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L’ITALIA FARÀ LA FINE DI GENOVA?

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[ 26 settembre 2016 ]
 
Ogni riferimento e ogni analogia a fatti, globalizzazioni, debiti pubblici, bancocrazie, cessioni di sovranità politica, lotte tra classi, repubbliche oligarchiche e stati pignorati (non) è puramente casuale.
 
«La storia di Genova nel secolo XIV ci appare così come un susseguirsi incessante di rivolte, di lotte di parte e di interventi stranieri.
Essendo nel 1339 la fazione popolare riuscita a prevalere e a imporre l’elezione di un doge nella persona di Simone Boccanera, la grande nobiltà oligarchica non esitò a porre la città sotto la protezione dell’arcivescovo Giovanni Visconte, signore di Milano.
Dopo la morte di quest’ultimo, Genova, dopo nuove e tormentate vicende interne, si dette nel 1396 alla Francia, sotto la quale rimase fino al 1409, per poi tra il 1421 e il 1436 ritornare ancora sotto la signoria viscontea e, tra il 1459 e il 1461, nuovamente sotto quella francese. Questa irrequietezza politica non è d’altronde che il paravento di una sostanziale immobilità sociale: malgrado i tentativi di rinnovamento operati dal basso, la vita politica genovese continuò sempre ad essere il monopolio di una ristretta oligarchia di grandi famiglie.
 
Gli stessi caratteri presenta anche la vita economica. Le finanze dei privati erano infatti assai più floride di quelle della repubblica e quest’ultima, impegnata com’era nella sua grande politica marittima, era costretta, dopo aver spremuto sino all’osso mediante gabelle, dazi e ogni genere di imposte dirette e indirette i redditi dei ceti meno abbienti, a contrarre forti debiti e obbligazioni ricorrendo a “compere” e prestiti con i privati e specialmente con i cittadini più facoltosi. Il sistema era lo stesso in uso nelle altre città italiane e a Venezia in particolare. Esso funzionò bene finché i profitti realizzati con il commercio e, più in generale, le buone fortune della città misero l’erario pubblico in grado di corrispondere puntualmente agli interessi verso i propri creditori.
 
Quando però le cose incominciarono a mettersi al peggio e si profilò addirittura il rischio che, oltre gli interessi potesse andar perduta anche parte del capitale, allora sarebbe stato necessario da parte dei cittadini che avevano investito i loro averi in titoli di Stato un grande spirito di dedizione alla cosa pubblica per continuare a concedere allo Stato la propria fiducia. Era questo il caso di Venezia, ma non quello di Genova.
 

Quando, dopo la guerra “di Chioggia”, la quale, a Genova come a Venezia, aveva ingoiato somme enormi, si cominciò a profilare sulle finanze cittadine l’ombra del dissesto (nel 1408 il debito dello Stato era salito alla cifra enorme di 2.938.000 lire genovesi), i creditori pretesero il massimo delle garanzie. Essi si riunirono in un consorzio —il Banco di San Giorgio— e ottennero che adesso fosse devoluta l’amministrazione del debito pubblico. Ma come i nuovi amministratori avrebbero potuto garantire un più regolare pagamento degli interessi? La soluzione venne trovata inasprendo ulteriormente il carico fiscale e affidando al Banco la gestione di alcuni dei proventi fiscali dello Stato. In tal modo, facendosi essi stessi amministratori delle entrate dei loro debitori e assumendo il ruolo di, per così dire, curatori fallimentari, i creditori consorziati nel banco avevano in mano una solida garanzia. Quando però il prestigio e il commercio genovese in Oriente iniziarono la parabola declinante, allora questa garanzia non era più sufficiente. Ciò accadde appunto nel corso della prima metà del secolo XV: la caduta di Costantinopoli nel 1453, che tagliò fuori Genova dalle sue fiorenti colonie del Mar Nero, non fu che l’ultimo e definitivo colpo vibrato a un prestigio politico già seriamente compromesso.

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In tali condizioni gli amministratori del Banco pretesero di più e cioè di amministrare direttamente alcuni territori della repubblica —colonie in Oriente, castelli e terre sulla riviera, la Corsica— con ampia facoltà di sfruttarli a loro piacimento, sino anche a venderli. Fu questo il caso di Livorno che nel 1421 fu ceduta ai fiorentini per moneta sonante.
“San Giorgio —scriveva il Machiavelli— si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior parte delle terre e città sottoposte allo imperio genovese, le quali governa e difende e… vi manda i suoi rettori senza che il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato che quelli cittadini hanno levato l’amore del Comune…e postolo a San Giorgio”. Difficilmente si può immaginare una illustrazione più efficace di che cosa si debba intendere quando si parla – come si è già parlato – del consolidamento delle posizioni corporative e privilegiate del patriziato urbano: a Genova noi vediamo una città, una “repubblica”, alienare ai suoi cittadini più ricchi le sue finanze e la sua stessa sovranità territoriale; vediamo uno Stato trasformarsi praticamente in un’azienda della quale sono azionisti le sue grandi famiglie.
 
Queste ultime furono infatti le principali beneficiarie dell’operazione. A mano a mano che in seguito al declino del commercio genovese in oriente le difficoltà economiche vennero aumentando, i piccoli risparmiatori che avevano investito il loro denaro nei “luoghi” di San Giorgio furono costretti a liberarsene e questi finirono per concentrarsi nelle mani di una ristretta e potente oligarchia di creditori. Da questa usciranno le grandi dinastie dei banchieri genovesi finanziatori di Carlo V e di Filippo II».
In: Giuliano Procacci

Storia degli italiani, I volume, ed. La Terza, 1968, pag. 80-82
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Un pensiero su “L’ITALIA FARÀ LA FINE DI GENOVA?”

  1. Karl Melvin dice:

    Che bell'articolo!La storia dell italia basso medievale,in particolare dei comuni centro settentrionali è una vera e propria miniera d'oro.So che è una banalità ma visto i tempi (e ahimè la media delle analisi che circolano fra i giovinastri come il sottoscritto) è doveroso riaffermarlo.

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