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CHE COS’È L’ ORDOLIBERALISMO TEDESCO (o l’economia sociale di mercato) di Lorenzo Mesini*

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[ 23 marzo ]

Si fa troppo spesso confusione, anche nel mondo degli amici “sovranisti”, tra liberismo classico (Smith), il neoliberismo della Scuola austriaca (Von Hayek) e l’ordoliberalismo tedesco della Scuola di Friburgo. Pubblichiamo questa scheda sull’ordoliberalismo tedesco, ovvero la teoria della economia sociale di mercato. Opposte alle teorie socialiste e keynesiane, le tesi ordiliberiste non solo hanno educato le élite tedesche (sia democristiane che socialdemocratiche) ma hanno gettato i pilastri su cui sono state costruite l’Unione europea ad egemonia tedesca e la moneta unica. Da segnalare come in Germania l’avanzata dell’opposizione di destra al governo della Merkel (AfD), quindi l’avversione all’Unione ed all’euro, poggiando sulle tesi neoliberiste vonhayekiane, segni la crisi di egemonia dell’ordoliberalismo. Uno scontro che ci riguarda, in barba a chi stupidamente ci irride quando mettiamo in guardia da un’uscita da destra neoliberista dall’euro .
Prossimamente una seconda scheda sulla Scuola austriaca o il liberismo di Von Hayek (su cui rimandiamo intanto all’articolo di Luciano Gallino). 

[I corsivi ed i grassetti e le note tra parentesi quadra sono della Redazione]
«Questa mia relazione avrà come suo oggetto l’ordoliberalismo tedesco, una complessa corrente di pensiero economico e istituzionale, insieme a cui deve essere considerato quell’insieme organico di politiche ispirate dagli autori della Scuola di Friburgo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. 
Questa relazione avrà un carattere prettamente introduttivo, per via della complessità e dell’articolazione del suo oggetto irriducibile a una singola relazione. Il mio intervento vorrebbe fornire una serie di spunti ed elementi a partire dai quali leggere i testi degli autori in questione oppure approfondire e riflettere sulle vicende politiche dell’ordoliberalismo in Europa. L’esposizione e la ricostruzione dei tratti salienti del pensiero ordoliberale che cercherò di svolgere cercherà di coniugare due esigenze. In primo luogo quella della comprensione dell’origine e delle finalità storico-politiche della scuola neoliberale tedesca. In secondo luogo quella di delineare alcuni dei concetti principali propri dell’ordoliberalismo tedesco, riferendomi in particolare alla formulazione fornita da Wilhelm Röpke. Muoverò quindi da un’esposizione delle coordinate spazio-temporale della Scuola di Friburgo, soffermandomi sull’orientamento politico delle sue teorie socio-economiche per poi passare ad analizzare in seconda battuta i tratti caratteristici del suo sistema concettuale.

Gli studiosi membri della cosiddetta Scuola di Friburgo appartengono a quella generazione di tedeschi che ha vissuto in maniera particolarmente drammatica la dissoluzione violenta del proprio mondo e più in generale della Vecchia Europa. Possono essere tranquillamente compresi nel novero di quei pensatori che vivono dolorosamente la “crisi” del proprio tempo e sentono la necessità di pensare e comprendere i processi politici ed economici che a partire dalla Grande Guerra ha stravolto il volto dell’Europa e del mondo insieme alla vita di milioni di uomini. Così come i membri della Scuola di Francoforte e lo stesso Edmund Husserl, gli autori della Scuola di Friburgo sono pensatori della “crisi”. Come ha osservato Michel Foucault tutti loro, specialmente i francofortesi e gli ordoliberali, prendono le mosse dalla constatazione di quella che Max Weber aveva definito come l’irrazionale razionalità mostrata dal capitalismo. 

I primi, attraverso la faticosa e travagliata elaborazione di una teoria critica, hanno cercato di elaborare una nuova forma di razionalità sociale capace di eliminare i risultati e gli effetti irrazionali propri della razionalità economica. 
I membri della Scuola di Friburgo, invece, si sono posti il problema della possibilità di una razionalità economica che sia capace di annullare o quanto meno neutralizzare l’irrazionalità del capitalismo. Gran parte di membri delle due scuole ha fatto inoltre l’esperienza dell’esilio, abbandonando la Germania nazionalsocialista, o della resistenza interna al regime. Tuttavia, mentre gli economisti ordoliberali definiranno il quadro concettuale e giuridico della costituzione della Repubblica Federale Tedesca tra il 1945 e il 1947 ponendo le basi per la rinascita economica del loro paese, la parabola ascendente dei francofortesi tornati in Germania dopo la fine della guerra si concluse simbolicamente nelle aule sgomberate dell’Università di Francoforte nel 1968.

Prima di delineare l’orientamento politico delle dottrine ordoliberali ossia a partire da cosa e contro chi pensano e scrivono gli autori della Scuola di Friburgo vorrei spendere qualche parola in merito alla storia dei suoi membri principali. Walter Eucken (1891-1950), professore di economia politica a Friburgo dal 1927 dove conosce Husserl, fonda nel 1936 la rivista “Ordo”, da cui “ordoliberalalismo” trasse il nome. 

Attorno a tale rivista si riunirono tutti quei giuristi ed economisti che durante gli ultimi anni della Repubblica di Weimar si erano opposti all’adozione misure di tipo keynesiano e durante il Terzo Reich alla politica economica di Hjalmar Schact. 
Eucken non scelse la strada dell’esilio e rimase silenzioso in Germania continuando ad insegnare a Friburgo fino a quando nel 1948 divenne il più importante dei consiglieri scientifici riuniti attorno a sé da Ludwig Erhard
Quest’ultimo era un economista che durante gli anni del regime nazista aveva tenuto un profilo molto modesto e si era dedicato a ricerche di carattere economico per poi diventare nel 1948 Direttore dell’amministrazione dell’economia per il settore anglo-americano nella Germania occupata. Il consiglio scientifico (Wissenschaftlicher Beirat) da lui radunato delineò i principali orientamenti della politica economica della futura Germania, la cosiddetta “economia sociale di mercato” [Soziale Marktwirtschaft] —primato della politica monetaria e della politica di sviluppo, allineamento dei prezzi sull’offerta delle merci, ripartizione equa e graduale dell’aumento del benessere. 
Deputato cristiano-democratico per la CDU, nel 1951 Adenauer lo scelse come Ministro dell’Economia. Erhrad verrà considerato negli anni seguenti il padre del miracolo economico (Wirtschaftswunder) tedesco. Nella commissione scientifica riunita da Erhard figurano anche Franz Böhm (1895-1977), giurista e docente a Friburgo e allievo di Husserl, Alfred Müller-Armack (1901-1978) storico dell’economia, anch’egli professore a Friburgo, segretario di stato di Ludwig Erhard e uno dei negoziatorie del trattato di Roma nel 1957. Tra gli altri Alexander Rüstow (1885-1963) e soprattutto Wilhelm Röpke

Tutti questi studiosi e professori, riuniti attorno alla rivista “Ordo” e nel consiglio scientifico voluto da Erhard, non solo svilupparono i concetti principali di quella corrente di pensiero che noi oggi chiamiamo “Ordoliberalismo” ma su tali basi posero le fondamenta della costituzione economica prima della Repubblica Federale Tedesca. Non solo, ma a partire della concezione ordoliberale dell’economia, della società e del loro governa è stato delineato e pensato il quadro giuridico proprio dell’Unione Europea. Ma procediamo con ordine.

Partiamo dal periodo che ha visto la formazione e poi l’insegnamento e la ricerca universitaria (anni Venti e Trenta) condotta da questi autori. Quali sono i problemi che muovono il loro pensiero? A partire da quale conflitto trae forza e si sviluppa la riflessione che accomuna i collaboratori della rivista “Ordo”? Qual è il “campo di avversità”, per usare la terminologia foucaultiana, entro cui prende corpo il pensiero ordoliberale durante gli anni precedenti la caduta del nazionalsocialismo? Tra i diversi elementi che possiamo citare, quello politicamente più pregnante e decisivo, quello che accomuna e spinge e quella che in molti hanno definito “Paura” o Fobia di stato”. 

Di cosa si tratta? Che cosa indica? La Scuola di Friburgo prende le mosse da quelle che considera le cattive risposte alla crisi del capitalismo internazionale seguente la Prima Guerra Mondiale: la Rivoluzione bolscevica e la politica dirigista propria del sistema totalitario sovietico, la crisi del 1929 e le misure di tipo keynesiano in Europa e negli adottate degli USA con il New Deal e soprattutto la risposta totalitaria fornita dal nazionalsocialismo al fallimento della Repubblica di Weimar nel 1933. 

In che senso gli ordoliberali considerano le politiche keynesiane come quelle totalitarie delle risposte cattive alla crisi, ponendole sullo stesso piano? In che modo e in che termini è loro possibile tale operazione? Attraverso quella che si può definire l’individuazione di un’invariante economico politica che nel caso in questione si tratta di una invariante antiliberale che vede legati tra loro i seguenti elementi: economia protetta, economia pianificata, economia assistenziale, economia keynesiana. Lo sviluppo anche di solo uno o più di questi elementi comporterà necessariamente lo sviluppo degli altri, secondo gradi diversi. 
La distinzione caratteristica da prendere in considerazione non è quella tra regimi totalitari e regimi liberal-democratici ma tra sistemi che adottano politiche liberali e quelli ad economica pianificata. I membri della Scuola di Friburgo, insieme ai loro colleghi austriaci (tra tutti von Mises e von Hayek) si sono occupati nel corso degli anni Venti e la Secondo Guerra Mondiale delle diverse politiche economiche e sociali elaborate per fronteggiare la crisi. Tra tutti segnalo gli studi di Hayek sul New Deal e quelli di Röpke sul Piano Beveridge durante la guerra. 
La conclusione a cui giungono è la non sostanziale differenza tra le politiche laburiste in Inghilterra e quelle della Germania nazista, o tra quelle di Roosevelt e i piani quinquennali di Stalin. Secondo la logica interna di questa invariante anti-liberale, il nazismo come regime totalitario rappresenta il caso dell’aumento indefinito del potere di stato. Ogni genere di politica economica interventista (economia protetta, pianificata, assistenziale e keyensiana) ha come presupposto e risultato la crescita del potere di stato e l’erosione degli spazi di libertà individuale. Ognuno di tali elementi comporta la presenza o lo sviluppo futuro degli altri. 
Gli ordoliberali, insieme ai loro colleghi della scuola austriaca [von Mises e von Hayek], criticano e rigettano come poco pregnante la distinzione allora in voga tra socialismo e capitalismo, tra totalitarismo e liberalismo. Per loro il nazionalsocialismo e l’Unione sovietica non rappresentano delle mostruosità per via della violazione totalitaria di ogni libertà e diritto individuale e democratico ma costituiscono il punto terminale ed estremo di un processo internazionale di crisi economica e politica che ha elaborato come unica soluzione lo sciagurato aumento del potere statale. Il nazionalsocialismo rappresenta la verità della crisi, il punto più chiaro ed estremo a cui giungeranno anche tutti quei paesi che hanno scelto di rispondere alla crisi con l’aumento del potere e dell’azione statale nell’economia e nella società.

Per comprendere un po’ meglio le ragioni di questa interpretazione politica delle vicende europee occorre fare un passo indietro e andare a vedere alcuni dei concetti politici che stanno alla base delle analisi ordoliberali e che Wilhelm Röpke (soprattutto insieme ad Hayek) ha sviluppato ed espresso con maggiore chiarezza. Il concetto attorno cui ruota l’analisi e la progetto politico ordoliberale secondo Röpke è quello di “Terza via” (che non ha nulla a che vedere con quella di Tony Blair). Il concetto di “Terza via” viene delineato a partire dall’interpretazione e dalla valutazione fornita da Röpke delle vicende del pensiero politico moderno. 

Rispetto a cosa si presenta come alternativa? Da un lato rispetto alle risposte più o meno totalitarie alla crisi e dall’altro rispetto a quello che viene definito il “cattivo pluralismo”. Responsabile del primo genere di risposta (quella che vede nell’intervento statale la soluzione) è il cosiddetto “razionalismo costruttivista”, di matrice hobbesiana. Questo vede come principali attori della politica moderna gli individui e lo Stato costruito mediante il dispositivo razionale del contratto. Tale versione hobbesiana del razionalismo sfocia negli esiti assolutistici prima e in quelli totalitari poi, per via di una serie di errori di valutazioni compiuti dalla ragione moderna che, nel suo afflato costruttivista pretende di poter costruire un ordine determinista. 

Dall’altro lato abbiamo invece il “cattivo pluralismo” come risultato anarchico e caotico proprio delle tendenze liberali: laddove gli individui sono abbandonati al liberismo selvaggio del mercato il risultato non potrà che essere disastroso. Per riassumere, il concetto di “Terza via” prende corpo a partire da una precisa valutazione politica delle logiche di cui sono portatori i due attori principali individuati dal pensiero politico moderno: l’individuo e lo Stato. Quest’ultimo se privo di controlli e limiti produce totalitarismo nelle sue molteplici declinazioni. Quando invece sono gli individui a disporre di infinita libertà, i risultati catastrofici saranno altrettanto inevitabili. 

A questo punto interviene la “terza via” [tra il liberalismo nella versione del laissez faire e il collettivismo socialista, Ndr] che delinea la possibilità di ordine sociale che si sviluppi all’insegna di quello che Röpke chiama un “pluralismo sano”. Questo concetto si basa su una teoria della società articolata in cerchie diverse (giuridica, politica ed economica) ognuna delle quali è inestricabilmente connessa alle altre. La pluralità di ambiti in cui si articola l’esistenza sociale dell’uomo è portata ad unità mediante il concetto di sussidiarietà (mutuato dall’enciclica sociale Quadragesimo anno promulgata da Pio XI nel 1931) che non assegna un ordine gerarchico alla relazione tra tali cerchie. L’articolazione sociale è data da un lato dalla connessione reciproca dell’ambito economico, politico e giuridico e dall’altro dall’assenza di un primato assiologico e ontologico di una cerchia sulle altre. Sfere non sovrapponibili, non riducibili ad una sfera fondamentale e decisiva (elemento antimarxista dell’ordoliberalismo) e in constante relazione reciproca.

Come si configura quindi l’azione di governo all’interno della concezione della società che è alla base dalla “terza via”? Mediante la nozione di interventismo liberale
Lo Stato si impegna a fornire un quadro giuridico, ossia un ordine di regole originarie attraverso cui l’economia di mercato (ossia il regime dei prezzi) possa funzionare secondo giustizia e in modo conforme alla natura umana (Röpke, Eucken). Lo Stato non interviene, in senso stretto, nella sfera economica. Non si può dire che la costituzione giuridico-politica guidi il mercato, perché in tal caso si ricadrebbe nelle svariate forme di dirigismo e interventismo economico. Non si può nemmeno optare per il disinteresse verso la sfera economica, impossibile tra l’altro visto e considerato il rapporto che lega le tre sfere. La politica, sostengono gli ordoliberali, deve influenzare l’economia istituendo uno spazio giuridico di regole, un ordine appunto, in cui il mercato possa evolvere secondo natura (regime di perfetta concorrenza e stabilità monetaria) e giustizia. Il giuridico non è determinato come sovrastruttura dall’economico. Il giuridico da invece forma all’economico che non sarebbe ciò che è senza il giuridico. La dimensione economica si caratterizza quindi come insieme di attività regolate. A questo punto gli ordoliberali possono dire che il mercato non è un dato naturale, in natura non troveremo mai un mercato in cui vige un regime concorrenziale sano e scevro di monopoli. Sarebbe un’ingenuità naturalista credere nella sua esistenza. L’ordine giuridico-economico, l’ordo che lo Stato deve istituire, gestire e proteggere, svolge la cruciale funzione di rendere possibile un’economia di mercato ed insieme ad essa lo spazio adeguato all’esercizio della libertà economica. Il governo deve essere quindi attivo e vigile.

Non avendo tempo e spazio a sufficienza per analizzare i diversi ambiti e modalità in cui si declina l’azione di governo ordoliberale (come i monopoli e la politica sociale) mi soffermerò solo su quello che ritengo particolarmente esemplificativo nell’economia di questa relazione ossia la teoria delle azioni conformi


Questa si trova formulata in un testo di Walter Eucken intitolato Grunsätze der Wirtschaftspolitik (1952) che rappresenta a suo modo il contraltare pratico di un altro suo testo più teorico Die Grundlagen der Nationalökonomie (1939). Cosa sostiene la teoria in questione? Che il governo deve essere vigile e attivo in due modi: mediante due generi di azioni: azioni regolatrici e azioni ordinatrici. Partiamo dalle prime. Le azioni regolatrici, sostiene Eucken, non avranno come loro oggetto i meccanismi e le dinamiche dell’economia di mercato bensì le condizioni di possibilità del mercato. In questo passo emerge chiaramente la formazione neokantiana di Eucken. Cosa significa agire sulle condizioni del mercato? Significa individuare, accettare e lasciar funzionare le tre tendenze fondamentali del mercato allo scopo favorirle e farle agire al meglio. Le azioni regolatrici si faranno carico quindi della tendenza alla riduzione dei costi, alla riduzione del profitto d’impresa, alla riduzione dei prezzi mediante miglioramento della produzione. In sintesi, per Eucken questo genere di azioni di governo avrà come obiettivo la stabilità dei prezzi intesa non come fissità ma come controllo dell’inflazione. Tutti gli obiettivi diversi da questo non potranno che essere secondari. Il mantenimento del pieno impiego, la conservazione del potere d’acquisto o l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti non dovranno diventare obiettivi primari. 

Di quale genere di mezzi si posso avvalere le azioni regolatrici
Principalmente della politica del credito (tasso di sconto*) e dell’abbassamento moderato della fiscalità evitando accuratamente misure come fissazione dei prezzi, sostegno a precisi settori di mercato, creazione sistematica di posti di lavoro e investimenti pubblici. Obiettivo primario è la stabilità dei prezzi. 

Passiamo ora al secondo tipo di azioni di governo delineato da Eucken, le azioni ordinatrici. Queste intervengo sulle condizioni strutturali del mercato, sulle sue condizioni di esistenza ossia le sue condizioni “quadro”. Come vi avevo detto per gli ordoliberali il mercato è un meccanismo complesso e sicuro a condizione che funzioni a dovere senza che dinamiche estranee intervengano a turbarlo inceppandone il funzionamento. Le azioni ordinatrici definiscono quella che Eucken definisce una politica di quadro
Per illustrarvi cosa sia una politica di quadro userò l’esempio adottato da Michel Foucault nelle sue lezioni che mi sembra particolarmente adatto al riguardo e ci permette anche di osservare all’opera la teorie ordoliberale nel processo di integrazione europea. 

Nel 1952 Eucken si chiese come far funzionare secondo i termini dell’economia di mercato l’agricoltura europea, fino ad allora caratterizzata da una serie di spazi più o meno protetti da dazi doganali. Cosa deve fare in tal caso una politica di quadro? Non agire sui prezzi o determinati settori. Per far nascere un’agricolture europea di mercato occorre agire non su dati immediatamente economici ma su elementi di quadro come la popolazione (troppo elevata la quota impegnata in agricoltura), il livello e la diffusione di nuove tecniche e strumenti, la formazione degli agricoltori, il regime giuridico e la disponibilità del terreno. Al limite sarebbe necessario agire anche sul clima. Queste sono per Eucken le condizioni quadro per lo sviluppo di un’agricoltura europea di mercato. Come vedete gli elementi quadro non sono direttamente economici ma rappresentano condizioni affinché un’economia di mercato con le sue leggi, le sue dinamiche possa instaurarsi e funzionare a dovere. Quanto più l’intervento sarà lieve e discreto a livello dei processi economici occorrerà intervenire, modificare e difendere quelle condizioni quadro (che abbiamo visto essere elementi tecnici, scientifici, giuridici, demografici) che saranno sempre più oggetto dell’azione del governo. Quello delineato da Eucken rappresentava a livello embrionale il piano Mansholt per il Mercato agricolo comune (1953 e 1968). Per riassumere: l’azione di governo si articola mediante azione regolatrici e conformi al fine di costruire un ordine concorrenziale di mercato che sia regolatore dell’economia.

A questo punto mi avvio alla fine della relazione. 

In conclusione vorrei tornare sull’orientamento politico dell’ordoliberalismo cercando di capire qual è stata la posta in gioco politica della sfida che l’ordoliberalismo si è trova ad affrontare sul piano teorico prima e sul piano pratico poi tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta. Seguendo Foucault, possiamo sostenere che la Scuola di Friburgo ha giocato una duplice partita. Da un punto di vista più generale, che possiamo ragionevolmente dire “epocale”, gli ordoliberali si sono confrontati con il problema della sopravvivenza del capitalismo, insorto dopo la Prima Guerra mondiale e le crisi economiche seguenti. Questa problema ha interessato in un modo o nell’altro tutti gli economisti, politici, filosofi e sociologi che si sono trovati a fare i conti con il proprio tempo tra i due conflitti mondiali. Gli ordoliberali si sono impegnati nello specifico a dimostrare come la logica economica propria del capitalismo non fosse intrinsecamente contraddittoria o irrazionale nel suo complesso ma che la crisi riguardava una particolare declinazione storica e istituzionale del capitalismo. Questi autori hanno voluto dimostrare che il capitalismo poteva sopravvivere a patto di elaborare una nuova forma economico-istituzionale che mostrasse come la logica del mercato, la concorrenza fosse possibile e non contraddittoria all’interno di nuovo un quadro istituzionale e giuridico. 

In secondo luogo ha pensato le condizioni affinché la Germania uscita dalla Seconda Guerra mondiale potesse legittimarsi come nuovo stato davanti al mondo e ai suoi futuri cittadini. A partire da cosa edificare un nuovo stato partendo dalla situazione di uni stato inesistente, da ricostruire e che aveva perso i suoi storici diritti politici? Gli ordoliberali che collaborano con Adenauer ed Erhard risposero o meglio resero possibile l’elaborazione della soluzione che verrà adottata: il nuovo stato tedesco fonderà la sua legittimità a partire dall’economia di mercato e dalla sua crescita. La Repubblica Federale Tedesca si legittima come quello stato che produce, riconosce e difende la libertà economica. Solo uno stato che lascia spazio alla libertà e alla responsabilità dei suoi cittadini può parlare a nome del popolo. Il nuovo stato parlerà e si baserà sul consenso di imprenditori, investitori e sindacalisti, soggetti che nella misura in cui accettano di giocare il gioco economico del mercato e della libertà producono consenso e legittimità politica».
* Fonte: Pandora
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