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NON C’È PIÙ MOLTO TEMPO DAVANTI A NOI di Moreno Pasquinelli

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L’intervento svolto ieri da Moreno Pasquinelli [nella foto], del Consiglio nazionale di Programma 101, all’incontro internazionale di Parigi promosso da EReNSEP dal titolo “FRANCIA ED EUROPA DOPO BREXIT“.

«Ringrazio EReNSEP, e Costas in particolare per avermi offerto la possibilità di portare il nostro contributo a questo incontro.
Sono tra i promotori del Coordinamento della sinistra italiana contro l’euro, e faccio parte del Coordinamento europeo che ha organizzato il Forum europeo  svoltosi nel settembre scorso in Italia.
Partecipo a questo incontro mentre i miei concittadini sono chiamati domenica a votare si o no in un referendum col quale il governo Renzi tenta di stravolgere la Costituzione per edificare un sistema post-parlamentare di governance che renda automatiche ulteriori cessioni di sovranità nazionale.
Non a caso tutti i poteri oligarchici globalisti, americani ed europei, fanno quadrato attorno a Renzi.
Speriamo di sconfiggerli.
Il tema di questa tavola rotonda è “L’Unione europea dopo la Brexit. Proposte dalla sinistra”.
L’Unione europea come oggetto, la sinistra come soggetto.
Non mi soffermerò sull’oggetto, poiché se siamo qui saremo d’accordo con il giudizio inappellabile che viene dai fatti e che sta nell’invito di questo incontro: “L’Unione economica e monetaria europea ha irrevocabilmente fallito”.
L’oggetto è dunque il soggetto: la sinistra europea.
Non parlo della sinistra social-liberale, che è in verità una destra camuffata, visto che da decenni ha abbracciato i principi liberisti e ordo-liberisti.
Parlo della cosiddetta “sinistra radicale”, che sembra voler accompagnare l’Unione europea nel suo destino di morte.
Da dove viene questa pulsione suicida?
Essa viene dall’intreccio di fattori sociali ed ideologici. E’ su questi ultimi che vorrei soffermarmi.
La nostra tesi è la seguente: questa sinistra malgrado contesti i dogmi economico-sociali liberisti, ne accetta la narrazione ideologica fondativa, il paradigma cosmopolitico.
L’europeismo non è che un sottoprodotto dell’utopia cosmopolitica.
Questa ha un sostrato ontologico nobile e idealistico: l’irenica unità del genere umano, la Terra come casa comune, la pace perpetua come fine della storia. Evidenti le radici cristiane e illuministiche, razionalizzate e passate alla modernità grazie ad un filosofo come Immanuel Kant.
Questa tradizione di pensiero è penetrata a sinistra attraverso diverse vie, prima fra tutte la scuola del “diritto cosmopolitico (weltbürgerrecht) che va da Hans Kelsen a Jürgen Habermas, agli italiani Norberto Bobbio a Luigi Ferrajoli.
Questo cattivo universalismo, sotto le mentite spoglie del pacifismo e della sacralità dei diritti umani, di una irenica lex mondialis valida erga omnes, si è rivelato il rivestimento cosmetico dell’occidentalizzazione, anzi della americanizzazione armata del mondo.
Questa “sinistra radicale” difende l’idea che non ci sia alcuna differenza sostanziale tra l’universalismo borghese-liberale e l’internazionalismo politico socialista.
Se questa operazione sincretica è stata possibile è certo perché una certa ortodossia vetero-marxista (e anche Marx ha avuto le sue colpe) ha ritenuto, a torto, che le particolarità nazionali erano residui destinati a sparire con lo sviluppo del capitalismo, che il progresso storico avrebbe condotto alla sparizione delle nazioni.
Potrei citarvi, a dimostrazione di come la vulgata marxista abbia finito per fare suo il cattivo universalismo liberale, Kautsky, Rosa Luxemburg, fatte le differenze, lo stesso Lenin.
Essendo in Francia cito Jules Guesde:

«Non ci sono nazioni, soprattutto oggi…non ci sono che classi. Per noi socialisti, non è questione di nazionalità, noi non conosciamo che due nazioni: la nazione dei capitalisti, della borghesia, della classe possidente da un lato, e dall’altro la nazione dei proletari, la massa dei diseredati, della classe lavoratrice… Le nazioni teoricamente parlando, sono una tappa sulla via dell’unità umana». [Articolo di Guesde ne: Le Citoyen del 3 aprile 1882]

L’edificazione dell’Unione europea sembrava inizialmente dar ragione a certo marxismo economicista e determinista: il capitalismo, a causa dello sviluppo delle sue forze produttive è costretto a sbarazzarsi degli stati nazionali. Non è servita la tragica lezione dello squartamento della Iugoslavia. Non è servito che dopo il 1989-91 solo uno Stato è sparito: la Germania democratica, ma per far posto ad uno stato nazionale ancor più potente e aggressivo: la Germania unificata.
Non ha voluto vedere, questa sinistra radicale che siano sorti proprio in Europa almeno altri 13 stati nazionali (16 e più se consideriamo il Caucaso).
La “sinistra radicale” ha insistito nel considerare l’Unione europea un evento progressivo, un’anticamera necessaria degli Stati uniti socialisti d’Europa, una tappa sulla via della fuoriuscita dal capitalismo, condannando così ogni contro-spinta nazionale come retrograda e reazionaria.
Mai errore si va rivelando più grande: la globalizzazione, a causa del suo carattere imperialistico, del suo procedere antagonistico, ha creato nuove oppressioni, ulteriori squilibri sociali, divaricazioni tra nazioni dominanti e nazioni dominate.
L’Unione europea ci sta consegnando un fatto peculiare: nazioni che facevano parte del consorzio imperialistico, ne stanno venendo escluse, stanno precipitando verso il basso, assistono ad una distruzione senza precedenti delle loro forze produttive, rischiano di diventare paesi semi-coloniali.
La Grecia insegna.
Di qui il necessario risveglio dei sentimenti nazionali.
Europeismo e cosmpolitismo si sono rivelati per quel che sono “ideologie” nel senso marxiano, ovvero specchietti per le allodole, inganni, paraventi per camuffare la più grande operazione ai danni dei popoli dopo i fascismi.
Se l’Europa è l’epicentro della crisi globale —crisi che attesta il tramonto del lungo ciclo della finanziarizzazione neoliberista— non è solo a causa dell’insostenibilità dei meccanismi economici ordo-liberisti, è anche perché fallisce la pretesa che in ambiente capitalistico sia possibile seppellire gli stati nazionali sciogliendoli in un’unica entità post-nazionale —che gioco-forza sarebbe post-democratica.
L’Unione europea mostra che non funziona quella che Ulrich Beck ha definito “cosmopolitizzazione coatta”, guidata dall’alto dalle frazioni globaliste della grande borghesia predatoria.
Solo mature e consolidate nazioni socialiste possono tentare, dopo una lunga fase federativa, di unirsi in un unico stato sovranazionale.
Abbiamo così che assieme all’Unione europea non muore solo l’ideale irenico dell’europeismo (e l’Italia ha dato ad esso, con il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, uno sciagurato contributo), muore una seconda volta l’idea economicistica che lo sviluppo capitalistico avrebbe integrato e omogeneizzato popoli e nazioni.
Muore la tesi che l’Unione europea sia il campo d’azione delle lotte operaie e sociali.
Abbiamo alle spalle un periodo storico sufficientemente lungo per affermare che in nessun modo si è verificato che la Ue sia uno spazio politico comune e favorevole all’emancipazione del lavoro.
Se abbiamo ragione noi, se il crollo dell’edificio unionista non demolisce le fondamenta degli stati nazionali, ogni sottovalutazione dei fattori nazionali, peggio ancora il disprezzo dei sentimenti nazionali risorgenti e mai sopiti, sarebbe esiziale per il movimento democratico e rivoluzionario.
Privati delle loro organizzazioni politiche e sindacali, sono proprio le classi sociali più deboli a considerare (a ragione) gli stati nazionali come i soli baluardi contro la globalizzazione.
Perché accade?
Perché queste classi sono le più esposte gli assalti predatori della propria grande borghesia, la quale agisce, non sembri un paradosso, come borghesia compradora, che non solo si consegna ad organismi tecnocratici mondialisti ma ciò facendo cede gli ultimi scampoli di sovranità nazionale.
Se queste borghesie abbandonano la difesa degli interessi della comunità nazionale (anzitutto del popolo lavoratore) è dovere del proletariato raccogliere il testimone.
Non c’è qui nessuna concessione al nazionalismo delle destre revanchiste.
C’è invece da sfidarle frontalmente, prima che sia troppo tardi sul terreno dell’egemonia sociale, e questo lo si può e deve fare recuperando il discorso di un patriottismo, socialista, democratico, antifascista e antimondialista.
La posta in palio è il potere statale.
Le élite liberiste “politicamente corrette”, lo vediamo bene in Italia (e non abbiamo una Marine Le Pen), ci condannano come “populisti”.
Dobbiamo respingere questo anatema.
Dobbiamo sbarazzarci di questo tabù paralizzante.
Il populismo è il solo campo dove una sinistra antagonista può pensare di lanciare la sfida dell’egemonia e fare in modo che la latente sollevazione popolare diventi vera e propria rivoluzione democratica.
Non c’è più molto tempo davanti a noi».

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