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M5S- ALDE: L’ACCORDO DELLA VERGOGNA

[ 9 gennaio ]

Come siano andate davvero le cose, perché sia saltato l’ingresso degli europarlamentari M5S in ALDE, prima o poi lo si verrà a sapere. Chi tira i fili dei Cinque Stelle ed ha voluto l’accordo, coprendosi di ridicolo, ora grida al “complotto”. Quando il primo complotto è quello che essi hanno ordito compiendo un passo brutale senza consultare nemmeno gli europarlamentari pentastellati. Resta che chi comanda davvero nel M5S, dopo aver sottoscritto un accordo che farebbe invidia a Mario Monti, ha fatto una figura di merda. Parlare di dilettanti allo sbaraglio è troppo poco. Qui sorge il sospetto che chi comanda davvero da dietro le quinte in M5S, abbia deciso di uccidere il Movimento, ovvero dare una coltellata alle spalle ai tanti cittadini che per M5S han votato sperando che fosse l’alternativa. Torneremo presto sulla questione…

Ecco il testo dell’accordo infame:
“Alde e M5s condividono i valori essenziali di libertà, eguaglianza e trasparenza. Entrambi vedono nell’individuo la struttura centrale della società, mentre promuovono un’economia aperta, la solidarietà e la coesione sociale come condizioni essenziali affinché chiunque possa esprimere appieno le proprie potenzialità. Entrambi vogliono rafforzare l’influenza del cittadino sulle decisioni che ne determinano la vita, anche attraverso il meccanismo della democrazia diretta e spingendo tutti alla partecipazione ed all’impegno politico. Ancor più importante è l’essere entrambi forze riformiste che intendono cambiare radicalmente il modo in cui l’Unione Europea oggi si trova ad operare. Ci battiamo per un cambiamento generale e basilare, perché oggi l’Unione Europea è incapace di garantire i risultati che da essa si attendono i suoi cittadini in termini di prosperità e protezione. Ciò alimenta la sfiducia e la disillusione invece di costruire la fiducia e l’impegno. Troppi nostri concittadini considerano l’Unione Europea parte del problema e come indirettamente responsabile della globalizzazione, percepita a sua volta come beneficio per soli pochi. In realtà dovrebbe essere l’opposto. Crediamo che solo l’Unione Europea abbia un peso sufficiente per utilizzare al meglio la globalizzazione come forza positiva che garantisca l’equa distribuzione dei benefici. L’Unione Europea deve porsi come contrappeso democratico alle forze dell’economia globalizzata. Quindi chiediamo che siano varate riforme in queste aree fondamentali”.
L’originale dell’accordo infame
1. Rinnovamento della democrazia europea
Alde e M5S vogliono che si realizzi un’Unione più democratica e trasparente. Entrambi desiderano una Commissione Europea più piccola e efficiente, un Consiglio Europeo riformato ed un Parlamento Europeo più forte e posto sullo stesso livello del Consiglio. Entrambi ritengono che parte degli europarlamentari debbano essere eletti su base transnazionale, in quello che sarebbe un importante passo in direzione di una reale democrazia europea. Vogliamo anche la fine della inefficiente “grande coalizione” che troppo a lungo ha monopolizzato il potere e paralizzato l’Europa. La strada da seguire è quella dell’aumento del coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi democratici e nell’aumento della trasparenza, rendendo pubblici per legge tutti i documenti e usando un linguaggio chiaro per comunicare in ogni tipo di legislazione così come nelle intese internazionali e negli accordi commerciali. C’è il bisogno di rendere le istituzioni più trasparenti e responsabili, e di dare ai cittadini una maggiore influenza diretta sulle linee politiche e sulla scelta della leadership politica, tanto nella cabina elettorale quanto per quanto riguarda gli altri mezzi di compartecipazione alla politica.
2. Riforma dell’Eurozona
Nel corso dell’ultimo decennio la nostra divisa unica ha dimostrato di essere stabile e duttile di fronte a shock di natura esterna, ma non allo scopo di rafforzare la nostra economia e di raggiungere la convergenza tra le economie nazionali. L’euro non ha mantenuto le promesse, ed è il momento di ovviare ad alcuni dei suoi innegabili difetti. C’è bisogno di costruire attorno alla divisa unica un sistema che possa assorbire gli shock economici interni all’eurozona, e questo richiede una nuova governance che deve essere incastonata in strutture trasparenti e democratiche. C’è anche bisogno di una revisione riguardo il modo in cui i bilanci nazionali sono monitorati, e di introdurre un nuovo codice di convergenza che sia incentrato su riforme significative e assicuri la centralità del sostegno finanziario ai servizi pubblici, invece di intervenire parzialmente sulle cifre dei bilanci.
3. Diritti e libertà
L’Unione Europea è prima di ogni altra cosa e soprattutto una comunità di valori. C’è bisogno di farne un avvocato globale delle libertà civili, dei diritti fondamentali e dello stato di diritto. L’Unione Europea ha il dovere di essere garante che i principi e i valori basilari contemplati nei Trattati Europei siano rispettati ovunque sul proprio territorio. Fiducia reciproca e valori condivisi sono la chiave delle politiche europee nei campi della cooperazione giudiziaria, delle politiche di asilo e di accoglienza dei profughi, dell’agenda digitale, dell’energia e della gestione comune dei confini esterni.
4. Opportunità senza confini
Ugualmente l’Europa dovra’ essere in grado di assicurare le nostre libertà con una maggiore protezione del mercato comune. Questo richiede un’ampia strategia che spazi dall’affrontare il dumping ai danni del mercato europeo all’eliminazione degli ostacoli al libero movimento dei privati cittadini. Il mercato unico deve essere il motore portante della promozione dei talenti, dell’innovazione, delle start-up, delle piccole e medie imprese cosi’ come delle multinazionali. Al tempo stesso un mercato unico senza confini interni richiede chiaramente che le questioni della solidarietà e della coesione sociale debbano esere affrontate come prioritarie”.



GRILLO, MA CHE CAZZO FAI? di Piemme

[ 9 gennaio ]

Stendiamo per adesso un pietoso velo sulla modalità scelta per decidere il passaggio del gruppo parlamentare M5S alle file di ALDE (Alliance of Liberal and Democrats for Europe). 

Chiamare gli iscritti al Movimento dal giorno alla notte  a votare Sì o No, senza prima animare un serio dibattito pubblico, senza dare il tempo ad ognuno di informarsi, evitando l’ascolto degli argomenti contro e solo quelli pro (francamente risibili), sta alla “democrazia diretta”, come il sultanato dell’Oman sta allo Stato di diritto, come il diavolo sta all’acqua santa.

Ma andiamo alla sostanza, di cui la forma è tuttavia espressione.

In quel consesso fantoccio che è il Parlamento europeo, che com’è noto non ha un’effettiva potestà legislativa, ma è sotto-ordinato agli organismi oligarchici come Commissione ed Eurgruppo, ALDE, in quanto a posizioni politiche e concezioni occupa, dentro lo schieramento eurocratico e neoliberista, la posizione più oltranzista.

Usando la tradizionale tassonomia politica, e tenendo conto del concreto contesto storico in cui ci troviamo non c’è dubbio che ALDE sta più a destra della Merkel.

Guy Verhofstadt


A capo di ALDE sta l’ex-primo ministro belga Guy Verhofstadt, considerato un vero e proprio ultrà unionista. Il suo libro “Europe’s last chance” è un vero e proprio inno di guerra contro gli stati nazionali e le sovranità popolari. Leggere, per credere, quanto Verhofstadt ha scritto nell’abstract in cui ricapitola ciò che pensa. Il titolo è tutto un programma: “Perché gli stati europei devono formare un’unione perfetta“. Il succo è in questa frase:

«Occorre riformare l’Unione europea seguendo l’esempio del governo federale americano: Stati Uniti d’Europa forti abbastanza così da affiancare gli USA per un mondo migliore e sicuro»

Non è un caso che ALDE, più ancora che il gruppo europeo che con più determinazione ha sostenuto gli accordi (per adesso falliti) del TTIP.
Tanto per fare un altro ma istruttivo esempio: quando gli eurocrati hanno scelto Guy Verhofstadt come capo negoziatore con le autorità britanniche per gestire la Brexit, Nigel Farage disse che si trattava di una “dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna“, proprio in quanto Verhofstadt è stato il più estremista nel condannare Brexit  e nel minacciare fuoco e fiamme in caso di uscita.


C’è chi tenta di interpretare questa mossa a sorpresa del vero gruppo dirigente di M5S come una mera mossa tattica. Ah sì? Altri, sempre con lettura minimalistica, come un tentativo per distrarre l’attenzione dal casino romano. 

Sarà, ma queste spiegazioni non ci convincono. Il passaggio dal campo dei più radicali “euro-scettici” a quello degli “euro-oltranzisti” ci dice qualcosa di molto più inquietante. E’ un segnale che viene inviato ai poteri forti che essi non dovrebbero preoccuparsi dell’eventualità che M5S salga al potere. 

E’ triste trovare sensato quanto scrive Jacopo Jacoboni su LA STAMPA di oggi:

«Chi ha deciso, comunque, tempistica e contenuto della svolta sull’Alde? Le impronte di Davide Casaleggio, attraverso il suo fedelissimo David Borrelli, sono ovunque. Di Maio era di certo uno dei pochi a sapere. Come probabilmente il primo capogruppo M5S in Europa, Ignazio Corrao. Borrelli ha sondato le varie opzioni di alleanza; certo è uno non amato dagli ortodossi, perché considerato troppo poco anti-europeista (in tv da Mentana disse «io ho 45 anni, sono nato e cresciuto con il sogno europeo. Il mio primo viaggio è stato un interrail in giro per l’Europa. Credo fortemente in quello che era l’Europa all’epoca»). L’obiettivo di questa mossa di Casaleggio jr è rassicurare le cancellerie europee – a Milano hanno alfin notato che, per gli osservatori stranieri, il M5S sta finendo in un ghetto, quello dei partiti xenofobi, anti-euro e filorussi. «Vogliono giocarsi il tutto per tutto alle prossime politiche, che per loro sono un “o la va o la spacca”».

Potremmo ricordare anche il discorso che Casaleggio (Gianroberto) fece al Forum Ambrosetti nel settembre del 2014, che declinava sul versante globalista quello che invece svolse nel 2013, che una fascinazione antisistemica ancora l’aveva.

Non è solo questione di euro si euro no. Di slittamento in slittamento (ed esempi ne potremmo fare numerosi) chi tira i fili del Movimento 5 Stelle sta tentando di intervenire sul Dna, in vista di una vera e propria mutazione genetica.



2017: L’ANNO DEL POPULISMO DEMOCRATICO IN ITALIA di Samuele Mazzolini

[ 9 gennaio ]

Manifesto per un populismo democratico. Elaborazione del gruppo Senso Comune. Il 7 gennaio, a Vicenza, c’è stato un incontro [vedi foto] in cui questi compagni hanno presentato il Manifesto. Il dibattito è stato denso e istruttivo. Molte le affinità che abbiamo sentito e che ci consentono di sperare in una fruttuosa colaborazione.


Del 2016 ricorderemo una serie di eventi che potrebbero aver sancito la fine del mondo politico così come lo conosciamo. La Brexit el’affermazione di Donald Trump sono l’apripista su scala globale di una tendenza che aveva visto nella vittoria di Tsipras e nel parziale successo di Podemos e del M5S i loro antesignani. Il 2017 promette di non essere diverso.
È il momento populista. Forze e volti politici che escono dal “business as usual” ottengono risultati inaspettati. La loro apparizione riconfigura le geometrie politiche nazionali, mettendo in crisi fedeltà ideologiche apparentemente sedimentate. Si tratta di progetti che fanno dell’antagonismo politico la loro principale caratteristica. ‘Noi’ contro ‘loro’: discorsi polarizzanti che mettono sul banco degli imputati una minoranza sociale che frustra le aspirazioni di una maggioranza. Non è un fuoco di paglia: la possibilità che questa finestra si protragga è data soprattutto dalla durezza della crisi che investe il mondo occidentale. Questa materialità rende improbabile che gli attori politici ‘seri’ e ‘responsabili’ riescano nel breve periodo a riassorbire il malcontento.
In Italia, questa situazione assume dei connotati specifici. Sono in particolare le giovani generazioni a rifiutare di identificarsi con le forze politiche a cui invece continuano ad affidare le proprie sorti nonni e genitori. I conti non tornano più: ragazze e ragazzi cresciuti con l’aspettativa di una vita da classe media vedono lentamente scivolar via quella prospettiva, dovendo ricorrere ai risparmi familiari o all’emigrazione per rimediare alle penose ristrettezze dei voucher o di stage malpagati. Questo conflitto generazionale – che tuttavia non è l’unica chiave di lettura possibile della situazione attuale – ha trovato il suo riscontro nell’esito referendario, in cui il vecchio travestito da nuovo è uscito pesantemente punito dai millenials, insieme al suo perverso disegno di fare dei giovani italiani i camerieri d’Europa e di relegare il nostro paese a uno Stato periferico.
Tuttavia, l’affermazione di progetti populisti che si oppongono allo status quo non è di per sé sufficiente ad assicurare un miglioramento delle condizioni di vita dei settori più vulnerabili. Un esempio viene proprio da Trump: oltre all’indecente repertorio razzista e sessista messo in scena durante la campagna, la sua promessa di mettere il guinzaglio a Wall Street è stata presto smentita dalla nomina dell’investitore targato Goldman Sachs Steven Mnuchin a capo del Tesoro statunitense. Così come resta da capire cosa di buono possa venire da un Segretario di Stato come Rex Tillerson, amministratore delegato di ExxonMobil. La percezione crescente che qualcosa non vada più, rischia perciò di essere veicolata da progetti regressivi. Il fatto è che non c’è uno sbocco populista unico: l’orientamento dipenderà dalle relazioni di forzache si stabiliscono nei diversi contesti e dalle posizioni specifiche di ciascun attore populista.
In tal senso il populismo non è una dottrina politica, bensì una strategia e, al contempo, il campo all’interno del quale si giocano attualmente le chance del cambiamento. In Italia questo campo è presidiato dal M5S. Al soggetto creato da Grillo e Casaleggio vanno concessi dei meriti indubbi: è stato il miglior interprete di quell’umore anti-casta che da qualche decennio rappresenta una sorta di orizzonte salvifico, politicizzando in parallelo una serie di questioni da tempo interdette dalla discussione. Tuttavia, i recenti fatti di Roma riguardanti la giunta Raggi lanciano una seria ombra sulle possibilità del Movimento. L’incerto esordio della sindaca di Roma è infatti rivelatore di una serie di fenomeni che rischiano di replicarsi su una scala più vasta.
In primis, una classe dirigente selezionata come in un concorso di bellezza, catapultata in posti di potere, salvo poi essere commissariataall’ultimo minuto dal grande capo. Per sfidare oligarchie attrezzatissime sotto ogni punto di vista, serve un soggetto che coltivi ossessivamentela formazione e la serietà dei propri affiliati. Così come sono imprescindibili una diagnosi e una prognosi all’altezza della situazione. Sedestra e sinistra hanno certamente smesso di essere metafore utili per orientarsi ai giorni nostri, l’analisi sociologica, il discernimento dei conflitti redistributivi, la comprensione delle dinamiche internazionali sono fondamentali, insieme a programmi di politica fiscale, macroeconomica e internazionale che vadano oltre la boutade. Un programma fatto di ‘buone pratiche’ come quello del M5S non coglie lapoliticità di ogni problema, finendo banalmente per indirizzare la propria avversione esclusivamente alle caste politiche, che sono appena lapunta dell’iceberg di un’oligarchia (nazionale ed estera) che ha invece nel denaro il proprio fulcro.
C’è bisogno di sfruttare al meglio la finestra populista. Per questo, a novembre io ed alcuni colleghi abbiamo dato vita al percorso di ‘Senso comune’ lanciando il manifesto per un populismo democratico. L’intuizione di fondo è che la cornice ‘noi’ contro ‘loro’ sia un potente strumento, ma che questa debba essere riempita da coordinate più sostanziose rispetto a un vago ‘onestismo’. Partendo dagli elementi di senso comune più diffusi, il populismo deve fornire risposte esaurienti a disuguaglianza, sfruttamento e deficit democratico ai quali le oligarchie hanno costretto la popolazione italiana ed europea.

* Fonte: Senso Comune