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CHE SUCCEDE IN AUTUNNO SE RENZI PERDE? di Leonardo Mazzei

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[ 9 aprile ]

Se perderà il referendum costituzionale, Renzi si dimetterà oppure no?
Con quale legge si andrebbe eventualmente a votare?

Adesso Renzi è davvero in difficoltà. Anche se non sarà per l’oggi, a breve il governo dei “rottamatori” rischia di finire rottamato. Nell’esecutivo guidato dal più giovane dei presidenti del consiglio della storia, sono proprio i ministri (e le ministre) più giovani quelli più invischiati nelle maglie di una diffusa rete affaristica. E quando inizia il conflitto con la magistratura è segno che nel blocco dominante qualcosa si è rotto. Le vicende di Craxi e Berlusconi qualcosa dovrebbero insegnare.
Nel percorso che condurrà alla «madre di tutte le battaglie», cioè il referendum costituzionale previsto per ottobre, avranno la loro importanza diversi passaggi. Tra questi, oltre agli sviluppi delle inchieste in corso, avremo (con un peso oggettivamente limitato) il referendum del 17 aprile sulle trivellazioni in mare e, soprattutto, le elezioni comunali nelle principali città d’Italia. Senza dimenticarci, perché sarà invece elemento fondamentale, l’andamento dell’economia ed i margini di flessibilità di bilancio che Renzi vorrà e, più ancora, riuscirà a strappare all’Europa per il 2017.


Dall’insieme di questi fattori sapremo in quali condizioni di forma il fiorentino arriverà sul ring d’autunno, quando – ne siamo convinti – sarà possibile mandarlo al tappeto con la vittoria del no. Naturalmente, ognuna delle questioni citate meriterebbe un’ampia trattazione. Ma non è questo lo scopo del presente articolo. 

Qui vogliamo invece soffermarci su una domanda che circola in diversi ambienti, in particolare tra coloro che sono già mobilitati nei comitati per il NO a difesa della Costituzione. Cosa succederà se Renzi verrà sconfitto? Questa domanda ne contiene immediatamente un’altra: si dimetterà davvero? Ovvio che dalla risposta a questa domanda derivano altre e decisive sotto-domande. Nel caso di dimissioni, come si arriverà alle nuove elezioni? Con quale legge elettorale si voterà? Ed invece, nel caso in cui il Bomba si rimangiasse l’impegno ad andarsene a casa, quali sarebbero le sue mosse?

Farsi queste domande non è esercizio inutile, anche se darsi oggi delle risposte espone certamente a possibili errori. In questi casi non si può che provare a ragionarci su, scartando intanto le ipotesi meno realistiche e procedendo per approssimazioni successive.

Perché non si tratti di un esercizio inutile è presto detto. Perché lo «sconfittismo», questa  potente sindrome che muove i pochi neuroni rimasti della sinistra sinistrata, porta a pensare due cose: 1. che anche in caso di sconfitta Renzi non si dimetterà, 2. che in ogni caso la legge truffa denominata Italicum verrà messa in salvo.

Penso che si tratti di due errori catastrofici. Errori che portano a circoscrivere la portata del referendum al suo contenuto formale, l’approvazione o meno della controriforma costituzionale che sta per essere varata, in ultima lettura, dalla Camera. Ovvio che anche questo contenuto è in sé rilevantissimo. Ma proprio per questo, come si fa a pensare che l’esito del voto referendario non impatti violentemente sul quadro politico? E come si fa a pensare che l’altra controriforma – quella elettorale – legata così com’è all’impianto istituzionale disegnato dal governo, si salverebbe dalla sconfitta di quest’ultimo?

In queste domande retoriche è già contenuta la risposta di chi scrive. Tuttavia, siccome il tema è davvero importante, è giusto confrontarsi con chi la pensa diversamente. Ed il modo migliore è appunto quello di provare a rispondere alle domande elencate, ragionando ordinatamente sui relativi scenari.

Se sconfitto, Renzi si dimetterà oppure no?

Qui i casi sono davvero solo due: o dimissioni, oppure no. Come noto il presidente del consiglio ha già dichiarato urbi et orbi che in caso di sconfitta si dimetterebbe. A differenza del sottoscritto, alcuni pensano che queste dichiarazioni verrebbero immediatamente dimenticate in virtù di un insuperabile attaccamento alla poltrona. Del resto il Bomba è il Bomba, e nuove iperboliche argomentazioni verrebbero messe in campo pur di restare in sella.

Secondo i sostenitori di questa tesi, Renzi – pur sconfitto nella sua opera di definitiva “rottamazione” della Costituzione – punterebbe a salvare quel che più gli interessa, cioè il truffaldino Italicum. Problema: l’Italicum è disegnato per una sola camera, che fare dopo il ripristino del bicameralismo perfetto? Semplice, dicono costoro: Renzi si barrica con i suoi a Palazzo Chigi, dove concepisce un decreto legge di poche parole che estende l’Italicum anche al Senato. Facile a dirsi, difficile a farsi. l’Italicum prevede infatti il ballottaggio, e non si è mai visto al mondo un paese che va ad elezioni con doppio ballottaggio, con la possibilità di due esiti non solo diversi, ma decisamente contrapposti.

Tornerò più avanti su questi aspetti specifici riguardanti la legge elettorale. Qui bisogna invece tagliare la testa al toro: al di là del suo plateale e certificato attaccamento al potere, in caso di sconfitta Renzi sarà costretto alle dimissioni, anche perché il blocco di potere che l’appoggia non potrebbe più sostenerlo.

Per comprendere che così stanno le cose, proviamo ad immaginare che sia giusta la tesi che sto contestando. In quel caso, dopo aver “uniformato” (una uniformazione è in realtà tecnicamente impossibile, ma anche questo lo vedremo più avanti) le leggi elettorali di Camera e Senato, Renzi andrebbe ovviamente ad elezioni. E voi pensate che dopo (1) la batosta referendaria e (2) una simile forzatura delle regole, il Pd vincerebbe le elezioni???

Come sappiamo c’è perfino chi pensa che anche un Renzi vincitore in autunno potrebbe perdere, proprio in virtù delle dinamiche del ballottaggio, le successive elezioni. Non sono per niente d’accordo con questa tesi, ed anche per questo considero di cruciale importanza l’esito del referendum. Ma pensare addirittura che un Renzi bocciato sulla sua controriforma  possa rinascere nelle urne del voto politico è pura fantapolitica.

Proviamo ad immaginarci il day after, il giorno dopo lo scoppio referendario del Bomba. Non solo gli avversari ne chiederebbero ovviamente la testa, ma l’intero Pd andrebbe in bambola. La sua eventuale scelta di barricarsi nel Palazzo ne farebbe un uomo assediato, segnandone di fatto l’isolamento e la sconfitta politica, da certificarsi nelle urne da lì a breve. Nel frattempo, il blocco di potere che lo ha fin qui sostenuto andrebbe alla ricerca di altre soluzioni. Soluzioni, beninteso, non facili, ma tutte da pensarsi nel quadro del “dopo-Renzi”. 

La conclusione è che, se battuto, Renzi dovrà giocoforza dimettersi. Non necessariamente la sera del voto, ma certamente da lì a breve. L’obiezione a queste conclusioni è che la debolezza degli avversari, insieme alla difficoltà di trovare soluzioni alternative, potrebbe favorire un suo estremo tentativo di resistenza. Di certo la vittoria del no determinerebbe situazioni piuttosto convulse, con dinamiche che ora sarebbe assurdo pretendere di prevedere fin nei dettagli. Quel che però va escluso è che al Renzi 1 (il “rottamatore” figlio della crisi della seconda repubblica e dei suoi partiti) possa tranquillamente succedere un Renzi 2 in qualche modo rabberciato dopo la sberla referendaria.

Con quale legge si andrebbe a votare?

Abbiamo già esaminato, criticandola, la tesi che ipotizza un Renzi non dimissionario che mette subito mano all’adorato Italicum per estenderlo al redivivo Senato. Naturalmente, con o senza Renzi, nulla vieterebbe in teoria che anche un altro governo possa essere tentato da un decreto in tal senso. Ma, oltre all’assurdità di un doppio ballottaggio, c’è un altro ostacolo che non si vede proprio come possa essere superato.

Ho già accennato al fatto che una semplice estensione della legge della Camera al Senato non è possibile per una banale ragione costituzionale. Così recita infatti l’articolo 57 della Costituzione: «Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero». Che significa «base regionale»? Significa che non è possibile un’estensione – sic et simpliciter – dell’Italicum al Senato, a meno di non voler pensare a pittoreschi ballottaggi regione per regione. Con il che non solo si sarebbe superato ogni limite di incostituzionalità, ma pure quello di ogni immaginabile senso del ridicolo.

Diranno i nostri critici che il decreto potrebbe estendere l’Italicum, ma senza ballottaggio. Certo, in teoria tutto si può fare, ma se si riapre la discussione su vari aspetti della legge elettorale vi pare che il governo possa procedere con decreto legge, tanto più in un quadro post-Renzi? Ma ammettiamo invece che questo avvenga: non ritorneremmo così alla situazione del vituperato (e dichiarato incostituzionale) Porcellum? Magari! Arriveremmo invece ad un Porcellum vieppiù incasinato. Bisogna tenere infatti conto del premio di maggioranza con soglia al 40% previsto dall’Italicum. Trasposto così com’è al Senato, questo significherebbe che in alcune regioni, laddove una lista raggiungesse il 40%, si applicherebbe un premio di maggioranza regionale, nelle altre no.

Si farà allora un decreto senza premio di maggioranza al Senato, senza che si riapra una discussione generale? Difficile immaginarlo, ma se anche fosse non si sarebbe così arrivati ad una legge del tutto simile a quella uscita  dalla sentenza della Corte Costituzionale del gennaio 2014? In questo caso a nulla servirebbe decretare, visto che non di un’estensione dell’Italicum si tratterebbe, bensì della sostanziale applicazione del cosiddetto Consultellum.

Non si vede dunque quale potrebbe essere il senso di un decreto, a meno che non si voglia ipotizzare un testo che riscriva completamente la legge. Ma a quel punto non vedo perché non immaginare un decreto che assegni d’ufficio la vittoria al Pd…

Comunque, decreto o non decreto, con quale legge si andrà a votare?

Immaginiamo di essere già un minuto dopo la vittoria del no. A quel punto avremmo in vigore due leggi: una per la Camera, l’Italicum; l’altra per il Senato, il Consultellum. La prima con il premio di maggioranza ed il ballottaggio, la seconda un sistema proporzionale con soglie di accesso (una soglia del 3% è prevista anche nell’Italicum).

Se, per ipotesi, si andasse alle urne il giorno dopo il referendum è con queste regole che andremmo a  votare, ma è evidente che ci troveremmo in una situazione non solo paradossale, ma anche senza precedenti. 

Non che in un sistema bicamerale non si possa votare con due sistemi diversi tra le due camere. Così è stato nella prima repubblica, dove la differenza era però limitata al mancato riporto dei resti nel collegio nazionale al Senato, un fatto che determinava un maggior effetto di disproporzionalità nell’attribuzione dei seggi rispetto alla Camera. La cosa era ovviamente negativa, ma nemmeno lontanamente paragonabile alla disproporzionalità delle leggi successive. Ad ogni modo, nella storia della prima repubblica, mai si è verificato il caso di maggioranze diverse nelle due camere.

 

Anche con il Mattarellum, entrato in vigore nel 1994, vi erano differenze tra i sistemi elettivi di Camera e Senato, visto che alla composizione dell’aula di Montecitorio, a differenza di quella di Palazzo Madama, concorreva anche una quota proporzionale del 25%. Tuttavia, queste due leggi – sia chiaro, dal punto di vista di chi scrive estremamente negative, perché basate entrambe su un sistema maggioritario – erano sì diverse ma non propriamente opposte.

Poi, a fine 2005, arrivò il Porcellum. Con la legge firmata da Calderoli i due sistemi elettivi si avvicinarono per un verso, in virtù di un comune sistema proporzionale, ma si allontanarono per un altro, a causa del premio di maggioranza: nazionale alla Camera, regionale (proprio in virtù del richiamato art. 57 della Costituzione) al Senato. Ne venne fuori un discreto casino, evidenziatosi in particolare con la vittoria dello schieramento di centrosinistra che sosteneva la candidatura di Prodi nel 2006. In quell’anno il centrosinistra ottenne alla Camera un vantaggio elettorale minimo che però si tradusse in una maggioranza ampia di seggi grazie al premio di maggioranza. Anche al Senato lo stesso schieramento ottenne la maggioranza (si badi, a dispetto di una sconfitta nei voti rispetto alla destra), ma si trattò di una maggioranza debole e risicata che ben presto saltò per aria.

A cosa ci serve questa breve ricostruzione storica? Ci serve a dimostrare che finora si sono avuti sistemi relativamente diversificati tra Camera e Senato, ma sempre dentro una cornice di base unitaria. Diverso è il caso attuale, o meglio quello che si determinerebbe con la vittoria del no in autunno.

Italicum e Consultellum non sono soltanto diversi, sono logicamente incompatibili. E lo si può dimostrare con una sola domanda. Che senso può avere la determinazione di una maggioranza alla Camera, attraverso un premio che scatta al 40% o con il ballottaggio, quando il Senato verrà eletto con un sistema di tipo proporzionale? Nessun senso, dato che i meccanismi premiali sono pensati per ottenere la famosa “governabilità”, vero totem delle oligarchie dominanti, ma la combinazione di queste due leggi non può certo garantire automaticamente quel risultato. Lo garantirebbe solo qualora vi fosse realmente una maggioranza assoluta di voti ad un partito o ad una coalizione  – che è poi l’unica condizione che può legittimare democraticamente una maggioranza, concetto semplice che ovviamente non piace ai potenti -, ma il verificarsi di questa condizione renderebbe inutili sia il premio di maggioranza che il ballottaggio.

Abbiamo dunque di fronte due leggi logicamente incompatibili, il che non vuol dire legalmente incompatibili. Dunque non possiamo escludere nulla. E tuttavia appare probabile che una soluzione venga tentata per evitare un simile pastrocchio. Un pastrocchio creato proprio dal sig. Renzi e dai suoi illuminatissimi consulenti costituzionali. Costoro hanno fatto la follia di approvare una legge elettorale per una sola camera, prima ancora che il bicameralismo fosse effettivamente superato. Dilettanti allo sbaraglio? Di certo pasticcioni all’opera.

In teoria vi sono due strade per evitare di andare al voto con due leggi così incompatibili fra loro. Una più tradizionale, ma probabilmente meno efficace. Una meno rituale, ma certamente più risolutiva. 

In cosa consista la prima strada è presto detto. Cosa avviene di solito quando un sistema politico si trova in stallo? Avviene che un’autorità formalmente super partes, depositaria di precisi compiti istituzionali, detta i passaggi per superare l’impasse che si è determinata. Ora, che Mattarella non sia super partes è cosa abbastanza ovvia. E tuttavia (art. 88 della Costituzione) sua sarà la scelta di sciogliere o non sciogliere immediatamente le camere. Ovviamente, nel caso in cui la scelta fosse quella del non scioglimento immediato, essa si motiverebbe solo con la ricerca di un accordo sull’armonizzazione delle due leggi in vigore. A tale scopo (art. 87 della Costituzione) egli potrebbe inviare un apposito messaggio ai due rami del  parlamento.

Difficile valutare l’efficacia di una simile scelta e di un simile eventuale appello. Quel che è certo, però, è che a quel punto la base sulla quale operare la suddetta armonizzazione non potrebbe essere l’Italicum. Legge concepita – lo ripetiamo per la millesima volta – per un sistema mono-camerale, dunque incompatibile con quello bicamerale.

La seconda strada sarebbe sicuramente quella preferibile in termini democratici. Ma sarebbe anche quella più rapida e meno pasticciata. Essa è nelle mani dei membri della Corte Costituzionale.

Come noto, nel febbraio scorso il Tribunale di Messina ha accolto 6 dei 13 motivi di incostituzionalità dell’Italicum, contenuti nel ricorso presentato da un gruppo di avvocati del Coordinamento democrazia costituzionale, coordinati dall’avv. Felice Besostri, già artefice della vincente causa di incostituzionalità contro il Porcellum

A questo punto la cosa è di competenza dei giudici costituzionali. Quando si pronunceranno al momento non si sa, ma ben difficilmente la decisione della Consulta potrà prescindere dal quadro generale. In teoria la sentenza potrebbe arrivare prima del referendum, ma proprio in virtù della considerazione di cui sopra è assai difficile che ciò avvenga. Più probabile, del tutto più probabile, che la sentenza arrivi dopo il voto autunnale. E che si orienti in base ad esso.

Un Renzi vincente nelle urne referendarie si vedrebbe bocciare la sua creatura più amata, e soprattutto quella più decisiva per consolidare il suo potere? Tutto può essere, ma non ci credo. All’opposto, a fronte della bocciatura della controriforma costituzionale, potrebbe la Consulta tenere in vita una legge concepita appunto in funzione di quella controriforma? Io penso di no.  

Quel che succederebbe in caso di bocciatura dell’Italicum è del tutto evidente. Poiché i motivi accolti riguardano, tra gli altri il «vulnus causato dalla legge al principio di rappresentanza territoriale», quello «causato al principio di rappresentanza democratica», la «mancata previsione di una soglia minima per accedere al ballottaggio», nonché «l’irragionevolezza di aver varato una legge elettorale per la sola Camera dei deputati quando oggi la Costituzione prevede il bicameralismo paritario tra Camera e Senato», sembrerebbe ragionevole ipotizzare una sentenza in linea con quella di due anni fa.

Detto così può sembrare troppo facile. Ma non siamo così ingenui da immaginare un percorso lineare verso questo esito. Ne esso è scontato. Stiamo parlando di un delicatissimo passaggio nella vita politica nazionale. Lungi da noi il pensare che questo possa avvenire senza scosse. E tuttavia quello delineato è un percorso possibile, a condizione che si vinca la prima decisiva tappa referendaria.

Per vincerla servirà la più ampia mobilitazione e, soprattutto, la massima lungimiranza politica. In gioco non è “solo” la controriforma costituzionale, che se così fosse la vittoria sarebbe assai ardua. In gioco è Renzi e il renzismo. E state certi che è su questo terreno – e solo su questo terreno – che il no potrà vincere. Altro che il non voler trasformare il referendum in uno scontro pro o contro Renzi, come lo stesso Coordinamento democrazia costituzionale si è premurato di scrivere scioccamente in una sua risoluzione!

Cominciare a diradare le nebbie sul dopo-referendum, se da un lato è operazione difficile e necessariamente approssimativa, dall’altro è utile, come ho già scritto in premessa, per sconfiggere lo «sconfittismo», l’idea perniciosa dell’impossibilità di battere i potenti, sempre, ovunque e (come diceva uno scrittore satirico delle mie parti) «perunque e quantunque».   

Certamente non si uscirà da questa forma mentis per un articolo. Certamente i membri della sinistra sinistrata non ammetteranno mai che la loro sconfitta non è quella di ogni lotta democratica e popolare per i secoli a venire. Di sicuro per molti di loro è ormai troppo tardi. Ma il tarlo dello «sconfittismo» va comunque combattuto, perché questa mentalità residuale e perdente rischia di fare grossi danni nell’impostazione della battaglia referendaria.

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