CARL SCHMITT: ODIARE IL NEMICO PER ANNIENTARLO?

[ 22 dicembre ]


Un nostro stimato lettore, commentando l’incontro di Bologna, pur “condividendo quasi tutto” del mio intervento, si sofferma e critica questo passaggio:

«Populismo, per quanto ci riguarda populismo socialista, è quindi l’incontro tra una visione radicale ed una pratica politica di massa. E’ anzitutto l’identificazione di un nemico, su cui concentrare l’odio sociale e contro il quale si chiama alla lotta per annientarlo».

E scrive: 

«L’unica cosa sulla quale sto riflettendo è l’argomento identitario che passerebbe anche dall’identificazione di un nemico da annientare. (…) No, su questo (enfasi del “nemico”) non sono d’accordo, di più, sarebbe un autogol. Attaccare è sempre più dispersivo che difendersi, come a Risiko. Il mio riferimento su questo viene da oriente, più che a Gandhi penso ad Aurobindo e alla sua insostenibile leggerezza di una rivoluzione tranquilla, che attinge alla consapevolezza dell’ingiustizia che si sta consumando, che fa collassare dall’interno una costruzione ideologico/esistenziale fondata sul tradimento di un principio di umanità, che non può che richiedere molta più energia di quanta soldi e potere possano dare».

Profondo è il mio rispetto per asceti e mistici, quelli cristiani anzitutto (per lo più comunisticamente ispirati). Non mi convince per niente la visione del mondo propria di gran parte del misticismo deista orientale e induista, tantomeno quella di Sri Aurobindo, che concepisce l’ascesi, contrariamente a Gandhi, come una modalità quietista di far pace con la mostruosa modernità capitalistica. Ma qui andremmo lontano…
E’ del grande filosofo del diritto Carl Schmitt [nella foto sopra] questo porre la categoria “amico/nemico” e del “partigiano” a vero e proprio paradigma fondativo del POLITICO. Non sono certo io a scoprirne l’importanza —tanto per dire era, esso il pensiero di Schmitt venne riguadagnato da certo pensiero politico di sinistra italiano negli anni ’70, Mario Tronti in primis, che si spinse, proprio sulla scia di Schmitt, a postulare la “autonomia del politico”. La questione —che oltre a toccare vari e rilevanti aspetti di teoria politica mette in discussione certo economicismo marxista, non si può risolvere nello spazio di due pagine. Intanto suggerisco la lettura di questa scheda del Professor Carlo Galli  (parlamentare passato dal Pd a Sinistra italiana) non senza consigliare di ascoltare questa prolusione —dove tra le altre cose Galli segnala il debito che, via Costantino Mortati, la Costituzione italiana deve proprio a Carl Schmitt, poiché essa “è, contrariamente a quelle liberali, Costituzione politica perché nasce contro un nemico”.

Moreno Pasquinelli


Il “politico” come amico-nemico


Carl Schmitt è da maneggiare con cura. Ma, depurato del suo aspetto reazionario, è un maestro di realismo politico e uno specchio dello scollamento delle istituzioni liberaldemocratiche

di Carlo Galli
Der Begriff des Politischen (1932) del giurista Carl Schmitt (1888-1985) è un testo celeberrimo, benché non il più importante scientificamente, nella vasta produzione dell’autore. Biblioteche intere, in ogni parte del mondo, sono state scritte su questo libretto e in generale su Schmitt, che negli ultimi trent’anni è diventato un classico, per impulso soprattutto della cultura italiana, che per prima ha rotto l’ostracismo in cui Schmitt era incappato, dopo la seconda guerra mondiale, in virtù della sua adesione al nazismo.

La prestazione scientifica fondamentale di Schmitt è la sua scoperta della materia incandescente del “politico”, inteso come rapporto amico/nemico, cioè come conflitto mortale (non quindi come confronto, concorrenza, divergenza) che può manifestarsi ovunque, in qualsivoglia ambito e per qualsivoglia motivo. Il “politico” non è un ambito, ma anzi è la negazione di ogni architettura teorica e pratica che pretenda di essere chiusa al rischio e alla morte. E proprio per questa sua non-confinabilità il politico è “autonomo”, ovvero non trae le proprie regole dall’esterno, ma anzi è capace di imporre la propria presenza destrutturante ovunque. Il che significa che nessun terreno è solido, neppure la “politica”, della quale anzi il “politico” è la negazione; se per “politica” si intende la costruzione razionale e corale di un ordine dell’umana convivenza, il “politico” significa che non è possibile, in linea di principio, edificare ordini politici su salde fondamenta pienamente controllabili dalla ragione.

Il “politico” è un principio d’indeterminazione che agisce come s-fondamento di ogni umana esperienza organizzata, è la manifestazione della sua non-razionalizzabilità, della sua apertura sul Nulla. Ogni ordine, ogni norma, è sospesa, in bilico, sulla eccezione; e può esistere solo accettando questa come propria origine, e come propria possibile fine. L’unità politica può nascere – e ne è minacciata – solo dalla potenza selvaggia della dualità, del conflitto mortale, che è quindi strutturante proprio mentre è destrutturante (e viceversa).

Schmitt giunge a questa teoria della sconnessione di principio fra ragione e esperienza attraverso percorsi che incrociano la cultura reazionaria cattolica con la riflessione giuridica sulla decisione e sulla crisi novecentesca dello Stato di diritto. Il suo antiliberalismo e il suo anti-individualismo sono evidenti: la politica non può essere lo spazio giuridico neutrale in cui un soggetto razionale gode i propri diritti. Diverso è invece il suo rapporto con la democrazia non liberale: per lui, il popolo è il portatore dell’energia polemica del “politico”, che si manifesta nella decisione fondamentale di abbattere un ordine e di instaurarne uno nuovo, il quale sarà tanto più energico ed efficace quanto più ricorderà la propria origine conflittuale, e non sarà quindi neutrale ma anzi orientato dalla inimicizia originaria.

Ostile a ogni pretesa di superare il conflitto in un ordine razionale, Schmitt è quindi aspro avversario non solo della “politica” liberale (e soprattutto del parlamentarismo) ma anche delle “politiche” dei tecnocrati e degli economisti; una politica che pretenda di sottrarsi al “politico” è o ipocrita mistificazione o penosa illusione. Nello smascherare la compiaciuta neutralità della politica borghese, Schmitt assume una postura alternativa anche al marxismo: alla contraddizione dialettica, come motore autentico della politica, egli sostituisce il conflitto, la negazione semplice; e alla rivoluzione la guerra civile.

Per la vastità, la radicalità, la complessità della sua prestazione, nel pensiero politico contemporaneo Schmitt circola abbondantemente, non senza polemiche (dovute al suo passato nazista e in generale alla radice non razionalistica del suo pensiero). Oggi, depurato del suo lato reazionario, è sia maestro di realismo politico nello spazio internazionale sia portatore di concetti e di categorie che possono decifrare lo scollamento fra le istituzioni liberaldemocratiche e la politica conflittuale che le sfida. Non è un pensatore democratico nell’accezione corrente del termine, ma la democrazia deve conoscerlo perché il mondo non è democratico, come spesso si vede non solo nei conflitti di civiltà ma anche nei conflitti civili. Pensatore da maneggiare con cura, quindi, e da non usare come passepartout, ma nemmeno da respingere a scatola chiusa: ciò che Schmitt ha scoperto vale per tutti, che ci piaccia o no».


Fonte: EUROPA, 17 settembre 2013



EUREXIT: UNA CRITICA DELLA RETE DEI COMUNISTI di Moreno Pasquinelli

[ 23 dicembre ]

Il 28 gennaio la coalizione EUROSTOP di cui la Rete dei Comunisti (RdC) è forse la componente organizzata principale, svolgerà un’assemblea nazionale che potrebbe essere, come ci auguriamo, una tappa per superare la forma di Coordinamento per passare ad un vero e proprio polo politico. 
Passaggio che richiede un’approfondimento sul piano dell’analisi ed un salto dal punto di vista programmatico. E’ in questo contesto che nasce il documento che presentiamo ai lettori e che prova a rispondere alle seguenti domande:

-L’Unione europea (Ue) nasce davvero come contraltare all’egemonia americana?
-La crisi sistemica avvia la fine della Ue oppure quest’ultima si rafforza?
-Con questa crisi, si apre la fase della de-globalizzazione o no?
-Quali sono le contraddizioni principali in questo momento storico?
-Gli stati nazionali, sono destinati a farsi da parte o assistiamo alla loro rinascita?
-Come dobbiamo immaginare l’uscita dell’Italia dall’Eurozona?
-La questione della riconquista della sovranità nazionale italiana è centrale o no?
-Avanziamo l’idea di una nuova area monetaria comune?
-Davvero l’esempio dell’ALBA latino-americana è per noi un modello auspicabile?
-Di quale soggetto politico abbiamo bisogno?
-Quali alleanze siamo disposti a costruire per liberarci dalla gabbia eurocratica?

La lettura del documento potrebbe risultare faticosa a causa delle numerose citazioni dai testi della RdC. Abbiamo volutamente rinunciato ad uno stile più scorrevole per evitare ogni eventuale accusa di svolgere una critica preconcetta o addirittura faziosa.

UNIONE EUROPEA: QUALE POLO IMPERIALISTA
Va dato atto che la RdC non ha mai avuto esitazioni nel condannare la Ue come “polo imperialista”, e quindi ad opporsi senza sé e senza ma alla sua marcia ed alla sua edificazione.
Ci accomuna, oltre alla volontà di aprire una via al socialismo, il medesimo obbiettivo strategico: togliere di mezzo l’ostacolo oggi più insidioso, l’Unione europea (Ue) e la sua panoplia di strumenti di comando, tra i quali spicca la moneta unica.
Tuttavia, come spesso accade, alle spalle di finalità comuni e dell’accordo su chi sia il comune nemico, si possono avere serie divergenze analitiche, programmatiche e tattiche. E’ questo il caso con la RdC. La nostra non vuole quindi essere una polemica fine a sé stessa, bensì, com’è tradizione tra rivoluzionari, indicare le differenze nella speranza di superarle. Una critica quindi che non vuole nuocere all’unità, ma appoggiarla su basi più solide.
Sin dagli albori della Ue i compagni della RdC usarono il concetto di “polo imperialista”. Non sembri un concetto neutrale, solo descrittivo. Esso sottende invece un giudizio molto impegnativo, implicava l’idea che le borghesie imperialiste europee, fondando l’Unione, avrebbero compiuto il decisivo storico passo per finalmente affrancarsi dal predominio nordamericano, costituendosi quindi come “polo” competitivo, antagonista agli Stati Uniti, ambendo quindi a rimpiazzarli come centro imperiale.
«Un altro elemento che sta maturando ed esplicitandosi è il conflitto tra paesi imperialisti e grandi potenze; che esista una competizione tra USA e UE è chiaro dalla nascita dell’Euro e dall’aggressività che sta assumendo la UE in seguito al ritrarsi relativo della prima potenza mondiale. L’intervento in Libia, in Siria ed ora in Ucraina vedono un protagonismo europeo ed un basso profilo degli USA, cosa questa certamente nuova nella storia recente. Come anche lo scontro tra UE e Russia, Putin poverino dichiara di non voler essere lo zerbino dell’occidente, probabilmente dopo i fatti di Kiev sarà destinato ad aumentare. Gli esempi potrebbero continuare su altre aree del mondo ma è necessario mettere in chiaro una questione per evitare letture manichee; non si tratta di predire la ineluttabile guerra imperialista ma di cogliere che sempre più si stanno manifestando elementi di irrazionalità nelle relazioni internazionali che possono portare a situazioni ingestibili per gli stessi poteri imperialisti che ora si ritengono onnipotenti».
[L’Ucraina nell’anello di fuoco dell’Unione europea. In: Rete dei comunisti.org. 25/2/2014]
Giudizio sbagliato secondo noi. La Ue, in quanto zona economica e geopolitica confederata, è nata sotto gli auspici di Washington, è anzi il frutto più genuino della geopolitica imperiale americana, che concepisce la Ue come sua area economicamente integrata e protesi militare. La difesa della Ue da parte di Obama alle porte della Brexit, con l’avviso che in caso di uscita la Gran Bretagna avrebbe perso lostatus di Most Favoured Nation, non lascia adito a dubbi in proposito.


Senza l’avallo degli Stati Uniti, è fin troppo ovvio, non ci sarebbe mai stato il passaggio dalla Cee alla Ue. Occorre ricordare che due furono gli eventi, questi sì storici, che portarono all’accelerazione unionista: l’unificazione delle due germanie nel gennaio 1990 e la dissoluzione dell’URSS nei due anni successivi. Occorreva prendere due piccioni con una fava: costruire una casa per ospitare tutti quei paesi dell’Est Europa che sarebbero stati strappati alla Russia —la cui rinascita era messa nel conto— e, dall’altra, cautelarsi davanti all’eventuale riscossa dell’imperialismo tedesco ingabbiandolo (la Germania resta il paese con la più massiccia presenza militare statunitense).
Chiediamoci: attuando questa doppia mossa strategica le capitali europee non hanno forse giocato contro Washington? No, tutto si è svolto con l’attenta regia di Casa Bianca e Pentagono.
Se dal punto di vista geopolitico e militare la Ue si costituiva (via allargamento e potenziamento della NATO) come protesi del dominus americano, anche dal punto di vista squisitamente economico la Ue segnava la vittoria del modello neoliberista e liberoscambista a stelle e strisce, e ciò anche a  scapito delle stesse frazioni ordoliberiste tedesche —per l’ordoliberismo è inconcepibile che sia sottratta allo stato la sua sovranità monetaria. La Ue non solo era e resta un nano geopolitico —in tutti i teatri di conflitto, compreso quello ucraino, è andata sempre, ubbidiente, a rimorchio del Pentagono— è un vettore dell’americanizzazione ideologica del mondo.
L’errore della RdC dipende probabilmente da un’idea madre: che si sia già passati da un ordine monopolare ad uno multipolare o policentrico. Di qui l’esagerazione del peso dei cosiddetti BRICS, nonché dell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai.


[Vedi: Buonanotte Washington! In: contropiano.org, 3/1/2011]
Vero che l’egemonia imperiale statunitense è in crisi, che ci sia una tendenza mondiale verso un ordine multipolare. Ma la supremazia americana è lungi dall’essere morente: gli Usa sono di gran lunga la prima potenza militare, prima potenza industriale e agricola, prima potenza finanziaria globale, prima potenza scientifica e, last but not least, prima potenza culturale e ideologica. Immaginare che si possa detronizzare l’imperialismo USA dalla sua posizione di predominio a dosi omeopatiche, senza passare per la porta stretta di un conflitto armato globale è una pia illusione.
La sorprendente elezione di Donald Trump, il messaggio simbolico inequivocabilmente imperialista su cui ha costruito il suo successo — “Make America great again!”— è la dimostrazione plastica di quanto diciamo: gli Stati Uniti combatteranno con ogni mezzo a chi vuole spodestarli dalla loro posizione imperiale centrale.
BREXIT: UNA LETTURA STRABICA
L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, decretata dal referendum popolare, è stata senza dubbio il fatto saliente di questo 2016. Non c’è stato bisogno di ricorrere a chissà quali sofisticate analisi per stabilire che con la Brexit l’Unione ha subito un colpo strategico formidabile.
La RdC, pur ammettendo che l’uscita della Gran Bretagna, “assesti un bel colpo al progetto di unificazione continentale”, si guarda bene dal dire di che natura sia questo “colpo”. Non vuole riconoscere l’evidenza, che di contro a chi comanda davvero e grazie al voto popolare quel Paese non solo rifiuta ulteriori cessioni di sovranità ma se ne riprende decisive parti. Questo non voler apprezzare un fenomeno per ciò che esso è realmente, per il suo giusto valore politico —vedremo più avanti come il fondamento dell’errore stia a monte—, rende il giudizio della RdC  impacciato e reticente davanti alla domanda decisiva: Brexit è un’anomalia, un incidente di percorso sulla via degli Stati uniti d’Europa destinata a dispiegarsi, o è il segno, invece, che questa ha esaurito la sua spinta propulsiva? E se attesta il tramonto della Ue, è vero o no che si va affermando la tendenza opposta, quella per cui gli stati nazionali tornano a riappropriarsi delle loro prerogative di comando?
Seppure in maniera lambiccata RdC sostiene, proprio al contrario, che Brexit rafforza la tendenza al consolidamento della Ue:
«l’Unione europea residua ad uscire rafforzata dall’eliminazione di un elemento spurio… proseguendo quindi sul cammino di una nuova ondata nel processo di unificazione, centralizzazione e gerarchizzazione. Un’Unione europea senza Gran Bretagna perderebbe sicuramente “massa critica”, ma acquisterebbe omogeneità e soprattutto vedrebbe un aumento dell’egemonia all’interno del progetto imperialista europeo da parte delle frazioni già dominanti della borghesia continentale, in particolare quella tedesca».
[E adesso Ital/Exit, fuori dalla gabbia dell’Unione Europea. In: retedeicomunisti.org. 24/6/2016]
Siamo in presenza di una lettura sbagliata, di un  grave errore di analisi, da cui, come vedremo, deriva una distorta visione della fase e dei compiti che ne derivano.
Per noi, come per la grandissima parte degli analisti dei più diversi orientamenti politici, questo evento è stata la più evidente illustrazione della crisi irreversibile in cui sono impigliate, sia il regime della moneta unica che l’Unione europea, non a caso epicentro della crisi sistemica. Per essere più precisi Brexit ha suggellato l’impossibilita della Ue di passare da un asimmetrico e precario assetto mercantilistico e monetaristico ad un vero e proprio super-Stato federale. I fattori di difformità, di squilibrio, di contrapposizione, in certi casi di vero e proprio antagonismo tra le economie capitalistiche europee sono soverchianti rispetto a quelli della consonanza e della comunanza di interessi.


Quello che si “rafforza” con Brexit non è affatto il processo di “unificazione, centralizzazione e gerarchizzazione”, bensì il ruolo preponderante ed egemonico del capitalismo tedesco. RdC ne conclude paradossalmente che proprio ciò sarebbe fattore di accelerazione del processo unificativo della Ue. E’ vero il contrario: più la Germania consolida il suo predominio più si accrescono gli squilibri e gli antagonismi, più l’Unione si avvita nella sua crisi esistenziale, più si allontana la metà degli Stati uniti d’Europa.
Invece di correggere l’errore di valutazione iniziale, a due mesi dalla Brexit RdC rincara la dose. In un editoriale del 24 agosto sul vertice a tre Merkel-Hollande-Renzi svoltosi sull’isola di Ventotene si legge:
«Non è una condizione facile ma va detto molto chiaramente che alla costruzione di una entità sovranazionale delle nazioni europee, che oggi si chiama Unione Europea, le borghesie del continente non hanno alternative se non quella della irrilevanza nelle relazioni internazionali oggi dettate dai rapporti di forza tra i grandi blocchi economici e finanziari. (…) Siamo in una fase di ridefinizione di strategia, di ridiscussione dei rapporti di forza nel continente e la riunione dei tre “grandi” a Ventotene è una indicazione che ha una sua certa consistenza. Una indicazione che fa i conti con una situazione contingente, l’esito della Brexit, ma che è una risposta alla funzione di freno sistematico che ha avuto l’Inghilterra rispetto al progetto di unificazione politica perché è stato notoriamente “l’agente all’Avana” degli USA e perché ha lucrato, grazie a quella posizione, vantaggi normativi ed economici senza pagare il corrispondente come tutti gli altri paesi europei».
Più avanti, cadendo nella trappola della consueta spettacolarizzazione ad uso e consumo dei media, RdC sottolinea che il summit Merkel, Hollande e Renzi su una portaerei battente bandiera Ue a Ventotene, aveva “un significato forte”, che “apriva un nuovo percorso per la costruzione europea”, che segnava “una nuova fase”.
E tutto questo perché? Perché Ventotene avrebbe fatto intravvedere la nascita di una “Europa a due velocità”: il processo di avanzamento dell’unificazione europea, grazie alla Brexit, sarebbe proceduto ora più speditamente grazie alla costituzione un “nocciolo duro” della Ue, comprendente Germania, Francia, Italia e Spagna:
«Dentro la competizione inter-imperialista, e soprattutto globale, nessuna potenza economica si può immaginare senza potenza militare. Questo significativo passaggio negli anni passati è stato impedito proprio dagli Inglesi ed è su questo che si vuole dare un primo segnale più “avanzato” di unità, con l’hard power militare e con il soft power “umanitario” ipocritamente rappresentato dalle politiche verso i migranti in fuga. Quello che si prepara è anche una operazione ideologica verso i popoli europei che prosegue sulla strada aperta dagli USA a partire dal 1991 delle guerre umanitarie e che rivendica, neanche tanto implicitamente, i propri diritti neocoloniali di intervento verso la sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa Subsahariana, come si addice ad un imperialismo che deve sgomitare per definire il proprio ruolo, questo comunque al di là degli esiti dello sgomitamento fatto»
[Dalla Brexit a Ventotene. In: retedeicomunisti.org; 24/8/2016]
Poche prognosi si dimostreranno più impressionistiche ed estemporanee di questa.
Non passa nemmeno un mese che la congettura della RdC viene spazzata via. Il Vertice Ue di Bratislava si conclude con una plateale rottura del trio di Ventotene, addirittura, e per la prima volta, viene stracciato il protocollo: Renzi, bastonato e umiliato dal duetto Merkel-Hollande, si rifiuta di partecipare alla conferenza stampa congiunta.


Ventotene si è rivelata una effimera sceneggiata renziana, mentre i molteplici e poliformi dissidi intra-Ue si accentuano. Ancor più palesi, questi contrasti, se si considerano la fine si Schengen, l’ostinazione tedesca nella sua politica di colonizzazione mercantilistica, il coriaceo rifiuto di Berlino a ridimensionare il suo surplus commerciale o di porre un argine alla vera e propria congestione di capitali ai danni dei suoi partners (Sistema Target 2).
La stessa vittoria di Trump, per la RdC , conferma la sua propria visione per cui l’Unione europea, o almeno il suo “nucleo duro”, dovrà marciare senza esitazioni verso la fondazione di un “esercito europeo”. Lo fa sottolineando con enfasi un’affermazione di Jean-Claude Juncker —“gli Usa non garantiranno a lungo la difesa europea”—, e travisando alcune affermazioni di Federica Mogherini.
[Brexit e Trump accelerano la costituzione dell’esercito europeo
Marco Santopadre; In: Contropiano, 14/11/2016]

Passavano poche ore che Obama ribadiva che l’alleanza con l’Europa è strategica per gli gli USA, assicurando infine che “il presidente Trump rispetterà gli impegni con una NATO forte”.
Che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca causerà guai seri alla Ue, è pressoché certo, ove venissero adottate le paventate misure protezionistiche che penalizzerebbero i paesi dell’Unione (per i quali gli Usa restano il principale mercato di sbocco). Aggiungiamo che il promesso aumento dei tassi d’interesse sarebbe la fine dell’effetto sedativo del Qe della Bce, con inevitabili nuovi sconquassi di banche e mercati finanziari (anzitutto di titoli e obbligazioni) Made in Eu. Assisteremmo ad una nuova tappa della cosiddetta  “guerra delle valute” —l’euro negli anni si è svalutato del 30% sul dollaro.
A questo punto occorre sottolineare due punti: (1) la costituzione, che riteniamo improbabile, di un ipotetico “nucleo duro” della Ue, ovvero asse tedesco-francese più modeste frattaglie, sarebbe, ben al contrario che il “rafforzamento” della Ue, la sanzione del suo  decesso. (2) che il fantomatico “nucleo duro” dell’Unione possa mettere in piedi una sua qualche forza armata congiunta (la Francia accetterà di condividere la sua Force de frappe nucleare con Berlino?), ma se ciò accadesse esso sarebbe comunque non anti-NATO ma una protesi della stessa, ovvero sotto il comando statunitense, senza la cui supremazia in campo strategico-militare l’Europa occidentale sarebbe condannata a soggiacere alla superiore potenza militare della Russia.  
L’ERRORE A MONTE
Questo ostinarsi a negare che la tendenza oggettiva dominante è quella della dissoluzione della Ue e non la sua progressiva centralizzazione, non dipende da una momentanea distorsione visiva, ha invece cause politiche più profonde e lontane, dipende invece dal vero e proprio paradigma teorico scolpito più sopra. Vale la pena risegnalarlo:
«Non è una condizione facile ma va detto molto chiaramente che alla costruzione di una entità sovranazionale delle nazioni europee, che oggi si chiama Unione Europea, le borghesie del continente non hanno alternative se non quella della irrilevanza nelle relazioni internazionali oggi dettate dai rapporti di forza tra i grandi blocchi economici e finanziari».
Quindi per RdC: (1) non c’è alcun tramonto della globalizzazione imperialistica —come la stessa vittoria di Trump indica; (2) ci viene piuttosto presentato come sacro l’assunto per cui gli stati nazionali sarebbero incapaci per dimensione e struttura a reggere la competizione mondiale; (3) che sia dunque inesorabile la tendenza di questi ultimi a transustanziarsi dando vita ad aree macro-economiche e valutarie globali.
Si ha l’idea di essere davanti ad una lettura deterministica per cui l’ordine delle cose sarebbe tutto necessitato, secondo la quale il mondo storico seguirebbe, come la natura, un corso predeterminato, irreversibile. Da una cattiva filosofia non può che discendere una visione politica fallace. Appare evidente come la RdC faccia strame, tra gli altri decisivi contributi del marxismo teorico del ‘900, anzitutto di quello di Antonio Gramsci.
La RdC è infatti molto precisa. Leggiamo nel “Manifesto politico della Rete dei Comunisti dell’aprile 2011 —quindi a quattro anni dall’inizio della crisi sistemica, ed a due dal collasso sventato per il rotto della cuffia dell’Unione:
«Per fare questo non possiamo che partire da un giudizio chiaro sulla natura della Unione Europea, progetto statale ancora incompleto ma che va avanti nonostante i marosi della economia e della politica internazionale. Indubbiamente la nascita dell’Euro ha segnato una svolta importante per la storia del continente. Gli eventi politici internazionali di fine secolo hanno certamente favorito il processo di unificazione economica sebbene non ne siano stati la causa principale.
A nostro avviso le cause del processo di unificazione economica sono profondamente strutturali e attengono alle dinamiche dello sviluppo capitalista: queste risiedono, essenzialmente, nel rapido sviluppo che le forze produttive hanno avuto, nell’ultimo trentennio, nei paesi imperialisti dell’Europa e che ha consentito loro d’imporre una razionalità produttiva che necessariamente richiedeva, per sostenere i livelli di competizione e di ristrutturazione produttiva conseguente, una dimensione economica, quindi politica e statale, più ampia di quella fornita dalla sola dimensione nazionale. Non si è trattato, perciò, di scelte eminentemente politiche, ma della necessità di assecondare le dinamiche del capitalismo moderno. Questo processo di costituzione in aree economiche e monetarie non riguarda, infatti, solo l’Europa ma anche gli altri paesi imperialisti: gli USA, ad esempio, con il NAFTA e il Giappone, sebbene con tentativi falliti. Necessità, inoltre, che si presenta anche per i paesi della periferia produttiva dell’Asia e dell’America Latina».
[Manifesto politico della Rete dei Comunisti. In: retedeicomunisti.org, 3/4/ 2011]
Evidente la torsione economicistica: sorprendentemente sottovalutato, nel determinare la nascita della Ue, il fatto politico epocale del crollo dell’Urss e del cosiddetto “blocco socialista”, con annessa riunificazione della Germania —altro se non conta la questione nazionale!
E la crisi sistemica nel frattempo crollata addosso alla globalizzazione neoliberista? Non sanziona forse la crisi dei processi aggregativi, tra cui la Ue, Ttip, Nafta, ecc? Che nel cuore stesso della potenza che ha avviato e pilotato il lungo ciclo della globalizzazione neoliberista Donald Trump —col suo discorso apertamente anti-globalista, anti-élite e nazionalista— abbia conquistato la Casa Bianca, non indica forse, proprio nel Paese che necessariamente detta il ritmo delle danze mondiali, che siamo davanti ad un’inversione di tendenza? All’inizo di una de-globalizzazione?
Per niente, anzi per RdC produce l’effetto contrario. Continuiamo a leggere:
«È, infine, in atto una nuova accelerazione dovuta alla crisi finanziaria ed economica internazionale: il salvataggio del sistema finanziario, delle banche europee e del debito sovrano produce, infatti, un enorme trasferimento di ricchezza dalla classe lavoratrice ai detentori di titoli e alla finanza, producendo anche un altro effetto che è legato alla gerarchizzazione delle borghesie continentali e alla costituzione, dentro questo quadro, di una borghesia europea. Questo processo graduale, ma particolarmente forte, è gestito dalla borghesia nazionale tedesca che si candida, così, a essere il nucleo forte della costituenda borghesia europea unificata».
[Manifesto Politico della Rete dei Comunisti
Adottato dalla terza assemblea nazionale del 2-3/4/2011. In: Contropiano.org]
Nel giugno 2016 la RdC ha svolto un seminario nazionale i cui lavori si sono dipanati a partire da un documento programmatico molto denso e impegnativo che riconferma ed anzi cristallizza i medesimi errori. 


Si polemizza, a giusto titolo ma con scarsa efficacia argomentativa, con le tesi di Toni Negri, notoriamente apologetiche dei processi di globalizzazione imperialisti quindi encomiastici del tentativo di costruire gli Stati Uniti d’Europa, ma si insiste cocciutamente nella tesi secondo cui:
«L’Unione Europea dagli anni ’90 si è sempre più rafforzata creando prima la moneta unica e poi, di crisi in crisi, configurandosi sempre più come una nuova dimensione statuale in formazione».
Proprio da questo documento si deve estrapolare un passaggio strategico rivelatore.
Leggiamo:
«1) Oltre la Nazione
Un elemento di evidente differenza tra la nascita del partito comunista di massa e la situazione attuale è il “teatro” della lotta di classe. Il PCI fin dal 1944 si pone come forza nazionale, cioè reclama per la classe operaia un ruolo nazionale e di ricostruzione dal tracollo prodotto dal Fascismo, ma anche di ricomposizione dei settori sociali diversi dalla classe operaia, dai contadini fino agli intellettuali, dalle donne ai giovani, tutti segnati dalla vicenda bellica: ricomposizione intesa come “Blocco Storico” che riprende la lezione del Gramsci della “questione nazionale” e di quella meridionale. L’ambito materiale dentro il quale svolgere la lotta di classe ed una funzione emancipatrice generale era la Nazione. Era anche la presa d’atto della divisione del mondo in sfere di influenza tra USA e URSS e del fatto che la rivoluzione doveva ripiegare su una democrazia progressiva. In realtà questa è stata la condizione obiettiva in cui si è fatto politica fino agli anni ’90, e quando, nei momenti di acutizzazione del conflitto politico e di classe, si è cercato di rompere quell’equilibrio la risposta del potere è stata di tipo golpistico, terroristico e violento. 
Diventa inevitabile comprendere come le diverse condizioni storiche possano determinare diversi modi di agire ed organizzarsi dei comunisti. (…) Dobbiamo dunque andare più a fondo e indubbiamente balza agli occhi il venir meno della dimensione nazionale, che era stata la culla nella quale era cresciuto il movimento di classe e comunista: è bene ricordare ambedue i fattori. Un venir meno prodotto dal balzo in avanti delle forze produttive che richiedevano altri involucri statuali per poter produrre profitti e competere in modo più cospicuo; per noi ciò ha significato la costituzione sempre più concreta dell’Unione Europea. Forze produttive che però hanno trascinato con sé  tutti gli aspetti della vita dei popoli coinvolti, dalla comunicazione alla formazione culturale, dagli apparati produttivi alle istituzioni politiche, insomma un salto storico del quale si è sottovalutato il rilievo fino al sopraggiungere della crisi finanziaria del 2007. 
In negativo è scontato indicare le responsabilità, la miopia di quei gruppi dirigenti in tutt’altre faccende affaccendati, ad esempio quelle elettorali, ma allo stato attuale il problema principale è quello di capire come adeguare, di nuovo, il movimento di classe e comunista alla nuova dimensione storica che ha superato la precedente dimensione nazionale. Naturalmente questo processo di superamento dei confini nazionali coinvolge tutte le aree economiche e monetarie che, in diversi modi, si sono predisposte a questo passaggio dimensionale della produzione e della circolazione di capitale, vedi il ruolo del NAFTA per gli USA. Ma riconcepire una prospettiva per i comunisti del nostro paese significa accettare in primis la sfida della qualità teorica e politica, la sola cosa che può metterli in condizione di comprendere le dinamiche della realtà e di attrezzarsi adeguatamente, anche concependo ipotesi alternative e di rottura a quelle della Unione Europea, ideologicamente presentata come unico esito possibile per i popoli del continente».
[La ragione e la forza. Riflessioni sul ruolo dei comunisti tra passato e futuro. In retedeicomunisti.org 31/5/2016]
Sorvoliamo sull’idea alquanto bislacca che ci sia una tendenza globale a conformare aree valutarie comuni. Dove? Quando? Al contrario, tutte le aree valutarie a moneta comune o a cambio fisso sono  ineluttabilmente fallite, e non c’è bisogno, per vederlo, di scomodare il Ciclo di Frenkel, la teoriadell’Optimal currency area di Robert Mundell, o gli studi di Alberto Bagnai ed altri eminenti studiosi italiani.
Di nuovo salta agli occhi l’impostazione economicistica propria di un certo marxismo volgare duro a morire,  per cui il fattore che tutto decide e spiega sarebbero impersonali forze produttive capitalistiche (sempre progressive se non rivoluzionarie, come vuole la vulgata liberista) , le quali si imporrebbero anche agli stessi demiurghi che comandano i mercati, alle potenze mondiali, determinando la sfera del politico e plasmando di conseguenza tutte le sfere sovrastrutturali.


Così ragionando i compagni della RdC non si avvedono di abbracciare il medesimo paradigma delle sinistre “antagoniste” e “radicali” da cui vorrebbero prendere le distanze: per quanto in riprorevoli forme neoliberiste la globalizzazione sarebbe un oggettivo fattore storico progressivo, sarebbe anzi (diabolica astuzia della ragione!) una specie di provvidenziale anticamera del socialismo mondiale prossimo venturo —che poi tutte le nuove forze produttive utilizzate dal capitalismo siano non solo potabili ma utili ad un sistema socialista, questo è tutto da dimostrare.
La storia, si lascia capire, è andata avanti, e sarebbe non solo illusorio ma sbagliato pensare di “tornare indietro”… agli stati nazionali. Si finisce così per accreditare le fesserie del “dentifricio uscito dal tubetto che non può più rientrare” di ferreriana memoria, o le baggianate negriane per cui “oramai l’Unione europea esiste ed è il solo campo da gioco in cui si deve operare”.
Viene da chiedere a questi visionari: ammesso e non concesso che l’Unione europea si trasformi in un vero e proprio stato federale, questo non assumerebbe gioco-forza la forma di uno stato-nazione? Non avrebbe forse un suo governo centrale, un suo proprio spazio giuridico sovrano, un suo apparato coercitivo, una sua propria catena di comando, dei confini da difendere? Risposta: certo che sì, sarebbe anzi un super-stato imperialista, anzi il più grande della tragica storia del capitalismo.
Con ragionamenti capziosi si finisce per negare un’altra evidenza che sta diventando legittimo senso comune: che contro questo Moloch, in attesa di una rivoluzione socialista europea, data la prostrazione del movimento operaio, lo stato nazione risulta essere il solo katechon, lo strumento di autodifesa del popolo lavoratore, il solo spazio ove questo popolo può agire come soggetto storico-politico antagonista, e in quanto classe nazionalmente egemonica.
Non ce ne vorranno i compagni della RdC ma ciò che pensano e scrivono, oltre ad apparire una nemesi della vulgata trotskysta, è sintomo della sudditanza ideologica al fanatico cosmopolitismo sviluppista delle élite globaliste dominanti —il mantra della “crescita” ad ogni costo che nasconde la spinta congenita del capitale all’accumulazione senza limiti— di cui il cosmo-internazionalismo no border e per niente proletario, è un cattivo surrogato.
LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE
Purtroppo prigionieri della gabbia concettuale globalista-internazionalista i compagni della RdC non possono che trarre conclusioni politiche, strategiche e tattiche che fanno acqua in più punti.


Queste conclusioni trovano il loro punto di sintesi e condensazione nella proposta strategica, vero marchio di fabbrica di RdC, di “ALBA euro-afro-mediterranea”. Questa, è stata costantemente ribadita dai compagni della RdC. E’ esposta ad esempio nel documento del maggio 2013 dal titolo apparentemente innocente: “Uscire dall’euro è una condizione necessaria ma non sufficiente” .
L’occhio attento, però, non poteva non soffermarsi su un’affermazione alquanto astrusa che fa da premessa:
«La crisi è sistemica perché sempre più ampia è la divaricazione fra sviluppo delle forze produttive e modernizzazione e socializzazione dei rapporti di produzione».
Il tentativo apparente qui è quello di confermare la validità del principio con cui Marx spiegava la causa prima della crisi di un modo di produzione, il risultato è un pasticcio.
Per Marx la madre di tutte le contraddizioni a cui soggiace la formazione sociale basata sul capitale, era quella tra lo sviluppo delle forze produttive ed i rapporti di produzione, dove per sviluppo delle forze produttive s’intende il carattere vieppù socializzato delle forze produttive medesime —uso combinato di diverse discipline scientifiche, centralità del general intellect sociale, progressi delle tecniche e delle capacità produttive, crescente integrazione economica fra singoli settori e paesi,— a fronte di rapporti di produzione, di forme di proprietà, che invece muovono verso una progressiva centralizzazione oligopolistica del capitale, e per questo ostacolerebbero quello sviluppo.
Se il capitale fosse in grado, come RdC afferma, di socializzare gli stessi rapporti di produzione (cosa che evidentemente non accade) non solo non avremmo la divaricazione, non ci sarebbe contraddizione alcuna.
Qual è dunque la contraddizione principale, non astrattamente, ma qui e ora?
Non sfuggiamo alla questione, a costo di apparire schematici.
Per noi la contraddizione principale della fase che viviamo e che surdetermina le altre consiste nel fatto che la globalizzazione iper-finanziarizzata, fondata sull’assoluto predominio nella sfera economica di poche centinaia di grandi compagnie oligopolistiche transnazionali, per poter concentrare in pochi luoghi capitale ad alto grado di valorizzazione, deve parassitarne e depredarne molti altri, atrofizzando le loro forze produttive. Questa globalizzazione è insomma diventata una gabbia per le economie di numerosi paesi i quali, se non ne sganciano, possono solo sprofondare in un inesorabile declino economico, sociale e civile. Questo destino, che un tempo riguardava solo paesi semi-coloniali a basso sviluppo delle forze produttive, tocca oggi anche paesi che ancora formalmente, ma per poco, appartengono al consorzio imperialistico. Parliamo anche dell’Italia, dei cosiddetti “paesi periferici” dell’Unione europea (“vulnerabili” li chiama la Bce).
Non escludiamo affatto che possa accadere uno spostamento di rango delle contraddizioni, che la prima diventi secondaria e quella secondaria primaria, che la contraddizione di classe diventi quella principale. Solo non confondiamo i nostri desiderata con la situazione oggettiva.


Ognuno capisce, a patto che voglia capire, che se le cose stanno così la questione della sovranità nazionale è la chiave di volta dell’azione politica nella fase in cui siamo, e dalla quale discendono una serie di conseguenze tattico-strategiche tra cui due in particolare: (1) la grande borghesia italiana è oramai compiutamente globalista, del tutto affratellata, in un rapporto simbiotico, con quelle degli altri paesi imperialisti. Si può affermare, come diciamo da anni, che è una borghesia compradora, anti-nazionale, agente della spoliazione del Paese, di qui, tra i diversi fattori, la ragione dello sfrangiamento, anzi dell’implosione del blocco sociale su cui ha poggiato il suo dominio; (2) se questo è il quadro le questione dell’egemonia e del blocco sociale si pongono in termini nuovi, addirittura inediti: dovere dei rivoluzionari, dentro il campo presidiato da instabili forze populiste, è quello di aiutare le classi proletarie e popolari, a diventare forza motrice del blocco sociale anti-oligarchcio e anti-liberista, prendendo la testa del movimento di liberazione nazionale, della rivoluzione democratica. Non si agiti lo spauracchio del “nazionalismo”: qui si tratta di impugnare la tradizione giacobina e partigiana del patriottismo democratico, nonché internazionalista.
ALIAS: OVVERO IL SALTO QUANTICO
Ma andiamo avanti, ci sarà modo, vogliamo sperare, per un confronto più serrato.
Il documento della RdC  “Uscire dall’euro è una condizione necessaria ma non sufficiente” del maggio 2013, parte da una critica sostanzialmente giusta all’idea di “riformare l’Europa” propria di certa sinistra “antagonista”, quindi alle astruserie per cui si potrebbe cancellare il debito, nazionalizzare le banche, controllare i movimenti di capitale e attuare piani per la piena occupazione senza uscire dall’Unione.
Poi passa però ad una durissima critica del Manifesto spagnolo “Salir del euro”, Anguita ed il nostro Pedro Montes tra i primi firmatari. Leggiamo:
«La nostra discrepanza con i firmatari di questo Manifesto non si fonda sulla caratterizzazione [e condanna] dei trattati e delle istituzioni comunitarie come irriformabili … Il problema è che il loro manifesto vuole “creare le condizioni per uscire dalla crisi” con un anacronistico “recupero della sovranità nazionale”, in questo caso attraverso le politiche monetarie».
(…)
«Questa strategia radicale di fuoriuscita dall’”euro 1”, prevedendo al limite anche il ritorno alle vecchie monete nazionali, richiamandosi ad una improponibile, e allo stato dei processi di globalizzazione ormai incompatibile, sovranità monetaria ed economica nazionale. Si tratta in pratica oggi di una proposta insostenibile economicamente e finanziariamente nell’ambito dell’attuale fase della mondializzazione finanziaria del capitale.
E’ in pratica priva di reali possibilità attuative  sia per le forti pressioni protezionistiche sia per una sicura connessa fuga dei capitali e quindi condizioni che abbasserebbero le capacità di investimento interno al sistema europeo».
Di nuovo gli scongiuri, l’interdizione, il divieto categorico del concetto e della categoria politica di “sovranità nazionale” caratteristici della sinistra europeista. Si rincara anzi la dose:
«A quelli che vogliono “difendere” lo Stato sociale e la sovranità nazionale in Europa, li aspetta lo stesso destino degli artigiani che lottavano per mantenere un certo tipo di corporazioni del XIX secolo e dei preti rurali britannici che volevano re-instaurare le leggi dei poveri. Il capitalismo è cambiato, e in Europa, di fronte alle difficoltà nel combattere l’egemonia dell’impero statunitense, il capitale ha rafforzato i modelli di divisione imperiale del lavoro, di modo che l’interconnessione tra le economie locali impedisca l’uscita “nazionale” che non si fonda sull’isolazionismo estremo, una possibilità alla portata solo di chi dispone di risorse naturali importanti. (…)
Non basta volere la rottura con la zona euro: bisogna proporre una riconfigurazione dello spazio produttivo e sociale europeo che non può avvenire sulla base del contrastare lo Stato di fatto ormai storico della scomparsa delle sovranità nazionali, ossia sulla base di un morto che per quanto lo si invochi, non resusciterà mai».
[“Uscire dall’euro è una condizione necessaria ma non sufficiente”. 
Retedei comunisti.org., 25/5/2013]
L’assunzione sbilenca del paradigma macro-sviluppista delle élite globali conduce gioco-forza ad avanzare diverse sciocchezze!

Come abbiamo detto non esiste alcuna evidenza empirica che le “interconnessioni tra le economie locali” implichino la tendenza oggettiva a conformare aree valutarie comuni, tantomeno all’inesorabile deperimento degli stati nazionali. L’implosione latente della globalizzazione imperialista, concima il terreno alla tendenza opposta. Scambiare i desiderata dei grandi conglomerati multinazionali per la tendenza oggettiva è appunto l’errore della RdC e questa  confusione spiega come mai RdC, invece di chiamare difesa delle sovranità statuali e nazionali, sembra preferire un atteggiamento di rassegnato (e imbelle) fatalismo.


L’errore madornale dipende, pur non volendolo, dall’adozione di un teorema squisitamente eurocentrico, cioè considerare che il modello eurocratico sia il punto di approdo più avanzato verso cui necessariamente s’indirizzano le diverse aree geo-economiche. La verità è ben diversa: non c’è potenza capitalista al mondo a cui passi per la testa di imitare il fallimentare esperimento dell’euro, di cedere, in un quadro di competizioni e antagonismi crescenti, la propria sovranità.
Tornando ai compagni spagnoli essi, in buona sostanza, vengono duramente criticati perché propongono, contestualmente alla uscita unilaterale dall’euro-sistema, l’adozione di un programma di fase improntato ad un radicale keynesismo, per cui uno stato sovrano, anche grazie alla decisiva leva monetaria, stimoli la domanda aggregata, non solo i consumi ma gli investimenti, puntando alla piena occupazione e ad un sistematico utilizzo dei fattori produttivi. RdC scrive infatti:
«L’errore dei compagni spagnoli firmatari del manifesto è quello di muoversi da keynesiani di sinistra, di identificare questa crisi come da sottoconsumo».
Apriti cielo! Keynesismo borghese!
Noi, per nulla sotto-consumisti, siamo invece del tutto d’accordo con lo spirito e la lettera del Manifesto dei compagni spagnoli.
Sarebbe interessante entrare nel merito delle considerazioni anti-keynesiane del documento, alcune davvero pittoresche e spia di un improbabile ultrasinistrismo dottrinario (ci vorrebbe un confronto scientifico serio e qui non ne abbiamo lo spazio).
Le chiacchiere stanno a zero. Il problema, che nessun funambolismo economicista riesce ad occultare, è di grandissima rilevanza politica e strategica, ed è il seguente: un Paese che spezzi il “vincolo esterno”; in cui il potere non sia più nelle mani di ristrette oligarchie globaliste; in cui l’emissione della moneta sia monopolio dello Stato; in cui, se non la pianificazione, esista un’efficace programmazione economica; in cui lo Stato sia il motore di investimenti pubblici facendo leva (anche) sul deficit di bilancio; in cui si tenda alla piena occupazione senza perseguire deflazione salariale: un Paese che esegua queste grandi nazionalizzazioni e trasformazioni sarebbe più lontano o più vicino al socialismo? Darebbe o no una spinta alla liberazione degli altri popoli?
Un Italia che esca dall’euro e riconquisti la sua sovranità monetaria (quindi l’insindacabile facoltà di stabilire proprie politiche di bilancio, fiscali e valutarie) è più vicina o più lontana alla fuoriuscita dal capitalismo?
I dottrinari di ultra-sinistra fanno spallucce, essi se ne fottono di programmi di fase e/o di transizione, quindi della questione delle necessarie alleanze e della dimensione dell’egemonia. Essi ci ripeteranno che la sola via d’uscita è… la rivoluzione socialista internazionale. Che non ci sarebbe modo di sganciarsi dalla gabbia della globalizzazione della finanziarizzazione se non quella di uscire, sic et simpliciter, e mai da soli, dal capitalismo.


Consapevoli del rischio di sprofondare nel più astratto rivoluzionarismo, gli estensori del documento avanzano quindi la loro proposta di fase: l’ALBA euro-afro-mediterranea (!)
Leggiamo:
«I paesi della periferia europea necessitano di un sistema monetario e finanziario alternativo all’euro e alla globalizzazione… l’alternativa monetaria e finanziaria deve inserirsi in una proposta di integrazione economica e sociale del tutto differente da quella perseguita dall’Unione Economica e Monetaria e dal mercato unico. (…) E’ altresì importante che il cambiamento del sistema monetario e finanziario sia una risposta congiunta, poiché il peso della periferia europea mediterranea è molto superiore a quello dei singoli paesi presi separatamente, e la sua capacità di resistenza e negoziazione è molto maggiore se realizzata congiuntamente. (…) Per queste ragioni, l’uscita dall’euro deve essere un momento che rientra all’interno di un processo di unificazione e rafforzamento delle forze di rottura nell’insieme della periferia dell’eurozona; ha senso solo all’interno di un nuovo progetto geostrategico e geopolitico di riconfigurazione dello spazio euro-mediterraneo che faccia da contrappeso alle forze reazionarie dei paesi periferici e da fronte comune di difesa all’offensiva del centro (geografico) politico-economico  capitalista dell’Unione Europea.
Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere, tatticamente inizialmente per evitare profondi attacchi speculativi, un margine di negoziazione con le istituzione comunitarie e con la Banca Centrale Europea e al contempo sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale capace di realizzare un modello di pianificazione a compatibilità socio-economica con forme di investimento sociale e di accumulazione favorevole ai lavoratori».
Il documento dettaglia con precisione…
«L’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata, in primo luogo tra i paesi della periferia mediterranea con quattro momenti intimamente relazionati  senza i quali tale processo potrebbe risultare un disastro per tutti.
I quattro momenti sono: a) La determinazione di una nuova moneta comune all’Europa mediterranea (a titolo esemplificativo potremmo chiamare questa moneta “LIBERA”, cioè una moneta appunto libera dai vincoli monetari imposti nella costruzione dell’euro); b) La rideterminazione del debito nella nuova moneta dell’area periferica  (a titolo esemplificativo tale area la potremmo chiamare ALIAS – Area Libera per l’Interscambio Alternativo Solidale) relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce; c) Il rifiuto e azzeramento almeno di una parte consistente del debito, a partire da quello con le banche e le istituzioni finanziarie, e l’imposizione di una rinegoziazione dello stesso residuo; d) La nazionalizzazione delle banche e la stretta regolazione (incluso la proibizione momentanea) della fuoriuscita dei capitali dall’area stessa.
Tutti questi elementi si devono però realizzare simultaneamente, per evitare la decapitalizzazione dell’intera regione periferica e per assumere un controllo adeguato sulle risorse disponibili per gli investimenti».
Prima evidenza: come sottacere che l’affermazione per cui “L’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata”, rassomiglia come una goccia d’acqua, seppure in versione “sudista”,  al vero e proprio dogma anti-nazionale di certa onesta sinistra socialdemocratica alla Lafontaine?
«I partiti, i movimenti sociali e i network culturali della variegata sinistra europea, inclusa la parte “eretica” dentro la famiglia socialista europea, devono fare i conti con la realtà. 
Va preparato un “piano B” per superare, in via cooperativa e governata, senza uscite unilaterali, l’ordine istituzionale, economico e monetario vigente nell’eurozona».
[Stefano Fassina, 14 novembre 2016. In: stefanofassina.it]
Ma andiamo avanti:
«Pertanto risulta imprescindibile per l’affermazione di una nuova area, quella che abbiamo chiamato ALIAS, cioè di una nuova ALBA euro-afro-mediterranea, con  nuova moneta e di una politica orientata in favore dei lavoratori, contare su uno spazio produttivo nel quale si possa stabilire una nuova divisione del lavoro basata sui principi di una pianificazione economica per  uno sviluppo sociale collettivo solidale, complementare,  e un benessere qualitativo per l’insieme della popolazione della  nuova area economico-commerciale e monetaria, ma che si fondi su una comune strategia politica a carattere socialista».
[Uscire dall’euro è una condizione necessaria, ma non sufficiente. 
In: contropiano.org, 25/5/2013]
Prima di passare l’idea di ALIAS al vaglio critico corre l’obbligo di segnalare che “la cosa” radicalizza quella di “Alba mediterranea”, così come la RdC l’aveva avanzata nel 2012. Nel volantone distribuito il 27 ottobre di quell’anno al “No Monti Day” si leggeva infatti:
«4. I paesi Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) possono e devono coordinare gli sforzi per uscire insieme dalla schiavitù dei vincoli europei, inclusa l’Eurozona e dunque dall’euro come moneta. (…)5. Riteniamo infatti che i paesi Pigs debbano e possano mettere in cantiere una nuova area monetaria e commerciale tra loro e una nuova moneta comune in Europa».
Ma si precisava che la moneta comune non doveva essere “vincolata dal suicidio dei cambi fissi” e si alludeva (“keynesismo borghese”!) ad una
«… comune unità di conto che impari dalla positiva esperienza dei paesi latinoamericani che hanno dato vita all’Alba».
[Dentro l’Europa ma fuori dall’Unione europea. Una alternativa. In: Contropiano, 4/11/2012]
Gli stessi concetti furono ripresi, pressoché testualmente, in un volantone della RdC distribuito nel marzo del 2013, subito dopo le elezioni anticipate che videro l’avanzata del M5S.
L’ALBA euro-afro-mediterranea, questo modesto surrogato geopolitico della rivoluzione mondiale, dal punto di vista concettuale, fa pensare al “salto quantico” della fisica moderna, per cui gli elettroni atomici danno prova della loro esistenza solo quando li si osserva saltare da un livello energetico all’altro.
Dall’eurozona all’ALBA euro-afro-mediterranea: un vero e proprio salto mortale logico, economico e politico.
Francamente non è chiaro ciò di cui propriamente si sta parlando. Di un’alleanza di paesi che hanno già compiuto le loro rivoluzioni socialiste? Di paesi ad economia capitalista? E’ evidente infatti quanto sia futile discettare sulle relazioni economiche tra paesi ove la domanda sia lasciata inevasa.
Tuttavia, se l’analogia è con l’ALBA (Alianza Bolivariana para America latina y el Caribe, 2004) è scontato che si stia parlando di paesi ad economia capitalista, che essi abbiano poi imboccato la via del socialismo è sub judice.
Ma l’analogia non regge da nessun punto di vista, né economico, né politico, né geopolitico.
Diciamocelo intanto a premessa: l’ALBA funziona più sulla carta che nei fatti, è un blocco geo-politico alquanto sgangherato. E’ ben lontana dall’essere una zona economica e valutaria integrata (circolano ben sei monete, tra cui il dollaro americano in Ecuador che non possiede propria valuta!) e l’unità di conto virtuale istituita nel 2009, il SUCRE (Sistema Unitario de Compensacion Regional de Pagosuna), si è rivelato un esperimento sostanzialmente fallimentare, non fosse perché solo una parte degli scambi tra questi paesi (a loro volta infimi rispetto a quelli con paesi esterni) avviene in SUCRE —valuta virtuale che di fatto è un’ombra del dollaro, ma non è accettata come valuta dai mercati finanziari. [Sulle gravi distorsioni del SUCRE vedi: Latin America: Rising use of sucre currency system creates problems. In: The Economist, 18 ottobre 2013]

Il SUCRE si dovrebbe appoggiare infatti ad un meccanismo di compensazione debiti-crediti (clearing house), onde evitare squilibri nelle bilance dei pagamenti. In concreto il Venezuela avrebbe dovuto fornire petrolio in cambio di merci importate dagli altri paesi dell’ALBA —il saldo avvenire in SUCRE. Oltre a diversi altri fattori il crollo del prezzo del petrolio, la stratosferica inflazione venezuelana e la svalutazione del Bolivar hanno di fatto paralizzato il sistema del SUCRE, alle cui spalle le diverse borghesie agiscono ricorrendo al mercato nero di merci e valute.
Proprio l’ALBA avrebbe dovuto consigliare ai compagni di RdC più circospezione, piuttosto che cadere vittime di inganni dovuti ad una improbabile  prossimità ideologica. E comunque proprio ALBA mostra che la vicinanza ideologica, la medesima necessità di resistere alle pressioni imperialiste, anzitutto made in USA, non è sufficiente, a tenere in piedi davvero una coesa comunità economica sovranazionale. Né è sufficiente avere profonde radici storico-culturali e linguistiche comuni. Né infine basta che diversi paesi non siano divisi da profondi differenziali strutturali.
E allora chiediamoci: esistono, tra i paesi della cosiddetta “periferia” dell’eurozona radici storico-culturali e linguistiche comuni? Le loro economie, tanto più se ci mettiamo di mezzo il Maghreb, possono comporre un’area integrata senza che ciò porti a squilibri devastanti?
La risposta ovvia è un rotondo no.
Per cui, se una eventuale unità di conto elettronica per governare il loro scambio reciproco sia immaginabile in un indeterminato futuro, ficcarli dentro la camicia di forza di una moneta unica è una estemporanea sciocchezza, direttamente proporzionale all’ampiezza dell’area che si prende in considerazione.
Bisogna proprio aver capito poco o nulla della funzione di moneta e di aree valutarie, come pure delle ragioni per cui l’euro non funziona (ovvero funziona solo come dispositivo per politiche mercantilistiche e liberiste di deflazione salariale) per immaginare che sia possibile, rebus sic stantibus, una moneta unica per paesi come l’Italia (seconda potenza manifatturiera dell’Unione e ottava mondiale malgrado il crollo del 25,5%) e la Grecia (49 nel ranking del Pil mondiale dietro al Portogallo), per non parlare della Tunisia (86esima). Per non parlare della Libia, la cui guerra civile potrebbe durare a lungo e concludersi con la tripartizione del paese.
Nemmeno alle teste d’uovo del Gosplan era mai venuto in mente di proporre una moneta unica ai paesi del COMECON.
Dati i differenziali strutturali tra i diversi paesi che si affacciano sul Mediterraneo, una moneta unica, anche in un ambiente non necessariamente capitalistico, si tradurrebbe in un vantaggio per i più forti a scapito dei più deboli, con crescita di squilibri e asimmetrie, a meno che non si immagini un ingente trasferimento di ricchezza reale nell’arco dei decenni da quelli a più alto sviluppo delle forze produttive agli altri.


La fallacia di una simile proposta può essere facilmente afferrata anche da un altro punto di vista, quello squisitamente politico. Come per l’ALBA bolivariana si deve infatti supporre che diversi paesi per dare vita ad un’area economica e addirittura valutaria comune, siano guidati da governi che vogliano farla. E si capisce da quanto scrive RdC che ci si immagina che abbia avuto successo, sia sulle sponde nord che sud del Mediterraneo, se non proprio una rivoluzione socialista, una sincronica ascesa al potere di forze popolari e antimperialiste. Una fantasia che fa strame del realismo, del discorso leniniano sullo “anello debole della catena” —i ritmi dell’evoluzione politica dei diversi paesi, i rapporti di forza tra classi, il loro grado di maturità soggettiva, sono sempre differenti—; nonché cancella il criterio per cui lo sviluppo storico è sempre ineguale e combinato, e dove questa combinazione non avviene automaticamente, naturaliter,  ma chiede sempre l’esistenza dell’elemento combinante, di una forza politica a vocazione egemonica che indirizzi i processi storico-sociali.
Questo in conclusione il punto cruciale, il busìllis: dovremmo attrezzarci, visto che per RdC il sistema neoliberista e globalista tiene e i dominanti procedono nella loro avanzata, ad un lunga e minoritaria guerra difensiva di trincea; oppure, siccome questo sistema traballa e le élite neoliberiste vedono progressivamente minata la loro egemonia sociale, dobbiamo prepararci ad una guerra di movimento, pronti a costruire in tempi stretti, qui da noi, un polo politico che aspiri a guadagnare una posizione dirigente del blocco sociale, nazionale e popolare, anti-oligarchico?
La seconda è la strada giusta, a maggior ragione perché l’Italia è uno degli anelli deboli della catena europea, che potrebbe dunque precipitare, prima di quanto si pensi, in un delicatissimo “stato d’eccezione”, stato dal quale si potrà uscire solo con svolte radicali. Se le forze rivoluzionarie non si faranno trovare pronte, se non sapranno adeguare discorsi e pratiche politiche, il magma del populismo prenderà una direzione reazionaria, la disfatta sarà irreparabile e ci seppellirà.

17 novembre 2016



NEOLIBERISMO, MALATTIE MENTALI E SOCIOPATIE di George Monbiot

[ 23 dicembre ]

Si parla spesso delle disastrose conseguenze del liberismo per l’economia, oggi sotto gli occhi di tutti in Europa. George Monbiot in questo articolo su The Guardian mostra più ampiamente i risultati dell’ideologia neoliberale, che esalta la competizione e l’individualismo: il dilagare della malattia psichica. Per l’uomo, come per tutti i mammiferi sociali, il benessere è indissolubilmente legato alle relazioni con i suoi simili. Una visione del mondo che in ultima istanza produce solitudine, provoca sofferenze che oggi sfociano in una vera e propria epidemia di disturbi mentaliUn’epidemia di malattie mentali sta distruggendo mente e corpo di milioni di persone. È arrivato il momento di chiederci dove stiamo andando e perché.
Quale maggiore atto d’accusa potrebbe esserci, per un sistema, di una epidemia di malattie mentali? Eppure problemi come ansia, stress, depressione, fobia sociale, disturbi alimentari, autolesionismo e solitudine oggi si abbattono sulle persone in tutto il mondo. Le recenti, catastrofiche statistiche sulla salute mentale dei bambini in Inghilterra riflettono una crisi globale.
Ci sono una moltitudine di ragioni secondarie per spiegare questo disagio, ma a me sembra che la causa di fondo sia ovunque la stessa: gli esseri umani, mammiferi estremamente sociali, i cui cervelli sono cablati per rispondere agli altri, sono stati scorticati. I cambiamenti economici e tecnologici in questo svolgono un ruolo importante, ma lo stesso vale per l’ideologia. Benché il nostro benessere sia indissolubilmente legato alla vita degli altri, ci viene spiegato da ogni parte che il segreto della prosperità è nell’egoismo competitivo e nell’individualismo estremo.
In Gran Bretagna, uomini che hanno passato tutta la loro vita in circoli privilegiati – a scuola, all’università, al bar, in Parlamento – ci insegnano che dobbiamo sempre camminare con le nostre gambe. Il sistema dell’ istruzione diventa ogni anno più brutalmente competitivo. Trovare lavoro è una lotta all’ultimo sangue con una massa di altri disperati che inseguono i sempre meno posti disponibili. I moderni sorveglianti dei poveri attribuiscono a colpe individuali la loro situazione economica. Gli incessanti concorsi televisivi alimentano aspirazioni impossibili come le opportunità reali.
Il vuoto sociale è riempito dal consumismo. Ma, lungi dal curare la malattia dell’isolamento, questo intensifica il confronto sociale, al punto che, dopo aver consumato tutto quello che c’era da consumare, iniziamo ad avventarci su noi stessi. I social media ci uniscono ma anche ci dividono, consentendoci di quantificare con precisione la nostra posizione sociale, e di constatare che altre persone hanno più amici e seguaci di noi.
Come Rhiannon Lucy Cosslett ha brillantemente documentato, le ragazze e le giovani donne modificano abitualmente le foto che pubblicano per sembrare più levigate e sottili. Alcuni telefoni lo fanno perfino automaticamente, basta attivare l’impostazione “bellezza”; così ci si può trasformare anche da soli in modelli di magrezza da inseguire. Benvenuti nella distopia post-hobbesiana: una guerra di tutti contro se stessi.
C’è da stupirsi, in questa solitudine interiore, in cui il contatto è stato sostituito dal ritocco, se le giovani donne stanno annegando nel disturbo mentale? Una recente indagine condotta in Inghilterra suggerisce che tra i 16 e i 24 anni una donna su quattro si è autoinflitta una ferita, e uno su otto oggi soffre di disturbo da stress post-traumatico. Ansia, depressione, fobie o disturbo ossessivo-compulsivo colpiscono il 26% delle donne in questa fascia di età. Dati di questo tipo assomigliano da vicino a una crisi di salute pubblica.
Se la frammentazione sociale non è presa in seria considerazione, come si prende sul serio una gamba rotta, è perché non possiamo vederla. Ma i neuroscienziati possono. Una serie di  affascinanti articoli suggerisce che il dolore sociale e il dolore fisico sono elaborati dagli stessi circuiti di neuroni. Questo potrebbe spiegare perché in molte lingue è difficile descrivere l’impatto della rottura dei legami sociali senza ricorrere alle parole che usiamo per indicare dolore fisico e lesioni. Negli esseri umani come negli altri mammiferi sociali il contatto sociale riduce il dolore fisico. Questo è il motivo per cui abbracciamo i nostri figli quando si fanno male: l’affetto è un potente analgesico. Gli oppioidi alleviano sia l’agonia fisica sia l’angoscia della separazione. Forse questo spiega il legame tra isolamento sociale e tossicodipendenza.
Alcuni esperimenti riassunti sulla rivista Physiology & Behaviour il mese scorso suggeriscono che, data la possibilità di scegliere tra dolore fisico o isolamento, i mammiferi sociali scelgono il primo. Alcune scimmie cappuccino prive di cibo e tenute in isolamento per 22 ore, prima di mangiare si sono riunite alle loro compagne. I bambini che sono trascurati dal punto di vista emotivo, secondo alcuni studi, subiscono peggiori conseguenze per la salute mentale rispetto ai bambini che soffrono sia trascuratezza emotiva sia violenza fisica: per quanto orribile, la violenza comporta essere notati e toccati. L’autolesionismo è spesso usato come tentativo di alleviare la sofferenza: un’altra indicazione che il dolore fisico è meno terribile del dolore emotivo. Come il sistema carcerario sa fin troppo bene, una delle forme più efficaci di tortura è proprio l’isolamento.
Non è difficile capire quali potrebbero essere le ragioni evolutive per la presenza del dolore sociale. La sopravvivenza tra i mammiferi sociali è notevolmente più alta quando sono fortemente legati al resto del branco. Sono gli animali isolati ed emarginati che hanno più probabilità di essere attaccati dai predatori, o morire di fame. Così come il dolore fisico ci protegge dai danni fisici, il dolore emotivo ci protegge dai danni sociali. Ci spinge a ricostruire connessioni. Ma per molte persone è diventato quasi impossibile.
Non è sorprendente che l’isolamento sociale sia fortemente associato alla depressione, al suicidio, all’ansia, all’insonnia, alla paura e alla sensazione di essere minacciati. È più sorprendente scoprire la gamma di malattie fisiche che provoca o aggrava. Demenza, ipertensione, malattie cardiache, ictus, abbassamento della resistenza ai virus, perfino gli incidenti sono più comuni tra le persone sole. La solitudine ha un impatto sulla salute fisica paragonabile al fumare 15 sigarette al giorno: sembra aumentare il rischio di morte prematura del 26%. Questo in parte è perché la solitudine aumenta la produzione dell’ormone dello stress, il cortisolo, che deprime il sistema immunitario.
Studi condotti su animali e sull’uomo suggeriscono che mangiare sia motivo di conforto: l’isolamento riduce il controllo dell’impulso, portando all’obesità. Visto che le persone situate nella parte più bassa della scala socioeconomica sono anche quelle più a rischio di soffrire di solitudine, questa potrebbe essere una delle spiegazioni per il forte legame tra basso livello economico e obesità?
Chiunque può rendersi conto che qualcosa di molto più importante della maggior parte dei problemi di cui ci si preoccupa è andato storto. Ma allora, perché siamo così impegnati in questa frenesia che distrugge il mondo e si autoannienta, devastando l’ambiente e riducendo in pezzi le società, se tutto ciò che produce è un dolore insopportabile? Questo problema non dovrebbe essere considerato il più scottante nella vita pubblica?
Ci sono enti di beneficenza meravigliosi che fanno quello che possono per lottare contro questa marea, con alcuni dei quali ho intenzione di lavorare come parte del mio progetto contro la solitudine. Ma per ogni persona aiutata, molte altre vengono spazzate via.
Non basta una risposta politica per tutto questo. Ci vuole qualcosa di molto più grande: ripensare un’intera visione del mondo. Di tutte le fantasie degli esseri umani, l’idea che ce la si possa fare da soli è la più assurda e forse la più pericolosa. O restiamo uniti o andiamo in pezzi.
* Fonte: Voci dall’estero



PODEMOS: IGLESIAS VINCE PER IL ROTTO DELLA CUFFIA

i risultati. 
DesBorda) ogni lista nominativa deve essere collegata ad una piattaforma politica, mentre in quello avanzato da Errejón questo collegamento non era prescrittivo.




Iñigo Errejón