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UN GOVERNO PD-M5S? di Marco Zanni

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[ 14 febbraio ]

Una tesi, quella dell’amico Marco Zanni, che a prima vista può risultare eccentrica ma…

Nelle ultime settimane si inizia ad annusare una strana convergenza tra tre partiti che ad un’analisi superficiale non hanno niente in comune: Il Movimento 5 Stelle dell’accoppiata Grillo – Casaleggio, il Partito Democratico di Renzi – Orfini e la (decadente) Forza Italia ancora aggrappata all’ottuagenario Berlusconi e al suo fido prode Brunetta. Il tema di convergenza parte dalla visione sull’Unione Europea e si esplicita con tre provvedimenti molto simili tra loro e in grado di creare una convergenza politica abbastanza forte da poter sostenere un governo.

Ma partiamo dall’inizio, in modo da poter capire i potenziali risvolti futuri nello scenario politico italiano in questi mesi travagliati che precederanno il voto (giugno, settembre o 2018???). La sentenza della Consulta sull’Italicum e le motivazioni espresse dai giudici consegneranno al Paese (anche se aspettiamo le future modifiche del Parlamento) una legge elettorale che di fatto si tradurrà con un sistema proporzionale: un premio di maggioranza al 40% irraggiungibile da qualsiasi singolo partito e il fatto che la minoranza PD bloccherà i tentativi di Renzi di garantire premio alla coalizione, ci daranno un parlamento abbastanza eterogeneo dove sarà necessario discutere di alleanze per dare appoggio ad un governo ed evitare l’impasse politico. Visto questo scenario, al di là delle dichiarazioni pubbliche di rito (“nessuna alleanza, puntiamo al 40%” dicono Grillo e Di Maio, “no con Berlusconi” dicono Renzi e il PD, etc.), dietro le quinte le pedine dei partiti si stanno muovendo e si delineano le future strategie.

Renzi è alle prese con il congresso e le beghe interne al partito da gestire: ovviamente punta a elezioni il prima possibile (più sta lontano dal centro della scena politica, più la gente si dimenticherà di lui e lo relegherà all’oblio) e ad assicurare una buona coalizione per governare di nuovo il Paese, stavolta con la legittimazione del voto popolare. Sono aperti i canali con Forza Italia e Berlusconi, per una riedizione del patto del Nazareno che durò fino all’elezione di Mattarella. Salvini ha chiaramente detto che qualsiasi partito che vuol discutere con la Lega deve avere idee chiare su uscita da Euro e questa sarà la base imprescindibile per ogni alleanza o programma comune: allo stato attuale sembra che solo Fratelli d’Italia della Meloni sia sulle sue frequenze, forse parte di Forza Italia, ma probabilmente una compagine non abbastanza nutrita e forte da ricevere un mandato per la formazione di un governo. Forza Italia spinge per un sistema proporzionale puro che garantisca a Silvio Berlusconi di contare ancora qualcosa nella formazione di un nuovo governo: quello che interessa a lui è proteggere le proprie aziende, poco importa se deve stare al governo con uno o con l’altro. E infine c’è il Movimento 5 Stelle, che a parole continua a mantenere la linea dura rifiutando alleanze con qualsiasi altro partito e puntando al 40%, ma dall’altra, nelle segrete stanze, consapevole della difficoltà di raggiungere il premio di maggioranza e del fatto che non si potrà congelare di nuovo il 30% dei voti degli italiani stando all’opposizione ancora per una legislatura, inizia a ragionare su possibili scenari di governo che prevedano alleanze e accordi post – elettorali, soprattutto nel caso il partito di Grillo risulti la prima forza e quindi riceva mandato esplorativo dal Presidente della Repubblica per la formazione di un governo. Lega Nord? Partito Democratico? Chissà cosa bolle in pentola in Via Morone a Milano, nella sede della Casaleggio Associati. Lo scenario politico italiano pre – elezioni, vista la situazione, sembra molto incerto e frammentato ed è difficile fare previsioni su possibili scenari futuri.

Tuttavia ci sono dei segnali che mi invitano a riflettere: Il primo è che la tenuta dell’Unione €uropea e della sua architrave principale, la moneta unica, sono messi in fortissimo dubbio da una crisi socio – economica senza fine, dalla Brexit, da Trump, e dall’ascesa di partiti euroscettici in tutto il continente. In questo scenario le forze dell’establishment stanno cercando qualsiasi espediente pur di salvare il salvabile: in questo senso vanno letti ad esempio l’ascesa di Emmanuel Macron, finto candidato anti – establishment il cui obiettivo è impedire l’elezione all’Eliseo dell’odiata Marine Le Pen e la proposta della Merkel di un’Unione Europea a due velocità. Il secondo è la convergenza di alcuni partiti sul tema che sarà al centro delle prossime elezioni politiche (non solo in Italia, ma in tutta Europa) e su cui si giocherà e deciderà la prossima campagna elettorale italiana: l’Unione Europea. Infatti, dopo la svolta moderata voluta dai vertici del Movimento 5 Stelle nel giugno 2016, le posizioni dei pentastellati e del PD sul futuro dell’Unione Europea sembrano molto simili a quelle del Partito Democratico di Renzi: critici sull’attuale impostazione della governance europea, ma vogliosi e pronti per ridiscuterla e cambiarla da dentro. In questo senso vanno anche lette le dichiarazioni di Di Maio, candidato premier in pectore, che si è detto disponibile a discutere di “una nuova moneta unica con nuove regole”. Quindi a mantenere l’euro ma a ridiscuterne la governance. Esattamente la stessa posizione di Renzi e del PD, che criticano questa Europa e vogliono cambiarla da dentro. Il terzo indizio è la recente convergenza dei partiti mainstream su un punto che il Movimento 5 Stelle ha messo al centro del suo programma politico e della sua azione parlamentare, sia a Roma sia in Europa: il reddito di cittadinanza (così impropriamente chiamato perché non è universale e incondizionato). Infatti sia il PD (e Renzi), sia Berlusconi e Forza Italia hanno iniziato a parlare e puntare forte su politiche simili al reddito di cittadinanza di Grillo. “Il patto con Gentiloni: e ora Renzi spinge per il reddito minimo”, o “Berlusconi insegue Grillo: reddito minimo per tutti” sono titoli che abbiamo iniziato a vedere sempre più spesso sui quotidiani nazionali. Un segnale forte di convergenza, anche se per motivi e obiettivi forse diversi.

Ecco, alla luce di questi tre segnali, mi sovviene alla mente un’ipotesi sempre più verosimile: la spinta delle élite europeiste per un grande coalizione di governo di unità nazionale tra M5S, PD e (forse) Forza Italia che allunghi la vita all’Unione Europea e alla moneta unica. Certo, sembra un’ipotesi fantasiosa e inverosimile, ma i presupposti ci sono tutti: Il Movimento 5 Stelle che arriva primo alle elezioni ed è costretto a trattare con altri partiti una qualche forma d’appoggio per dare il via a un governo a guida grillina, Renzi che mette sul tavolo il supporto per l’approvazione di una forma di reddito di cittadinanza, la riduzione dei costi della politica e la battaglia comune per “cambiare l’UE dall’interno” e i due che convolano a nozze con un’alleanza di scopo. A parte i temi comuni già sottolineati, le condizioni ci sono tutte: l’ambizione dei big pentastellati a Roma di assumere incarichi di governo e quindi di fare di tutto per formare una maggioranza (infatti, in teoria, questa sarebbe l’ultima occasione per Di Maio & company di diventare premier o ministri, visto la questione dei “due mandati poi a casa”), la capacità di Grillo e Casaleggio di far digerire repentini e inspiegabili cambiamenti di linea e di principi alla base, agli eletti e agli elettori (si pensi alla presenza in TV, al tentativo di approdare all’ALDE in UE, all’inversione a U sui politici indagati, ecc.) e le prove di dialogo tra M5S e PD che ci sono già state (i ridicoli streaming con Bersani e Renzi e soprattutto l’accordo per la nomina dei giudici della Corte Costituzionale). 


Tutto questo mi fa ritenere non utopistica un’alleanza di governo di scopo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle in chiave pro – europeista (mascherata da forte critica all’attuale UE, insomma quanto abbiamo visto nelle dichiarazioni e intenti dei leader dei due partiti). Certo, potrei sicuramente sbagliarmi, tutto può ancora accadere, ci sono tante variabili in gioco e manca ancora un po’ di tempo alle prossime elezioni, ma se io dovessi puntare oggi un euro (o un am – lira, come direbbe Berlusconi), non lo punterei su un accordo Lega Nord – M5S, come molti ritengono probabile, ma lo scommetterei senza dubbio su un accordo M5S – Partito Democratico che preservi in maniera truffaldina lo status quo.

* Fonte: Marco Zanni
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3 pensieri su “UN GOVERNO PD-M5S? di Marco Zanni”

  1. Guido Mepozzino Carica' dice:

    Può essere. Ma attenzione agli Stati Uniti. Non è escluso che mettano in campo un partito nuovo nuovo (stile Forza Italia nel '94) che sparigli tutto, probabilmente dopo rivelazioni che annienteranno PD, PDL e 5 stelle inclusi. Per ora vedo sulla scena Sgarbi e il suo "Rinascimento Italiano". Ma non escluderei nemmeno qualcuno dell'impreditoria italiana residua: uno su tutti Matteo Marzotto, il figlio di Marta, insolitamente presente negli tempi in TV, e molto ma molto fotogenico.

  2. Marco Giannini dice:

    Stimo moltissimo Zanni ma stavolta arriva terzo:Primo io, secondo Becchi, terzo Zanni.Il governo però a mio avviso sarà PD-M5s.Aggiungerei anche il cambio di posizione sui migranti e gli elogi a Cantone.Ormai il M5s è un partito di centro sinistra a tutti gli effetti.

  3. chiunque scriva ciò che vuole dice:

    La previsione non è infondata, se c'è una costante nella politica italiana fin dalle origini dello Stato italiano questo è il trasformismo. È una strategia che non porta da nessuna parte e nelle circosstanze attuali servirebbe unicamenete a prolungare l'agonia ma temo che gli elettori accetterebbero anche questa ennesima ammucchiata: frastornati dai discorsi non credibili dei tanti dei giocatori in lizza per accaparrarsi il potere. In tutta Europa ormai i cittadini sanno benissimo che promesse e programmi non valgono la carta su cui sono scritti, che chi si oppone alla religione di Bruxelles viene diffamato come populista, e che comunque al di là delle meschine manovre elettorali nei singoli Paesi ormai a decidere è la risorta "Grande Germania". Anche il voltafaccia di Trump sulla NATO e sulle promesse di distensione con la Federazione Russa (un inganno tattico per vincere le elezioni) va letto in questa ottica: il falso pretesto di una temuta aggressione russa serve infatti soprattutto alla Germania riunificata per crearsi con una guerra condotta con strumenti economici (euro) quell'impero economico su tutta l'Europa che nel secolo scorso era fallito coi mezzi militari. L'accanimento con cui l'UE/Germanodipendente impone le riforme ai Paesi mediterranei non è più motivato dall'interesse a salvare i crediti delle banche tedesche (ormai ampiamente al sicuro) ma perseguono l'obiettivo non dichiarato di annientare e poi assoggettare le industrie e le economie dei futuri vassalli impedendo che da essi emerga una qualunque forma di concorrenza. È lo stesso identico meccanismo che spiega l'acribia nel richiedere sempre più severe sanzioni contro la Federazione Russa, che stava gradualmente divenendo industrialmente una concorrente pericolosa. Dubito che questa strategia abbia successo a medio e lungo termine (salvo un confronto bellico locale in cui i Paesi limitrofi dal Baltico alla Romania pagherebbero un caro prezzo (imparando a proprie spese a mettere i propri territori al servizio della NATO). Per quanto riguarda invece l'Italia purtroppo tutto fa credere che la deindustrializzazione galoppante voluta dalla Germania sia ormai irreversibile fgrazie soprattutto al servilismo dei governanti locali verso le oligarchie di Bruxelles e Berlino. Si sono salvati i cittadini britannici, potrebbero salvarsi i francesi, ma non credo che Le Pen vincerà la partita. Invece di "turarsi il naso" votando il suo per molti aspetti disgustoso Fronte Nazionale temo che i francesi preferiranno turarsi gli occhi e votare per continuare l'agonia con l'UE e la micidiale moneta unica.

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