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L’ASPETTO CRIMINALE DELL’AUSTERITÀ PENSIONISTICA di Leonardo Mazzei

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[ 23 aprile ]
La nuova beffa firmata Renzi: volete la pensione? Pagatevela. E pure con gli interessi…

Si torna a parlare di pensioni. Stavolta per annunciare “flessibilità”, nome in codice che significa fregatura. L’ennesima.
Lorsignori hanno scoperto l’acqua calda: aumentare a dismisura l’età pensionabile porta ad un aumento della disoccupazione giovanile. Strano, avremmo detto tutti il contrario…


Quattro notizie in tre giorni hanno riportato il tema previdenziale alla ribalta. 

La prima: secondo il presidente dell’Inps Tito Boeri i nati nel 1980 rischiano di andare in pensione a 75 (settantacinque) anni. La seconda: a causa dei nuovi scalini scattati per le donne (legge Fornero) e dei calcoli Istat sulla “speranza di vita” (legge Dini), nel primo trimestre 2016 i pensionamenti sono diminuiti (rispetto allo stesso periodo del 2015) del 34,5%. La terza: nello stesso trimestre il valore medio mensile delle pensioni dei lavoratori dipendenti è sceso di ben 72 euro, passando dai 1.236 euro (ovviamente lordi) del 2015 agli attuali 1.164. La quarta, di cui ci occuperemo in questo articolo, è che il governo sta studiando la cosiddetta “flessibilità” in materia pensionistica.


Insomma, si va in pensione sempre più tardi e con un assegni previdenziali sempre più poveri. Dov’è la notizia? Non sapevamo tutti che è esattamente questo il futuro disegnato per gli anziani da un ventennio di controriforme, diciamo da Amato a Monti? Certo che è così, e per la verità il peggio deve ancora venire, come ha dovuto ammettere Boeri parlando della «paura della classe politica» a far conoscere agli italiani —con le cosiddette “buste arancioni”— le stime del loro estratto conto contributivo e la loro prevedibile data d’uscita. 

Andare verso una massa crescente di anziani poveri, in una società che invecchia e sempre più priva delle tradizionali reti di solidarietà familiare, non è solo un crimine, è anche una follia. Che si cominci a prenderne coscienza – peraltro senza riconoscerlo apertamente – con vent’anni di ritardo, grida semplicemente vendetta. Chi, come noi, si è sempre opposto alla logica antisociale delle tante “riforme” taglia-pensioni, ha sempre denunciato non solo le conseguenze immediate, ma ancor di più quelle di una prospettiva futura che definire cupa è troppo poco.

Ma veniamo a quel che bolle in pentola dalle parti di Palazzo Chigi. Anche nei piani alti del potere, da qualche tempo si comincia ad ammettere – ma guarda un po’! —che lo spropositato aumento dell’età pensionabile, decretato in particolare dalle norme della “Legge Fornero”, ha come contraltare l’aumento della disoccupazione giovanile. Se gli anziani non escono dal mercato del lavoro, come possono i giovani entrarvi?

Che una simile banalità venga annunciata adesso quasi fosse una scoperta dovuta a lunghi studi, è una cosa che fa solo prudere le mani. Ma, dirà l’ingenuo che è in ognuno di noi: meglio tardi che mai! E invece no. Perché nelle misure in preparazione non c’è nulla, ma proprio nulla di buono. E invece che chiudere un occhio sul passato sarà bene aprirli tutti e due sul presente e sul futuro.

Per ora non c’è nulla di preciso. Secondo una tecnica ben collaudata si fanno uscire ipotesi, si analizzano le risposte, si misurano le reazioni. Poi, passo dopo passo, si arriverà alle misure concrete, da inserirsi con ogni probabilità nella prossima Legge di Stabilità.

L’idea di fondo è quella di permettere, ad una platea di lavoratori attualmente non ancora definita, un’uscita anticipata rispetto alla maturazione del diritto a pensione in base alla legislazione vigente. Secondo alcune ipotesi la misura potrebbe riguardare solo precise categorie (lavoratori in esubero per crisi aziendali, disoccupati over 62, soggetti impiegati in attività usuranti); secondo un’altra ipotesi, invece, la norma potrebbe essere applicata (sembrerebbe quindi su base volontaria) a tutti i lavoratori che si trovano a 2/3 anni dal raggiungimento dell’età pensionabile.

Dice: che bello, finalmente si potrà anticipare un po’ il momento della pensione! Peccato che il costo dell’operazione (ed anzi qualcosa di più) sia tutto a carico del lavoratore. 

Oggi la “fantasia al potere” non è quella immaginata nel 1968, bensì quella dei peggiori trucchi della finanza. Esattamente quella evocata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini, che ha parlato di «sforzo creativo» per motivare il coinvolgimento delle banche nell’attivazione della mitica “flessibilità”. Da notare che il creativo Nannicini sa bene di cosa sta parlando, visto che Renzi lo ha messo alla guida della cosiddetta “cabina di regia” che ha in mano il dossier pensionistico. 

L’idea è molto semplice. Vuoi anticipare la tua pensione? Te la paghi per intero, anzi un bel po’ di più, vista la penalizzazione, più il pagamento degli interessi alla banca che ti ha finanziato l’anticipo.

Ecco come ci parla del meccanismo in preparazione la Repubblica del 20 aprile:

«Un lavoratore al quale mancano due o tre anni all’età della quiescenza potrebbe chiedere all’Inps di calcolargli l’importo della pensione con una penalizzazione che —secondo il ragionamento dei tecnici— potrebbe arrivare al 3-4 per cento per ogni anno di anticipo. L’assegno, fino al compimento dell’età per la pensione di vecchiaia, verrebbe erogato da una banca come fosse un prestito. L’Inps agirebbe solo da garante del prestito. Una volta raggiunta l’età pensionabile, l’assegno verrebbe pagato dall’Inps e il lavoratore comincerebbe a restituire a rate il prestito delle banche. Per questa soluzione, che non avrebbe impatto sui conti pubblici, servirebbe preventivamente un accordo tra il governo (o l’Inps) e l’Abi, l’associazione delle banche».

Chiaro? Fin troppo, direi. Primo, il lavoratore che vorrà anticipare la quiescenza si pagherà per intero (restituendolo a rate) il valore della pensione percepita nel periodo di “anticipo” della stessa. Secondo, egli pagherà una pesante penalizzazione (3-4%) per ogni anno di anticipo, più gli interessi dovuti alla banca. Terzo, le banche si ritroverebbero con una massa non disprezzabile di prestiti totalmente garantiti dall’Inps, e dunque a rischio zero. 
Avete capito il capolavoro che si sta preparando?

Da quel che si legge sui giornali non è chiaro se la penalizzazione rappresenti una quota di quanto il pensionato dovrà restituire alla banca, oppure sia invece una decurtazione aggiuntiva a se stante. L’esperienza ci dice che l’ipotesi peggiore è quasi sempre quella più vicina alla realtà, ma anche volendo essere ottimisti i costi per il pensionato “anticipato” si presentano in ogni caso pesantissimi.

Facciamo l’esempio di un lavoratore che voglia lasciare l’attività due anni prima della scadenza legale. Avendo davanti una speranza di vita di circa vent’anni, i due anni di anticipo gli costerebbero una decurtazione del 10% del valore della pensione vita natural durante. Questo senza calcolare gli interessi ed ipotizzando —come detto— che non vi siano ulteriori penalizzazioni. Se invece volessimo calcolare il tutto con gli interessi e le probabili penalizzazioni arriveremmo alla fine ad una pensione tagliata di circa il 20%.

Quanti lavoratori potranno eventualmente permetterselo? Quanti sceglierebbero volontariamente una simile soluzione? Pochi, decisamente pochi. Due sono le categorie di lavoratori che potrebbero fare una simile scelta. In primo luogo, quelli sufficientemente benestanti per potersi permettere un simile taglio. In secondo luogo, quelli spinti da precise esigenze familiari, come ad esempio la necessità di assistere in maniera più o meno continuativa un familiare non più autosufficiente.

Nel primo caso va però tenuto presente che i lavoratori con reddito più alto sono quelli che svolgono lavori meno pesanti e più gratificanti, di conseguenza sono anche quelli meno propensi ad andare in pensione. All’opposto – nel secondo caso – i lavoratori interessati sono quelli che non possono permettersi altre forme di assistenza (ad esempio una badante), e che dunque potrebbero ben difficilmente sopportare un taglio così pesante della propria pensione.

Vedremo alla fine quale sarà la strada scelta, ma in queste condizioni di anticipi volontari ce ne saranno di sicuro pochi. Una “flessibilità” completamente scaricata sulle tasche dei futuri pensionati non può certo funzionare. Il fatto è che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. E dunque la contraddizione tra un riequilibrio dell’età pensionabile – visto con favore anche da lorsignori, altro non fosse perché le aziende non vogliono maestranze troppo anziane – e il rigore delle politiche di bilancio è semplicemente irrisolvibile.

L’aspetto criminale dell’austerità pensionistica sta nel non voler far crescere in alcun modo, cercando semmai di diminuirla, la quota di Pil destinata al sistema previdenziale. Ora, se io destino una quota fissa della ricchezza nazionale ad una platea per motivi demografici irrimediabilmente in crescita, è evidente che i componenti di quella platea non potranno che impoverirsi sempre più. Eppure, il rifiuto di accrescere la suddetta quota è un dogma intangibile per i liberisti di tutte le latitudini. Per quelli europei, visti i precetti della religione eurista, lo è ancor di più.

In questo quadro la “flessibilità” di Renzi non poteva certo fare eccezione. Ma questa rigidità sulle regole di bilancio implica il fallimento sostanziale dell’operazione. Che, anche per questo, si concentrerà probabilmente sulle categorie più deboli che abbiamo già citato (esuberi, disoccupati anziani, addetti a lavori usuranti). Categorie sotto ricatto, impossibilitate a scegliere, costrette ad accettare i costi della trovata renziana.

Netto dev’essere dunque il giudizio politico. Sempre di più, quello attuale si conferma come il governo delle grande finanza. Di fatto Renzi chiede ai lavoratori non di andare in pensione, bensì di andare in banca per ottenere un prestito da restituire con gli interessi. Una porcata che non ha bisogno di altri commenti. Un regalo senza rischi per i banchieri, visto che la rata verrà detratta direttamente dall’Inps.

Ma c’è di più. C’è che si vuol dare un’altra picconata al sistema previdenziale pubblico, per andare sempre più verso una pensione fai da te. Visto che la previdenza integrativa gli ha funzionato solo in parte – i lavoratori non sono cosi stupidi come lorsignori se li immaginano -, ecco che ci riprovano con la “flessibilità”.

Il detto dice che “al peggio non c’è limite”. E quasi sempre è così. 

Con Renzi e la sua cricca possiamo togliere il “quasi”.
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3 pensieri su “L’ASPETTO CRIMINALE DELL’AUSTERITÀ PENSIONISTICA di Leonardo Mazzei”

  1. Anonimo dice:

    Pensionati di tutto il modo, unitevi!!

  2. Anonimo dice:

    Certo che le studiano proprio tutte per scarnificare pensioni e pensionati! Chiaramente la previdenza sociale è ritenuta un costo inutile per il sistema e ahimè pure un costo superfluo dato che il materie umano sta arrivando alle valutazioni più basse nella nostra società che sembra proporsi quale panacea antropologica l'eutanasia. La storia tramanda che per i Mongoli, una delle etnie più feroci che abbiano popolato la superficie del Pianeta, correva il detto che "la vita di un uomo vale meno di niente". Per questo ammazzavano alla grande soprattutto gli avversari (concorrenza esistenziale) . Oggi i Mongoli si danno all'industria casearia, per fortuna.Quanto vale un vecchio pensionato nell'attuale universo antropologico atlantista? Meno di niente, cioè rappresenta un valore negativo. Eppure è un ex lavoratore che ha dilapidato la propria vita affannandosi per un'azienda al fine di sostenerne la produttività in cambio di un "risparmio" detratto dal valore aggiunto conseguito lavorando e che affida all'ente previdenziale in anticipo senza riscuotere interessi confidando che gli sia concesso dalla Negra Parca di fruirne a magre rate per campare da vecchio. Invece con "giochetti vari" i responsabili fanno il possibile perché la rata sia sempre più magra!

  3. Anonimo dice:

    L'aspetto "criminale" della questione consiste proprio nella prassi (anche fiscale) di dissanguare i pensionati con la consapevolezza che a questi miseri cittadini (non parlo dei pensionati ex parlamentari) non rimane altro che lo striminzito salvadanaio in cui hanno concentrato il magro frutto della loro angariata esistenza di lavoratori.

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