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SUL DISCORSO PATRIOTTICO DI BEPPE GRILLO di Moreno Pasquinelli

[ 2 gennaio ]

Come chi ci segue sa bene, sono un critico severo del modo di pensare complottista, dell’ermeneutica dietrologica. Tra le diverse ragioni la prima è questa: che il chiodo fisso di scovare ciò che c’è dietro impedisce di vedere quel che c’è davanti, anche quando salta agli occhi, nella sua autoevidenza.

A volte non è infatti necessario scovare la verità alla spalle dell’apparenza. Non ce n’è bisogno allorché il tutto è nell’apparenza, quando l’essenza è la sua stessa esteriorità.
E’ il caso del discorso svolto l’altra sera, 31 dicembre, da Beppe Grillo. 

In 15 minuti, ne ha dette talmente tante (e su altrettante ha taciuto) che ce n’è abbastanza per capire, ammesso che si voglia davvero capire, con COSA abbiamo a che fare, e dove la COSA pensi di andare a parare. Una cosa infatti noi abbiamo capito dal messaggio di Beppe Grillo, che questa COSA che è il Movimento 5 Stelle, essa per prima non sa dove voglia andare a parare, quale sia il suo telos.

E non lo sa perché questo fine ultimo semplicemente non c’è. E di un soggetto che non abbia uno scopo, non si può dire quale sia la sua essenza.

Un’esegesi puntuale del discorso di Beppe Grillo confermerebbe la prima impressione, che siamo alle prese con un patchwork di idee, di propositi, prima ancora che di posizioni politiche. “Grillo è un visionario” si dice, ed è vero, ma un visionario senza una sua propria visione del mondo, di una weltanschauung
Non si ricava ad esempio, dal suo racconto, se egli condivida davvero la narrazione postoperaista alla Toni Negri (o alla Jeremy Rifkin) sul futuro —l’apologia della cosiddetta “rivoluzione tecnoscientifica” che libererebbe l’umanità dalle catene del lavoro—, oppure se creda al verificarsi del suo opposto, che questa “rivoluzione”, senza rovesciare il capitalistico modo di produzione, si risolverà in una vera e propria weberiana “gabbia d’acciaio”. In una schiavizzazione raddoppiata, quello che Grillo ha definito “scenario apocalittico”.


Perché Grillo si tiene pericolosamente in equilibrio sulla corda sospesa tra il paradiso e l’inferno? Egli sa che che non si sale al Regno dei cieli senza una rivoluzione totale, senza distruggere lo stato di cose presente, quello stato che senza una catarsi è solo aperto sull’abisso? 
C’è chi sostiene che ciò Grillo lo sappia, ma non può, non vuole dirlo, perché conosce altrettanto bene quale sia il segreto che spiega il consenso di cui gode la COSA, dal suo tenere esotericamente nascosto ciò che davvero è necessario. Di qui questo tenersi in bilico tra i mondi. Una situazione che certo non potrà durare a lungo. La crisi sistemica è infatti come il titano Kronos, che divora i suoi figli. O, per dirla diversamente, se Grillo è il profeta di questo popolo italiano che cerca una via di salvezza, egli è come il Giovanni Battista, il cui sacrificio è necessario affinché giunga il vero Messia.


O forse no, forse non si tratta di imbarazzo nel dire ciò che si pensa sia necessario, forse il profeta non porta seco alcuna profezia, forse è solo l’incapacità dell’indovino a leggere le sue stesse carte, per cui semplicemente non sa cosa sia necessario, quindi doveroso fare. Si spiega così la sconcertante e spiazzante affermazione:

«Ci sono varie cose che indicano la realtà, dipende dal punto di vista. La realtà è qualcosa di strano, politicamente ed economicamente: non si riesce a capire».

Che abbiamo allora? Che la COSA non può indicare una direzione alla realtà (ciò che presupporrebbe la capacità di trascenderla) poiché essa stessa è questa realtà, di qui il suo mero seguire il flusso, la corrente. Non si pone, la COSA, alla testa del popolo, ma alla sua coda. Qui si spiega il mantra molto sessantottino della “democrazia diretta”, un alibi, prima ancora che un modello di decisione politica, per giustificare l’indecisione, per i più severi, l’ambiguità.

Davvero importante è il finale a sorpresa con Grillo ha concluso il suo discorso di fine anno: con un inusuale messaggio patriottico. Questa chiusa è il vero e proprio sigillo di quella che Grillo medesimo ha autodefinito “filippica di fine anno”. 

Grillo mostra, semmai ce ne fosse stato bisogno, di saper captare (ciò che va a suo indiscusso merito) ciò che ribolle sotto la superficie, cogliendo il sentimento di riscatto nazionale che serpeggia tra le fila del martoriato popolo italiano. Alla stampa di regime non è sfuggito che egli ha fatto dell’appello patriottico il vero e proprio fulcro del suo messaggio politico. Bene, diciamo noi, perché così facendo Grillo ha tracciato una decisiva linea di separazione col nemico, con le élite culturali dominanti che fanno del cosmopolitismo eurista e anti-italiano la loro ragion d’essere.


Certo, la mossa di Grillo si spiega anche con l’esigenza di contenere e contrastare il salvinismo, che effettivamente va mordendo le chiappe a M5S. Ma il Nostro avrebbe dovuto dire allora cose chiare contro l’euro e l’Unione europea —che è il vero punto forte di Salvini, mentre il suo patriottismo non sarà credibile fino a quando capeggia quella storpia creatura che si chiama Lega Nord-Padania—, sulla necessità per il Paese della fuoriuscita. Non lo ha fatto Grillo, ciò che rende alquanto astratto e aleatorio il suo afflato italianista.

La maniera con cui Grillo ha descritto il proprio patriottismo, malgrado non abbia ceduto alla trappola nazionalistica, è alquanto incerta, contraddittoria, improbabile. Più ancora che le sue parole, esemplare è stata la gestualità: questo suo sventolare il tricolore in modo palesemente nervoso, quasi isterico. Anche qui si vede che la sostanza è nel suo stesso apparire. Non deve stupire, se si pensa che M5S è anche figlio dell’infatuazione per le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione —infatuazione che sarebbe tuttavia sbagliato, come fanno alcuni, leggere come adesione ai paradigmi neoliberisti.

Quanto sia improvvisata e debole la scoperta dell’amor patrio sta già in questa singolare affermazione:

«Ma il messaggio con cui voglio lasciarvi è l’orgoglio di quello che siamo. Siamo italiani. Io lo voglio gridare per la prima volta, anche se non sono un patriota nel senso letterale. Per me la Patria è la lingua, parlo italiano quindi sono italiano. Ma questo italiano dev’essere in tutto il mondo. Siamo i migliori cari signori, e lo dimostreremo, e noi siamo la sintesi, come Movimento 5 Stelle, dei migliori in Italia. Arrivederci».

No Beppe, la lingua è solo uno dei fattori che fanno di un popolo una nazione o, con le parole di Gramsci popolo-nazione. E poi, questo sbandierare che noi italiano saremmo i “migliori”, riporta alla mente proprio quello che scriveva Gramsci nelle carceri fasciste:

«In Italia, accanto al cosmopolitismo e apatriottismo più superficiale è sempre esistito uno sciovinismo frenetico, che si collegava alle glorie romane e delle repubbliche marinaresche e alle fioriture individuali di artisti, letterati, scienziati di fama mondiale». 

Di qui «l’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale», dell’ingegno italiano, il conseguente “nazionalismo culturale” —le cui radici affondano nei miti dell’Umanesimo e del Rinascimento— che rappresentò il tratto più caratteristico della casta degli intellettuali durante il Risorgimento e dopo. Quando Grillo afferma che siamo i “migliori” si dimostra erede di questa concezione folclorica della nazione tipica delle élite intellettuali italiane.

Non c’è bisogno, come sosteneva Mazzini, di alcuna vanagloria nazionalistica, di considerarsi “migliori”, per sentirsi patrioti:

«La patria è una comunione di liberi e d’eguali affratellati in concordia di lavori verso un unico fine (…) La patria non è un aggregato, è un’associazione. Non v’è patria dove l’uniformità di quel diritto è violata dall’esistenza di caste, di privilegi, d’ineguaglianze».

La patria è quindi non solo un territorio (demos), è una comunità politica, una repubblica, ove alla democrazia politica e alla libertà corrisponde l’eguaglianza sociale. La nazione merita l’amore dei cittadini se e solo se il popolo è effettivamente sovrano, se è uno strumento per il bene comune e il progresso dell’umanità.

In questo senso questa Italia qui —questo Paese subalterno, ingiusto e decadente, governato da servi che hanno causato il suo declino che ne han fatto terra di razzia per potenze straniere, sottomesso al giogo di una classe dominante dissolutrice dello stato nazionale e che per patria ha solo il mercato mondiale e per suo Dio solo il denaro che intasca— non è la nostra patria, non merita quindi la nostra obbedienza. 

La patria che sentiamo nostra è quella che si immaginò dopo la sconfitta del nazi-fascismo, e che venne abbozzata nella Costituzione. Quella patria fu ben presto tradita e poi colpita a morte con l’avvento della “seconda repubblica”. La patria di cui parliamo e per cui dobbiamo combattere non l’abbiamo alla spalle bensì davanti a noi. Siamo patrioti perché riconosciamo le nefandezze compiute in passato in suo nome, e ne sentiamo vergogna. Siamo patrioti perché siamo partigiani, ovvero raccogliamo della storia patria, i suoi momenti più belli, questi sì “migliori”, che non sono tanto e solo nell’ingegno di pochi, ma anzitutto negli slanci rivoluzionari del popolo, nelle sue battaglie emancipatrici di portata, questi sì, universale.

Nessuna concessione quindi ad un patriottismo vacuo, impolitico, o peggio nazionalistico. Il patriottismo che rivendichiamo è politico, repubblicano, costituzionale.