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COMITATO PER IL NO: NON SI VA DA NESSUNA PARTE

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[ 24 gennaio ]

Un resoconto di un esponente di Programma 101 sui lavori dell’assemblea nazionale dei comitati per il NO al referendum costituzionale svoltasi a Roma il 21 gennaio.

Domani pubblicheremo il resoconto sull’assemblea svoltasi sempre a Roma, il 22 gennaio della parte dei comitati per il NO promossa dalla rete che si raccoglie attorno a Paolo Maddalena.
«Decideremo solo quando la nuova legge elettorale sarà stata approvata». E’ questo il succo dell’assemblea nazionale che si è tenuta a Roma sabato scorso sulle prospettive dei Comitati per il NO. Apparentemente solo un rinvio, in realtà una porta sbattuta in faccia a quanti – e non sono pochi – vorrebbero dare un degno sbocco al grande impegno profuso nella campagna referendaria, raccogliendo così la spinta ed il significato più profondo del grande successo del NO.

La presidenza, composta da Alessandro Pace, Alfiero Grandi, Massimo Villone, Domenico Gallo, ha così manovrato l’assemblea verso una fine annunciata. Probabilmente, fosse stato per costoro, questo incontro nazionale non si sarebbe neppure tenuto. Ma dopo il grande risultato del 4 dicembre questo non era possibile. Da qui la scelta di convocarsi ma solo per fare finta di andare avanti.


Certo, nella sua piatta relazione, Gallo ha detto che «la guerra non è finita», ma solo per aggiungere subito dopo che i comitati non possono assumere un ruolo più ampio di quello assegnatosi. E’ chiaro come da una simile impostazione non poteva che scaturire un programma di lavoro minimalista da un lato, del tutto inefficace dall’altro.

Forte è stata la contraddizione tra un pilotaggio dell’assemblea deciso evidentemente a monte e le esigenze che si avvertivano in una parte consistente della platea. Una contraddizione che ha portato ad una conduzione dell’incontro assolutamente antidemocratica. Mentre alcuni interventi sono stati deliberatamente tagliati da Alfiero Grandi per ragioni squisitamente politiche (viva la democrazia!), non solo si è assistito ad una inutile passerella di giuristi (ai quali si è consentito di andare ben oltre i 5 minuti previsti), ma anche a quella di tanti esponenti di una sinistra sinistrata che erano lì solo per coltivare il loro orticello.

E’ evidente che così non si andrà da nessuna parte, ma evidentemente era questo lo scopo. Certo, numericamente l’incontro è riuscito. La presenza di circa trecento persone non è cosa da poco. Ma i numeri non sono tutto, specie quando non c’è la politica. Ricordiamoci la fine ingloriosa dei social forum e del movimento contro la guerra del 2002-2003. Qualificato come «seconda potenza mondiale» dal New York Times, sparì ben presto dalla scena a causa della totale incapacità di misurarsi con la concretezza della resistenza popolare all’aggressione imperialista all’Iraq.

Potevamo aspettarci qualcosa di diverso da coloro che fino all’ultimo pensavano di vincere il referendum dicendo che Renzi doveva restare al suo posto? Francamente no. Ed è significativo che anche su questa cantonata politica non si sia voluta spendere neppure una parola.

L’assemblea del 21 gennaio


Ma qual è dunque il programma di lavoro dei prossimi mesi? Esso si limita all’impegno sui referendum della Cgil (facendo finta che davvero si svolgano) ed a quello sulla legge elettorale con il lancio di una petizione popolare da definirsi dopo la sentenza della Consulta. A questo si è aggiunto (ed è l’unico aspetto positivo) un generico impegno per l’eliminazione del pareggio di bilancio in Costituzione.

Che dire? Che i referendum della Cgil siano con ogni probabilità destinati ad essere aggirati con apposita leggina è stato bellamente ignorato dalla presidenza, mentre la stessa questione dell’articolo 81 è stata assunta senza mai parlare dell’Unione Europea (che ce l’abbiano imposto da Marte?).

Sul tema della legge elettorale bisogna invece spendere qualche parola in più. Il 12 gennaio scorso il Comitato nazionale per il NO ha sfornato una posizione favorevole ad un sistema “sostanzialmente proporzionale”, dopo un incredibile pastrocchio argomentativo sul Mattarelum che diceva che oggi questo modello non va più bene, ma lasciando intendere un giudizio positivo riguardo al passato. Nell’assemblea di sabato il tema Mattarellum è stato fatto cadere, mentre restava il “sostanzialmente proporzionale” che poi l’assemblea ha corretto giusto su proposta di un nostro compagno. Come riporta il Fatto Quotidiano di domenica: 

«”Proporzionale” ottiene la sala a gran voce, facendo correggere nel documento finale quel “sostanzialmente proporzionale” che era un equilibrio tra i big del comitato».

Avete capito ‘sti “big”? Alfiero Grandi lo ha del resto confessato: un Mattarelum modificato gli andrebbe bene…

Che dire in conclusione? E’ ovvio che il «decidere dopo» è anch’essa una decisione solo malamente mascherata. Ma prima di vedere cosa si è deciso di fare, è opportuno capire cosa si è deciso di non fare.

C’era un solo modo per porsi all’altezza della situazione che proprio il successo del NO ha determinato, ed era quello di raccogliere le aspettative suscitate, entrando con decisione nel campo della politica. Non con un partito, ma con un lavoro di rapida costruzione di un blocco costituzionale in grado di porsi la questione del governo del Paese.


Si è deciso di non farlo per tanti motivi: inadeguatezza, mancanza di coraggio, diverse visioni all’interno. Ma si è deciso di non farlo anche per una scelta opportunista di piccolo cabotaggio, quasi che i passaggi che ci aspettano nel prossimo futuro siano di ordinaria amministrazione. Ma lo abbiamo già detto: non potevamo aspettarci nulla di diverso (e nulla in effetti ci aspettavamo) da chi non ha neppure voluto capire la natura profonda – la rivolta contro le élite – della valanga referendaria.

L’assemblea mentre parla Domenico Gallo


Il bello è che negli interventi dei costituzionalisti si è pianto molto per l’assenza dei “corpi intermedi”, cioè per la fine dei partiti che proprio il Mattarellum tanto ha favorito a partire dal 1994. Si è pianto, per dire subito dopo che il tema della soggettività politica non poteva neppure essere discusso.

E qui potremmo anche chiudere il discorso. Ma le cose sono in realtà più subdole. Perché quando si decide di rimandare le scelte al momento in cui avremo una legge elettorale è evidente che qualcosa si ha in testa. E che cosa se non qualche pasticciaccio – quello sì elettoralistico – con pezzi della sinistra sinistrata, e magari con qualche brandello della stessa sinistra Pd?

E’ qui che il cerchio si chiude. Perché mentre si rifiuta l’idea del blocco costituzionale, perché porterebbe giocoforza a misurarsi sul tema della sovranità e dunque dell’Unione Europea, si lasciano le porte aperte ad operazioni di nicchia che nulla hanno da dire alla grande massa del popolo del NO.

Diverso è il discorso dei comitati locali che tanta ricchezza hanno dentro, ma con l’impostazione dell’autonominatosi gruppo dirigente nazionale – che continua imperterrito a restare al suo posto, nonostante i gravi errori commessi – non si va da alcuna parte. E con costoro non perderemo un minuto di più.


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