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FRANCIA: MÉLENCHON, IL POPULISTA DI SINISTRA, AVANZA di Stefano Poggi

[ 13 aprile ]

Secondo gli ultimi sondaggi il candidato della coalizione “Francia Ribelle”, Jean Luc Mélenchon (segretario del Partito di Sinistra) è in forte ascesa. Ne scrivevamo l’altro ieri con un intervento di J. Sapir.
L’ipotesi che in Francia vadano al ballottaggio i due esponenti “populisti” no-euro, la Le Pen e Mélenchon, spaventa le élite oligarchiche. Un esito simile sarebbe, per l’Unione Europea, come un Big One, la madre di tutti i terremoti. Mélenchon, sulla questione dell’euro, sostiene il cosiddetto “Piano B”, del ritorno a moneta sovrana contestualmente al ripristino di una moneta di conto comune europea (tipo il vecchio SME). Ma Mélenchon propugna anzitutto un “PIANO A”, ovvero un patto multilaterale per lo  smantellamento concordato dell’eurozona. 

En passant: ve li ricordate quelli che affermavano che la “dicotomia destra-sinistra” era morta e sepolta?
L’Avenir en commun“, il programma elettorale di France Insoumise (Francia Ribelle) e del suo candidato Jean Luc Mélenchon
«Le elezioni più imprevedibili del 2017 si arricchiscono di una nuova sorpresa. 
Dopo aver visto (l’irresistibile?) ascesa dell’ex ministro dell’Economia Emmauel Macron ed il crollo dei Repubblicani di Fillon, la nuova sorpresa delle presidenziali francesi potrebbe avere il nome ed il volto di Jean-Luc Mélenchon. Gli ultimi sondaggi posizionano infatti il 65enne eurodeputato al terzo posto, a circa il 18% delle intenzioni di voto, davanti ai due candidati dei partiti tradizionali (socialisti e repubblicani) e dietro solo al liberale Macron e alla conservatrice post-fascista Le Pen. Un risultato che – se confermato – sarebbe già di per sé notevole. In primo luogo perché staccherebbe di circa 10 punti il candidato socialista, mai superato “a sinistra” fin dal lontano 1974. In secondo luogo perché in questo modo renderebbe ancora più chiara la divaricazione del fronte progressista francese, diviso fra una candidatura liberale alla Renzi (Macron), e un candidato che con Podemos condivide tanto la radicalità quanto la spietata critica alle oligarchie.
Ma chi è Jean-Luc Mélenchon? Nato a Tangeri nel 1951 da due impiegati statali pieds-noirs, esordisce nel movimento studentesco del ’68 su posizioni trotskiste. Laureatosi in filosofia, si avvicina progressivamente al “nuovo” Partito Socialista, creato nel 1971 da Francois Mitterand. Parallelamente inizia il suo impegno nel mondo del giornalismo, che continua – in diverse forme – fino a tutti gli anni ’90. Nel 1986 – da dirigente locale e affiliato alla corrente mitterandista – viene eletto per il Ps in Senato. In questo periodo inizia anche la sua affiliazione al Grande Oriente di Francia, sulla scia della sua tradizione familiare. Questa appartenenza segna anche il suo peculiare posizionamento politico. Non marxista, Mélenchon si colloca agevolmente in quella tradizione laica, repubblicana e giacobina che tanto peso ha avuto nella sinistra francese.
Dal Programma di Mélenchon…

Alla fine degli anni ’80 risale anche il suo spostamento verso posizioni critiche nei confronti della svolta liberale della presidenza Mitterand (e di tutto il partito). Nel decennio successivo, la sinistra socialista da lui guidata si mantiene attorno al 10% del consenso interno al Ps, accentuando con il tempo la critica all’unificazione europea. La sua lunga marcia nelle istituzioni raggiunge il picco nel 2000, quando diventa Ministro all’Insegnamento Professionale. Durante tutta la sua carriera politica, Mélenchon continua a sedere negli organi rappresentativi dell’Essonne, un piccolo dipartimento della regione parigina. In questo, il suo percorso politico è largamente in linea con quello dei molti altri “notabili” che costituiscono la vera spina dorsale del Partito Socialista: funzionari di partito con un forte radicamento locale e con incarichi politici nazionali. In prima linea per il “no” al referendum sulla Costituzione Europea del 2005, il suo rapporto con la maggioranza neoliberale del Ps si fa sempre più teso. Dopo la pesante sconfitta della sinistra socialista al congresso del 2008, Mélenchon decide di abbandonare il Ps per fondare il Parti de Gauche (Partito della sinistra), sul modello della Die Linke tedesca. Il nuovo partito non riesce mai a radicarsi elettoralmente ed organizzativamente, ma contribuisce al rafforzamento del Front de Gauche (un cartello di diverse forze di sinistra), che nel 2009 lo elegge in Europarlamento.
Nel 2011 è il candidato del Front de Gauche alle presidenziali, dove si qualifica quarto con poco più dell’11% dei voti. Il risultato – arrivato dopo una campagna elettorale caratterizzata da comizi oceanici – è incoraggiante, ma non rappresenta un boom rispetto ai risultati della sinistra radicale francese, che alle presidenziali esprime tradizionalmente un consenso complessivo di poco meno del 10% dei voti. Negli anni successivi, Mélenchon rimane il leader “informale” del Front de Gauche, caratterizzandosi con posizioni anti-sistema profondamente critiche nei confronti delle classi dirigenti francesi. In questo solco si colloca la sua battente richiesta per una “Sesta Repubblica“, che superi tanto il presidenzialismo quanto l’impianto liberale condiviso sia dal centro-sinistra che dal centro-destra francesi.
Il lungo percorso di Mélenchon nella politica francese – iniziato quasi cinquant’anni fa – arriva quindi alle presidenziali di quest’anno. Pur mal digerito dalla dirigenza del Partito Comunista Francese – azionista di maggioranza del Front de Gauche -, l’eurodeputato riesce ad imporre nuovamente la sua candidatura alle presidenziali, su un programma profondamente ispirato dall’esperienza di Podemos. Per questo lancia un movimento, La France insoumise (“La Francia ribelle”) che rimarca esplicitamente la suaautonomia dai partiti della sinistra tradizionale e si basa su una piattaforma digitale deliberativa. Un movimento che ha saputo piano piano conquistarsi la ribalta nei mezzi di comunicazione tramite un sapiente uso dei social media, e che oggi dichiara ben 385 mila iscritti. Punto chiave del programma di France Insoumise è la convocazione di un’Assemblea Costituente che riformi in senso parlamentarista l’assetto politico francese. Fra le sue proposte emblematiche si situano poi l’abrogazione della Loi Travail (il Jobs Act d’oltralpe, approvato nel 2016 dal governo socialista) e la “riforma democratica” delle istituzioni europee (o, se non possibile, un’uscita ordinata degli Stati nazionali). Il suo programma strizza infine l’occhio agli ambientalisti dispersi dalla diaspora dei Verdi francesi con l’abolizione (a lungo termine) del nucleare e l’instaurazione di una “regola verde”: non consumare più di quello che la natura può produrre. Insomma, si tratta di un programma più di cambiamento istituzionale – contro i “privilegi della casta”, per  usare le sue parole – che di rottura economica.
Con tutte le sue particolarità, la proposta politica di Mélenchon sta sfondando al di fuori dei normali steccati della sinistra radicale. Per quanto i sondaggi siano in questo contesto particolarmente poco affidabili, delineano un trend di crescita notevole, considerato il naturale isolamento di un’area politica tradizionalmente con pochi militanti, pochi eletti e – drammaticamente – pochi soldi. Un populismo democratico che sta riuscendo ad attrarre – con modalità forse più simili all’esperienza statunitense di Sanders che a quella spagnola di Podemos – in particolar modo giovani alle prime esperienze politiche.
Come che vadano le elezioni, Mélenchon ha quindi già contribuito a riposizionare la sinistra radicale francese. Abbandonando la parola d’ordine della gauche per cercare di contendere a Marine Le Pen l’elettorato popolare abbandonato dai socialisti e dai repubblicani, il vecchio politico di professione dell’Essonne è così riuscito ad ottenere un primo risultato significativo, ridisegnando in maniera indelebile i contorni della sua area politica in senso populista. Se le urne confermeranno poi i dati dei sondaggi, Mélenchon si troverà nella migliore posizione per monetizzare politicamente la “pasokizzazione” e la prevedibile balcanizzazione del Partito Socialista. Con l’obiettivo, nel brevissimo periodo, di aumentare la sparuta pattuglia parlamentare del Front de Gauche. E con un occhio alle presidenziali del 2023».
* Fonte: Senso Comune



LO SPETTRO DEI POPULISMI CHE SPAVENTA LE BORSE

[ 13 aprile ]

“POPULISMO” è un concetto, come minimo, polisemico. Di “populismi” ce ne sono stati e ce ne sono di vari tipi, la maggior parte dei quali reazionari.
Tuttavia, come ci informa Morya Longo su Il Sole 24 Ore di oggi, le borse — ovvero le bische ove i filibustieri della finanza predatoria globale giocano a dadi con le sorti dei popoli e delle nazioni— sono massimamente preoccupati. Longo ci informa che negli uffici di alcuni hedge fund londinesi gira addirittura un grafico (vedi sopra e più sotto) che spiega l’ansia che serpeggia tra questi squali, un’ansia che cresce in vista delle elezioni in alcuni paesi dell’Unione europea, anzitutto in Francia e in Italia, elezioni che potrebbero segnare una Caporetto dei partiti di sinistra e di destra alfieri della globalizzazione liberista.

Il grafico che spaventa le borse: indice del populismo al record dagli anni ’30
di Morya Longo



Negli uffici di alcuni hedge fund londinesi gira un grafico: un indice, elaborato da Bridgewater Associates, che stima la forza del populismo (o meglio dei partiti anti-sistema) in giro per il mondo. Ebbene: secondo questo indicatore, il populismo ha un consenso al record dagli anni ’30. Mai, negli ultimi 80-90 anni, i partiti anti-establishment hanno avuto un consenso così elevato e così diffuso in tutto il mondo industrializzato come oggi. Sebbene oggi il concetto (vago, indefinibile e probabilmente opinabile) di populismo sia ben diverso da quello degli anni ’30 (la stessa Bridgewater sottolinea che oggi è decisamente meno aggressivo e meno estremo rispetto a un tempo), il trend è chiaro e inequivocabile. Questo spaventa le Borse, che amano poco le sorprese. E tiene i listini europei, dove il rischio elettorale è più imminente, sulle spine: così le Borse, pur positive quest’anno, restano sottovalutate rispetto a quelle americane.

Bene inteso: il termine populismo è vago e comprende fenomeni tra loro ben differenti. Bridgewater include in questo concetto tutti i partiti o movimenti politici che nella storia hanno avuto alcune caratteristiche simili: per esempio quasi tutti attaccano l’establishment politico dominante, si schierano contro le banche e le grandi corporazioni, in molti casi hanno componenti nazionaliste, spesso chiedono misure protezionistiche e hanno ideologie contrarie all’immigrazione. Guardando alla storia del passato, Bridgewater inserisce in questo concetto partiti e uomini politici molto diversi tra loro: da Mussolini, Hitler e Franco, fino a personaggi che nella storia hanno lasciato ben altre impronte come il presidente americano Roosvelt. Analizzando però le caratteristiche

clicca per ingrandire

comuni di 18 di questi personaggi nella storia e osservando i movimenti politici di oggi (pur con tutte le approssimazioni del caso), lo studio di Brodgewater giunge a una conclusione ben precisa: il fenomeno dei partiti anti-sistema è diffuso oggi come allora.

Questo, come detto, sta tenendo le Borse sulle spine. Non perché il populismo per forza debba far male ai listini azionari. Lo dimostrano tre casi più o meno recenti, individuati dal Sole 24 Ore e non inclusi nello studio di Bridgewater, in cui la Borsa si è preoccupata a torto. Quando vinse Ronald Reagan (considerato in precedenza poco affidabile) la Borsa di Wall Street perse il 20% per poi riguadagnare il 145% nei 6 anni successivi. Quando i sondaggi davano il “populista” Lula in vantaggio per diventare presidente del Brasile nel 2002, lo «spread» dei titoli di Stato brasiliani rispetto a quelli statunitensi superò i 2.000 punti. Però poi, con Lula presidente, il Brasile ha conosciuto una lunga luna di miele con gli investitori. E con l’economia. Idem per Donald Trump, più di recente: le Borse spesso si preoccupano, ma poi reagiscono in maniera diversa da come loro stesse sembravano indicare prima delle elezioni in cui vince un “populista” o un politico poco gradito dagli investitori.

Questo, come detto, sta tenendo le Borse sulle spine. Non perché il populismo per forza debba far male ai listini azionari. Lo dimostrano tre casi più o meno recenti, individuati dal Sole 24 Ore e non inclusi nello studio di Bridgewater, in cui la Borsa si è preoccupata a torto. Quando vinse Ronald Reagan (considerato in precedenza poco affidabile) la Borsa di Wall Street perse il 20% per poi riguadagnare il 145% nei 6 anni successivi. Quando i sondaggi davano il “populista” Lula in vantaggio per diventare presidente del Brasile nel 2002, lo «spread» dei titoli di Stato brasiliani rispetto a quelli statunitensi superò i 2.000 punti. Però poi, con Lula presidente, il Brasile ha conosciuto una lunga luna di miele con gli investitori. E con l’economia. Idem per Donald Trump, più di recente: le Borse spesso si preoccupano, ma poi reagiscono in maniera diversa da come loro stesse sembravano indicare prima delle elezioni in cui vince un “populista” o un politico poco gradito dagli investitori.





ALITAGLIA… E CUCE

[ 13 aprile ]

Questo blog è stato tra i pochi che hanno seguito, passo dopo passo, la vicenda ALITALIA e la battaglia dei dipendenti contro il nuovo piano di ristrutturazione. 
La censura mediatica è stata, anche in questo caso, enorme. Peggio: i media di regime han fatto una disinformazione tossica. 
Non parliamo del silenzio dei politici, uniche eccezioni, Stefano Fassina e Roberta Lombardi dei 5 Stelle. Sostanziale censura anche nei siti della cosiddetta “sinistra antagonista”. Omertà gravissima, vista l’importanza strategica di ALITALIA, visto che i settori più combattivi tra i lavoratori ALITALIA (CUB trasporti anzitutto) non stanno solo difendendo “corporativisticamente” i propri sacrosanti interessi, ma fanno una proposta generale al Paese: la nazionalizzazione della compagnia aerea.

In questo contesto fa onore alla RAI e a Blob in particolare il servizio mandato in onda giorni addietro:


http://www.raiplay.it/video/2017/04/Blob-presenta-Alitaglia-7a174d79-97c4-4505-930e-a3b4a82ab53a.html