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GRECIA: LEZIONI STRATEGICHE DI UNA SCONFITTA di Panagiotis Sotiris

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[ 18 luglio ]

Un intervento ad ampio raggio di uno dei più noti  intellettuali greci. Panagiotis non si limita a fornire una chiave di lettura degli accadimenti in Grecia, avanza proposte alle forze di sinistra. Anche di questo discuteremo al III. Forum internazionale no-euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre, e di cui Panagiotis sarà uno dei protagonisti



RICOSTRUIRE LA SPERANZA
Ripensando politiche radicali di sinistra dopo l’esperienza greca

dI Panagiotis Sotiris

L’esperienza della partecipazione di SYRIZA al governo è qualcosa che deve essere studiato con molta attenzione. In quanto primo confronto di un partito non-social-democratico di sinistra con l’esercizio del potere governativo, esso rappresenta un esempio da manuale dei deficit strategici e dei limiti della sinistra europeista e della sua incapacità di resistere alle pressioni ed ai ricatti da parte del capitale e delle organizzazioni capitalistiche internazionali.
Il nostro punto di partenza è molto semplice: la Grecia non era destinata a vedere una intera sequenza di lotte e aspirazioni collettive finire nella sconfitta e nella disperazione con un governo guidato da un presunto partito di sinistra che  ha portato le stesse politiche neoliberiste aggressivamente dettate dalla Troika. Al contrario, la Grecia offre ancora un modo per ripensare la possibilità di un rinnovamento della strategia di sinistra a patto che si cerchi davvero di pensare alla possibilità di rotture.
Panagiotis (terzo da sinistra) è stato tra i promotori del
II. Forum internazionale no-euro svoltosi ad Atene nel giugno 2015

Per capire questo, dobbiamo, prima di tutto, pensare alla estensione e alla profondità delle trasformazioni politiche e ideologiche in Grecia in tutto il periodo del Memorandum. In primo luogo: la crisi greca non era solo una manifestazione locale della crisi economica globale. In realtà, è stata la combinazione della crisi globale, della crisi dell’architettura monetaria, finanziaria e istituzionale della zona euro, e della crisi del peculiare “modello di sviluppo” greco, basato sul credito a basso costo, i finanziamenti della Ue, il turismo, e le faraoniche e inutili opere pubbliche come quelle per gli stadi per le Olimpiadi del 2004. Questo combinato disposto ha accentuato sia le contraddizioni della società greca che quelle della “integrazione europea” e ha reso evidente che non vi era più modo di tornare indietro.
Per il capitale e le forze sociali greche dominanti, come pure per le forze dominanti all’interno della Ue, questa crisi è stata considerata l’occasione per un imporre un “cambiamento di paradigma” alla società greca e un modo per sbarazzarsi di tutti i compromessi che erano stati precedentemente effettuati a favore di le classi subalterne. Tuttavia, questo sforzo ha portato a una sequenza di proteste e contestazioni senza precedenti nella recente storia greca, soprattutto nel periodo 2010-12, ma anche in seguito, espressosi in grandi battaglie come la lotta in difesa della televisione pubblica (ERT) e, naturalmente, quella del referendum del 5 luglio culminata nel voto massiccio a favore del NO. Queste lotte non erano solo l’espressione di rabbia e di protesta; erano anche il catalizzatore di un processo più ampio di convergenza tra i diversi segmenti delle classi popolari. Questo è stato particolarmente evidente nel 2011 con il Movimento delle Piazze che ha riunito classe operaia, giovani, gli strati nuovi e tradizionali della piccola borghesia, intellettuali ecc. Se dovessimo dirla in termini gramsciani potremmo dire che abbiamo assistito alla nascita di un potenziale nuovo “blocco storico” tra le classi lavoratrici, le forze della cultura e quelle della conoscenza. Inoltre, questo processo che ha combinato il brusco e negativo cambiamento sociale e la partecipazione di massa in una sequenza quasi insurrezionale di lotte, ha avuto anche un aspetto ideologico “catartico”, nel senso di una generale radicalizzazione e di ricerca di alternative radicali. Il popolo era disposto a riconsiderare tutto ciò che era stato dato per scontato ed a mettere in discussione tutti i principi centrali del discorso dominante, dal neoliberismo ai protocolli greci per l’integrazione europea.
Atene, giugno 2015: la delegazione internazionale durante la
manifestazione conclusiva del II. Forum internazionale no-euro

È ovvio che questa particolare congiuntura chiedeva alla sinistra un profondo ripensamento della propria strategia. Per la prima volta dal 1970 le forze della sinistra radicale erano poste davanti al problema del governo e, in generale, del potere politico e dell’egemonia. Ciò è avvenuto dopo un lungo periodo in cui la sinistra radicale poteva pensare solo a resistere ed a movimenti che non ponevano la questione del  potere. Tuttavia, fare i conti con queste domande richiede la riapertura del dibattito sulla strategia socialista e come combinare le misure necessarie per porre fine immediatamente alla devastazione sociale con profonde trasformazioni sociali e politiche.
Inoltre, la questione del potere politico ha aperto una questione di più ampia portata. Come già accennato la crisi greca era anche la crisi della “grande strategia” della borghesia greca, vale a dire la partecipazione della Grecia nel più ampio processo di integrazione europea e, in particolare della zona euro. L’adesione alla Ue ed alla zona euro ha esposto l’economia greca a pressioni competitive che hanno portato alla erosione della base produttiva del paese. Allo stesso tempo questa è stata anche una strategia di classe della borghesia greca per promuovere la ristrutturazione capitalista e spostare i rapporti di forza a favore del capitale. Ciò significa che non ci può essere altro modo per una soluzione progressiva e democratica alla crisi greca che la rottura con l’Eurozona e il neoliberismo incorporato nei trattati della Ue. Questo ha anche a che fare con la questione democratica. L’architettura istituzionale della Ue, con il suo neoliberismo costitutivo, il suo disprezzo per il processo democratico e la diffidenza verso la volontà popolare, insomma la sua logica di sovranità limitata e il trasferimento di autorità alla burocrazia non eletta della Ue, significa che la riconquistare la democrazia significa oggi anche rivendicare la sovranità rispetto alla zona euro ed all l’Unione europea. L’euro in particolare, è ora più evidente che mai, non è solo una moneta; si tratta di una strategia di classe del capitale mondializzato e delle forze dominanti all’interno della Ue. E le cose potrebbero solo peggiorare con l’ulteriore attuazione della logica di “governance economica europea”, che è la logica del controllo dei bilanci nazionali da parte delle autorità comunitarie, la messa in atto di “freni automatici” e la penalizzazione del deficit di bilancio. In questo senso, ciò che sta accadendo in Grecia con il Memorandum come forma estreme di vigilanza disciplinare e autoritaria dell’economia greca, non è l’eccezione l’anteprima della “nuova normalità” europea, il pieno dispiegamento della logica dell’integrazione europea.
Alla luce di quanto sopra, è palese come fosse giunto il momento per la sinistra radicale di sbarazzarsi dell’europeismo di sinistra che per molti aspetti ha causato e causa l’incapacità di immaginare politiche radicali. La ripetizione incessante della necessità di “cambiare l’Europa dal di dentro” e le fantasie di “un altro euro e un’altra Bce”, quando in realtà tutto sta a indicare che la direzione è quella opposta, è stata la “via maestra” per la piena integrazione della sinistra nella logica dominante del capitale. L’europeismo di sinistra è, allo stesso tempo, la condensazione e il catalizzatore della crisi strategica della sinistra europea.
Atene, giugno 2015: un momento della manifestazione
conclusiva del II. Forum internazionale no-euro

Allo stesso tempo, la questione del potere politico è anche il problema dello Stato. Lo stato capitalista non è un’istituzione di classe neutra e non è uno strumento da utilizzare a piacimento. Lo Stato capitalista è la personificazione di strategie di classe e dell’egemonia capitalistica. Di conseguenza, non può essere semplicemente utilizzato dalle classi subalterne. Inoltre, la strategia neoliberista dominante di ristrutturazione capitalistica e gli imperativi dell’integrazione europea sono inscritti geneticamente nei suoi assetti istituzionali. Inoltre, la questione dello Stato porta in primo piano la questione di come contrastare la logica sempre più autoritaria e antidemocratica incorporata nello stato neoliberista e nelle istituzioni europee. Ciò significa che ogni discorso di sinistra radicale sulla questione del potere non deve limitarsi al potere governativo nel rispetto dei limiti della “legalità” neoliberista esistente, ma dovrebbe anche basarsi sulla forza dei movimenti sociali e le loro richieste, sulle forme di potere dal basso. In caso contrario, sarà sconfitto e costretto a capitolare.
Tutto questo significa che ci sono, nel caso di un’ascesa al governo da parte della sinistra radicale, due necessità inderogabili con cui fare i conti:
(A) a ripensare il programma di transizione, sia nel senso delle rotture necessarie con la zona euro, la Ue ed il meccanismo del debito, ma anche nel senso di un processo di profonda trasformazione sociale in senso socialista, e
(B) a ripensare il potere politico, sotto forma di una versione moderna di una strategia di “dualità di poteri” che unisca il potere governativo con forti movimenti autonomi “dal basso”.
Tuttavia, nonostante queste necessità, che erano più che evidenti fin dall’inizio, la direzione di Syriza ha scelto la strada opposta. Da un lato, per quanto riguarda la direzione politica generale, invece di una strategia di rottura e la preparazione per l’uscita dalla zona euro e la riconquista  della sovranità monetaria, la direzione ha puntato alla  rinegoziazione entro il perimetro della strategia dominante della Ue ed entro la logica del Memorandum, mirando, nel migliore dei casi, ad una “austerità dal volto umano”, ciò che fu reso evidente coi timidi obiettivi del “programma di Salonicco” del 2014. Inoltre, Syriza, si era preclusa dall’inizio ogni idea di rottura con la zona euro con l’obiettivo, invece, di “persuadere” i creditori della Grecia per un allentamento di austerità e una qualche forma di ristrutturazione del debito. Di fronte alla ricatto aperta della Troika UE-FMI-BCE, la direzione di Syriza ha iniziato a fare delle concessioni, come nel 20 febbraio 2015, un accordo che ha aperto la strada alla resa completa ed alla capitolazione del luglio 2015, ciò nonostante la plateale sfida da parte delle classi subalterne nel referendum del 5 luglio. Passo dopo passo, Syriza, ha accettato la logica di austerità, di privatizzazioni e della riforma delle pensioni, con la marcia indietro su questioni come la politica educativa e l’abrogazione delle “riforme” del lavoro già in atto. Inoltre, quando il governo guidato da SYRIZA ha affrontato il ricatto aperto della UE e della BCE, prima e dopo il referendum, in un momento in cui l’uscita immediata dalla zona euro era effettivamente non solo urgente ma anche politicamente possibile, il gruppo dirigente di SYRIZA è giunto alla conclusione che qualsiasi strategia di rottura era impossibile e pericolosa. Di conseguenza, ha optato per la piena capitolazione alle richieste della Troika e accettato un ancora più aggressivo Terzo Memorandum. Il risultato è stato la completa trasformazione di SYRIZA in un partito pro-austerità, pro-memorandum, e pro-UE, attuando le politiche neoliberiste aggressive dettate dalla troika. Le proposte di legge neoliberiste per una riforma del lavoro, l’austerità fiscale aggressiva, le proposte tecnocratiche per la riforma dell’istruzione, l’accelerazione delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’istruzione pubblica e della salute pubblica attestano questo. Lo stesso si può dire per l’accettazione cinica dell’accordo Ue-Turchia, dove il governo greco ha completamente ceduto alla pressione attuando misure autoritarie anti-rifugiati (deportazioni forzate, centri di detenzione, ecc) in cambio di una vaga promessa di avere qualche minimo allentamento dell’austerità.
Allo stesso tempo, il governo guidato da Syriza, al pari dei governi precedenti,  ha continuato nella stessa direzione per quanto riguarda il funzionamento dello Stato. Dal ricorrere alla violenza della polizia contro i manifestanti, all’evitare eventuali cambiamenti reali nel funzionamento della giustizia o dell’amministrazione pubblica. Inoltre, l’accettazione della logica della “Fortezza Europa” per quanto riguarda la crisi dei rifugiati ha significato anche una svolta autoritaria. Allo stesso tempo, le dichiarazioni sula “lotta alla corruzione” non hanno portato ad alcun serio scontro con il grande capitale, ma solo ad un riarrangiamento dei rapporti con le grandi imprese ed i grandi media. In questo senso, c’è poca differenza tra la pratica del governo SYRIZA ed i governi precedenti, ciò che è in linea con una tendenza più ampia, vale a dire lo svuotamento della sovranità: ogni processo decisionale e legislativo, il pieno controllo dell’economia greca trasferiti nelle mai della UE, del FMI e della BCE.
Tuttavia, denunciare la capitolazione, la resa e la mutazione neoliberista di SYRIZA non è sufficiente. Ciò che è importante è anche trarre da questa vicenda alcune decisive lezioni, che valgono per tutta la sinistra radicale in Europa. Ma per farlo dobbiamo sbarazzarci di alcuni malintesi sella situazione greca.
Atene, giugno 2015: Panagiotis interviene all’atto conclusivo
della manifestazione del II. Forum internazionale no-euro

In primo luogo, è del tutto evidente che non c’è nulla di progressivo nella direzione e nella politica di SYRIZA e il governo SYRIZA-ANEL. Pertanto, considerarlo come un esempio di “governo progressista”, come ad esempio fa la direzione del Partito della Sinistra Europea insieme con le dirigenze dei numerosi partiti di sinistra in Europa, porta solo alla confusione e all’identificazione della sinistra con le politiche autoritarie neoliberiste. I legami crescenti tra Syriza e il Partito dei socialisti europei e, in generale, la svolta verso governi e partiti apertamente neoliberali e “socialdemocratici” lo dimostrano.
In secondo luogo, sarebbe altrettanto erroneo trarre la conclusione che la capitolazione di SYRIZA è la prova che è impossibile avere una forma di governo radicale in un paese come la Grecia, o che ogni tentativo in direzione di potere governativo porterà alla sconfitta e alla resa, a causa della mancanza di una “situazione rivoluzionaria”. Questa è una posizione di sinistra classica, sostenuta in Grecia sia dal Partito Comunista di Grecia (Kke) che da alcuni segmenti della sinistra anticapitalista. Si tratta è in realtà di una posizione molto conservatrice, perché non tiene conto della profondità della crisi politica in Grecia e delle dinamiche esplosive dei movimenti sociali e della domanda di un  cambiamento radicale. Inoltre, facendo dipendere la possibilità di cambiamento da un “idelatipo” di situazione rivoluzionaria e di partito rivoluzionario, è come se si cercasse di una scusa per non prendere atto della dinamica  reale e della congiuntura.
Di conseguenza è sbagliato dire che l’unico risultato possibile sarebbe stata ciò che c’è stato o qualcosa del genere, o che la politica della SYRIZA era l’unico orizzonte storico possibile.
Tuttavia, porsi davvero la questione del potere e dell’egemonia poggia su determinati requisiti.
In primo luogo, è necessario ripensare il rapporto dialettico tra movimento politico e movimenti sociali. Se vogliamo evitare di pensare semplicemente in termini elettorali —cioè in termini di rappresentare elettoralmente il malcontento della società— dobbiamo renderci conto che un movimento politico forte, con forme estese di auto-organizzazione, di solidarietà, di autogestione e di  coordinamento dal basso, è più che mai necessario. Le forme più recenti di protesta dagli Indignados spagnoli, al  movimento greco delle “piazze” e, più recentemente, al movimento francese “Nuit debout”, offrono esattamente questi esempi, questa sperimentazione di forme di potere e di democrazia dal basso. Lo stesso vale per le nuove forme di democrazia dal basso e di coordinamento che emergono nei movimenti e anche i nuovi principi di deliberazione politica e decisionale come “una testa un voto”, il tentativo di trovare nuove sintesi. Inoltre, le nuove forme di pratiche di solidarietà nei movimenti sono anche da prendere in considerazione non solo come espressioni della domanda per sbarazzarsi di relazioni sociali mercificate e di sfruttamento, ma anche come lezioni sulle nuove forme di organizzazione sociale.
In secondo luogo, abbiamo bisogno di fronti politici che si muovano oltre il modello elettorale tradizionale. Abbiamo piuttosto bisogno di nuovo “processo costituente” per rifondare la sinistra, punti di incontro per le diverse esperienze, forme di militanza, sensibilità, tradizioni di lotta, e laboratori di nuovi programmi, nuove alternative e nuove forme di intellettualità politica di massa. Ciò richiede una rottura con le forme tradizionali parlamentari e burocratiche di pensare, nuove pratiche politiche, lasciandoci alle spalle le forme tradizionali elettoralistiche di  “comunicazione politica”.
In terzo luogo, abbiamo bisogno di ripensare il programma di transizione come una strategia di recupero di sovranità e di controllo democratico contro la zona euro, l’Ue e in generale contro la violenza sistemica del capitale internazionalizzato; allo stesso tempo avviando un profondo processo di trasformazione sociale, basato sulla proprietà pubblica, l’auto-gestione e la pianificazione democratica e partecipativa, come un processo di sperimentazione basato sul popolo di lotta, in un orizzonte radicale e socialista. L’uscita dall’euro e dall’Unione europea non deve essere considerata solo un passo verso una condizione macroeconomica più favorevole; gli effetti pervasivi dell’integrazione europea e dei suoi devastanti  risultati sulla base produttiva della società rendono l’orientamento socialista, una necessità e non un lusso, in contrasto con il riformismo tradizionale e l’economicismo della sinistra. In questo senso, è anche indispensabile ripensare il socialismo al di là sia socialdemocrazia che del socialismo burocratico di stato, che significa ripensare il socialismo come un processo di transizione, pieno di conflitti e lotte al fine di ampliare le “tracce di comunismo” già latenti nelle aspirazioni e richieste collettive di una organizzazione sociale liberata del dominio del capitale.
In quarto luogo, abbiamo bisogno di andare al di là di ogni concezione dello Stato come strumento neutro. Gli stati capitalisti contemporanei, in particolare all’interno dei processi d’integrazione, come l’Unione europea, che si basano su forti cessioni di sovranità, portano i segni delle strategie neoliberiste più aggressive. Una nuova forma di governo della sinistra radicale deve iniziare con profonde trasformazioni dello Stato, per mezzo di un processo costituente, al fine di agevolare nuove forme di democrazia, di controllo operaio e di restrizioni sulle attività del capitale. Allo stesso tempo, deve essere basarsi sulla forza dei movimenti autonomi che devono essere indipendenti dello Stato e sempre incalzanti per cambiamenti radicali. In caso contrario, la logica neoliberista e capitalista, già inscritta nella configurazione materiale dello Stato e nelle reti istituzionali dei processi decisionali, prenderà il sopravvento.

In sintesi, la lezione fondamentale da imparare dall’esperienza greca è che siamo entrati in un periodo in cui crisi sociale e politica e l’emergere di grandi movimenti, possono aprire la strada ad un radicale cambiamento sociale e politico. Ciò richiede un nuovo incontro tra forze radicali di sinistra, movimenti sociali e teoria radicale, al fine di facilitare il processo di rifondazione e non solo di riconfigurazione della sinistra».

* Fonte: EReNSEP
** Traduzione a cura della redazione di SOLLEVAZIONE
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2 pensieri su “GRECIA: LEZIONI STRATEGICHE DI UNA SCONFITTA di Panagiotis Sotiris”

  1. Veritas odium parit dice:

    Basta leggere il bestiario (pardon il campionario) semantico dell'autore – auto-organizzazione, autogestione, democrazia dal basso, intellettualità politica di massa, costituente di sinistra, pianificazione democratica partecipativa – per rendersi conto del perché la sinistra è diventata un sepolcro vivente capace solo di avvitarsi in sproloqui fini a se stessi per poi asservirsi ai potenti di turno.

  2. chiunque scriva ciò che vuole dice:

    A brigante … brigante e mezzo Ciò che nessuno ha il coraggio di ammettere è che tutti i Paesi dell'UE, chi più chi meno, sono governati da "dittature economiche di fatto", cioé a lato di una presunta ma sempre più fragile e soprattutto fittizia dmocrazia di facciata le decisioni che dominano il destino di milioni di persone vengono prese da un ristretto "Neolib-buro", il corrispondente capitalistico del "Politburo". Vediamo i Barroso passare dalla Presidenza dellal commissione UE a Goldman&Sachs, e i Draghi passare in senso inverso alla testa della BCE. All'interno di una finzione nonci pu?o essere che una finzione diversa, cioé un governo con paramenti sacri di sinistra che però celebra la messa col rito di destra. Non si tratta di predicare la rivoluzione, anch eperché queste si fanno e non si predicano, ma di uscire dalla'illusione che senza un'opposizione dura che nonsi fermi ai tabú istituzionalizzati dal neoliberismo imperante: controllo del movimento capitali, costrizione delle multinazinali ad assoggettarsi alla fiscalità dei singoli Paesi, fino al protezionismo esplicito ove necessario (riconoscendo che di fatto esso già esiste sotto altro nome – sovvenzioni alle imprese – e con conseguenze molto più deleterie). Per una "finta rivolouzione" à la "Trippas" e Varoufakis nessuno rischierebbe giustamente un'unghia rotta, ma anche la ex-classe media si unirebbe ai grandi sconfitti del neoliberismo se l'obiettivo fosse un vero e radicale cambiamento allo stato attuale di degrado in TUTTI i Paesi europei (tutti sí, anche in Germania!dove la crescita di AfD non è solo dovuta ai voti dei razzisti ma anche se non soprattutto a quelli dei perdenti del "modello tedesco" di matrice socialdemocrtatica, Schöder in fondo non ha che anticipato Tsipras con le riforme Harz IV).

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