A MENTE FREDDA di Carlo Formenti



Il primo aspetto di cui va preso atto è il clamoroso fallimento della casta dei comunicatori (giornalisti, sondaggisti, spin doctor) chiamati ad alimentare e sostenere la campagna elettorale renziana: come già avevano dimostrato Brexit ed elezioni presidenziali Usa, la loro capacità di manipolare l’opinione pubblica si è ridotta praticamente a zero, malgrado il ricorso all’arma di dissuasione di massa del terrorismo economico, puntualmente ridicolizzato dalla (mancata) reazione dei mercati. Eppure, mentre i cittadini si sono dimostrati impermeabili a lusinghe e minacce, lo stesso non si può dire per buona parte dei militanti impegnati nella campagna per il No, molti dei quali hanno fino all’ultimo momento temuto di poter perdere, a testimonianza del fatto che anche le componenti politiche più sane di questo Paese hanno smarrito – almeno in parte – la capacità di interpretare gli umori della propria base sociale, sottovalutandone il livello di consapevolezza e la capacità di mobilitazione. 

Un secondo aspetto che balza agli occhi è, assieme alla partecipazione di massa al voto, la sua composizione sociale, generazionale e regionale. Hanno votato sì i vecchi e i ricchi che vivono nei centri storici (soprattutto al Nord), hanno votato no i giovani (oltre l’80%!), le periferie, le regioni meridionali (in blocco), proletari, precari, classi medie impoverite. In barba alle elemosine e alle promesse renziane, in barba alla retorica sulle startup e sui giovani delle professioni emergenti, in barba ai tentativi di scatenare la guerra fra giovani e vecchi, fra garantiti e precari, fra uomini e donne, in barba al tentativo di valorizzare le riforme sui diritti civili per far dimenticare l’attacco a diritti sociali, welfare, salari e occupazione, in barba alla retorica nuovista e al tentativo di bollare come conservatori coloro che si battevano per difendere la costituzione dall’attacco del capitale globale (JP Morgan, Bce, Ue, Fmi, ecc.). 

Perché stupirsi? Non c’erano anche qui condizioni analoghe a quelle che negli Stati Uniti hanno indotto le masse dei perdenti al gioco della globalizzazione a votare per Sanders alle primarie democratiche e poi (emarginato Sanders dal “golpe” clintoniano) per Trump alle presidenziali, o che in Inghilterra hanno indotto le periferie delle metropoli de industrializzate a votare Brexit? Insomma: avremmo dovuto saperlo che si sarebbe vinto. 



Si tratta di una visione “economicista” che, pur richiamandosi al marxismo, svilisce la concezione di Marx del capitalismo come rapporto di forza fra classi sociali (e non come prodotto di presunte “leggi” dell’economia). Una visione che vede la globalizzazione come un processo oggettivo e lineare, del quale non riesce a cogliere le controtendenze. Controtendenze che, viceversa, appaiono evidenti (e preoccupanti) agli occhi delle élite dominanti: vedi l’intervista al “Corriere della Sera” rilasciata in data 30 novembre da Francis Fukuyama, il quale associa il declino dell’egemonia americana a una vera e propria disintegrazione dell’ordine postbellico che minaccia la stessa sopravvivenza della democrazia liberale; vedi pure l’articolo dell’Economist, significativamente intitolato “Economists cannot stop Trump, but perhaps they can understand it”, nel quale, da un lato, si ammette che il processo di globalizzazione è la causa fondamentale degli intollerabili livelli di disuguaglianza che hanno favorito la Brexit, il trionfo di Trump (e quello del NO in Italia), dall’altro si afferma che la risposta al “trumpismo” dev’essere cercata sul piano politico e non su quello economico. 

Si va insomma diffondendo la consapevolezza che il mondo sta attraversando una crisi analoga a quella che segnò la fine della prima grande globalizzazione un secolo fa. Una crisi tutta politica, nel senso che, dopo quarant’anni di “guerra di classe dall’alto” la disuguaglianza ha raggiunto livelli tali da mettere in crisi la capacità del sistema liberal democratico (ormai compiutamente postdemocratico) di ottenere consenso sociale. In altre parole, il capitale incontra crescenti difficoltà a fronteggiare la caduta del saggio di profitto che lo perseguita dagli anni Settanta del secolo scorso come ha fatto finora, cioè attraverso la distruzione sistematica di welfare, salari, diritti sociali, sindacati, ecc. E ciò avviene nel momento in cui il sistema imperiale fondato sull’egemonia americana vacilla, mentre altre potenze (Cina e Germania su tutte) le contendono il primato, acuendo i conflitti interimperialistici. Come un secolo fa si aprono tre strade: 



Posto che solo gli imbecilli parlano ormai del neoliberismo come fine dello stato, visto che a tutti è evidente come lo stato abbia svolto e svolga un ruolo determinante nella costruzione – anche qui tutta politica – del sistema ordoliberista, la questione riguarda piuttosto il divorzio fra i due termini del binomio stato-nazione: ad andare in pensione non è lo stato, che deve anzi promuovere e garantire il funzionamento del mercato e indottrinare la popolazione con la narrazione dell’individuo imprenditore di sé stesso, oltre a smantellare tutti gli strumenti di autodifesa delle classi subordinate, bensì la nazione in quanto ambito giuridico, economico e politico in cui far valere i diritti collettivi del popolo, per cui il superamento dello stato-nazione si presenta come un regresso storico e non come un salto in avanti progressivo, come erroneamente sostenuto da (quasi) tutte le sinistre che, non a caso, hanno stupidamente regalato alle destre il monopolio della lotta contro la perdita di sovranità. È vero, come scrive Paolo Gerbaudo, che i populismi di destra e di sinistra sono accomunati dall’idea “che per costruire un nuovo ordine sociale sulle macerie della globalizzazione neoliberista sia necessario rivendicare il diritto di comunità politiche definite su base territoriale di gestire la loro vita collettiva in modo relativamente autonomo dalle differenze esterne (…) un certo grado di indipendenza rispetto alle forze e ai flussi globali che sembrano frustrare qualsiasi tentativo di controllo reale da parte delle comunità sul proprio destino” e tuttavia le concezioni di sovranità cui si fa qui riferimento sono radicalmente diverse: da un lato, un immaginario etnico improntato alla coppia sangue e suolo, dall’altro una visione della sovranità popolare come mezzo di inclusione, di reintegrazione nello stato di una cittadinanza che se ne sente sempre più esclusa a mano a mano che (come si è tentato di fare con la “riforma” Renzi) vengono indebolite o spazzate via le istituzioni di partecipazione e rappresentanza politiche. Una sovranità concepita come arma di lotta del popolo contro le oligarchie, dei molti contro i pochi, dei poveri contro i ricchi. Il che ci conduce al tema del soggetto della lotta e della forma politica di tale lotta. 

Gli attacchi più duri al mio discorso sul soggetto politico e sul populismo come forma attuale della lotta di classe sono arrivati dagli intellettuali postoperaisti (com’era scontato, visto l’ampio spazio che il mio libro dedica alla critica delle loro tesi). Costoro rifiutano di essere accomunati sotto un unico paradigma, e tuttavia, ancorché divisi in piccole sette concorrenti, conservano una sostanziale omogeneità di impostazione. A Franco Bifo Berardi —che pure nell’articolo che sto per citare non mi chiama direttamente in causa— occorre riconoscere il merito di avere sintetizzato (forse un po’ schematicamente, ma in modo efficace) le loro posizioni in un recente intervento su Alfabeta2. Anche lui coglie analogie con la situazione di un secolo fa, ma dà per scontato (salvo miracoli, vedremo a quali condizioni) l’esito che poco sopra ho descritto come primo scenario (cioè la fascistizzazione). Questo perché, scrive: «ogni tentativo democratico di sottrarsi alla governance neoliberale è fallito: la volontà cosciente del corpo sociale non è in grado di agire sull’astrazione finanziaria, quindi reagisce secondo le linee dell’identità antiglobale». 

A saltare agli occhi è qui l’ipostatizzazione della invincibile potenza dell’astrazione finanziaria: una visione ultraeconomicista che, sommata all’esaltazione della presunta potenza emancipatrice della rivoluzione digitale e della transizione al capitalismo “immateriale” (?!), fa sì che Bifo veda nella “Silicon Valley globale” il solo terreno possibile di un’inversione di tendenza. Chi il protagonista di tale miracolo? Naturalmente la classe cognitiva, perché 



Si tratta, anche, di una visione aristocratica che indica in una tecnoélite l’unico soggetto in grado di evitare il disastro della fascistizzazione e, al tempo stesso, nutre quello che non saprei definire altrimenti che disprezzo, se non vero e proprio odio, nei confronti degli strati inferiori di classe e degli esclusi: gli operai impoveriti che vanno dietro a Trump come i topi dietro al pifferaio magico (a dire il vero avevano sostenuto Sanders, ma non hanno avuto lo stomaco di sostenere la Clinton, più che andar dietro a Trump), vengono descritti come pronti a iscriversi a un “nazional operaismo” emulo del nazionalsocialismo. Il nostro arriva a parlare del “trumpismo alimentato dalla rabbia impotente del popolo demente”. Non so se si tratti di un lapsus calami, se così non fosse Bifo dovrebbe rendersi conto che si è appena iscritto a un pessimo club, assieme a Sarkozy (ricordate la sua battuta sulla racaille delle banlieux?), a Hollande e al suo disprezzo per gli “sdentati” e a Hillary Clinton e Renzi (a loro volta prodighi di paroline dolci per la “feccia” dei poveri). 

da un lungo intervento di Mimmo Porcaro che considero il commento più approfondito e articolato che mi sia finora capitato di leggere sul mio libro. 

prevedere quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono per definizione imprevedibili proprio perché fuoriescono dalla routine della riproduzione del capitalismo». 


Porcaro mette poi in luce come la mia attenzione si rivolga soprattutto verso gli strati bassi della società, verso le resistenze alla modernizzazione piuttosto che verso il vertice della modernizzazione stessa; verso la periferia, il “fuori” dal capitalismo, una periferia che —anche qui Porcaro coglie un nodo fondamentale— non si identifica necessariamente con i rapporti sociali precapitalistici, ma “può essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o rende periferiche le forme di vita precedenti (anche quelle già capitalistiche ma non più confacenti alle aumentate esigenze dell’accumulazione)”. Tema che richiederebbe ulteriori approfondimenti (auspicabilmente oggetto di lavori futuri, miei o altrui) nel senso di cogliere la logica profondamente neocoloniale delle nuove forme di sfruttamento capitalistico, anche all’interno dei cosiddetti paesi avanzati. Aggiungo che questa attenzione verso il “basso” non nasce dal fatto che io lo ritenga la sede “naturale” dell’antagonismo, bensì perché è oggi concretamente al centro delle sole forme visibili di rivolta. 

Il populismo è di per sé in grado di far fronte a questa sfida e di indirizzarla verso esiti progressivi? Assolutamente no, e i lettori onesti sanno che non ho mai affermato qualcosa del genere. Cito ancora Porcaro: 

un campo nel quale bisogna situarsi senza timore, per meglio condurre una battaglia per l’egemonia finalizzata a trasformare il populismo stesso in una direzione coerentemente anticapitalista e socialista, sconfiggendone le inevitabili e ben radicate tendenze di destra”; e questo perché: “se la compattezza sociologica della classe è stata programmaticamente dissolta, se l’efficacia politica della sua lotta è stata consapevolmente ostacolata, se i grandi partiti di massa sono stati visti come la ragione di ogni male e se gli spazi di espressione democratica si sono drasticamente chiusi a svantaggio dei lavoratori, è assolutamente inevitabile che la stessa lotta di classe si presenti come populista». 

forma di mobilitazione dal populismo come forma di stato, inevitabilmente esposto a ambiguità e tendenze di destra. Accetto l’appunto, anche se, con la mia critica alle tesi di Laclau e la torsione gramsciana che ne ho suggerito attraverso le categorie di blocco sociale ed egemonia, credevo di avere sciolto il nodo (ma evidentemente non sono stato abbastanza chiaro). 

Per giungere alle conclusioni, come rapportare tutto ciò alla situazione del dopo referendum? Diciamo subito che la sconfitta segna una battuta di arresto per le élite neoliberiste, ma non le induce in alcun modo a rinunciare ai progetti di de- democratizzazione del Paese. Il fatto è che, se vogliono sopravvivere, impedendo che si realizzino il primo o il terzo scenario (fascistizzazione o ripresentarsi dello spettro del socialismo), devono insistere in tale progetto. Il discorso di Renzi sul “suo” quaranta per cento di consensi è chiarissimo: l’obiettivo resta quello della governabilità, vale a dire del dominio di una minoranza sulla maggioranza dei cittadini da realizzare attraverso alchimie elettorali (premi di maggioranza, grandi coalizioni o quant’altro). Lo conferma il governo “fotocopia” di Gentiloni (con la Boschi simbolicamente promossa a sottosegretario alla presidenza del consiglio), e lo conferma l’immediato rilancio della campagna mediatica a sostegno del Pd renziano, che alimenta la speranza di portare la legislatura alla sua scadenza naturale, creando le condizioni per una rivincita. È possibile che la paura di ulteriori perdite di consenso induca a più miti consigli in materia di austerità, attacco al welfare, smantellamento dei diritti sociali, ecc. (vedi sopra lo scenario due, ovvero la globalizzazione “dal volto umano”), ma ciò non intacca la necessità di esorcizzare lo spettro populista (di destra o di sinistra). 

Come dovrebbero muoversi in questa situazione le forze che si sono impegnate nella campagna per il NO da una prospettiva coerentemente anticapitalista? 

Infine, sul breve-medio periodo —in assenza di movimenti paragonabili alle esperienze di Podemos o di Syriza prima maniera—, si tratta di contrastare con energia ogni ipotesi di legge elettorale maggioritaria (soglie di sbarramento, premi di maggioranza, ecc.) e di appoggiare, alla prima scadenza elettorale, il Movimento5Stelle che, pur non presentando caratteristiche antisistema, ha almeno il merito di canalizzare la rabbia popolare, impedendole di confluire nelle schiere del populismo di destra, e offre alcuni elementi programmatici condivisibili (reddito di cittadinanza, stop alle grandi opere inutili, difesa del welfare, una sia pur titubante linea anti euro). Anche perché una sua vittoria elettorale potrebbe rappresentare un momento di destabilizzazione sistemica da cui partire per lanciare obiettivi più avanzati.




LA SINISTRA E IL MARTIRIO DI ALEPPO di Farouk Mardam-Bey

[ 26 dicembre ]

Farouk Mardam-Bey

Che in Siria i ricchi residenti di Aleppo, appartenenti a tutte le sette religiose, gioiscano per essere stati liberati della “feccia” – cioè le classi povere che popolavano Aleppo est – non è affatto sorprendente. Siamo abituati a questo: l’arroganza delle classi dominanti è universale.

Che i mullah sciiti, bloccati in un’altra epoca, celebrino l’evento come una grande vittoria dei veri credenti sopra i miscredenti omayyadi, o proclamino che Aleppo è stata sciita nel passato e lo ridiventerà ancora una volta, può anche essere compreso se si ha familiarità con la loro dottrina, delirante come quella dei loro omologhi sunniti.

Infine, che i politici occidentali e gli ‘opinion maker’ di estrema destra affermino, apertamente, il loro sostegno per Assad, è anche abbastanza naturale. Queste persone non hanno null’altro se non il disprezzo per gli arabi e i musulmani, e credono, oggi come sempre, che queste “tribù” devono essere guidate con un grosso bastone. 


Completamente estranei alle esigenze di libertà e di dignità della rivolta popolare, questi gruppi jihadisti hanno concentrato i loro attacchi principalmente sulle forze vitali dell’opposizione, sia civile che militare, e inciso negativamente sulla popolazione nelle aree che sono riusciti a controllare. Così facendo, hannorafforzato la propaganda di Assad all’interno della Siria, così come a livello internazionale, che gli permette di ritrarre se stesso come un difensore delle minoranze religiose.

Gli stessi siriani hanno inoltre più volte espresso la loro sfiducia verso coloro che hanno preteso, e continuano a farlo, di rappresentarli, e che hanno dimostrato di essere incredibilmente incompetenti. Sperando in un intervento occidentale militare, ovviamente mai voluto dall’amministrazione Obama, asserviti a questo o quel paese vicino (Arabia Saudita, Qatar e Turchia), divisi tra loro e inesistenti sul terreno, questi rappresentanti autoproclamati erano incapaci di affrontare il mondo con un discorso politico coerente. 


Questa è “la Siria di Assad” —in cui l’Iran e la Russia agiscono a loro piacimento, insieme come separatamene, e il cui futuro ora si basa esclusivamente sui loro accordi e disaccordi— indipendente e anti-imperialista? Gli ammiratori ‘di sinistra’ del regime di Assad vadano a leggere il trattato inconcepibile che ha firmato il 26 agosto 2015, la concessione di esorbitanti privilegi alla Russia, nonché l’immunità completa e permanente per quanto riguarda tutti i danni causati dalla sua forza aerea.

Come si può seriamente definire “storico” un regime che, fin dal suo inizio e al fine di perpetuarsi all’infinito, ha cercato di avvelenare i rapporti tra le comunità religiose? che tiene alawiti e cristiani in ostaggio per le sue politiche? che ha presieduto la contaminazione della società siriana nella forma più oscurantista del salafismo, e ha manipolato tutti i tipi di jihadisti, e non solo in Siria?

Come si può definire “progressista” il promuovere il tipo più selvaggio di capitalismo, o impoverire e marginalizzare milioni di cittadini che a malapena sopravvivono nelle periferie delle principali città? Questi siriani impoveriti sono stati la componente sociale principale della rivoluzione, e sono diventati l’obiettivo principale dell’artiglieria pesante del regime, delle bombe a barile e delle armi chimiche. “Uccideteli fino all’ultimo», ordinarono gli shabbiha (i teppisti di Assad) fin dall’inizio della rivolta, in modo che la nuova borghesia “progressista” avrebbe così potuto saccheggiare in modo sicuro la ricchezza della nazione, e accumulare miliardi di dollari in paradisi fiscali! 

* Fonte: PULSE