CASINO A SINISTRA

[ 5 gennaio ]

La pentola a pressione della sinistra romana, che da mesi fischiava forte, è esplosa il 2 gennaio quando Matteo Orfini, presidente del Pd e commissario del Pd della Capitale, dal manifesto ha invitato il candidato Stefano Fassina «a misurarsi nelle primarie di coalizione». Mission impossible: un fatto escluso dall’inizio dal deputato di Sinistra italiana, ex Pd su posizioni molto antirenziane, che da un mese batte palmo a palmo la città dichiarandosi «alternativo al Pd».

Ma Orfini sa bene che nel partito di Vendola c’è chi invece lo ascolta. Sono molte le anime in pena a causa della rottura delle alleanza in vista delle comunali di giugno. Per lo più amministratori, eletti grazie alla coalizione ed ora destinati a tornare a casa.

Ma sarebbe sbagliato declinare la vicenda come la solita questione di poltrone. Almeno non solo. Il dibattito sulle amministrative, a Roma come ovunque, si intreccia con il parallelo travaglio del nuovo partito della sinistra. Dopo un primo tentativo unitario da cui Civati si è subito smarcato, Sel ha rotto anche con il Prc ’colpevole’ di non volersi sciogliere nel nuovo soggetto. Gli altri protagonisti (Altra europa e associazioni) decideranno come schierarsi. Ma a sua volta dentro Sel le differenze sono ormai venute alla luce: da una parte Nicola Fratoianni, deputato, coordinatore, ex assessore in Puglia ma anche ex ’tuta bianca’ di Genova e oggi ultrà dell’autonomia dal Pd. Dall’altra amministratori del calibro di Pisapia a Milano, Doria a Genova, Zedda a Cagliari, Smeriglio alla regione Lazio, numero due di Zingaretti.

Mai dire scissione, naturalmente. Ma il travaglio ormai ha investito come un ciclone il fianco sinistro della Capitale. E non solo. A Roma la sinistra, se non portasse a casa un risultato molto importante, sarebbe costretta a ritirarsi da molte postazioni, dalla Regione (l’avvertimento del Pd è stato esplicito) al futuro Campidoglio e ai futuri municipi. A Milano Sel parteciperà alle primarie al fianco di Francesca Balzani, candidata considerata erede di Pisapia, contro le indicazioni della segreteria nazionale. E, in caso di sconfitta, sosterrà il renziano Giuseppe Sala. Nel capoluogo lombardo l’11 gennaio si svolgerà un’assemblea con Pisapia, Balzani, Majorino (l’altro candidato della sinistra alle primarie). 


A Roma, dove il candidato è Fassina, la sfida si svolge a colpi di opposte assemblee: il 7 gennaio i presidenti di municipio incontreranno l’ex Pd per esprimere il loro appoggio alla corsa. Ma il 23 gennaio al Brancaccio si terrà l’assemblea del «centrosinistra municipale»: amministratori di Sel e del Pd lanceranno un appello per restare uniti. O per evitare, come dice l’ex consigliere capitolino Gianluca Peciola, «scenari brutali» come quello di «un sindaco post fascista con un vice leghista» o quello «di un sindaco grillino». Gli fa eco Marco Miccoli, deputato dem romano, «l’unica possibilità che ha il centrosinistra per vincere è presentarsi unito. È insufficiente sia la candidatura di Fassina, sia quella di un Pd che pensa all’autosufficienza».

E qui torniamo a Fassina. In queste ore ha incassato il sostegno totale di Nicola Fratoianni e del ccoordinatore della Sel romana, Paolo Cento. Ma non è ormai un mistero che nella Sel «coalizionista» il suo protagonismo, tanto a Roma quanto sul futuro soggetto nazionale (di cui è considerato uno dei leader naturali) preoccupa: preoccupa — sono le voci che si raccolgono a taccuini chiusi– un comitato elettorale sbilanciato sulla sinistra-sinistra e una volontà di «separazione consensuale» dal Pd che ricorda, a detta dei pentiti di oggi, quella di Bertinotti verso il Pd veltroniano, alle politiche del 2008: e cioè dell’annus horribilis della sinistra asfaltata e fuori dal parlamento.

L’Italicum ha già ottenuto l’effetto di escludere la possibilità di alleanza alle politiche. Alle comunali un po’ ovunque la coalizione è franata in coincidenza con la start up del nuovo soggetto, fissata per metà febbraio. Un nuovo soggetto che di fatto sancirà la fine dell’idea stessa di coalizione con il centrosinistra, almeno quello renziano.

Mai dire scissione, giurano tutti. Ma un anno fa il Pd ha già incamerato una decina di parlamentari di Sel. Puntare a una nuova frattura a sinistra per drenare una parte dell’elettorato e rinforzare un consenso in picchiata, in giro per le città, sarebbe vitale. Nichi Vendola, da sempre il punto di equilibrio del partito, in questi giorni ha deciso di non stare in prima linea e mandare avanti gli uomini (più che le donne) più vicini. Ma la sintesi stavolta non si trova. Martedì 12 gennaio riunirà la segreteria: la scissione non è all’ordine del giorno, ma molto difficile che non sarà una resa dei conti.





M5S: “HA VINTO CASALEGGIO, ME NE VADO” Intervista a Paolo Becchi

[ 5 gennaio ]

Paolo Becchi [nella foto] ha lasciato il Movimento 5 Stelle. Il professore di filosofia, più volte definito ideologo M5S e tra i primi sostenitori del progetto politico di Beppe Grillo, ha dato l’annuncio del suo addio in un’intervista al quotidiano online Formiche.net. Intervista qui sotto.


«A Roma si profila un nuovo accordo in stile Patto del Nazareno, questa volta tra Pd renziano e Movimento 5 Stelle. Scaricato Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia alla deriva, il premier Matteo Renzi ha capito che sui singoli temi può trovare una sponda favorevole nei tanto avversati grillini. A differenza del precedente, il nuovo patto non viene annunciato, anzi è ripetutamente negato a gran voce e protetto dalle contrapposizioni di facciata. Si potrebbe sintetizzare così l’analisi sulla situazione del Movimento 5 Stelle fatta da Paolo Becchi in questa conversazione con Formiche.net, nella quale il professore annuncia l’addio ufficiale al Movimento con tanto di cancellazione dell’iscrizione lo scorso 31 dicembre. Un intervento che rientra nell’approfondimento avviato con l’intervista al senatore ex 5 Stelle Luis Alberto Orellana.

Docente di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, descritto in passato come l’ideologo dei 5 Stelle prima che avanzasse alcune critiche (qui in una sua precedente intervista a Formiche.net) e che Beppe Grillo ne prendesse le distanze sul blog, Becchi ora parla della delusione per la piega presa dal Movimento, anticipando alcuni contenuti di un suo intervento in uscita a febbraio su Mondo Operaio dopo quello di qualche mese fa (qui il link).

ha dichiarato che il Movimento 5 Stelle si sta trasformando in un partito vero e proprio, sul modello del vecchio Pci. Ne è ancora convinto?

R. Quel processo è progredito, al di là della battuta fatta. Oggi preciserei che il Movimento si sta trasformando in un partito ibrido, nel quale si cerca di fare convivere diversi aspetti. Prendiamo le elezioni amministrative: dove si può vincere ma si ha paura di farlo e magari non lo si vuole proprio, come a Roma, si sceglie di seguire l’intero e impegnativo percorso democratico per la selezione delle candidature con non so quanti passaggi in rete, facendo mostra di questo dispiegamento di energie per la democrazia diretta. Dove invece si vuole lottare per vincere davvero, il candidato e la lista vengono blindati e imposti dall’alto come accaduto con Massimo Bugani a Bologna (qui un ritratto di Formiche.net). Questo è il partito ibrido che da un lato acchiappa chi ancora crede negli ideali di rottura del vecchio Movimento e dall’altro si avvicina alla logica partitica.

L’elezione dei giudici della Corte costituzionale rientra in questa logica?

Certamente. Lì si è capito come il Patto del Nazareno tra Pd e Fi sia finito del tutto e ne sia nato un altro tra Pd e M5S, tenuto segretissimo tanto che chi ne parla viene ricoperto di insulti in rete, ma questa è la sostanza. Basta andarsi a leggere cosa ha scritto il blog di Grillo nel giro di due settimane: prima si critica il costituzionalista del Pd Augusto Barbera ricordando alcuni scandali concorsuali nei quali è spuntato il suo nome, poi si sposta l’attenzione sull’avversione al berlusconiano Francesco Paolo Sisto e infine si dice di aspettare le proposte di Renzi avanzando la candidatura di Franco Modugno e votando Barbera in accordo con Renzi. Tutto ciò per il sistema dei partiti è perfettamente normale, rientra nella loro logica, ma non per un Movimento che si dichiarava anti-sistema. Perché i parlamentari 5 Stelle non hanno tenuto la linea di opposizione sulle votazioni dei giudici della Consulta? Dopo 30 fumate nere sarebbe dovuto intervenire il Presidente della Repubblica, si sarebbe creato un caos istituzionale, invece loro hanno tolto le castagne dal fuoco a Renzi. Da mesi si discute su questa elezione, e Gianroberto Casaleggio va invece a dire al Corriere della Sera che non c’era tempo per coinvolgere la rete. Ma vogliamo scherzare?

Quali altri passi prevede?

Il prossimo sarà quello sulle unioni civili. Sulla votazione del ddl Cirinnà ci sarà l’accordo tra Renzi e l’M5S, il quale finisce così a fare nuovamente da stampella al governo, quando invece sarebbe andato incontro a grosse difficoltà. Poi la legge sullo ius soli, anche qui sconfessando Grillo. E magari per finire anche l’eutanasia. Non rendendosi conto che in questo modo si fa soltanto il gioco di Renzi.

Grillo non ha più il controllo?

E’ stato sconfessato dal vicepresidente della Camera addirittura sul Financial Times, al quale Luigi Di Maio ha detto che loro non sono favorevoli all’uscita dell’Italia dalla Nato come invece ha sostenuto Grillo. Agli inizi del Movimento se qualcuno si fosse azzardato a dire una cosa del genere, peraltro su un giornale così importante, sarebbe stato radiato, ora invece l’intervista viene ripresa dal blog di Grillo.

E invece adesso comanda Casaleggio?

Guardi, il mio nuovo intervento per Mondo Operaio l’ho proprio titolato “Dal Movimento liquido di Grillo al partito ibrido di Casaleggio”. Si apre però il problema del garante; Grillo ha detto che è “un po’ stanchino”, ma che sarebbe rimasto il garante delle regole. Peccato però che qui non venga rispettata nessuna regola, come sull’espulsione della senatrice Serenella Fucksia: indubbiamente c’erano motivazioni valide e l’obiettivo sarebbe stato raggiunto ugualmente, ma non c’è stata nessuna assemblea dei parlamentari con voto poi ratificato dalla rete. Ormai regna l’arbitrio, al posto del rispetto delle regole. Si critica chi non rispetta le regole e ci si comporta allo stesso modo.

E dietro l’angolo ci sono le comunali, per le quali però i sondaggi danno l’M5S in forte crescita.

Sono convinto che alle amministrative il Movimento avrà un risultato favorevole, ma ritengo che ai vertici queste elezioni interessino poco. Ciò che conta per loro è andare al governo, ma non si sa bene per fare cosa, tranne le politiche anti-casta. Il M5S aveva una visione il nuovo partito deve ancora costruirsela.

Sono state abbandonate alcune battaglie politiche? Ad esempio quella sull’euro?

Grillo aveva promesso agli italiani che entro il dicembre 2015 o al massimo nel gennaio 2016 ci sarebbe stato il referendum sull’euro. Ora più nessuno ne parla, salvo per i banchetti fatti in estate quando il tema appassionava di più e c’era da soffiare qualche voto alla Lega. Ma cosa pensa il Movimento sull’euro? Perché non si porta avanti con convinzione in Parlamento la legge di iniziativa popolare per il referendum? E sulla politica estera, in particolare sul tema della Nato, qual è la posizione? Grillo o Di Maio? Perché non si lancia una forte campagna di opposizione alla riforma costituzionale in vista del referendum sul quale Renzi punta tutto quest’anno? Si pensa troppo a fare opposizione di facciata, come nel caso della mozione di sfiducia alla Boschi su Banca Etruria. Insomma, il Movimento sta diventando opportunistico, nel senso che cerca di guadagnare qualcosa in ogni situazione. E per la verità al momento ci riesce benissimo. La democrazia diretta è stata da tempo accantonata e sostituita dalla democrazia eterodiretta da Casaleggio.

Becchi, è deluso?


* Fonte: Formiche



REFERENDUM ITALICUM: SE D’ALIMONTE FA GLI ESORCISMI di Leonardo Mazzei

[ 4 gennaio ]
Roberto D’Alimonte [nella foto] e un sondaggio sul referendum costituzionale previsto per il prossimo autunno

Se lo perdessi sarebbe il fallimento della mia esperienza politica». Così Renzi nella conferenza stampa di fine anno. Ben detto! E’ quel che sosteniamo da tempo. Chissà se il Bomba ne comprende tutte le conseguenze. Forse sì, forse no, ma in ogni caso non ha alternative. Sarà la sua Madre di tutte le battaglie, dicono i suoi sodali. Un ottimo suggerimento sul da farsi per tutti i suoi nemici.

zio dell’Italicum – al secolo Roberto D’Alimonte – ha voluto dir la sua quasi ad esorcizzare l’anno in arrivo. Che sarà l’anno del referendum costituzionale, “confermativo” dicono i renziani, ad esorcizzare pure loro l’eventualità di un voto invece contrario. Un voto “sconfermativo“, per dirla con un neologismo che ci piace assai.

Sole 24 ore il 31 dicembre: «Il premier punta sul referendum perché incassa consensi trasversali».

Una chiara maggioranza a favore ma non una maggioranza schiacciante», commenta il politologo. Che un 55 a 45, ad un anno dal voto, rappresenti una «chiara maggioranza» è ovviamente discutibile. Ma il fatto è che limitando il sondaggio a chi ha dichiarato che andrà certamente a votare, il risultato si sbilancia notevolmente a favore di Renzi con un netto 68 a 32%.



Fermiamoci qui con i numeri e proviamo invece a ragionarci sopra. 
La prima questione che balza agli occhi è il divario tra coloro che si dichiarano contro la controriforma renziana (45%) e quelli che hanno già deciso di dare seguito a questo orientamento con il voto (32%). Uno scarto notevolissimo, che consente a Renzi di trasformare il suo risicato 55% in un ben più marcato 68%. Insomma, i sostenitori del sì sono al momento assai più motivati a recarsi alle urne di coloro che sulla controriforma esprimono un parere negativo. In un certo senso è naturale che oggi sia così. Da che mondo è mondo, chi crede di essere sul carro del vincitore è sempre il più lesto a mettersi in mostra in prima fila. Tuttavia, la differenza tra i no potenziali e quelli che già oggi si esprimerebbero nell’urna resta comunque troppo elevata. Uno scarto in buona parte dovuto alla debolezza delle forze di opposizione, che sulla questione non mostrano certo la determinazione necessaria.


Italicum di cui molti grillini pensano, pur non potendolo dire, di avvantaggiarsi. 



Italicum. Un atteggiamento del genere sarebbe semplicemente suicida. E questo per un motivo semplice semplice, che tutti dovrebbero comprendere. In breve: il risultato referendario annuncerà quello delle successive elezioni politiche. Un Renzi trionfante in autunno diventerebbe imbattibile nel voto politico che di lì a poco seguirebbe. E’ così difficile capirlo?




CATALOGNA: INDIPENDENZA NAZIONALE E NEOLIBERISMO

[ 4 gennaio ]

Abbiamo spesso scritto sulla “crisi organica” del regime politico e istituzionale spagnolo, quello bipartitico e oligarchico sorto dopo la fine del franchismo. Una crisi confermata dalle recenti elezioni del 20 dicembre: l’affermazione di Podemos da una parte e, dall’altra, che nessuno dei due partiti sistemici ha i numeri per formare il governo. Uno solo è il modo per evitare le elezioni anticipate: l’alleanza formale tra Partito popolare e socialisti. Questo è, di sicuro, ciò che si augurano gli burocrati e, con loro, i grandi poteri economici e finanziari.

Nel frattempo si acuisce la crisi politica della Catalogna, una regione ancora senza governo dopo le elezioni del 27 settembre —il 9 novembre scorso il Parlamento catalano aveva approvato una risoluzione indipendentista rimasta bloccata finché non ci sarà un governo.





Artur Mas ha adesso tempo fino al prossimo 9 gennaio per negoziare un nuovo accordo. Altrimenti si tornerà alle urne a marzo.

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– CATALOGNA: VINCE L’INDIPENDENZA MA…




Come avanza la follia europea su banche e sofferenze di Guido Salerno Aletta

[ 3 gennaio ]
«Più praticabile, invece, è la prospettiva di ottenere dalla Corte costituzionale la dichiarazione di illegittimità costituzionale del decreto legislativo e della legge delega di recepimento della direttiva europea sul bail-in, per contrasto con l’articolo 47 della Costituzione»
Ad ottobre scorso, le sofferenze lorde erano arrivate 198,9 miliardi di euro, mentre a fine 2007 erano di 47,2 miliardi. La loro crescita è stata enormemente più veloce rispetto a quella del debito pubblico: se a fine 2007 questo era di 1.605 miliardi di euro, ad ottobre è arrivato a 2.212 miliardi. La crisi ha fabbricato 152 miliardi di nuove sofferenze bancarie (+421%) e 607 miliardi di nuovo debito (+38%). Cifre immense, frutto non della crisi ma della sua pessima gestione.
Rispetto al totale del sistema bancario, le quattro banche di cui si è occupato il decreto legge 183 rappresentavano circa l’1% della raccolta mentre avevano in pancia crediti in sofferenza per 8,5 miliardi, pari al 4,27%. Svalutati di 7 miliardi, sono stati iscritti per 1,5 miliardi come unici attivi della bad bank, a fronte di un corrispondente debito verso le nuove banche: la perdita è stata dell’82,4%. Il loro valore commerciale residuo è appena del 17,6%.
In proporzione, rapportando quindi le perdite delle quattro banche alle sofferenze dell’intero sistema bancario, ne deriverebbe una potenziale perdita teorica di 163,9 miliardi di euro. Questa è il dato macro, pari ad oltre il 10% del pil, con cui occorre confrontarsi.
Sulla gestione delle quattro banche è inutile fare dello scandalismo: il rapporto tra i prestiti in sofferenza sul totale dei prestiti concessi era del 25,8%. Una cifra alta, ma non strabiliante: rispetto ad un anno fa, la percentuale delle sofferenze lorde è ancora cresciuta, dello 0,9%, esattamente come il pil. L’economia non cresce a sufficienza, nè per ridurre la disoccupazione né per fronteggiare i debiti pregressi.
Trichet e Draghi sostenevano che non era ancora sufficiente l’impegno assunto dal governo italiano di raggiungere il pareggio strutturale di bilancio nel 2014, e che ulteriori riforme strutturali erano necessarie. Nonostante le continue manovre restrittive di TremontiMontiLetta e Renzi prima di quest’ultima legge di Stabilità, il pareggio non è stato ancora raggiunto, mentre l’obiettivo si è continuamente allontanato per via della caduta del Pil. Se tutto va bene, ci arriveremmo nel 2018.
Non si può discutere di bail-in, oppure di bail out, come se ci si trovasse in una situazione astratta. Perché, ragionando in astratto, l’unica soluzione sensata per l’Italia sarebbe quella di rientrare in possesso delle quote già versate all’EFSF ed all’ESM, pari a circa 48 miliardi di euro (mentre rimangono appesi ad un ignoto destino i 10 miliardi di prestito bilaterale concesso alla Grecia), al fine di utilizzarli per la costituzione di una bad bank di sistema. Poiché si tratta di debito pubblico già contratto, sarebbe una misura neutrale dal punto di vista dei conti pubblici, che sgraverebbe davvero il sistema bancario da tante preoccupazioni. Purtroppo, si tratta di impegni internazionali cui non possiamo sottrarci.
Più praticabile, invece, è la prospettiva di ottenere dalla Corte costituzionale la dichiarazione di illegittimità costituzionale del decreto legislativo e della legge delega di recepimento della direttiva europea sul bail-in, per contrasto con l’articolo 47 della Costituzione. Anche la fatidica Comunicazione della Commissione europea sugli aiuti di Stato alle banche, a quel punto, sarebbe carta straccia. Purtroppo, il vulnus alla tutela del risparmio sotto ogni forma, garantito dalla nostra Carta costituzionale ma non dai Trattati europei, era già venuto meno con la autorizzazione alla emissione di obbligazioni bancarie subordinate, ora aggravato dal fatto che con il bail in anche le obbligazioni senior potranno venire colpite con la risoluzione bancaria. La Banca d’Italia, sostenendo l’emissione di titoli ibridi in alternativa alle più costose ricapitalizzazione, ha commesso un grave errore.
Anche la recente indagine conoscitiva svolta dalla Commissione Finanze del Senato, pur molto accurata ed avvertita, non pare aver colto questo punto: è necessario mantenere chiara la specificità della raccolta bancaria, in depositi ed obbligazioni, rispetto a quella di tutto il restante sistema finanziario. Solo così si può ancora distinguere il risparmio dall’investimento ed assicurare ancora una tutela specifica al primo. Le conclusioni dell’indagine si soffermano solo sulla questione degli impieghi, ed in particolare sulla opportunità di ripensare alla scelta in favore della banca universale, che può indistintamente erogare credito oppure fare internal trading sui mercati.
La banca di deposito ha senso solo in quanto “mette al lavoro”, attraverso la erogazione del credito, somme che altrimenti rimarrebbero inoperose. Il deposito bancario non è un parcheggio: la banca lo prende a prestito per erogare credito. Per questo il risparmio deve avere remunerazione, tassazione e garanzie peculiari rispetto a tutti gli altri investimenti. La banca di deposito serve in quanto la sua organizzazione riesce a erogare risorse a chi altrimenti non riuscirebbe ad ottenerle dal mercato finanziario. Ed ancora, il privilegio di ottenere liquidità dalle banche centrali, a fronte della vigilanza prudenziale, rapresentano le due facce della stessa medaglia. Affermare, come si fa nelle Conclusioni dell’indagine, che oggi sarebbe controproducente reintrodurre il divieto di internal tradig, visto che i margini sugli interessi sono assai esigui, è invece la prova della distorsione avvenuta, e assai timidamente contrastata dalla Bce con le T-Ltro finalizzate alla erogazione del credito. La gran parte della liquidità, dalle Ltro all’acquisto di Cb ed Abs, a quella ancora oggi immessa acquistanto titoli di Stato con il Qe, è mantenuta inoperosa presso la Bce, che infatti sta progressivamente penalizzando questo comportamento applicando tassi negativi.
L’economia europea, e quella italiana in particolare, è stata fortemente colpita dalla recessione: gli investimenti non risalgono, il credito langue e le sofferenze appesantiscono i bilanci delle banche. Il recupero strutturale della competitività è stato focalizzato sulla riduzione del costo del lavoro e la sua flessibilità, inducendo le imprese a ritardare gli investimenti. Ridurre il costo del credito, in uno con l’onere per gli interessi sui debiti pubblici, è stata una misura di politica monetaria tardiva ed insufficiente. Prima si è imposto il deleveraging, ora invece ci si lamenta del fatto che il cavallo non beve.
C’è un ulteriore punto di fondo da chiarire, quello dell’azzardo morale: il comportamento spericolato di coloro che sanno che comunque la passeranno liscia. La questione nacque con riferimento alle banche “too big to fail”, poi declinato nel “too big to jail”: per questo motivo, ora, alle banche di rilievo sistemico si chiedono requisiti particolari. Il commissariamento della banca, ed i più recenti rimedi in tema di rimozione dei vertici, costituiscono rimedi sufficienti rispetto a comportamenti contrari alla sana e prudente gestione bancaria.
Negli Usa, la riforma bancaria ha cercato di rendere più semplice la risoluzione delle crisi imponendo alle banche criteri organizzativi e gestionali finalizzati a rendere possibile la cessione tempestiva di asset in bonis, in modo non distruttivo per il resto della banca. Mentre in America la risoluzione della crisi consiste nell’imporre alla banca la cessione di asset validi per fronteggiare le perdite, in Europa è un sinonimo della liquidazione: taglieggia tutti, dagli azionisti fino ai depositanti. Venendo meno il criterio della riserva frazionaria, impone un rapporto di uno a uno tra perdite sui crediti e passività: si brandisce una mannaia che spaventerà i risparmiatori, senza recare vantaggi ad alcuno. Accrescerà la disaffezione già in atto verso le obbligazioni bancarie, quali che esse siano, facendo venir meno la forma più solida e stabile di raccolta: il suicidio delle banche.
Riuscire a far dichiarare la illegittimità costituzionale del bail in serve a consentire all’Italia di continuare ad applicare la previgente normativa, ivi compresa la disciplina del Fondo Interbancario di tutela dei depositi. Una volta saltato il divieto di aiuti di Stato alle banche, perché contrasta con la disposizione costituzionale secondo cui la Repubblica favorisce e tutela il risparmio in ogni sua forma, tutti i giochi si riaprono: per operare salvataggi, assentire garanzie pubbliche, costituire bad bank volte non a liquidare ma a gestire al meglio le sofferenze.
* Fonte: Formiche.net



Le information technologies ci libereranno dal capitalismo?

chock esterni e plasmata dall’emergere di un nuovo tipo di esseri umani. Essa è già iniziata». 
Che cosa promuoverà la transizione? I cambiamenti prodotti dalla rivoluzione informatica negli ultimi 25 anni e negli altri a venire, risponde il giornalista, una rivoluzione che sta modificando i concetti di produzione e di valore. E adduce tre ragioni.
Secondo Mason, in primo luogo le tecnologie dell’informazione hanno ridotto e ridurranno ulteriormente la necessità per l’uomo di lavorare e reso più elastico il rapporto tra lavoro, tempo libero e guadagno. Esse hanno inoltre corroso e corroderanno ulteriormente la capacità del mercato di stabilire i prezzi e il diritto alla proprietà privata. Hanno dato infine luogo, e lo daranno ulteriormente, a una «nuova economia» più giusta dell’attuale, di tipo associativo, con monete parallele, cooperative, con beni e servizi alternativi. Qui Paul Mason adduce l’esempio di Wikipedia, l’enciclopedia elettronica, «prodotta gratuitamente da volontari, che sottrae all’industria pubblicitaria 3 miliardi di fatturato annui».



Sull’«Independent», un giornale critico verso il capitalismo, Hamish McCrae ha definito PostCapitalism un’utopia, e lo ha paragonato a Looking Backward 2000-1887 («Guardare indietro. 2000-1887»), un romanzo avveniristico pubblicato nel 1888 da Edward Bellamy negli Stati Uniti, che diede temporaneamente vita a una serie di comunità utopiche. L’opera di Mason ha tuttavia il merito di farci riflettere sui disastrosi effetti di un’austerità spietata, e non solo in Europa, come l’opera di Piketty ci ha fatto riflettere sugli eccessi del capitalismo e come l’opera del Nobel dell’economia Joseph Stiglitz nel 2012, Il prezzo della disuguaglianza (Einaudi), ci ha fatto riflettere sulle tragedie umanitarie.




“SINISTRA ITALIANA”: UNA MINESTRA RISCALDATA di Aldo Giannuli


Nei giorni scorsi mi è capitato di assistere, presso il Concetto Marchesi, in Milano, all’affollatissimo incontro con Alfredo D’Attorre che presentava Sinistra italiana. Sala gremita e molto interesse, però devo dire di non aver ricevuto una gran buona impressione della nuova formazione politica, che tanto nuova non mi pare.

A cominciare dallo stile: un oratore ufficiale che parla per oltre un’ora di fila, magari punteggiando con numerosi “ed avviandomi alle conclusioni”, “un’ultimissima considerazione” (dopo di che sproloquia per altri 15 minuti, peraltro continuando a non dir nulla). E’ l’insopportabile cifra stilistica del classico dirigente che ammaestra le masse (che non ascolta mai). Roba vista troppe volte. E peggio ancora se poi infila una serie di castronerie che rivelano che non conosce le cose di cui parla. E passi per la solita tirata onirica su “un altro Euro ed un’altra Ue” (non si può proibire a nessuno di sognare), ma che, nel 2015, qualcuno dica che “occorre battersi perché vengano respinte le direttive europee in contrasto con la Costituzione che deve prevalere”, ignorando

a. che ci sono dei trattati che stabiliscono esattamente il contrario

b. che sin dal 1984 si è formata una costante giurisprudenza costituzionale di segno contrario, che si può anche non condividere, ma che per ora fa testo. E magari, dopo 30 anni, ci si può anche informare.

Ma quello che mi ha peggio impressionato sono stati i silenzi: non ho sentito né la parola “Etruria” né quella “fisco”. C’è stato, si, un rapidissimo passaggio sulla questione delle banche ma quanto di più generico e superficiale si possa immaginare. Sinistra Italiana ha decentemente votato la mozione di sfiducia contro la Boschi presentata dal M5s, ma non mi pare di aver sentito alcuna particolare enfasi nella denuncia delle malefatte di quella banca e dei suoi protettori politici. C’è da chiedersi quale sarebbe stato il comportamento se, al posto della Boschi, ci fosse stato Berlusconi o la Carfagna o la Gelmini.

Ma il punto più dolente è quello del fisco, semplicemente ignorato da D’Attorre che si è profuso in (genericissime) indicazioni sulla battaglia per l’occupazione. Giustissimo, ma, ci fosse stato tempo per il dibattito (reso invece impossibile dal fatto che l’augusto dirigente ha terminato la sua alluvionale esternazione alle otto meno un quarto) gli avrei chiesto “Ma come si fa a produrre più occupazione con questa pressione fiscale?”. Senza una ripresa dei consumi non può esserci alcuna ripresa occupazionale e, se la tasche della gente sono prosciugate dal fisco, come pensate che i consumi possano risalire? Quanto alle aziende, strette nella morsa dei tassi da usura praticati dalle banche e pressione del fisco, è così strano che chiudano a raffica, mettendo centinaia di migliaia di persone in mezzo ad una strada?

Ma la sinistra è convinta che la lotta contro l’eccessivo prelievo fiscale sia una parolaccia, una cosa da lasciare alla destra e se Renzi accenna a qualche demagogica promessa di tagli alle tasse, lo si attacca non perché le sue sono promesse da marinaio, ma perché bisogna battersi per mantenere le tasse sulla casa in nome della lotta ai “ricchi”. Ed, ovviamente, senza che ci sia alcuna azione per colpire le rendite finanziarie.

Penoso, francamente penoso e le premesse per l’ennesima sconfitta di questa sinistra da salotto e da terrazza romana sono già tutte presenti. E’ solo l’ennesima replica di un film visto troppe volte. Auguri!




GIANO, PODEMOS E MANOLO MONEREO di Santiago Alba Rico*

[ 1 gennaio ]

Nella foto: l’abbraccio tra Manolo Monereo e Pablo Iglesias. Madrid 13 dicembre 2015.

«Gennaio è il mese di Giano, il dio romano che guardava sia avanti che indietro, la doppia porta che collegava il passato e il futuro. Se consideriamo le elezioni del 20 dicembre una soglia gianica e guardiamo indietro, è difficile esagerare i mutamenti subiti dalla Spagna da due anni a questa parte, da quando a Madrid venne alla luce l’iniziativa che oggi chiamiamo Podemos. La strada intensa, imprevedibile e talvolta tortuosa che ha portato a questi 69 deputati hanno già consegnato al nostro Paese almeno tre cambiamenti decisivi.

Il primo ha a che fare con la messa in discussione di tutti gli accordi di ferro della cosiddetta “transizione” e, di conseguenza, delle pratiche politiche associate al bipartitismo dominante negli ultimi decenni.

Monereo: “Dalla criai alla rivoluzione democratica”



[“Siamo entrati in uno “Stato d’eccezione” che decide il futuro della Spagna. Se non sapremo cambiare periremo”. L’intervento, lucido, appassionato, chiaroveggente, di Manolo Monereo, al decimo con congresso nazionale di Izquierda Unida del dicembre 2012. Invece della svolta perorata da Monereo, l’apparato dirigente di Iu decise di attestarsi sulla linea della continuità burocratica. Il risultato si è visto alle elezioni del 20 dicembre.
]

L’ultima modifica ha a che fare con il Giano che guarda al futuro; cioè con quei 69 parlamentari che in realtà pongono fine alla confortevole alternanza tra i due partiti dominanti e, di conseguenza, a 35 anni di “partito unico articolato”, di governo. Non si tratta solo di ricordare che mai forze di sinistra hanno ottenuto in Spagna una forza parlamentare tanto potente e ampia, ma di segnalare che questa presenza comporta l’impossibilità di continuare a governare come prima. E’ vero: avremo, come sostiene Julio Anguita, un patto tra le parti che formano l’unico partito al fine di garantire la “stabilità” minimale e mettere in atto le nuove misure di austerità chieste dall’Europa; ciò implica, naturalmente, continuare a lavorare per ampliare il consenso popolare. Ma questo stesso patto, quale che sarà la risposta della piazza, fornirà al nuovo blocco parlamentare un’autorità e una visibilità senza precedenti. In Parlamento si farà finalmente politica, e la vanno a fare persone prive di soggezione ideologica o economica; e, nel caso di una legislazione breve, e davanti al più che probabile crollo del PSOE, Podemos ed i suoi partner potranno affrontare con grandi speranze un secondo assalto.

Per questo sarà necessario insistere sul principio inverso della porta girevole: la porta girevole tra la piazza e il Parlamento. Penso che i nostri 69 deputati, per la loro origine, la loro giovinezza e le loro convinzioni, saranno all’altezza della sfida.

Dovremo quindi continuare a lavorare, per ampliare e rafforzare il campo popolare. Di tutte le immagini della scorsa campagna elettorale una, nel raduno alla Caja Mágica de Madrid, è particolarmente emozionale ed eloquente: l’abbraccio tra Pablo Iglesias Manolo Monereo, che il leader podemita ha qualificato come suo “padre politico”. È più di una immagine e più di un abbraccio: è un emblema. Come interpretarlo?

Si tratta, senza dubbio, di un omaggio meritato ad un intellettuale comunista le cui analisi lucide, sia teoriche che fattuali, hanno fertilizzato la sinistra spagnola nell’arco degli ultimi trent’anni. Una premessa: tra i meriti di Podemos c’è stato quello di portare alla luce e riunire migliaia di giovani talenti, una generazione che segnerà sicuramente la storia della Spagna che, senza questa organizzazione si sarebbe dispersa nell’aria o ponendosi al servizio, a malincuore e senza alternative, di multinazionali e grandi aziende private. Ma questa generazione, che ha avuto buoni insegnanti, non ha avuto maestri. Quelli che avrebbero dovuto esserlo sono stati talmente ai margini, da essere stati impercettibili, esercitando un insegnamento clandestino, quando non hanno abdicato ad ogni insegnamento. Che Pablo Iglesias riconosca pubblicamente davanti a 10.000 uno di questi maestri costituisce un significativo gesto di gratitudine, di amore verso la conoscenza e impegno militante e di ripristino di una tradizione interrotta. A sinistra questo abbraccio dovrebbe rassicurarci e rallegrarci.

Ma questo abbraccio è anche una lezione. Chiunque abbia letto gli articoli Manolo Monereo pubblicato in questo stesso sito da due anni conosce la sua scommessa coerente e coraggiosa. Membro e dirigente per anni e fino a pochi mesi fa di Izquierda Unida, ha sempre cercato di costruire un “partito organico”, una forza “nazional-popolare” o “blocco plebeo-democratico” in grado di affrontare il capitalismo europeo, trasformare il quadro produttivo e prefigurare un repubblicanesimo democratico, ecologico e femminista. Possiamo non essere d’accordo con alcune delle sue posizioni (sono discutibili per noi alcuni suoi assunti sulla geopolitica internazionale), ma non si può negare che Monereo ha giustificato con rigore lucido, ed a volte con coraggio doloroso, ogni passo compiuto per arrivare il 13 dicembre scorso all’abbraccio con il suo amico e allievo Pablo Iglesias nella Caja Magica di Madrid.

Monereo sosteneva Izquierda Unida e sostiene ora Podemos per le stesse ragioni. E continua sostenendo —con tutta la forza dei suoi argomenti e tutto il battito del suo grande cuore rosso militante— l’unità e la “confluenza”, e questo malgrado l’incomprensione e talvolta le calunnie e l’aggressività dei suoi ex-colleghi di partito Monereo resta quel che era 50 anni fa: un leninista Gramsciano allergico, come la realtà stessa, alle linee rette ed al patriottismo delle sigle.

Nell’abbraccio della Caja Magica Monereo ha abbracciato il futuro del suo passato.Pablo Iglesias ha abbracciato il passato del suo futuro ed anche la Izquierda Unida che deve farne parte. Ai miei occhi questo abbraccio spontaneo, ragionato e toccante, è lo specchio della confluenza cui si dovrebbe guardare, se non dell’ “apparato”, di dei dirigenti e molti membri e sostenitori di Izquierda Unida, ingiustamente ferita a morte, è vero, ma del tutto inutile, se non controproducente, per servire il progetto per il quale è nata».


* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura della redazione



«ODIO IL CAPODANNO» di Antonio Gramsci

[ 1 gennaio 2016 ]

Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito.
Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno.
Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova,pur riallacciandosi a quelle trascorse» 

Antonio Gramsci
1 Gennaio 1916. Rubrica “Sotto la Mole”. Edizione torinese dell’Avanti!