REFERENDUM: UN TERREMOTO DI CLASSE (e chi invece a sinistra continua come prima) di Michele Berti

[ 8 dicembre ]

Fiumi di inchiostro e bit stanno fluendo in questi giorni per giustificare, commentare, interpretare i dati dell’affluenza e del netto voto di bocciatura della riforma renziana. Le TV parlano del 40% di Renzi come se il giochetto delle elezioni europee non avesse insegnato nulla, il 60 % di No invece viene dato alle forze politiche populiste brutte e cattive.

E’ veramente così? Io credo di no, credo che il voto abbia evidenziato, a seguito della personalizzazione che il premier ha impresso alla consultazione, la presenza di un blocco sociale che ormai non crede più nella narrazione dominante perchè la realtà quotidiana è diventata incompatibile con i numeri a zero virgola con cui vogliono convincerci che va tutto bene.

Il voto referendario ha fatto quello che i partiti da decenni non fanno, una seria analisi di classe della società. Guardando i dati di chi ha votato questo è chiaro, la maggioranza dei pensionati (che ricordo in Italia su 50 milioni di elettori contano circa il 21%) ha detto si ad un cambiamento della Costituzione. All’interno di tutte le altre categorie la vittoria del no è stata a volte schiacciante. Studenti, casalinge, dipendenti, lavoratori autonomi. Cosa significa? Significa che consapevolmente o inconsapevolmente Renzi ha risvegliato gli anticorpi di questa Repubblica, che si sono messi a valutare le politiche governative e a confrontarle con i dettami costituzionali, che hanno riscoperto il piacere del dibattito e il senso della nostra Costituzione, che non hanno paura di affermare e difendere il proprio spazio democratico.

Questo è il vero valore di questo voto.

Passo successivo, davanti a questa nitida fotografia del paese, con i suoi problemi e le sue pieghe fatte di disagio, disuguaglianza e povertà, le forze di sinistra guidate da vecchi astri e da giovani vecchi cestinano tutto e si spaccano in due o tre tronconi alla ricerca di un nuovo e anacronistico centrosinistra. Più o meno centro. Più o meno sinistra.

Non hanno capito che questa vittoria ha tracciato si, uno spaccato del popolo italiano, ma che è in tutto e per tutto legata alla Costituzione?

Partono quindi gli appelli che invitano all’unione della sinistra e all’ennesima ripartenza di un cavallo ormai stremato, a cui Tex Willer riserverebbe un salvifico colpo di pistola.

Ciò che non hanno capito è che un idealizzato popolo aspetta qualcuno che prenda in mano la Carta Costituzionale e ne faccia programma di governo a prescindere dal fatto che a farlo siano forze di sinistra o destra o centro, grilline, cattoliche o marxiste. Un progetto che vada bene per tutti coloro che credono nella nostra Costituzione del 1948 e nella visone di paese che essa sottende.

Quelli usciti sono appelli che hanno già un destinatario, quel ceto medio semicolto che desidera la sinistra rosa, arancione, insomma sbiadita senza un vero progetto ideologico ma che mira ad alleanze anche senza una strada da percorrere e solo per poter “contare qualcosa”.

Pisapia lancia il Campo Progressista, Fratoianni chiama a raccolta i suoi, la Castellina mette la lancia in resta. Mi dispiace ma non avete capito la forza dirompente che il referendum ha evocato. E’ il desiderio di milioni di italiani, di sinistra ma soprattutto direi democratici, che vogliono e pretendono il riconoscimento di un patto sociale che ancora credono importante e fondamentale.

Volete fare le unioni della sinistra?

State tradendo questo slancio e sprecando questa forza a favore di personalismi ed autoreferenzialità che non portano da nessuna parte.

Il voto referendario ci ha messo in mano un’analisi di classe molto dettagliata, uno strumento che unisce e non divide, ovvero la Carta Costituzionale, che pare funzionare bene.

Perchè non rilanciare senza mettere steccati e limiti alla provvidenza?

Qui c’è da ragionare con altri paradigmi politici, se cerchiamo la solita unione della sinistra sarà la solita fusione a freddo e la conseguente deflagrazione in atomi sempre piccoli.

Ragioniamo sui comitati del No invece e mettiamoci al servizio di qualcosa di più grande di un partitino che al massimo può arrivare a qualche punto percentuale.

Lavoriamo sul blocco sociale referendario formato da tanti no che sono tornati ad esprimere un voto dopo anni di astensionismo.

Ma parliamone perchè è urgente, all’orizzonte coloro che volevano la riforma stanno studiando il modo di punire questo gesto d’orgoglio e stanno ammassando nubi nere e minacciose saette che presto si abbatteranno sul nostro paese sottoforma di manovre aggiuntive e nuova austerità.

Abbiamo bisogno di tutto il popolo che ha votato per ribadire il nostro NO anche ai saldi di democrazia che a Bruxelles stanno avvenendo sotto gli occhi di tutti in merito alla formazione del nuovo governo.

Abbiamo bisogno di ribadire il nostro NO pronti a rivendicare un progetto di paese aderente alla Costituzione a tutti i costi. Nelle istituzioni, nelle piazze, ma anche se necessario con “i bastoni e con le pietre” citando un vecchio aforisma di Sandro Pertini.

La storia si è rimessa a correre. La nostra Costituzione può essere verso, direzione e lievito di un grande processo di emancipazione ma dobbiamo agguantarne al più presto la consapevolezza.




LEGGE ELETTORALE: PROVIAMO A FARE CHIAREZZA di Leonardo Mazzei

[ 7 dicembre]
Molti ci chiedono cosa accadrà adesso con la legge elettorale. Sul tema la confusione è pari soltanto alla chiacchiera in politichese che gli ruota attorno. Conviene perciò provare a fare chiarezza, anche al fine di sostenere l’unica linea efficace contro l’attuale tentativo di surplace delle èlite: andare subito alle elezioni.
Prima di spostarsi sul “tecnico” è necessaria una breve premessa per afferrare bene la portata della questione. Dietro ad ogni legge elettorale c’è una precisa visione della democrazia, potremmo dire un diverso tasso di democrazia, generalmente in stretta relazione con i rapporti di forza nella società.

Venendo all’attualità, non abbiamo mai avuto dubbi che nel disegno autoritario di Renzi l’Italicum fosse in un certo senso ancora più importante della stessa modifica della Costituzione. Con quella legge si cambiava infatti la costituzione materiale a tutto vantaggio delle oligarchie dominanti, nonché (ma questo è fin troppo ovvio) a favore del ristretto gruppo di potere renziano.


Con la straordinaria vittoria del NO – di cui noi non abbiamo mai dubitato – i nodi stanno venendo al pettine. Così come la morte della Prima Repubblica fu decretata dal referendum del 18 aprile 1993 che spianò la strada al sistema maggioritario, la fine della Seconda è ben rappresentata dalla sonora sconfitta del blocco dominante di domenica scorsa.


Di certo c’è che l’Italicum è morto anche se non è ancora sepolto. E’ morto politicamente, in quanto non applicabile ad un sistema bicamerale – e noi l’abbiamo sempre detto che sarebbe stato il referendum  costituzionale ad abbatterlo – ma non è ancora sepolto formalmente, dato che se si votasse domani mattina sarebbe quella la legge con la quale si voterebbe per la Camera. Ma siccome domani mattina non si voterà comunque, l’Italicum nella sua struttura attuale è solo una legge in attesa di (rapido) decesso. 


Il vero problema è un altro: quale legge ne prenderà il posto? E chi la farà, il parlamento o la Corte Costituzionale?


Entriamo dunque nel merito, cercando di chiarire cinque cose: 1. il funzionamento delle due leggi attualmente in vigore (Italicum per la Camera e Consultellum per il Senato); 2. chi cambierà a breve l’Italicum; 3. come lo potrà modificare la Consulta; 4. come lo potrebbe cambiare invece l’attuale parlamento; 5. perché l’unica parola d’ordine giusta è quella delle elezioni subito.


Nell’affrontare il tema, seguendo questo elementare ordine logico, dirò cose che appariranno scontate a buona parte dei nostri lettori. Me ne scuso in anticipo, ma so per esperienza quanto sia ostico per molti il tema delle leggi elettorali.



1. Le due leggi attualmente in vigore


Dal primo luglio di quest’anno è in vigore l’Italicum, una legge valida per la sola Camera dei deputati. Il Bomba fiorentino aveva infatti dato per certa l’abolizione del Senato elettivo, ma domenica gli è andata piuttosto male. Il Senato rimane elettivo, e per eleggerlo una legge già c’è. Si tratta di quella uscita dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale con la quale la legge precedente (il cosiddetto Porcellum) era stata dichiarata incostituzionale. Questa legge di risulta è stata definita Consultellum, proprio perché scaturita dalla Consulta.


Come funzionano queste due leggi?


L’Italicum è un sistema a base proporzionale, con sbarramento al 3% a livello nazionale, che prevede un premio di maggioranza del 54% dei seggi alla lista che raggiunga eventualmente il 40% dei voti. Se nessuna lista raggiunge tale soglia si va al ballottaggio. Chi lo vince ottiene anche in questo caso il 54% dei seggi.


Il Consultellum è sempre un sistema a base proporzionale, ma senza premi di maggioranza e senza ballottaggio. Le soglie di sbarramento (qui da calcolarsi a livello regionale) sono due: del 3% per le liste inserite in coalizioni che superano il 20%, dell’8% per le liste non coalizzate o inserite in coalizioni che non raggiungono il 20%.


Non si dica dunque che non si può andare a votare perché non c’è la legge. La legge, anzi le leggi, ci sono eccome. Si dice però che si tratta di due leggi diverse. Vero, ma non è questo il punto. I sistemi elettorali di Camera e Senato sono sempre stati diversi. Lo erano nella Prima Repubblica, quando lo stesso sistema proporzionale era applicato in maniera diversa alle due camere (su base nazionale alla Camera, su base regionale e con collegi uninominali al Senato). Lo erano con il Mattarellum, che prevedeva una quota proporzionale del 25% alla Camera ma non al Senato. Lo erano con il Porcellum, che assegnava un premio di maggioranza su base nazionale alla Camera ed uno regione per regione al Senato.


Il problema dell’incompatibilità delle due attuali leggi elettorali non è dunque in una generica “diversità”, che a Costituzione vigente non potrà non esservi anche in futuro, visto quanto scritto nell’articolo 57 che così recita: «Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero». E’ chiaro che questa «base regionale» implica giocoforza un sistema elettorale diverso da quello della Camera, a meno che non si voglia adottare l’aberrante ed antidemocratico maggioritario dei collegi uninominali secchi all’inglese.


L’incompatibilità – sostanziale, non formale – risiede invece nella norma che il piccolo Bonaparte fiorentino aveva ben pensato di disegnare per sé e per i suoi fidi: il ballottaggio. Che senso avrebbe infatti il ballottaggio per una sola camera? E, d’altronde, si potrebbe mai fare un doppio ballottaggio per la Camera e per il Senato? Ovvio che no, ed è questa la ragione per la quale abbiamo sempre detto che il NO al referendum avrebbe rappresentato la fine dell’Italicum.



2. Chi cambierà a breve l’Italicum (la prossima sentenza della Corte Costituzionale)


Da quanto detto sin qui ben si comprenderà come se c’è un punto dell’Italicum che verrà sicuramente cancellato questo è il ballottaggio, che di quella legge era l’aspetto peculiare e decisivo. L’arma di ultima istanza che Renzi si era riservato per costruirsi un potere personale senza pari in Europa. E’ vero che negli ultimi tempi, ed in maniera assai netta dopo la sconfitta del Pd nelle amministrative del giugno scorso, questa sicumera piddina stava già venendo meno. In ogni caso il referendum ha chiarito la questione: il ballottaggio non ci sarà.


Da ieri sappiamo anche la data di questa cancellazione. Il prossimo 24 gennaio la Corte Costituzionale si riunirà per esprimersi sui ricorsi di incostituzionalità dell’Italicum ed a questo punto – al di là degli aspetti squisitamente giuridici – è chiaro che il ballottaggio verrà cassato.


Spero si capisca dunque il perché gli allarmi su “un voto con l’Italicum”, che girano in diversi ambienti, siano o demenziali o fin troppo interessati. I tempi della crisi di governo, e quelli previsti per la convocazione delle elezioni anticipate, non consentono di certo di arrivare al voto prima del 24 gennaio. Dunque non si voterà in nessun caso con l’Italicum nella sua struttura originaria.


Se il ballottaggio verrà dunque sepolto, il vero nodo resta quello del premio di maggioranza al 40%. Verrà cancellato anche quello, oppure no?



3. Cosa farà la Corte Costituzionale?


Entriamo così nel merito del punto più delicato della decisione della Corte Costituzionale. Con la già citata sentenza 1/2014 la Corte aveva bocciato il premio di maggioranza previsto dal Porcellum. Logica vorrebbe dunque un’identica bocciatura anche dell’attuale premio. Sul punto non c’è tuttavia certezza. In primo luogo perché la composizione della Corte è nel frattempo cambiata. In secondo luogo perché l’appiglio giuridico per una sentenza diversa sta nella fissazione di una soglia minima (il 40%) per l’assegnazione del premio, soglia invece non esistente nel Porcellum.


Se le ragioni del diritto non dovrebbero lasciare spazi al mantenimento di quella norma, dato che con il premio di maggioranza lo stravolgimento dei principi di rappresentanza e di uguaglianza del voto (richiamati tre anni fa dalla Consulta) rimarrebbe comunque, la ragion politica potrebbe suggerire invece soluzioni diverse.


E chi scrive ha pochi dubbi sul fatto che a prevalere sarà proprio la ragion politica. E, tuttavia, anche questa convinzione non ci dà ancora la soluzione del problema. Sempre per ragioni politiche, la Corte potrebbe cancellare il premio di maggioranza per aprire la strada alle elezioni anticipate; così come con il suo mantenimento fornirebbe invece al parlamento (e dunque al nuovo governo) un formidabile assist per continuare a vivacchiare rimaneggiando la legge in modo da danneggiare il più possibile il Movimento Cinque Stelle.


Nel primo caso la Corte avocherebbe di fatto a se la riscrittura della legge, nel secondo (eccezion fatta per il ballottaggio) la demanderebbe invece al parlamento. 


Perché affermiamo questo con tanta nettezza? E’ presto detto, perché la cancellazione del premio di maggioranza stroncherebbe sul nascere ogni possibilità di nuovi trucchetti (vedi il Provincellum proposto dal renziano Parrini), come ogni riproposizione di un premio assegnato alle coalizioni anziché alle singole liste. Viceversa, la non cancellazione aprirebbe la strada a nuove porcate di un parlamento da sempre illegittimo, ma reso ancor più abusivo dalla sonora bocciatura della sua riforma costituzionale.



4. Cosa potrebbe invece tentare l’attuale parlamento


Con questo credo di avere spiegato il perché la parola a questo parlamento di fuorilegge – se ci pensate bene è questa la definizione più giusta – la potrebbe ridare solo una sentenza complice della Consulta.


Naturalmente noi non possiamo sapere cosa accadrà il 24 gennaio. Ma sappiamo invece, se questa complicità si concretizzasse, cosa si metterebbero a fare i fuorilegge di cui sopra il giorno dopo: una legge ancora una volta maggioritaria e dunque truffaldina. Di più, e qui la truffa raddoppierebbe: una legge pensata anche, se non soprattutto, in funzione anti-M5S. 


Abbiamo già accennato alla proposta Parrini (quella che prevede collegi uninominali pensati per far pesare al massimo i boss della politica locale), come possibile sbocco del disperato tentativo di una casta politica sconfitta nelle urne del 4 dicembre per restare in sella. Ma c’è di più: sarebbe questo l’estremo tentativo delle oligarchie per mantenere il controllo del sistema politico, bloccando le istanze di cambiamento che sono state il vero motore della vittoria del NO.



5. Perché diciamo: “elezioni subito”


Spero che a questo punto si sia capito perché diciamo “elezioni subito”.

Subito non significa domani mattina. Dunque dire subito non vuol dire votare con l’Italicum così come Renzi ce l’ha consegnato. Questo, vista l’imminenza del pronunciamento della Consulta, non potrà avvenire in nessun caso.


Ma dopo quella sentenza, qualunque essa sia, si dovrà andare al voto subito.


Nel caso della cancellazione del premio di maggioranza avremmo infatti una legge sostanzialmente proporzionale. Dunque, perché non andare immediatamente alle urne?


Nel caso invece il premio di maggioranza restasse, questo sarebbe il segnale che sul punto le oligarchie non mollano, il via libera al parlamento per confezionare l’ennesima porcata. Perché allora glielo dovremmo consentire?


Per primi abbiamo detto “elezioni subito”. Oggi lo dice M5S, ed a destra lo dicono la Lega e Fratelli d’Italia. Ma ancor di più dovrebbe dirlo l’intero popolo del NO.


Agli sfasciatori della Costituzione, ai congiurati contro la democrazia, agli svenditori della sovranità nazionale e popolare non deve essere concesso altro tempo.


Magari non si voterà con la miglior legge elettorale – noi vorremmo il proporzionale puro senza sbarramenti – ma di certo si voterà con una legge più democratica di quella che verrebbe confezionata da un nuovo inciucio parlamentare.


C’è qualcuno che può far finta di non vederlo? Noi crediamo proprio di no.


PS – Vedo che la data del 24 gennaio fissata dalla Consulta pare a molti un inaccettabile prender tempo. In effetti, vista la situazione d’emergenza prodotta dagli azzardi del fiorentino, i giudici della Corte Costituzionale se la prendono un po’ troppo comoda. Il che, visto da chi sgobba tutti i giorni per mandare avanti la baracca, è del tutto insopportabile. 


Ma davvero il gioco vincente sarà quello di mettere in campo una lunga sequenza di passaggi al rallentatore pur di spostare le elezioni il più avanti possibile? Difficile dirlo in questo momento. Nel blocco dominante è in atto uno scontro tra il gruppo renziano, che molti vorrebbero ormai mollare, ed i fautori più convinti di un piano B che prevede un governicchio purchessia per arrivare al 2018.

Forse l’odierna direzione del Pd ci dirà qualcosa di più sull’effettivo controllo del partito da parte di Renzi dopo la scoppola del referendum. In ogni caso non bisogna lasciare tempo alle trame di lorsignori: elezioni subito! 




ECCO LA RISPOSTA DELL’EUROCRAZIA di Luciano Barra Caracciolo

[ 7 dicembre ]


1. L’enorme “pateracchio” istituzionale scaturito dall’esito del referendum fa venire al pettine tutti i nodi dell’anomalia di un sistema politico-parlamentare ormai subordinato non tanto alle transeunti esigenze dell’Esecutivo, quanto alla natura servente di quest’ultimo rispetto ai “obblighi comunitari e internazionali” assunti nella sede europea e al connesso “vincolo dell’equilibrio di bilancio (per usare una formula ormai “cara” alla nostra Corte costituzionale).
Il Presidente della Repubblica opta per un’accettazione delle dimissioni dell’attuale governo subordinata all’approvazione definitiva della legge di stabilità per il 2017
In realtà, data la non coincidenza tra dimissioni del governo, da un lato, e decreto di scioglimento della camere in vista di nuove elezioni, ovvero incarico ad un nuovo premier per la formazione di un nuovo governo, dall’altro, dall’accettazione immediata delle dimissioni non scaturiva un impedimento costituzionalmente normativo all’approvazione della legge di stabilità entro la fine di dicembre
2. Ma, si dice, occorre evitare l’esercizio provvisorio di bilancio: ma siamo sicuri? L’esercizio provvisorio, comunque, nonostante quanto con leggerezza diffuso dagli espertoni televisivi, non influisce sull’impegnabilità, liquidazione e pagamento, delle spese ordinarie derivanti da leggi di spesa permanenti o pluriennali già in vigore e, anzi, per le spese e le entrate derivanti dal progetto non ancora approvato, ne autorizza erogazione e riscossione sia pure per “dodicesimi” pro-mese.
Nulla a che vedere col “sequester” che può inscenare il sistema parlamentare, bicamerale, anche in tema di spesa pubblica, negli USA.

Va peraltro segnalato che un governo che sia dimissionario, o dimissionario condizionato, svolge praticamente un identico ruolo “depotenziato” di fronte alle Camere ai fini dell’approvazione di bilancio e relativa “manovra”: e questo tanto più che proprio da oggi stesso, l’esame in Commissione bilancio del Senato della relativa legge è già calendarizzato e si sta probabilmente svolgendo in questo momento, in vista di un rapida calendarizzazione in aula.
Dunque, l’impuntatura del Capo dello Stato pare più legata a voler far risaltare la formale assunzione di responsabilità dell’attuale governo rispetto a “questa” manovra di stabilità, al fine di rassicurare l’UE e i “mercati”. 
3. Nella sostanza, come abbiamo visto, cambia molto poco. 
Il governo dimissionario, infatti, rimane in carica per gli affari correnti e per quelli urgenti; equand’anche, su un atto “dovuto” (per obbligo di trattato €uropeo…), le Camere fossero state sciolte (il che non è), rimane sempre il loro obbligo di esercitare i loro poteri “correnti”fino alla riunione delle nuove Camere (art.61 Cost, cpv, quello “famoso” dellaprorogatio…ad infinitum); poteri tra i quali rientra senz’altro l’approvazione di una legge di bilancio già approvata alla Camera dei deputati, e con iter già incardinato al Senato stesso. 
Tra l’altro, anche a tal fine, risulta inoltre legittimamente esercitabile il potere di convocazione del Senato (e in genere delle Camere) spettante al PdR in base all’art.62 Cost. (dimissionario o meno che sia il governo).
4. Ma la “rassicurazione” (che dovrebbe derivare dall’approvazione della legge di stabilità e del bilancio) pare più essere in senso contrario, cioè dell’UE rispetto all’Italia: e proprio in seguito alle dimissioni del governo. Cioè, con l’accettazione momentanea, da parte dell’UE-M, di una manovra che sarebbe stata altrimenti “bocciata”!!! 
Rassicurazione, appunto, solo momentanea e in vista di una manovra aggiuntiva (di circa 15 miliardi) attesa da parte del nuovo governo (anticipando un pochino…troppo l’esito della crisi in corso): 
“Infatti, come ha precisato il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, “vista la situazione politica, è impossibile chiedere al governo italiano di impegnarsioggi per queste misure aggiuntive”.
Insomma, “l’Eurogruppo “prende nota del non rispetto ‘prima facie’ della regola del debito” e ricorda che la Commissione stenderà un nuovo rapporto ad hoc. L’Eurogruppo “monitorerà l’attuazione delle misure aggiuntive (chieste ad otto Paesi tra cui l’Italia) a marzo 2017“.
Entro marzo, quindi, una quindicina di ulteriori miliardi di entrate o di tagli di spesa, per l’€uropa, occorrerà trovarli. Sperando che bastino, perché nel frattempo viene a “maturazione” la questione della ricapitalizzazione bancaria (non solo di MPS…).
5. D’altra parte, l’€urogruppo è chiaro: la copertura, per il deficit strutturale e magari ancheper l’intervento statale di ricapitalizzazione bancaria (ove mai autorizzato), va trovata con “entrate straordinarie” (windfall revenues), cioè essenzialmente quella “forte” tassazione patrimoniale (su conti correnti e immobili) che da tanto tempo l’€uropa indica come soluzione TINA. Altamente recessiva, nelle circostanze della provata economia italiana.
6. Ecco dunque, come si giustifica questa analisi Marco Zanni:

7. Ma il futuro che ci attende sarebbe quello di un governo “tecnico”, con il ministro Padoan “favorito” (proprio in chiave rassicurazione €uropeista) o, al più istituzionale: ebbene, nulla è più politico, cioè operante mediante scelte niente affatto neutre e prive alternative tecnico-economiche, di un governo “tecnico” che attui le politiche fiscali ed economiche imposte dall’€uropaassumendo cioè come prioritaria, su ogni altro obbligo e valore costituzionale, questa costante imposizione.
Solo che, come abbiamo visto, si tratta di una “diversa” politica: non quella rispondente a un (non pervenuto) indirizzo elettorale del popolo sovrano, – che pure qualche indicazione col referendum potrebbe averla data-, ma quella pedissequamente attuativa dell’indirizzo politico formatosi all’esterno di ogni espressione del voto, e fortemente caratterizzato da presupposti, obiettivi e strumenti estranei a quelli previsti da norme inderogabili della nostra (appena “confermata”) Costituzione.
8. Stando così le cose, le istituzioni politiche italiane, nel loro complesso, si stanno indirizzando verso un ritorno ad una forte recessione, per via di correzione della manovra per il 2017 e per via della (ben) possibile copertura in pareggio di bilancio del salvataggio pubblico delle banche (da rivendere poi a “investitori esteri”!),  e con in più un paradosso particolarmente beffardo.
Se il pareggio di bilancio e la stessa Unione bancaria sono fortemente, se non decisamente, contrari ai principi non revisionabili della nostra Costituzione, il voto referendario, sebbene così imponente nel manifestare la volontà popolare di difendere la vigente Costituzione, minaccia di servire da presupposto per l’ennesimo “stato di eccezione” che celebri le “esequie frettolose di una Costituzione ancora viva”.
Insomma, il referendum stante il quadro della legittimità costituzionale che esso intendeva ribadire, era proprio sull’€uropa: e a Bruxelles se ne sono accorti benissimo. 
Solo che, in tempi di totalitarismo (“irenico”) ordoliberista, il “banco vince sempre”.

ADDENDUM: poi se qualche “sognator€” più realista dell‘imperatore germanico avesse qualche “ingenuo” dubbio:

A BERLINO SI PARLA DI TROIKA PER L’ITALIA

* Fonte: Orizzonte 48