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MANIFESTO PER UN POPULISMO DEMOCRATICO

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[ 21 novembre ]

Appena una settimana fa è stato diffuso in rete il Manifesto per un populismo democratico

Primi firmatari: Stefano Bartolini, Michelangela Di Giacomo, Paolo Gerbaudo, Tommaso Nencioni, Stefano Poggi e l’amico Samuele Mazzolini —che conoscemmo a Parma proprio ad un convegno in cui svolse una prolusione sul populismo).
Proprio in quel convegno Carlo Formenti dialogò con Mazzolini, correggendo certo laclausismo e ponendo il populismo su gambe più solide.

Pubblichiamo una breve sintesi del Manifesto poiché, se non la lettera, né condividiamo lo spirito. Come i nostri lettori più assidui sanno bene, da tempo difendiamo l’idea che ci sia bisogno di un movimento politico populista di sinistra, patriottico ma non nazionalista, come mezzo per rovesciare lo stato di cose esistente. Un manifesto, quello in oggetto, molto laclausiano, ovvero molto anti-economicista. Anche troppo per la verità visto che la dimensione economica della tragedia storica che viviamo, a cominciare dalla questione dell’euro, è del tutto sottaciuta.
Se ne parlerà coi promotori. Adesso è il momento di farlo circolare.


MANIFESTO PER UN POPULISMO DEMOCRATICO 

1. La democrazia senza demos     

Trump ha vinto perché la “sinistra” liberale ha abdicato al ruolo di garante degli interessi dei ceti medi e popolari. La sua affermazione, la Brexit e la nascita di nuove forze politiche come Podemos e Syriza segnalano come la richiesta di una nuova voce da parte degli esclusi sia ben più importante dei contenuti specifici in cui viene declinata. L’Italia non è da meno. Le classi dirigenti, rassicurate dalla mancanza di un’opposizione sociale all’altezza della crisi, pensano di poter continuare ad usare le loro posizioni di potere per difendere i propri privilegi. Ma è una pretesa sorda alla realtà. La partita è aperta: non scendere in campo vorrebbe dire lasciare il potenziale di cambiamento alle forze conservatrici e reazionarie.


2. L’insufficienza degli attori politici italiani     
Gli attori politici e sociali esistenti non si sono dimostrati all’altezza della sfida. Un’ esasperata pratica trasformista ha contraddistinto l’intero corso della Seconda Re- pubblica e sta lasciando la propria impronta sugli albori della terza. La sinistra si è divisa in tre risposte, tutte insufficienti: una trasformista, che ha aderito alle ragioni delle élite; una residuale, che si è limitata a presidiare le conquiste del passato; e una impolitica, tipica della sinistra radicale, che non ha saputo aggregare nuove domande attorno ad un disegno egemonico. Lo spazio di opposizione sociale e politica è stato cosi’ occupato in Italia dal Movimento 5 Stelle, che ha però dimostrato un’incapacità di andare oltre una pura critica morale della classe politica e una impossibile soluzione ‘tecnica’ a problemi di carattere politico. Per impedire che la crisi della Seconda Repubblica si risolva in maniera conservatrice o reazionaria, e’ necessario un progetto imperniato sul populismo democratico.

3. La creazione del popolo     

Tramontata l’idea di classe per come dato di natura, ci troviamo in un panorama nel quale ad essere insufficienti sono le stesse categorie descrittive. La classe operaia non esiste più, ma continuano a esistere i lavoratori di fabbrica, mentre la nozione di ceto medio è stata svuotata di qualsiasi significato dalla crisi economica e sociale. All’apice della piramide sociale vanno situandosi fasce sempre più ristrette e potenti, mentre l’insicurezza e l’indebitamento, sono diventati gli elementi unificanti e trasversali delle identità di lavoro ed delle differenze di status. Si tratta di riaggregare questo mondo frammentato in una una comunità immaginata che sappia aggregare temi ed istanze di tipo diverso – ambiente, lavoro, tasse, lotta alla burocrazia e ai privilegi, diritti civili e sociali – attorno a una piattaforma comune.


4. La scelta populista     

Qualsiasi percorso politico che abbia ambizioni egemoniche non può che partire da istanze di natura diversa e nella consapevolezza che oggigiorno il disagio sociale si esprime perlopiù attraverso forme, simboli ed organizzazioni estranee alla sinistra. La costruzione di un nuovo soggetto potrà procedere solo negativamente, cioè attraverso la costituzione di frontiere politiche che strutturino in maniera inequivocabile le relazioni tra diversi agenti sociali e semplifichino lo spazio politico. Chiamiamo questo tipo di creazione politica populismo. Al contrario dell’uso convenzionale quindi, per noi il populismo non è sinonimo di demagogia o autoritarismo. Il populismo non e’ né una patologia politica né un’ideologia, ma e’ piuttosto una logica costitutiva della politica attraverso la quale diversi progetti competono per egemonizzare il campo sociale.


5. Simbolo e leadership     

Il ruolo di aggregatore di istanze diverse può essere svolto da una domanda unificante o da una persona unificante, il leader. In Italia la questione morale svolge ormai da qualche decennio il ruolo di orizzonte salvifico, che diverse forze politiche, per ultimo il movimento 5 stelle, hanno cercato di cavalcare. E’ necessario rivendicare e radicalizzare la questione morale, mostrando che non riguarda solo la corruzione della classe politica, ma pure le colpe di banchieri, capitani d’industria e costruttori d’assalto che immiseriscono le popolazioni e delocalizzano posti di lavoro. Rispetto al ruolo del leader, la leadership personale non deve essere vista come un fenomeno necessariamente narcisistico o dispotico. Nella misura in cui condivide tratti con coloro che lo seguono l’incontro avverrà a metà strada, rendendolo un primo fra pari capace di tenere insieme domande eterogenee. Un Cesare democratico potrebbe ripoliticizzare tutti i diversi tipi di oppressione di cui soffrono i subalterni e che le oligarchie vogliono spacciare per naturali.


6. La nazione come livello di intervento     

Crediamo che il mantra secondo cui gli stati-nazione sono stati interamente fagocitati dai mercati non sia accurato. Lo Stato detiene ancora una serie di strumenti fondamentali che, se attivati intelligentemente, possono incidere in maniera sostanziale sulla realtà socio-economica. Non è una questione di cedere a tentazioni sciovinistiche o rossobrune. Siamo semplicemente persuasi che l’Unione Europea sia un progetto oligarchico troppo sedimentato per poter essere “democratizzato” attraverso un movimento di opinione che manca di un vero e proprio luogo politico in cui poter farsi valere. L’Europa rimane un riferimento privilegiato, ma è un piano che va ricostruito su linee diverse da quelle attuali, sostituendo L’Europa del libero mercato con un’ Europa dei popoli e della solidarietà.

7. Le organizzazioni popolari     

Quello di cui abbiamo bisogno oggi è un più articolato movimento, all’interno del quale le diverse organizzazioni di espressione popolare possano coordinare la loro azione. Il movimento deve porsi prima di tutto l’obiettivo di far affiorare tutte quelle domande e quei conflitti irrisolti che rimangono silenti. Rendere, insomma, palpabile l’ingiustizia a strati sempre più ampi della società. Dal borgo alla grande metropoli, i piccoli troni di cui è cosparsa la società devono ricominciare a tremare. La scommessa è quella di rivolgersi ad una maggioranza sociale, anziché alle minoranze politiche. Non i “delusi dal Pd”, ma gli sfrattati. Non i reduci della sinistra radicale, ma chi ha perso il lavoro. Non gli eredi del movimento no global, ma i giovani che vedono sparire ogni orizzonte di realizzazione professionale.


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5 pensieri su “MANIFESTO PER UN POPULISMO DEMOCRATICO”

  1. Anonimo dice:

    Dice molte cose corrette ma mi sembra che giri troppo con le parole per non sbilanciarsi mai troppo, occorre farlo alla svelta se si vuole essere davvero populisti. Certo non si pretende il manifesto del partito comunista di Marx ma mi pare indugi troppo.Un indugiare un po' parolaio, che richiama alla mia mente un passo di un romanzo di Pirandello, I vecchi e i giovani, ambientato all'epoca dei fasci siciliani (io non sono fascista eh) che mostra chiaramente il problema di chi vuol rappresentare il popolo ma non lo capisce, non ci sa parlare e finisce per alienarselo. Riporto il passo:Stava per rincasare, quando da un vicoletto che sboccava nella piazza sentì chiamarsi piano da qualcuno in agguato lì ad aspettarlo, incappucciato.– Ps, ps…Un contadino! Il cuore gli diede un balzo in petto. Gli s’accostò premuroso.– Serv’a Voscenza. Posso dirle una parolina?[..]– Parla, parla, figlio mio, – lo esortò il Pigna. – Siamo qua soli… Che t’hanno detto?Gli occhi sospettosi sotto il cappuccio espressero lo sforzo penoso che colui faceva su se stesso per vincere il ritegno di parlare. Alla fine, stringendosi più al muro e stendendo appena fuor del cappotto una mano sul braccio del Pigna, domandò a bassissima voce:– È qua che si spartiscono le terre?Nocio Pigna, mezzo imbalordito per tutto quel mistero, restò a guardarlo un pezzo di traverso, a bocca aperta.– Le terre? – disse. – Le terre, no, figlio mio.Quegli allora alzò il mento e chiuse gli occhi, per un cenno d’intesa. Sospirò:– Ho capito. Mi pareva assai! Mi hanno burlato.E si mosse per andar via. Nocio Pigna lo trattenne.[..]Pigna si scrollò, urtato:– E allora, scusa, tie’, ti do le terre, è vero? Prima di tutto dev’esserci la volontà, in te e in tutti, senza paura, capisci? Non c’è bisogno di guerra, mettiti bene in mente questo! Noi vogliamo anzi cantare inni di pace, caro mio. Il Fascio è come una chiesa! E chi entra nel Fascio…– Voscenza mi lasci andare…[..]– Voscenza mi lasci andare… Non è per me…– Come non è per te, pezzo d’asino?[..]– Sissignore, bacio le mani…. Per carità, come se non le avessi detto niente…

  2. Redazione SollevAzione dice:

    All'anonimo del commento sopra:Speriamo caldamente che gli estensori del manifesto rispondano nel merito alle tue mirate critiche.Ad ogni modo, una precisazione ci sembra doverosa, dato che citi i Fasci siciliani, precisando di non essere un fascista:«I fasci siciliani o Fasci siciliani dei lavoratori, furono un movimento di massa di ispirazione democratica e socialista, sviluppatosi in Sicilia dal 1891 al 1894 e diffusosi fra proletariato urbano, braccianti agricoli, minatori ed operai. Fu disperso solo dopo un duro intervento militare sotto il governo Crispi».

  3. Anonimo dice:

    Sì però l'anonimo parlando di fascisti tura fuori una questione sulla quale la sinistra dpvrebbe riflettere.Il fascismo era sbagliato ma sapeva parkare alla gente.La sinistra di oggi no e sono più di cinquant'anni che ha perso questa capacità.Da quando ha smesso di pensare la rivoluzione.Comunque in generale la sinistra è morta, è entropia della storia e della politica, pattume non riciclabile.Voi restate pure dove siete, il mondo va verso il populismo di destra e per me non sostenerlo è da vigliacchi.Il cambiamento ossia la sconfitta delle élite può venire solo da quella direzione.

  4. Anonimo dice:

    Anonimo delle 23.06. Io sono quello del primo messaggio.Io non ho citato il fascismo ma i fasci siciliani che furono cosa del tutto diversa. Siccome è anche un riferimento ideale dei fascisti ho voluto precisare di non esserlo per fugare ogni eventuale equivoco, vedo purtroppo di aver ottenuto l'effetto opposto. Forse era meglio tacere.Per quanto riguarda il tuo suggerimento di collaborare con le destre vedo ad esempio che la May suggerisce una specie di flat tax. A te piace? A me non piace per niente, sarebbe devastante per il mondo del lavoro.Io mi chiedevo al contrario se esisteva una possibilità concreta di impedire sviluppi antipopolari di questo tipo e mi sento pessimista.

  5. Anonimo dice:

    Anonimo dei Fasci SicilianiCalma, ho capito perfettamente quello che volevi dire.Lo so che non c'entrava col fascismo mussoliniano.Ma il problema è che il fascismo del ventennio aveva una qualità: sapeva parlare alla gente.Oggi se parli di comunismo trovi solo quattro gatti anziani e spelacchiati disposti a darti retta.Se parli di fascismo invece trovi un sacco di giovani.Sulla May.E' un'illusione credere che dal populismo possa venire qualcosa di buono per il lavoro ma è necessario votarli perché la prima mossa è scalzare le attuali èlite.Dopodiché si spera che il lavoro riconquisterà la sua soggettività politica.Ma se non dovesse succedere pace, significa che è destino.L'unica cosa che conta è vedere che il popolo è capace di ribellarsi sia per il bene che per il male.In fondo se la sinistra è ridotta in questo stato la colpa è solo sua, dei politici di sinistra, dei sindacalisti, dei lavoratori che appena hanno conquistato dei buoni diritti e degli ottimi salari sono diventati come la classe media.Ci vuole una palingenesi e l'occasione è appunto l'imminente esplosione del populismo.Dopo dipende da noi, se continuiamo a litigare, a non unirci, a disquisire di filosofia e altre balle del genere meriteremo di essere spazzati via dalla storia.

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