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IL LAVORO RENDE LIBERI? COME NO!?! di Tonguessy

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[ 24 marzo ]

L’etimo di questa parola è poco incerto. Viene dal latino labor che significa fatica. Ed il suo sinonimo è persino peggio. Travaglio (usato in alcuni dialetti nostrani, e praticamente identico nel francese, spagnolo e portoghese correnti) deriva dal latino tripalium, rozzo strumento di tortura. Le ragioni di questi legami etimologici si perdono nella notte dei tempi. 
Rimane indiscusso però l’antico legame con l’agricoltura, così come ci viene tramandato dalla Bibbia.

17. All’uomo disse: 

«Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!». [
Genesi 3,17-19]

Questo passaggio biblico viene così interpretato dai Domenicani (quelli di Ora et Labora):

«La maledizione divina non ha per oggetto il lavoro, così come non ha per oggetto il parto. Come quest’ultimo è la dolorosa vittoria della vita nei confronti della morte, così la fatica quotidiana ed incessante dell’uomo che lavora è il prezzo con cui deve pagare il potere sul creato che Dio gli ha affidato; il potere rimane, ma la terra, maledetta, oppone resistenza e deve essere domata (Gn 3, 17 ss)…Questo triste quadro non è sempre la conseguenza di errori personali, bensì è l’aspetto ordinario del lavoro vissuto dalla razza di Adamo» [1] —annota amaramente l’articolo.

Domare una “terra maledetta” come prezzo da pagare per la mera sopravvivenza, ecco il tripalium di cui sopra. O il labor, a voler essere clementi —in spagnolo e francese labrar ancora oggi indica l’aratura.
«È adesso universalmente riconosciuto che l’agricoltura di solito conduce a un aumento di lavoro, a una diminuzione della condivisione, a un incremento della violenza, a una riduzione della durata della vita, e così via». Afferma Zerzan, mettendo sotto una nuova luce il nesso biblico tra agricoltura e lavoro.
«C’è stata una potente rivoluzione nel campo dell’antropologia e dell’archeologia negli ultimi venti anni, e ormai si giunge a comprendere sempre più che prima dell’agricoltura e della domesticazione — con cui addomesticando gli altri abbiamo domesticato noi stessi — la vita era di fatto prevalentemente una vita agevole, fatta di intimità con la natura, di saggezza sensuale, di salute e di eguaglianza tra i generi». Continua il critico radicale. [2]

Gli fa eco il premio Pulitzer Jared Diamond che in un saggio dall’eloquente titolo “Il peggiore errore della storia della razza umana” afferma: 

«Recenti scoperte suggeriscono come l’avere adottato l’agricoltura, che si suppone sia stato il nostro maggiore passo verso una vita migliore, fu in realtà una autentica catastrofe da cui non ci siamo mai ripresi….Con l’agricoltura arrivarono anche le grandi diseguaglianze sociali e sessuali, le malattie ed il dispotismo che maledicono le nostre attuali esistenze».

Le poche etnie che ancora non conoscono il concetto di lavoro come i Boscimani del Kalahari 

«… hanno un sacco di tempo libero, dormono un bel po’ e lavorano molto meno dei contadini loro vicini. Per esempio il tempo medio impiegato ogni settimana per procurarsi cibo varia dalle 12 alle 19 ore per un gruppo di Boscimani, e 14 ore o meno per gli Hazda nomadi”. [3] 

Il resto del tempo era dedicato all’otium. Quale lavoratore può vantare un primato simile?

Stando così le cose il lavoro, così come lo conosciamo, è un’attività che ha avuto inizio in un preciso punto temporale della storia dell’umanità: prima dell’avvento dell’agricoltura il lavoro non esisteva. Non esistevano obblighi di aratro e quindi di tripalium e l’imposizione biblica “con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita” non poteva trovare applicazione dato che dolore e cibo rimanevano dissociati sul piano dell’esistenza fisica.

Anche l’antropologo Marshall Sahlins nel suo “L’economia dell’età della pietra”, ha dimostrato che il lavoro così come pensato oggi non è sempre esistito e «dato il posto che occupa nella vita e nei rapporti sociali, impedisce la creazione e l’invenzione di altre relazioni sociali».

John Holloway va oltre e, partendo dall’analisi marxista su lavoro concreto e lavoro astratto (e relativo valore d’uso e valore di scambio), nel suo libro “Crack Capitalism” condanna esplicitamente

«… il nostro agire sotto la dittatura del lavoro astratto, cioè valore, soldi e profitto. E’ sotto questa astrazione che si nasconde la vera natura dello Stato. Se vogliamo cambiare la società dobbiamo fermare la subordinazione delle nostre attività al lavoro astratto, e fare qualcos’altro».

Beh, visto che stiamo parlando di rapporti tra Stato e lavoro, ecco il primo articolo della nostra Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Cioè sulla produzione di plusvalore. Lungi da me sminuire la buona fede e la statura morale dei Padri Costituenti (nel dopoguerra rimboccarsi le maniche e lavorare per ricostruire l’Italia distrutta era un imperativo irrinunciabile), ma con questa pietra angolare rimaniamo tutti ingessati nei ruoli che il capitale di volta in volta definisce a seconda delle proprie convenienze. Ed il lavoro, come appena dimostrato, è l’elemento centrale dell’intera questione. Il lavoro è ciò che permette, attraverso le varie specializzazioni, di fissare le classi sociali: lavori umili e malpagati creano il lumpenproletariat, mentre lavori di gestione di sistema (cioè dirigenti, amministratori delegati, direttori etc) creano l’upper class. Nel mezzo quel che resta.


Senza lavoro queste divisioni non avrebbero ragione di esistere, il che è esattamente ciò che succedeva prima dell’invenzione del pane legato al lavoro e quindi al tripalium: nei siti paleolitici sinora esplorati nessuno possedeva più suppellettili di altri. Cioè nessuno sfruttava gli altri e se ne vantava attraverso i vari status symbol che oggi definiscono l’appartenenza alle classi abbienti.

Un aspetto attualmente legato alla produzione di merci è la robotica, ovvero la sostituzione dell’uomo con la macchina nel processo produttivo. Il termine robot deriva dal ceco robota che significa ‘lavoro forzato’. La sostituzione dell’uomo con macchine sempre più sofisticate non si è arrestato davanti alla postmodernità e alla sottesa iperrealtà. 


Oggi l’High Frequency Trading (computer programmati per eseguire transazioni borsistiche sul filo delle frazioni di secondo) raggiunge volumi di scambio impressionanti. E così mentre robot industriali costruiscono merci sempre più sofisticate e miniaturizzate, i loro alter ego virtuali manovrano cifre spaventose nei mercati borsistici mondiali. Il tutto per ottimizzare il lavoro non in previsione di una maggiore libertà individuale, ma per aumentare le vendite e quindi i profitti, unico vero scopo del lavoro. A questo e null’altro serve la Civiltà delle Macchine

Inutile sperare che le macchine possano rendere l’uomo più libero, togliendogli le fatiche più gravose e lasciandogli più tempo libero; la massima “libertà” moderna è la disoccupazione. Per quanto bene possa andare non riusciremo mai a concepire la nostra vita senza “robota” (lavoro forzato) né a investire solo 15 ore settimanali per la sussistenza famigliare. Robot e robota hanno avuto il sopravvento sulle nostre vite.

La deriva più estrema del concetto di lavoro legato all’espiazione e alla tortura è ben rappresentato dal cartello che ancora oggi campeggia all’ingresso del più noto campo di lavoro, ovvero Auschwitz: Arbeit Macht Frei.

Il lavoro rende liberi. Come no?!

«Il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. Perciò l’operaio solo fuori del lavoro si sente presso di sé; e nel lavoro si sente alienato, fuori di sé». 

[Karl Marx. Manoscritti economico-filosofici]
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4 pensieri su “IL LAVORO RENDE LIBERI? COME NO!?! di Tonguessy”

  1. Valdo dice:

    Ora et labora è motto dei Benedettini… solo per precisione.

  2. Maldoror dice:

    Se si riuscisse a essere un pelino meno professorali si risulterebbe più simpatici come movimento.

  3. Rosanna Spadini dice:

    Un rimedio potrebbe essere una società matriarcale … ne esistono tuttora più di un centinaio di società matriarcali nel mondo (i Minankabau dell’Indonesia è una delle più numerose, con tre milioni di persone, seguita dalla società Moso in Cina e da quella yuchiteca in Messico), organizzazioni pacifiche ed egualitarie, basate sulla partnership e non sul “dominio delle madri”, che continuano a tener vivo un diverso modello di civiltà per donne e uomini. La centralità delle donne, la matrilinearità e la matrilocalità, , la “mutualità economica”, i processi decisionali basati sul consenso, la sacralità della terra, il divino femminile sono alcune delle linee guida che caratterizzano queste società che s'incontrano dall’Asia alle Americhe all’Africa. Queste comunità, che oggi rischiano di scomparire dietro le forti spinte della globalizzazione, costituiscono una precisa forma sociale che vanta una tradizione millenaria. La loro struttura politica, economica, sociale e spirituale è di estremo interesse perché ci insegna a organizzare e mantenere società non violente, mutuali, bilanciate e sostenibili, dove le donne sono sì al centro, ma non per questo ricorrono a strutture di dominio per guidare la comunità. Ma il potere maschile farà mai un passo indietro ?http://www.terranuova.it/Ecologia-della-mente/Le-societa-matriarcali-come-modello-di-civilta

  4. Simone ArticoloUno Boemio dice:

    Tutto vero in assenza di uno Stato democratico che controlla l'economia e i mezzi di produzione.In quel caso, l'orario di lavoro potrebbe essere adattato alle esigenze del singolo lavoratore e il lavoro diventerebbe quello che dovrebbe essere: un momento della giornata in cui ci si dedica al proprio dovere sociale ed alla propria realizzazione.Anche in questo caso la Carta del '48 può venirci in soccorso (senza andare a cercare soluzioni estranee alla nostra civiltà) ed applicarla senza riserve risolverebbe gran parte dei problemi dei cittadini italiani.ArticoloUno

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