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L’ISRAELIZZAZIONE €UROPEA di Luciano Barra Caracciolo

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[ 17  luglio ]

Un’intervento controcorrente di Luciano Barra Caracciolo.
Caracciolo sarà uno dei protagonisti del III. Forum internazionale no-euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre.

1. L’autore della strage di Nizza era di origine tunisina ma con documenti di cittadinanza francese; aveva alle spalle una storia di piccoli reati (di violenza).
Riferita alla situazione francese, che è quella che nell’Occidente europeo si presenta come la più caratterizzata dal terrorismo, si conferma quanto si era più volte evidenziato, parlando dell’evidente stortura di una “guerra con l’Islam”. Bazaar ha ripetutamente analizzato questo aspetto in termini di conflitto sociale, e quindi distributivo, in un’economia dominata dal mercato globalizzato, parlando di “menti elementari”, cioè quelle che reagiscono in automatico-acritico allo spin mediatico indotto dagli stessi che sostengono il mercatismo mondialista.
2. Nell’illustrare come manchino le condizioni più basilari per poter parlare del “siamo in guerra con l’Islam”, – salvo quanto si può aggiungere sulla questione “saudita” (e occorrerà tornarci)- si era evidenziato un aspetto così evidente che, infatti, in Italia, è del tutto trascurato:
“Se i terroristi che agiscono in Francia sono essenzialmente di cittadinanza francese, si ha l’evidente conferma che si tratti di un problema di pubblica sicurezza: e non si dica che possono esistere rilevanti aspetti di connessione con territori e organizzazioni non francesi, quanto a addestramento e supporto logistico di questi terroristi, perchè ogni forma di terrorismo, come ci insegna la stagione italiana delle Brigate rosse, è costantemente sospettatadi questi aspetti (mai ben chiariti…), cioè di strumentalizzazione di cittadini di uno Stato da parte di entità straniere per destabilizzare questo stesso Stato. 
Rimane il fatto che l’eventuale violazione del principio di non ingerenza commessa in questo modo, esige l’accertamento univoco e obiettivo (cioè delle prove esposte alla opinione pubblica in modo trasparente e credibile), della responsabilità di un preciso Stato che finanzi l’addestramento e l’armamento dei terroristi, identificandone pure l’indispensabile movente strategico (cioè quale “movente” e quale obiettivo persegua lo Stato che si ingerisce, promuovendo il terrorismo mediante cittadini di un altro Stato che agiscono sul territorio di quest’ultimo). 
Ma il fatto che cittadini di uno Stato prendano le armi in preda a furia omicida nei confronti di propri connazionali, è certamente ed evidentemente un problema di ordine pubblico (v.qui al punto 11.3): e, attenzione, lo sarebbe anche se i terroristi non fossero cittadini dello Stato “colpito”, laddove, come abbiamo visto, non si abbia la prova, ma nemmeno l’ipotesi, che il “diverso” Stato alla cui nazionalità appartengono i terroristi  sia coinvolto con azioni attribuibili alla chiara responsabilità del suo governo. 
Ad esempio, dopo l’11 settembre, infatti, pur essendo Bin Laden un cittadino saudita nessuno propose il bombardamento dell’Arabia Saudita.
Sta di fatto che non si può ignorare che i cittadini francesi (o belgi) accusati allo stato di essere autori delle stragi sono immigrati (presumibilmente di seconda generazione) di origine mediorientale o nordafricana, cioè provenienti da territori a religione islamica prevalentee, ovviamente, dichiaratamente musulmani “integralisti”.
E’ allora ragionevole domandarsi come e perchè questo tipo di immigrazione si converta in un problema di sicurezza pubblica di tale gravità, e, ancor più perchè  lo diventi ORA, in questi anni, trattandosi di seconde o terze generazioni, laddove la presenza di Maghrebini o mediorientali, provenienti da territori ex coloniali, non è certo una novità in Europa e certamente non in Francia. 
Dunque perchè “ora”, viene generato un problema così devastante? 
La risposta più logica ha a che vedere con l’accumulo di rabbia, proprio perchè assistiamo a un tale livello di cieca violenza. E tale rabbia a livello sociale ha spiegazioni non troppo difficili da fornire, usando un po’ di buon senso (punto 11) guardando alle condizioni attuali de:


…gli immigrati in Occidente, scacciati dalla loro terra per gli effetti di impoverimentopermanente determinato dalle ex e post colonizzazioni, imposte dagli spietati “mercati“.  
Siano essi di prima o di seconda generazione, questi immigrati non soffrono “soltanto” dellamancata integrazione determinata da omissione o fallimento di presunte politiche sociali e culturali (ovviamente cosmetiche), quanto della impossibilità strutturale di un’integrazione che deriva da impostazioni di politica economica rigide e insensate, incentrante sullidea della deflazione, della competitività e della connessa riduzione dello Stato sociale.
Tutti insieme, immigrati e strati crescenti della stessa popolazione autoctona dei paesi occidentali, soffrono di impoverimento e della arrogante imposizione della “durezza” del vivere da parte di una governance che vive nel più sfacciato privilegio della rendita economica(anche in Italia).  Gli immigrati, specie della seconda generazione, finiscono per sbattere contro il muro della fine della mobilità sociale imposta dal paradigma neo-liberista (in particolare quello adottato dall’UE):  quando si accorgono di essere destinati a un irredimibiledestino di lavoratori-merce, che si aggiunge alla continua tensione razziale e culturale con gli strati più poveri della popolazione del paese “ospitante”, sono nella condizione “ideale” per abbracciare l’Islam integralista.   L’adesione restituisce loro dignità, identità e una risposta alle frustrazioni della tensione con gli “impoveriti” del paese ospitante.  
Questa tensione è tanto più acuìta quanto più questi ultimi, gli “autoctoni”, sono essi stessi assorbiti nella voragine del lavoro-merce. Come esito di tale processo ormai ultraventennale, gli immigrati sono posti, pur essendo (teoricamente) in condizioni materiali diverse da quelle dei disperati concittadini (o ex tali) delle terre di orgine, nella stessa attitudine di rabbia e disperazione dei diseredati dei paesi più impoveriti del mondo.”
3. Riallacciando queste osservazioni al discorso relativo ai fatti di Dacca e alla ridicola osservazione che, in quel caso, gli attentatori sarebbero stati di “buona famiglia e di istruzione superiore”, basti ribadire quanto di recente osservato complessivamente in questo post e in questa ulteriore osservazione: 
“Più ancora, c’è un punto che pare sfuggire totalmente: non è che i terroristi sono proletari oppressi che fanno una confusa lotta di classe. Tutt’altro.
Il terrorismo nasce da due ingredienti: l’islam e le sue strutture sociali feudali, maschiliste e comunitarie, e il forte impatto con la superiorità tecnologica e sessual-edonistica dell’occidente, ridivenuto neo-liberista e, perciò, liberoscambista e neo-colonialista. Cioè fortemente anti-Stato sociale: come ben sapeva Nasser; v.qui pp. 3 e 4.

I terroristi, a livello “esecutivo”, sono piuttosto persone dal profilo psicologico destabilizzato e condizionabile, facilmente reperibili laddove il modello sociale neo-liberista occidentalizzato si imponga brutalmente a suon di condizionalità, creando frustrazioni e vari complessi di “rifiuto” (si rifiuta per non essere rifiutati)e ciò sia se tale modello sia esportato (caso del Bangladesh, come dei paesi della primavera araba), sia se sia “da importazione”, cioè imposto ai migranti di massa ghettizzati in terra straniera.

A livello ideativo e finanziario, il vertice del terrorismo è invece ben consapevole di questi meccanismi identitari e di frustrazione e li sfrutta abilmente, sapendo che è proprio il sistema occidentale inteso in senso cosmetico (cioè ridotto cialtronamente a questioni sessuali e di costume familiare) ad alimentare la base di reclutamento degli psicotici manipolabili.

Più ancora, il post voleva evidenziare perché: 

a) dopo anni di applicazione delle “cure” FMI e WB del Washington Consensus, in un paese a maggioranza musulmana, il comune sentire sociale non produca una forte resistenza all’azione dei terroristi islamici, visti comunque come capaci di una qualche forma di riscatto, quand’anche non condiviso sotto il profilo del’estremismo identitario;

b) i governi non hanno interesse, in termini di consenso, in una situazione di tensione sociale prodotta dalla “modernizzazione” globale (liberista), e neppure sufficienti risorse finanziarie, per condurre con convinzione un’azione repressiva di tale terrorismo: sanno che, sul piano militare, le forze estere che lo finanziano, fanno reclutamento e addestramento, e lo armano, sono ben protette (dallo stesso occidente), mentre, d’altra parte, gli stessi governi, astretti dai vari modi delle “condizionalità” fiscali, non sono in grado di mutare l’assetto sociale che produce il substrato ideale per il reclutamento

4. Questo aspetto sistemico di rifiuto e di rabbia, – sia da parte di immigrati sottoposti contemporaneamente alla fine della mobilità sociale ed alla tensione cultural-razziale con gli strati sociali impoveriti “autoctoni”, sia da parte di coloro che, segnatamente nei paesi islamici, vedono alterate dalla globalizzazione le condizioni minime di sviluppo e solidarietà sociali, nella loro stessa terra-, trova conferma in quanto esprime la stessa analisi critica francese, esprimendosi a caldo sulla strage di ieri: 
La Francia, invece, sembra l’epicentro di una crisi multipla, politica ed economica. E sul piano sociale fatica a integrare gli immigrati. Tutto ciò la rende più vulnerabile?
«Certo, è così. Si sommano diverse componenti. L’arrivo massiccio di profughi, la crescita economica bloccata e l’alto tasso di disoccupazione. Ma c’è un numero chiave: circa l’8% della popolazione non si sente francese, non si riconosce nello Stato. E queste persone non sono rifugiati appena sbarcati. Sono figli di immigrati, giovani di seconda o terza generazione. E’ la percentuale più alta tra i Paesi europei. Dalla Francia sono partiti tanti foreign fighter verso l’Iraq e la Siria».
Messa così il governo di Parigi non sembra avere molti margini. Proprio ieri il presidente François Hollande aveva annunciato la revoca delle misure di emergenza…
«Il governo può rafforzare di nuovo le misure anti-terrorismo o i controlli alla frontiera. Ma questo non contribuirà a risolvere la questione di fondo, offrendo una possibilità ai giovani francesi, figli di immigrati, che oggi non si sentono accettati dal Paese. Quindi, se vogliamo andare in profondità, a questo punto per la Francia vedo solo due opzioni.
O si apre con decisione o si blinda. Prima strada: intensificare al massimo l’opera di integrazione dei giovani che oggi si sentono esclusi. Vuol dire massicci investimenti nell’educazione, in programmi di deradicalizzazione mirati, in posti di lavoro. Oppure la Francia può scegliere di diventare come Israele: sottoporre a stretta sorveglianza i soggetti considerati un potenziale pericolo per lo Stato».
Quale delle due opzioni sta guadagnando spazio politico e psicologico nell’opinione pubblica francese?
«Mi piacerebbe fosse la prima opzione, quella dell’integrazione, ma vedo invece avanzare la seconda».
5. E, se avanza la seconda, come risulta irresistibilmente probabile, anzi “vincolato” dalla rigida struttura fiscale della moneta unica, dato il divieto imprescindibile di fare quei “massicci investimenti nell’educazione e in posti di lavoro”, la logica della “accoglienza” indiscriminata (ormai understated in modo strisciante), verrà contraddittoriamente mantenuta proprio per produrre i presupposti :
a) di un mercato del lavoro e di un sistema sociale “equalizzati” rispetto ai paesi di provenienza, considerato indispensabile per la competitività mercantile del sistema che adotta la moneta unica;
b) per un continuo riprodursi, – nel tempo del consolidarsi generazionale di questa presenza di immigrati accompagnata da assenza di mobilità sociale e scontato scontro con gli strati più poveri delle popolazioni locali-,  di nuove leve di giovani esasperati da rifiuto e emarginazione economico-sociale, che determinino, in un calcolo cinico, proprio quei problemi di sicurezza pubblica che, divengono una sorta di guerra civile permanente. ADDENDUM: una guerra civile che cristallizzi, al più alto livello di efficacia, il sub-conflitto sezionale che consente la stabile realizzazione del progetto delle elites globalizzatrici (come ben focalizza Rodrik, p.4: Inoltre, le elites possono ben preferire – e ne hanno l’attitudine- di dividere e comandaregiocando a porre un segmento di non elite contro l’altro);
c) per portare a livello di stabilità istituzionalizzata lo stato di eccezione che consegue a tale guerra civile permanente, in modo che, analogamente a quanto avvenne in Italia ai tempi della strategia della tensione, sia resa incontestabile la prosecuzione delle politiche economico-sociale attuali; l’idea della “israelizzazione” delle ex-democrazie sociali sottintende di raccogliere il consenso intorno a una “Autorità” salvifica e “protettiva”, che possa rivendicare la sua legittimazione in termini polizieschi e di militarizzazioneanche esterna e in funzione di spesa “keynesiana”, di ogni residua funzione dello Stato. O del super-Stato €uropeo

* Fonte: Orizzonte48
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