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DEF 2016: NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE MA… di Leonardo Mazzei

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[ 11 aprile ]

1. Numeri e strategia del DEF
2. Come andrà con Bruxelles?
3. L’impatto sul referendum d’autunno

Niente di nuovo sotto il sole. Il governo ha approvato il DEF(Documento di Economia e Finanza) 2016, confermando la linea degli anni passati. Si aggiustano le previsioni precedenti – sempre al ribasso, come di consueto -, si formulano nuove e poco realistiche previsioni per il futuro, si annunciano ulteriori richieste di “flessibilità” all’Europa, ma provando (con quanto successo non si sa) a non indispettire troppo l’occhiuta Commissione di Bruxelles.


E’ il solito mix renziano, molto attento al consenso quanto inefficace nell’affrontare i nodi della crisi. C’è però una differenza rispetto al passato, ed è che gli annunci sulla “fine dell’austerità” e sulla “crescita” non attecchiscono più come prima. Ma da qui alla Legge di stabilità di certo Renzi si inventerà qualcosa, ad esempio l’estensione del bonus di 80 euro alle pensioni minime, come già accennato nei giorni scorsi. 

Ma entriamo nel merito del DEF. In primo luogo, esamineremo brevemente i numeri e l’impostazione della manovra autunnale pensata dal governo. In secondo luogo, cercheremo di capire come andrà a finire la partita con l’UE. In terzo luogo, aspetto politico assai importante, faremo un’ipotesi su come Renzi si giocherà il tutto nella campagna referendaria d’ottobre.

Numeri e strategia del DEF

Abbiamo già detto delle stime in peggio sul 2016. A settembre 2015 il governo prevedeva un Pil al +1,6%, oggi al +1,2%, un deficit al 2,2 mentre oggi viene dato al 2,3%, e soprattutto il debito è previsto in crescita dal 131,4 al 132,4%.

Dati in peggioramento, dunque, ma non per questo realistici. Certamente irrealistica (nel senso di eccessivamente ottimistica) l’ipotesi formulata sul Pil, di conseguenza irrealistiche le stesse ipotesi sul debito e sulla disoccupazione, che il DEF prevede in calo all’11,4% rispetto all’11,9% del 2015.

Interessante la previsione sull’inflazione, cioè sull’oggetto principale dell’azione promossa dalla Bce con il Quantitative easing. Come noto, l’obiettivo di Draghi è quello di portare l’inflazione «sotto ma vicina al 2%». Bene, qual è invece la previsione del governo italiano in questi anni di pieno QE? Per il 2016 si prevede un modestissimo 0,2%, che crescerebbe ad un ipotetico 1,3% nel 2017. Ora, è vero che il tasso di inflazione è determinato anche da fattori internazionali solo parzialmente prevedibili  (in primis il prezzo delle materie prime), ma l’obbiettivo della Banca centrale europea appare davvero lontano.

Ma veniamo alle previsioni sul 2017. Particolarmente importanti, perché è da questi numeri che verrà ritagliata la manovra finanziaria d’ottobre. Il DEF prevede una crescita dell’1,4%, un deficit all’1,8 ed un debito al 130,9%. Lasciamo perdere le stime sul Pil, che lasciano il tempo che trovano, vista la loro scarsissima attendibilità. Cruciale – ai fini della manovra prevista – è invece il dato sul deficit, dato che l’1,8 si discosta dal precedente impegno dell1,1% di 7 decimali di punto di Pil. Il che sembra niente, ma vale esattamente 11 miliardi. Sarà questa difatti la cifra che Roma chiederà a Bruxelles in termini di “flessibilità”.

Ma siccome l’1,8 è comunque inferiore al 2,3% previsto per il 2016, bisognerà trovare altri 9 miliardi. Da dove verranno? Da nuovi tagli alla spesa e da nuove riduzioni degli sconti fiscali (tax espenditures, come amano chiamarli). Ci saranno dunque nuovi sacrifici, alla faccia della decantata “fine dell’austerità”, ma Renzi cercherà di farsi bello con la nuova partita di 11 miliardi con l’Europa.

Una questione a parte, ma non per questo meno importante, è quella delle privatizzazioni. Per loro natura, queste ultime non possono fornire un gettito strutturale, ma solo una tantum. Il loro ricavato, previsto in mezzo punto di Pil (pari ad 8 miliardi), va ad abbattere – in misura peraltro minima – lo stock del debito senza incidere nel calcolo del deficit. Da dove verranno questi 8 miliardi ancora non si sa, ma per rendersi conto della logica di svendita del patrimonio pubblico che ispira le privatizzazioni, potete leggere l’articolo Svendite di Stato: il caso di Poste Italiane.

Tra tutte queste cifre abbiamo trascurato un po’ quella relativa al rapporto debito/pil, ma solo perché questo dato altro non è che la risultante degli altri fattori. In proposito ci limitiamo a due osservazioni. La prima è che l’ipotesi assai cara a Padoan – quella di un sia pur timido inizio di calo della curva del debito – non appare per niente realistica. Secondo le tabelle del DEF il debito dovrebbe passare nel 2016 al 132,4% con un -0,3% rispetto al 2015, ma questo avverrebbe grazie ad un aumento del Pil chiaramente sovrastimato e ad un introito da privatizzazioni che è tutto da verificare, visto che più che vendite di svendite si tratta. La seconda osservazione riguarda l’ennesimo spostamento in avanti di un anno (adesso al 2019) del mitico quanto assurdo pareggio di bilancio. Ma non l’avevano messo in Costituzione?

Come andrà con Bruxelles?

Veniamo adesso al nodo europeo. Se nel 2016 la richiesta di flessibilità si fondava sulle cosiddette “riforme”, per il 2017 si punta invece sulle «circostanze eccezionali» rappresentate dal «deterioramento globale della crescita» e dal bassissimo tasso d’inflazione. Ora, siccome è chiaro che si può sempre trovare un motivo per rimandare le cose più sgradevoli, a Bruxelles si stanno spazientendo. 

La prima reazione al DEF è venuta dal vicepresidente della Commissione, Jyrki Katainen. Questo il suo commento: 

«L’Italia è un Paese che ha già ricevuto molta flessibilità, non possiamo continuare a concederne altra. Nuovi elementi di flessibilità non sono le risposte ai problemi di oggi». Ed ancora: «dobbiamo essere responsabili, bisogna continuare a fare le riforme, non c’è spazio per rilassarsi». 

Traduzione: bisogna continuare a privatizzare, a tagliare il welfare, a ridurre i salari. Questo, notoriamente, è il succo delle “riforme”. Non solo, il finlandese si è spinto ancora più in là, ribadendo la richiesta tedesca di costringere le banche italiane a svendere una fetta rilevante dei Btp in portafoglio. Insomma, l’aria in Europa non è proprio delle migliori…

Non è detto, tuttavia, che la posizione di Katainen sia quella della Commissione. Difficilmente Renzi avrà tutta la “flessibilità” richiesta, ma neppure una chiusura totale appare probabile. Questo per evidenti motivi politici. Dal punto di vista delle oligarchie europee al momento Renzi non appare facilmente sostituibile, ma questo sarebbe il meno. Il fatto più importante è che stiamo parlando delle finanziarie 2017, l’anno delle fondamentali elezioni francesi. In vista di quell’appuntamento la Commissione chiuderà di certo gli occhi sui conti di Parigi, cosa che potrebbe avvenire anche su quelli di Madrid a seconda di come la Spagna uscirà dall’attuale crisi politica. Un quadro che potrebbe evolvere ulteriormente in quella direzione (ma qui la previsione si fa più difficile, perché potrebbe invece affermarsi una spinta opposta), qualora gli eurocrati si trovassero ad affrontare le forze centrifughe seguenti all’eventuale Brexit. E’ evidente che Renzi si prepara a cavalcare la situazione appena descritta. Potrà la Commissione negare a Roma quel che concederà giocoforza alla Francia e forse anche al nuovo governo spagnolo? Questo è il calcolo che si legge nelle aride righe del DEF.

L’impatto sul referendum d’autunno

Sul piano delle scelte economiche lo abbiamo già detto: niente di nuovo sotto il sole. Ma una lettura più politica della strategia renziana ci porta anche ad altre considerazioni.

Che impatto avrà la manovra disegnata da Renzi sul fondamentale referendum d’autunno? Ora qualcuno sobbalzerà sulla sedia dicendo: ma che c’entra? Invece c’entra eccome. Chi pensa che il referendum si deciderà solo attorno ad un ordinato e circoscritto dibattito sui temi costituzionali è palesemente fuori dalla realtà. Nel bene e nel male la vittoria si giocherà invece attorno alla questione del governo. Renzi lo sa ed utilizzerà anche la Legge di stabilità a tal fine.

La prova di tutto ciò è rintracciabile nella scelta dei tempi voluta dal capo del governo. Questa tempistica porta a collocare il referendum al 16 ottobre, quando il termine per la presentazione della Legge di stabilità (alias finanziaria) è il 15. Chiunque può capire che non si tratta di un caso.

Naturalmente, da qui all’autunno potranno succedere molte cose, ma il calcolo del fiorentino è evidente: presentare una finanziaria relativamente soft, condita da promesse fiscali e – quasi certamente – dall’incremento di 80 euro alle pensioni minime. Questo innescherà immediatamente un contenzioso con Bruxelles? Tanto meglio per lui, che potrà così ergersi a paladino dell’interesse degli italiani. Tanto il giudizio sulla Legge di stabilità arriverà dal “tribunale” europeo solo qualche settimana dopo, ad urne abbondantemente chiuse.

Volete far dimettere quest’uomo, proprio mentre si scontra con i tecnocrati dell’austerità teutonica? Questa sarà la sottile domanda insinuata nella mente degli italiani. Vi sembra una mossa stupida? Io non direi.

E’ una mossa che richiede una risposta non difensivistica: vogliamo vincere il referendum non solo per mandare a casa il Bomba, ma anche per riconquistare la sovranità nazionale, democratica e popolare, senza la quale la stessa difesa della Costituzione servirebbe a ben poco. 

Renzi vuol giocare al tiro alla fune con Bruxelles? Bene, noi vogliamo invece chiudere la partita,  tagliare quella corda ed uscire dalla gabbia europea. 

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