4 DICEMBRE: UN ATTO DI DIGNITÀ NAZIONALE di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

[ 15 dicembre]


Un soggetto che abbia anche una forma elettorale poiché questo è un passaggio ineludibile nel rapporto con il disagio sociale largo ed atomizzato ed i movimenti di protesta. Un movimento nazionale perché la Costituzione è la Carta della Nazione Italia. E, dunque, deve rivendicare il ruolo positivo della nazione contro la globalizzazione e il trasnazionalismo liberista. Costituzionale perché l’uscita dalla crisi, ma anche dall’Unione e dall’euro, devono avvenire secondo gli obiettivi previsti dalla Carta».

SABATO PROSSIMO A BOLOGNAE ADESSO? ore 15 presso il Circolo “20 Pietre” 

COSTITUZIONE, PANE E SALAME

Renzi ha dunque straperso. E per coloro cui sta a cuore la Costituzione è passata la grande paura. Una vittoria del Sì sarebbe stata foriera di altre ed ancor più devastanti controriforme.
Dopo la Brexit e Trump, ecco un’altra dimostrazione di un liberismo la cui crisi sistemica produce un’instabilità politica permanente. Cameron e la Clinton prima, ed ora Renzi ed il PD ci hanno lasciato le penne.

Il primo dato da sottolineare sta nel fatto che la maggioranza degli italiani ha resistito ai ricatti dei poteri forti: Obama, Merkel e, soprattutto, dei famigerati mercati. È un grande atto di dignità nazionale.

Il secondo dato rilevante è la grande partecipazione. Non era scontato. Ciò accresce il senso profondo di questo referendum. È infatti la prima volta che nella storia della Repubblica si è avuta, seppur in modi anche contorti, un discussione pubblica sulla Carta Costituzionale. Ed anche coloro che hanno votato Sì in buona fede credendo di migliolarla fanno riferimento positivo alla Carta. Solo una parte minoritaria ha votato Sì con un intento scientemente liquidatorio. La campagna referendaria ha comportato un altro dato, pur sommamente ambiguo, anche le destre, perfino quelle fasciste, sono state costrette alla difesa della Costituzione.
In buona sostanza, pur con tutti i distinguo del caso, la Costituzione è emersa come il riferimento comune di gran parte del popolo italiano.

Nel voto è prevalente il NO sociale contro politiche incapaci di risolvere i problemi di insicurezza, disagio, stagnazione, declino del paese. È stato indubbiamente un voto di classe: della classe “in se”.

Mentre il massiccio No giovanile può essere annoverato come una sorpresa rispetto a vicende precedenti: il liberismo non ha più così tanta presa su questa fascia di popolazione. La generazione Erasmus, osannata ai tempi della Brexit come euroliberista, si è dimostrata numericamente esigua.

Tuttavia è un voto di classe non assoluto e non omogeneo. Se guardiamo ai dati divisi per regioni, possiamo ipotizzare che una parte di lavoratori, pensionati, lavoro autonomo, lavoro cognitivo e direttivo, abbiano votato Sì per evitare “il salto nel buio”, l’incertezza. Sono coloro che hanno qualcosa da perdere e vogliono “la stabilità”.

Un dato è certo, la difesa della Costituzione è stata il catalizzatore del disagio, dell’insicurezza, dell’ansia, della rabbia, della protesta. È un fatto da meditare nel suo significato profondo e strategico.

Ma questo felice connubio può essere contingente, non sedimentarsi, non diventare il faro guida dell’uscita dalla crisi sociale, politica, morale. Per questo motivo è necessario che la Costituzione passi dai benemeriti professori al: “pane e salame”. Diventi cioè un quadro di riferimento, strumento concreto, della possibile soluzione dei problemi di gran parte delle classi, ceti e cittadini italiani. La Costituzione è la soluzione.

Ciò può avvenire solo partendo dal significato profondo della prima parte: il lavoro innanzitutto. Inteso, tuttavia, non come fattore genericamente importante, ma come presupposto di qualsiasi cittadinanza e democrazia. Ad esempio, senza l’obiettivo della piena occupazione la sequela di questioni specifiche: Jobs Act, Fornero ecc. ecc, rimangono nell’ambito impotente del sindacalese. Questo obiettivo, tuttavia, comporta un ruolo diverso dello Stato e della politica che, appunto, deve rimuovere gli ostacoli. Vale a dire che l’intervento dello Stato e della politica devono diventare regolatori e attori di prima istanza. Che l’impresa deve concorre al benessere comune; altro che pagare per assumere persone! Che la democrazia deve entrare nei posti ha lavoro. Che un nuovo Stato Sociale è possibile solo perseguendo questi obiettivi.


Come già è evidente, però, la vittoria del NO viene gestita in larga parte dai Salvini, Meloni, Berlusconi, Bersani, D’Alema. Già qualcuno che ha votato NO mugugna. Nè Renzi è uscito del tutto di scena.

A questo proposito va compreso che il NO è stata una battaglia difensiva. Per usare una metafora calcistica, è stato impedito all’avversario di segnare un goal decisivo che poteva portare all’eliminazione dalla competizione per molto tempo.

Nella campagna referendaria emerge anche il dato assai negativo e da tempo palese dell’assenza della sinistra, il suo non essere affatto alternativa al liberismo ed ai suoi strumenti: globalizzazione, Unione, Euro. Quel poco di sinistra che rimane si è acquattata sotto le sottane dell’Anpi, a volte alla destra di molti partigiani, indistinguibile dall’impostazione dei professori, aggiungendovi solo il rosario di qualche legge iniqua. Non ha avuto nemmeno il coraggio, o forse non ne ha nemmeno più le capacità, di motivare la Costituzione come modello alternativo allo stato di cose presente e declinarla nei suoi significati più veri e di classe. Così come, per un europeismo tanto astratto quanto sbagliato (a volte declinato come finto internazionalismo), non si è voluto comprendere, e far comprendere, che la prima parte della Carta è messa in mora dall’Unione Europea di Maastricht.

Eppure quante volte ci siamo sentiti dire: “lo vuole l’Europa!”. E che proprio per questo motivo i popoli europei hanno un sentimento sempre più ostile verso l’Unione!? 

La cosa è così palese che lo stesso Renzi ha cercato di farsi passare per un castigatore di Bruxelles. In una conferenza stampa addirittura, ha fatto togliere la bandiera unionista per non essere identificato con un’istituzione invisa. Alla insulsa sinistra non è nemmeno bastato che l’intendimento della controriforma in riferimento all’Unione fosse scritto, nero su bianco, nella prima metà della prima pagina della relazione alla legge Boschi!??

Come è possibile attuare la Costituzione senza mettere in discussione Unione, gloabalizzazione e liberoscambismo!? Se capitali, merci, persone possono circolare liberamente, il profitto si accumula e le persone si scannano fra di loro. Ed è anche sbagliato denunciare solo i muri e non il ruolo decisivo delle guerre militari ed economiche!

In questo quadro è evidente che la Costituzione Italiana è irrealizzabile e la sua difesa incoerente, formale, superficiale.

Questo significa che la sinistra, anche quella ex radicale e non pochi comunisti, deve fare i conti con una cultura politica e teorica che la rende la sinistra del liberismo e non la sua alternativa.

Tuttavia, v’è anche da chiedersi se sia possibile rinnovare radicalmente la sinistra se non si riaffronta concretamente la questione del socialismo. Senza questa prospettiva inevitabilmente, primo o poi, si ricade nell’essere la sinistra del capitale.

Ora, tuttavia, questa sinistra-non-sinistra si sentirà ringalluzzita. I vari D’Alema o Bersani cercheranno di intestarsi la vittoria per completare l’opera di demolizione di Renzi. È una sinistra addirittura trasversale al NO e al Sì. Vedi Pisapia. Da tempo si parla di un nuovo centro sinistra, un nuovo Ulivo.

Ma i D’Alema, i Bersani, sono dei credibili difensori della Costituzione? Chi propose la Bicamerale? Non sono stati costoro a fare guerre senza pentimenti, a proporre il massimo di liberilizzazioni e privatizzazioni!? Non sono stati forse costoro a controriformare la Costituzione con le stesse modalità di Renzi: le famose Bassanini-titolo V. Quelle “Bassanini” che non erano l’attuazione del decentramento ma un federalismo acefalo e confuso, con materie concorrenti fra Stato e Regioni che rendevano i principi dello stato sociale disomogenei nei vari territori. Controriforma cui Renzi ha risposto con un altrettanto centralismo acefalo e furbesco. Chi non ricorda, poi, Lama all’Eur e la fine del salario come variabile indipendente? E le terze vie di Clinton, Blair, D’Alema, Bersani, Prodi, Veltroni che hanno reso potabile il reaganismo ed il thacherismo!?

E la stessa sinistra radicale cerca un proprio rilancio, ma usa il NO e la Costituzione come una foglia ha fico. Forse questa sinistra, ed anche formazioni comuniste sono realmente antiliberiste? La catastrofe Tsipras non rende clamorosamente palese questa confusione? La sinistra ex radicale dove va essendosi autoridotta alla frutta!

I sistemi elettorali maggioritari e tendenzialmente bipolari, inoltre, hanno finito per chiamare sinistra tutto ciò che si oppone alla destra. È per questo motivo che Renzi ed il suo PD vengono definiti di sinistra quando invece sono la destra economica più aggressiva.

Gran parte della popolazione, dunque, a partire dai lavoratori, ha finito inevitabilmente per associare la sinistra a politiche nefaste.

È per questi motivi che oggi, nel mondo della politica, il termine sinistra non va usato.

A questo punto Renzi cercherà la sua rivincita ed il PD vivrà mesi di frustrazione. Ipotetiche scissioni avverrano nella prospettiva di un nuovo ambiguo centrosinistra o si tenderà a costruire generici piccoli poli di sinistra inadeguati, sbagliati, per poter rappresentare realmente e coerentemente il nesso NO sociale/Costituzione. Sul versante opposto la destra ha le sue beghe. Solo i grillini, forse, possono godere di una rendita di posizione.

In questo quadro, la legge elettorale sarà il terreno su cui si trasferirà tutto il trasformismo possibile e dove le vittorie possono tramutarsi in nuove sconfitte e le sconfitte in rivincite.

Fatte queste considerazioni, l’aspetto originale e nuovo rispetto alla Brexit o al voto USA, dove la sofferenza sociale ha trovato una gestione di destra, in Italia, causa il referendum, il sociale ha incontrato la Costituzione Italiana, i suoi valori, il suo modello sociale alternativo.

Questo, però, rischia di essere contingente, defluire, non sviluppare tutte le potenzialità. La prima cosa da fare è dunque quello di far mettere radice a questa connessione.

Per questo scopo, tuttavia, ciò che manca pesantemente è un soggetto politico che interpreti il senso profondo del dettato costituzionale. 

Che davvero ponga il tema della sovranità del popolo e la sua possibilità di esercitarsi attraverso la riconquista della sovranità nazionale. Una sovranità sulle scelte economiche, a cominciare dalla moneta, che consenta il perseguimento delle finalità fondamentali della Costituzione. Una sovranità nazionale non autarchica ma che si apra all’esterno secondo il dettato della seconda parte dell’articolo 11: “…per la pace e la giustizia”. Dettato che rende incostituzionale l’adesione all’Unione ed alla Nato. Alleanza alla base dell’insicurezza che viviamo a causa della partecipazione a guerre militari ed economiche che producono sradicamento di milioni di persone, migrazioni rapide e massicci ed inevitabili conflitti con i nativi europei progressivamente ridotti alla stessa stregua. Tutti sono costretti a migrare. Nel 2015 quelli italiani sono stati superiori agli immigrati!

Quale soggetto può essere in grado di porsi questi compiti in una fase in cui la società è frammentata socialmente, culturalmente, senza più classi forti come gli operai della fase precedente?

Proprio il referendum, la centralità che ha assunto, il nesso questione sociale/Costituzione ci possono dare un’indicazione di ragionamento e di sperimentazione.

Per un verso si tratta di costruire un soggetto, un movimento, un fronte nazionale, costituzionale, democratico che interpreti integralmente l’attuazione della Carta del ’48: senza se e senza ma. Un soggetto che abbia anche una forma elettorale poiché questo è un passaggio ineludibile nel rapporto con il disagio sociale largo ed atomizzato ed i movimenti di protesta. Un movimento nazionale perché la Costituzione è la Carta della Nazione Italia. E, dunque, deve rivendicare il ruolo positivo della nazione contro la globalizzazione e il trasnazionalismo liberista. Costituzionale perché l’uscita dalla crisi, ma anche dall’Unione e dall’euro, devono avvenire secondo gli obiettivi previsti dalla Carta. 


Uscita, dunque, da una “porta” certa: senza avventurismi. Democratica perché la democrazia nella Carta non è un balletto, una semplice procedura, una mera registrazione della rappresentanza, ma la modalità per attuarne valori ed obiettivi.

Una cosa è chiara: non possiamo perdere questa nuova grande occasione. La Costituzione deve diventare: pane, salame, democrazia, fondamento di un mondo migliore.

Tutto questo, ovviamente, nulla toglie alla necessità ed urgenza di costruire una presenza comunista che si ponga seriamente il tema del socialismo e l’obiettivo della fine del pensiero unico, della “fine della storia” che intendono eternizzare e naturalizzare il capitalismo





INCHIESTA: 8 ITALIANI SU 10 SI SENTONO PIÙ POVERI di Nicola Piepoli

[ 15 dicembre ]

«Ovunque nelle risposte s’incontra solo un immiserimento generale che si è materializzato in un reddito più basso per aziende e famiglie e in una vera e propria fuga delle aziende italiane verso altri Paesi….

Di fronte a questo quadro non certo ottimistico, cosa dovrebbe fare il nostro Paese per risorgere? …una maggior attenzione nei confronti dei cittadini e del welfare emerge prepotentemente. Nelle prime due posizioni (il 56% delle risposte) troviamo infatti due voci: venire incontro alle esigenze dei cittadini e migliorare l’efficienza di scuole e ospedali. Al terzo punto troviamo «curare di più la meritocrazia». Poi abbiamo più investimenti, un’amministrazione pubblica a misura dei bisogni, un miglioramento della vivibilità e dei trasporti, più cultura, città più vivibili e un miglioramento dei trasporti».

Se si chiede alle famiglie italiane qual è stata la forza negativa che maggiormente ha stravolto le loro esistenze in questi dieci anni di crisi non ci sono dubbi: otto persone su dieci scelgono il crollo del loro reddito. Non c’è confronto rispetto alle mancate vacanze all’estero (13%), una minore vita sociale (12%), una più risicata attività sportiva (11%): il calo degli introiti ha divorato tutto, compresi i sogni. 
È quanto emerge dall’ultimo sondaggio che noi dell’istituto abbiamo effettuato in esclusiva per La Stampa sulla percezione che gli italiani hanno del loro passato prossimo e del loro futuro. Un sondaggio che affronta due aspetti: passato e prospettive per le famiglie, passato e prospettive per il Paese. E spesso le visioni sono sovrapponibili. 
Prevale il pessimismo  

Partiamo per esempio dalla percezione che si ha del proprio Paese. Come per le famiglie, per 7 persone su 10 l’Italia è diventata più povera. Gli aspetti positivi di questi 10 anni non riescono a competere con quelli negativi, con due uniche eccezioni: la maggior attenzione all’ecologia e l’Alta velocità ferroviaria. Per il resto il panorama è abbastanza critico, ovunque nelle risposte s’incontra solo un immiserimento generale che si è materializzato in un reddito più basso per aziende e famiglie e in una vera e propria fuga delle aziende italiane verso altri Paesi. La vita sociale è diminuita e persino la vittoria negli sport è stata cancellata dalla perdita del sogno delle Olimpiadi in Italia. 
L’Italia del futuro  

Di fronte a questo quadro non certo ottimistico, cosa dovrebbe fare il nostro Paese per risorgere? Dalle risposte date emerge che c’è una fondamentale coincidenza tra ciò che lo Stato dovrebbe fare sul lungo periodo e ciò che il presente Governo potrebbe fare sul breve. L’esigenza di una maggior attenzione nei confronti dei cittadini e del welfare emerge prepotentemente. Nelle prime due posizioni (il 56% delle risposte) troviamo infatti due voci: venire incontro alle esigenze dei cittadini e migliorare l’efficienza di scuole e ospedali. Al terzo punto troviamo «curare di più la meritocrazia». Poi abbiamo più investimenti, un’amministrazione pubblica a misura dei bisogni, un miglioramento della vivibilità e dei trasporti, più cultura, città più vivibili e un miglioramento dei trasporti. 
Il divario tra le famiglie
  
Se scendiamo al livello del nucleo familiare, il quadro si fa un po’ più roseo. La differenza tra coloro che pensano di avere una famiglia più ricca rispetto a 10 anni fa e coloro che pensano di averla più povera è meno evidente, ma resta alta: quasi il 40%. Ed è proprio qui che si annida quella disuguaglianza che mette in pericolo la coesione sociale. 
Se esaminiamo le forze positive e negative sviluppatesi nel corso degli ultimi 10 anni, le prime risultano più variegate (vengono messe in rilievo il reddito più alto, la maggior cultura, la cura del proprio corpo e della propria alimentazione, una maggior partecipazione alla vita familiare e alla vita sociale), ma come detto tra quelle negative spicca inesorabilmente il crollo del reddito. 
Sulla base di queste indicazioni, come si vedono le famiglie italiane tra dieci anni? Il pessimismo sul passato gioca un peso determinante nelle visioni sul futuro. Solo una persona su 5 intravvede una speranza di miglioramento della sua famiglia. Percentuale che sale leggermente se si pensa al sistema Paese: uno su quattro lo vede più ricco. 

* Fonte: LA STAMPA



TOH, CHI SI RIVEDE? ACHILLE OCCHETTO (FILOSOFO) di Marco Dell’Omo

A 80 anni, Occhetto sembra aver superato il trauma dell’oblio. Non si occupa più di politica attiva, e si è scoperto filosofo. Il frutto delle sue riflessioni è contenuto nel suo ultimo libro, “Pensieri di un ottuagenario-Alla ricerca della libertà dell’uomo” (Sellerio). Il tema dominante è quello della contrapposizione tra necessità e libertà. Il pensiero scientifico, scrive Occhetto, è sempre più orientato a credere che ogni decisione umana sia frutto di una catena di cause biochimiche, che si svolge a nostra insaputa. Ma allora il libero arbitrio? E la libertà dell’agire politico? E’ per trovare risposte adeguate a queste domande epocali che Occhetto imbraccia la lanterna di Diogene e si avventura nell’esplorazione della natura umana. Nel suo viaggio prende spunto da Spinoza e Sartre, trova modo di difendere Marx (ma non Lenin), flirta con Nietzsche, rievoca Lucrezio ma soprattutto Leopardi e vede “nell’intricato, tortuoso, indecifrabile mondo dei nostri condizionamenti storici, sociali, biologici e psicologici, un impulso irriducibile verso la vita, un impegno insopprimibile nella sua difesa come individui e nella difesa della specie e della civiltà come uomini”. Occhetto-Diogene si fa paladino di una “politica rigenerata”. E qui il vecchio segretario del Pci sceglie accenti che possono suonare “grillini”, e parla della necessità di un nuovo “potere diffuso” e di un assetto politico “che superi radicalmente la visione verticale e gerarchica”. Se alle porte del ventesimo secolo Nietzsche aveva gridato che “Dio è morto”, oggi per Occhetto “è giunta l’ora di gridare: i capi carismatici sono morti”.

L’ex segretario del Pci non cita nessuno dei leader oggi in campo, che con la loro presenza sembrerebbero contraddire la sua analisi. Disserta invece del rischio del “totalitarismo democratico”, frutto avvelenato del mix tra decisionismo e leadership carismatiche. Nell’utopia occhettiana, invece, non c’è più “l’uomo solo al comando, sia pure circondato da orpelli democratici”. Ci sono dirigenti pubblici, cittadini tra i cittadini, che svolgono i loro incarichi in modo “transitorio e ruotante”. “Tutti nel corso della loro vita devono essere governanti e governati”, scrive Occhetto, riecheggiando ancora certe suggestioni libertarie approdate ai cinque stelle. Ma come si arriva al traguardo della democrazia circolare e diffusa? Occhetto auspica “un nuovo illuminismo” che favorisca il passaggio dalla globalizzazione economico-finanziaria alla globalizzazione democratica”. “Io sogno per i miei nipoti un mondo in cui una sinistra finalmente purificata si confronti con una destra pulita. Il mondo delle nobili contrapposizioni e non il pantano dei vergognosi compromessi”, è la conclusione del pamphlet di Occhetto. Ogni riferimento al Pd dell’era Renzi, c’è da scommetterci, è volutamente intenzionale.


* Fonte: ANSA