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BELIEVE ME, ROGER: UK NEEDS DEMOCRACY IN UK AND ITALY NEEDS DEMOCRACY IN ITALY di Luciano Barra Caracciolo

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[ 22 giugno]


1. Sull’International New Yok Times di venerdì scorso (pag.7), tal Roger Cohen, giornalista britannico, ha scritto un articolo dal titolo “L’Europa ha bisogno della Gran Bretagna“. 
Ovviamente si tratta di una peculiare versione del mainstream pro-Remain: il Regno Unito, dice Cohen, con la “dimensione” della sua economia, avrebbe un indispensabile ruolo di contrappeso dello strapotere economico della Germania rispetto ai deboli Stati mediterranei.

E già qui, se si fosse dei lettori dotati di un minimo di conoscenza dei dati storico-economici relativi a ciò che è accaduto, rispettivamente in Italia e in Gran Bretagna, nel secondo dopoguerra, si sarebbe portati a pensare che l’Italia non possa correttamente essere fatta rientrare in questo alveo di Stati “deboli” che UK avrebbe protetto dalla Germania (!) negli ultimi anni (ammesso che un fenomeno del genere si sia mai verificato, cosa che occorrerebbe domandare a greci, portoghesi e spagnoli e andrebbe poi spiegato con precisi dati sia economici che normativo-istituzionali…)

E invece no: il nostro buon Cohen, nel patronizzare i deboli mediterranei si riferisce principalmente all’Italia! Infatti:
L’Italia del dopoguerra era fragile, lacerata tra l’Ovest e il comunismo, tra lo “scalare le Alpi” e il soccombere del Sud all’inerzia compenetrata di Mafia.L’essere stata membro dell’Unione Europea (sic!) è stato il magnete e l’ancora del paese, assicurandogli un posto nella famiglia occidentale libera e democratica, e attraendola verso la prosperità.
Ora questo ruolo (ndr: che la Gran Bretagna aveva svolto rispetto all’Italia nel dopoguerra) è diretto più cospicuamente verso membri più nuovi dell’Unione. Ma la sua importanza persiste”. 
Si sottintende: “persiste” per la stessa debole e mafiosa Italia, altrimenti del tutto schiacciata dalla Germania e incapace, comunque di assicurarsi la democrazia, al di fuori dell’Unione Europea con “dentro” la Gran Bretagna.

2. A molti di voi sarà venuto da ridere, se non altro perché negli anni decisivi del dopoguerra non c’era nessuna Unione Europea e nemmmeno la CEE e, nonostante, ciò, l’Italia visse, in quegli stessi anni, una delle sue più felici fasi di democrazia vissuta e di ripresa economica (in qualche misura, pluriclasse); ad altri, sarà sorta una certa rabbia sconsolata. 
Di sicuro una sparata del genere, proposta a milioni di lettori anglosassoni in tutto il mondo, (per costruire un “consenso” da riversare poi in Italia come slogan tecno-pop, esterofilo e come tale accreditabile al massimo livello), costituisce piuttosto un terrificante luogocomune. Terrificante in senso proprio, cioè che suscita “metus”, circa la difficoltà delle relazioni internazionali a fondarsi sulla base di lealtà e rispetto reciproci, e non solo unilateralmente addossati a chi deve obbligatoriamente, e per sempre, interpretare il ruolo servile del “debole”; o del giullare, o del guappo da operetta: sono tutte implicazioni dirette dell’atteggiamento culturale di Cohen.
Può ritenersi praticabile l’idea stessa di un’organizzazione economica internazionale, in cui la considerazione (grosso modo ufficiale) di una parte, che si proclama “incumbent”, cioè in partenza più forte (politicamente ed economicamente), verso l’altra parte, che viene definita debole, è quella, acritica, di nutrire il pregiudizio che tale parte debole sia incapace di assicurarsi la democrazia e sia tendente al criminale?

Più ancora, è possibile che esista, e anzi si sia rafforzata, una superficialità così drastica e riduttiva nella concezione che gli anglosassoni hanno, ancor oggi, dell’Italia e della sua storia recente?

3. Sul pericolo comunista in Italia nel dopoguerra, a smentita della fantasiosa ricostruzione del Cohen, riportiamo poche cose essenziali.

Assemblea costituente 02/06/1946 – Italia[1]
Elettori: 28 005 449 – Votanti: 24 947 187 (89,08%)
Liste/Gruppi Voti  % Seggi
Democrazia Cristiana (DC) 8 101 004 35,21 207
Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) 4 758 129 20,68 115
Partito Comunista Italiano (PCI) 4 356 686 18,93 104
Unione Democratica Nazionale (UDN) 1 560 638 6,78 41
Fronte dell’Uomo Qualunque (UQ) 1 211 956 5,27 30
Partito Repubblicano Italiano (PRI) 1 003 007 4,36 23
Blocco Nazionale della Libertà (BNL) 637 328 2,77 16
Partito d’Azione (Pd’A) 334 748 1,45 7
Movimento Indipendentista Siciliano (MIS) 171 201 0,74 4
Concentrazione Democratica Repubblicana 97 690 0,42 2
Partito Sardo d’Azione 78 554 0,34 2
Partito dei Contadini d’Italia 102 393 0,44 1
Movimento Unionista Italiano 71 021 0,31 1
Partito Cristiano Sociale 51 088 0,22 1
Partito Democratico del Lavoro 40 633 0,18 1
Fronte Democratico Progressista Repubblicano 21 853 0,09 1
ALTRE LISTE 412 550 1,79 0
TOTALI VOTI VALIDI 23 010 479 100,00 556
SCHEDE NULLE 1 936 708

DI CUI BIANCHE 643 067

TOTALE VOTANTI 24 947 187

“Visto che s’è menzionato De Gasperi, parto col suo celebre discorso del maggio ’47, quando annunciò la crisi del governo di unità nazionale: il discorso del “quarto partito” (in Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, pag. 40):

i voti non sono tutto (…). Non sono i nostri milioni di elettori che possono fornire allo Stato i miliardi e la potenza economica necessaria a dominare la situazione. Oltre ai nostri partiti, vi è in Italia un quarto partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi e le campagne scandalistiche. L’esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l’Italia senza attrarre nella nuova formazione di governo (…) i rappresentanti di questo quarto partito 

Prosegue Graziani (pag. 41): 

Tutti i ministeri economici vennero affidati a uomini di sicura fede liberista. Einaudi lasciò il governo della Banca d’Italia a Menichella e assunse la direzione del nuovo ministero del Bilancio: Del Vecchio, autorevole studioso di eguali tendenze liberiste, assunse il ministero del Tesoro; i ministeri delle Finanze e dell’Industria andarono rispettivamente a Pela e a Merzagora, ambedue legati agli ambienti della grande industria del Nord. A questo governo spettò di prendere nei mesi immediatamente successivi i provvedimenti di maggiore portata, e di realizzare la famosa svolta deflazionistica del 1947.

Una testimonianza che esclude qualsiasi ombra legata ad un pericolo di passaggio dell’Italia nel Comunismo e, considerando la forte caratterizzazione della democrazia italiana nell’esperienza Costituente, esclude pure che il pericolo per il rispetto delle procedure e dei valori democratici affermati in Costituzione, arrivasse da movimenti popolari, meno che mai “comunisti”:
“Varrebbe certamente la pena di ricostruire più attentamente di quanto non si sia ancora fatto, il dibattito in Assemblea Costituente e i contributi di Einaudi, che peraltro abbracciarono campi importanti di interesse generale al di là dei “rapporti economici” (titolo III della prima parte della Carta) e del pur cruciale articolo 81. Interessante, e suggestiva, è l’interpretazione che in Cinquant’anni di vita italiana ci ha lasciato Guido Carli: secondo il quale «la parte economica della Costituzione risultò sbilanciata a favore delle due culture dominanti, cattolica e marxista», MA NELLO STESSO TEMPO, TRA IL 1946 E IL 1947, «DE GASPERI ED EINAUDI AVEVANO COSTRUITO IN POCHI MESI UNA SORTA DI “COSTITUZIONE ECONOMICA” CHE AVEVANO POSTO PERÒ AL SICURO, AL DI FUORI DELLA DISCUSSIONE IN SEDE DI ASSEMBLEA COSTITUENTE». SI TRATTÒ DI UNA STRATEGIA «NATA E GESTITA TRA LA BANCA D’ITALIA E IL GOVERNO», MIRATA ALLA STABILIZZAZIONE, ANCORATA A UNA VISIONE DI “STATO MINIMO”, E APERTA ALLE REGOLE E ALLE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI.”
3.3.1.) In termini di legalità e democrazia costituzionali, secondo la stessa testimonianza, i pericoli sono semmai arrivati dal processo comunitario e europeo:
In effetti, benché, per usare le espressioni di Carli, quel che accomunava in Assemblea Costituente la concezione cattolica e la concezione marxista fosse «il disconoscimento del mercato», l’azione di governo fu già nei primi anni della Repubblica segnata da scelte di demolizione dell’autarchia, di liberalizzazione degli scambi e infine di collocazione dell’Italia nel processo di integrazione europea. 
E con i Trattati di Roma del 1957 e la nascita del Mercato Comune, furono riconosciuti e assunti dall’Italia i fondamenti dell’economia di mercato, i principi della libera circolazione (merci, persone, servizi e capitali), LE REGOLE DELLA CONCORRENZA; QUELLE CHE ANCOR OGGI VENGONO DENUNCIATE COME OMISSIONI O COME CHIUSURE SCHEMATICHE PROPRIE DELLA TRATTAZIONE DEI “RAPPORTI ECONOMICI” NELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA, VENNERO SUPERATE NEL CROGIUOLO DELLA COSTRUZIONE COMUNITARIA e del diritto comunitario. NELL’ACCOGLIMENTO E NELLO SVILUPPO DI QUELLA COSTRUZIONE, SI RICONOBBE VIA VIA ANCHE LA SINISTRA, PRIMA QUELLA SOCIALISTA E POI QUELLA COMUNISTA.
4. Sulla mafiosità antropologica degli italiani del Sud e, in generale degli italiani, secondo gli anglosassoni (che conducendo il mainstream dell’informazione, hanno trasmesso al resto del mondo questo bel preconcetto sugli italiani, condito di folclore cinematografico), il discorso sarebbe (inutilmente) lungo: mi basti richiamare il principio che la criminalità organizzata è un effetto non una causa della mancanza di democrazia economica e di piena attuazione del modello interventista dello Stato (tanto detestato da Einaudi), improntato alla eguaglianza sostanziale
Dove infatti c’è riequilibrio delle opportunità sociali, – quindi investimenti in infrastrutture coordinati a politiche industriali territoriali, nei modi che la Costituzione avrebbe imposto (cioè quelli di cui parlava Caffè, qui p.9,  e non quelle messe in pratica fuori dal quadro effettivo della costituzione economica)- le mafie perdono di senso e non si differenziano molto dalla diffusa criminalità che, su tipici affari illeciti “internazionali”, contraddistingue oggi ilRegno Unito forse più dell’Italia:
“Questo è un dibattito che può incartarsi facilmente: la verità è che, come dimostra più di un intervento, i dati su cui ragionare significativamente partono dal 1871 (e quindi già sono falsati da elementi politici determinanti) o tutt’al più aggregano dal 1861 (il che non consente di cogliere i trend di espansione pregressi, che pure sono determinanti).

Ma il punto è un altro ancora: condizioni concrete di sviluppo industriale del sud, autonomo dall’Unità d’Italia, c’erano o no?

La risposta è, in termini ragionevoli e prudenti, “sì”. 
Condizioni geo-politiche perchè questo avvenisse a lungo termine, come in effetti era necessario, invece, altrettanto ragionevolmente, “no”. 
Ora: supponendo una certa affidabilità di questa aporia (apparente, si tratta di fatti riconoscibili a posteriori), l’unità ha portato certamente più giovamento al nord che al sud. 

Era tutto ciò rimediabile con il raggiungimento della piena democrazia (pluriclasse e redistributiva)?

Anche qui la risposta potrebbe essere positiva (v.qui p.4): ma al tempo stesso, dobbiamo ammettere che nel secondo dopoguerra, – la golden age dello Stato interventista, non ancora “disciolto” nella irresistibile vena neo-liberista globale-, lo stesso Stato fu costretto ad agire in modo rapido e imperfetto. 

Chi avesse dubbi su ciò, fermandosi ad una presunta realtà antropologica, si troverebbe nella stessa posizione attuale dei tedeschi verso i Med.

Insomma, alla fine dei giochi, anche il riprendere un cammino risulta difficile per il profondo radicamente “autoctono” della vulgata neo-liberista. E l’ordoliberismo, cioè la capture delle istituzioni democratiche da parte delle forze liberoscambiste, costituisce uno schermo molto più insidioso a qualsiasi soluzione operativa di quanto non si creda.

Contrariamente a quanto, con disappunto rabbioso o disperato, si creda nel senso comune, le forme di corruzione e di criminalità territoriale meridionali sono molto più effetti che cause del problema

Personalmente, ritengo che non ci sia una formula “ideale” di accumulazione capitalista che sia compatibile con la legalità “pro tempore”: e ciò vale a maggior ragione per l’altissimo livello di legalità in senso sostanziale richiesto dalla realizzazione del programma costituzionale post 48. 
Ciò implica che repressione (della criminalità) e risanamento economico-sociale non possano che andare di pari passo mediante un intenso programma di intervento pubblico; che cioè agisca strutturalmente, e in modo sostenuto, nel rafforzamento dell’apparato di garanzia della legalità INSIEME con politiche industriali COORDINATE col primo aspetto.

In apparenza la via intrapresa negli anni ’80, assomigliava a questa tenaglia; ma aveva il semplice inconveniente di essere “emergenziale”, cioè finanziata a tempo, e, al tempo stesso, anche insufficiente nel volume, una volta intrapresa la via della banca centrale indipendente “pura”.


Ma tutto ciò NON FU FATTO PROPRIO PERCHE’ SI SCELSE LA VIA DEL VINCOLO ESTERNO E DELLA BC INDIPENDENTE: l’interesse nazionale unitario era già minato da tutto ciò.


La stessa via del trasferimento fiscale ne risultò alterata concettualmente: si legava, per sempre, a uno standard “morale” che anche le discussioni qui in parte registrate confermano. Ma nella eradicazione delle differenze strutturali non c’è alcuna indulgenza morale alla presunta debolezza (morale) di alcuno: si tratta solo di capire o meno in che consista la proiezione fiscale, INEVITABILE, della EGUAGLIANZA SOSTANZIALE (quella cui fa variamente riferimento Rawls)”.  

* Fonte: Orizzonte48

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Un pensiero su “BELIEVE ME, ROGER: UK NEEDS DEMOCRACY IN UK AND ITALY NEEDS DEMOCRACY IN ITALY di Luciano Barra Caracciolo”

  1. Anonimo dice:

    Per chi ancora credesse che il M5S sia il partito da votare si legga cosa dice Grillo sull'Europa in pratica la stessa posizione politica di Renzi.http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/23/brexit-blog-di-grillo-restare-nellunione-europea-per-trasformarla-dallinterno/2855648/

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