il fatto che ci si rifiuta di impegnarsi in un serio dibattito sulla strategia e la tattica, le potenzialità e le sfide di un governo di sinistra radicale oggi, e un programma di transizione per colmare il divario tra le esigenze immediate e trasformazione socialista.
Lo stesso vale per i tentativi di ripetere semplicemente il percorso di Syriza, pur sotto forma di un partito militante anti-euro e anti-asusterità (la strada scelta da Unità Popolare). Il mantra “Fare meglio”  non può essere un sostituto per la strategia.
Ciò che è necessario oggi è imparare da quel che è successo. La Grecia ha dimostrato che il cambiamento politico è possibile, a condizione che si sappia tradurre le dinamiche sociali in progetto politico. E’ anche dimostrato che senza una strategia chiara e ben preparata di rottura, la sconfitta è praticamente inevitabile. La Grecia ha offerto per essere stata il banco di prova per un governo che vuole restare  nel quadro istituzionale esistente. Noi ora vediamo i risultati di tale esperimento.
Senza la volontà di rompere con l’esistente “legalità” internazionale, e senza una legame stretto con la forza dei movimenti di massa extraparlamentari, Syriza era destinata al fallimento. Allo stesso tempo, la Grecia dimostra che una rottura con il fardello del debito e la camicia di forza finanziaria della zona euro sono condizioneinecessaria per porre fine all’austerità ma non è sufficienti: sono necessario alternative reali che vadano oltre la logica di mercato. Senza tali alternative, saremo solo in grado di dire ai cittadini che le loro vite vanno in rovina (qualcosa di cui sono già ben consapevoli), ma non riusciremo ad infondere in loro la fiducia che tutto può davvero cambiare.
Un anno fa, era impossibile non vedere un certo potenziale nello spostamento di massa avvenuto Grecia. Sembrava che una finestra di opportunità si fosse aperta per le forze della sinistra radicale fuori e dentro Syriza. Con la resa di Syriza, sembra che la sinistra abbia scelto di chiudere la finestra stessa. Ma questo non è il fine della storia.
La profondità della crisi greca —accentuata dal protrarsi della crisi della costruzione europea, ciò che si verifica nel contesto di un’economia globale segnata da contraddizioni eclatanti— significa che la “stabilizzazione” è ancora una chimera. Così, anche in mezzo alle macerie, la sinistra ha un’opportunità di iniziare a riguadagnare la fiducia politica, a cominciare dall’attuale lotta contro la riforma delle pensioni.

Ricostruire i movimenti sociali e la sinistra greci sono i due grandi compiti di fronte a noi —e sono anche la nostra unica alternativa alla disperazione e la resa.

* Panagiotis Sotiris è membro del Cc di Unità Popolare nonché del Coordinamento europeo anti-euro

** Fonte: Jacobin
*** Traduzione a cura della Redazione di SOLLEVAZIONE
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2 pensieri su “GRECIA: UN ANNO DI SYRIZA: IL SOGNO DIVENTATO INCUBO di Panagiotis Sotiris”

  1. Ruggero dice:

    Per fortuna che il pirla era P.B.E voi?Vi fare rimangiare l'articolo che scrisse Moreno.

  2. Redazione SollevAzione dice:

    caro Ruggero,PB chi? Paolo Barnard?Stendiamo un pietoso velo….Per quanto riguarda cosa avrebbe scritto il Pasquinelli a cosa esattamente ti riferisci?Come SOLLEVAZIONE e MPL non abbiamo mai simpatizzato per SYRIZA, solo criticammo quegli oracoli che, urne appena chiuse, al primo summit europeo del 12 febbraio 2015, già parlavano di tradimento consumato. Invitavamo alla prudenza prima si sparare certe sentenze, dicevamo che la partita era aperta, che il negoziato sarebbe stato lungo e che SYRIZA si sarebbe trovata prima o poi davanti al bivio: o capitolare u uscire dall'euro.Infatti col referendum e la vittoria del NO (che tutti gli oracoli escludevano) si era giunti al punto di rottura con l'eurogermania. Poi verrà cacciato Varaoufakis.. poi verranno cacciati altri tre ministri… fatta dimettere la presidente del Parlamento…infine la scissione di SYRIZA e la nascita di Unità Popolare…Processi politici che noi analizzavamo, sapendo chi fosse Tsipras, ma non escludendo che lui potesse essere messo da parte.

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