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ROBERT MUNDELL, IL GENIO MALEFICO DELL’EURO di Greg Palast*

[ 15 maggio ]

Forse non tutti sanno che l’economista (neoliberista) canadese Robert Mundell [nella foto] ottenne nel 1999 il premio Nobel per l’economia per la sua analisi della politica fiscale e monetaria in presenza di diversi regimi di cambio e per la sua analisi delle aree valutarie ottimali (AVO) —in inglese Optimum Currency Area, (OCA). Un’analisi che aveva tra l’altro segnalato le inevitabili asimmetrie e squilibri tra paesi che avessero deciso un regime di cambio fisso. Forse non tutti sanno che in barba alle sua analisi Mundell è stato uno dei suggeritori della moneta unica. Perché? Perché è anti-keynesiano e liberista estremo.

L’idea che l’euro sia un “fallimento” è sintomo di pericolosa ingenuità. In effetti l’euro ha realizzato esattamente quel che il suo padre fondatore —e insieme a lui l’1%, la plutocrazia che lo ha adottato— aveva previsto: il compito per il quale la moneta era stata ideata.

Questo padre fondatore altri non è se non Robert Mundell, che è stato economista all’Università di Chicago. L’ideatore della “supply-side economics” (teoria dell’offerta) insegna oggi all’Università di Columbia, ed io l’ho conosciuto attraverso Milton Friedman, del quale sono stato allievo a Chicago, ben prima che le ricerche di Mundell sulle valute e i tassi di cambio ponessero le basi del progetto di unione monetaria europea e di una moneta comune europea.

All’epoca Mundell si preoccupava molto più dei lavori di ristrutturazione della sua stanza da bagno. Il professore Mundell, che oltre a vantare un premio Nobel è anche proprietario di una villa vincolata come monumento storico in Toscana, mi fece una confidenza esasperata:

«Mi negano l’autorizzazione a istallare delle toilette. Hanno dei regolamenti che mi impediscono di istallare delle toilette in questo edificio! Ma ti rendi conto?»

Io però non me ne rendevo conto. Vero è che non possiedo ville in Italia, ragione per la quale mi risulta impossibile immaginare la frustrazione provocata dall’applicazione di regolamenti che disciplinano l’istallazione dei cessi.

Ma Mundell, da buon canadese-statunitense dinamico, non si è rassegnato: ha inventato l’arma destinata a sgretolare i regolamenti nazionali, e anche le leggi sul lavoro (furono proprio degli idraulici sindacalizzati a spostare il suo trono da bagno e il costo dell’operazione gli costò un occhio: provava per loro un vero e proprio odio).

Sentenziò: “In Europa è difficilissimo licenziare gli operai”. La soluzione: l’euro.

L’euro —mi spiegò— adempierà pienamente alla sua funzione solo quando arriveranno situazioni di crisi. La soppressione del controllo esercitato dai governi sulla loro moneta impedirà agli sfigati eletti dal popolo di utilizzare il carburante keynesiano, fiscale o monetario, per fare uscire il loro paese dalla recessione.

E ancora: “Così la politica monetaria sarà fuori dal controllo dei politici” (E) se le nazioni vorranno evitare la crescita della disoccupazione, potranno solo procedere ad una riduzione competitiva delle loro regole commerciali.

Citò il diritto del lavoro, le regole che tutelano l’ambiente e, ovviamente, le tasse. Lo tsunami dell’euro produrrà tutto ciò. La democrazia non sarà autorizzata a contrastare il mercato —e nemmeno a impedire l’istallazione dei cessi.

Come ha sottolineato Paul Krugman, un altro premio Nobel, la creazione della zona euro ha violato la regola economica di base nota col nome di “area monetaria ottimale”. Una regola definita proprio da Bob Mundell.

Ma Mundell non è tipo da spaventarsi per così poco. Secondo lui, compito dell’euro non era quello di trasformare l’Europa in un blocco economico unificato, potente. L’euro doveva solo consentire di portare in Europa le deregolamentazioni di Reagan e Thatcher.

Jude Wanniski scrisse un giorno nel Wall Street Journal: “Senza l’influenza di Mundell, Ronald Reagan non sarebbe mai stato eletto”. L’economia dell’offerta, del quale Mundell è stato l’ideatore, diventò il modello economico della Reaganomic —o, secondo la definizione datane da George Bush padre, “l’economia voodoo”: una credenza magica nei rimedi da ciarlatano dell’economia di mercato che ha ispirato anche la politica della signora Thatcher.

Munell mi ha spiegato che di fatto l’euro e la Reaganomics si ispirano alla medesima “filosofia”:

«La disciplina monetaria impone ai politici anche una disciplina fiscale».

Sulla base di simili premesse, quando scoppia una crisi, le nazioni, disarmate sul piano economico, non hanno molte altre scelte se non di deregolamentare tutto e privatizzare tutti i servizi pubblici, ridurre drasticamente le tasse e, infine, dimenticarsi del welfare all’europea.

E’ stato così che abbiamo visto Mario Monti, Primo Ministro (non eletto) varare una riforma del diritto del lavoro italiano che consente agli imprenditori come Mundell di licenziare più facilmente gli idraulici toscani. Quanto a Mario Draghi, il governatore della Banca Centrale Europea, egli invoca “riforme strutturali” (eufemismo di moda per parlare di piani destinati a schiacciare i lavoratori). Misure fondate sulla nebulosa teoria che simili “svalutazioni interne” di tutte le nazioni, le renderanno più competitive.

Monti, e Draghi, sono entrambi incapaci di proporre una soluzione credibile al problema posto dalla riduzione simultanea del “costo del lavoro” in tutti i paesi del continente: a questo punto, se tutti riducono il costo del lavoro, quale vantaggio competitivo otterranno? Ma Monti e Draghi non sono tenuti a spiegare le loro politiche; a loro basta lasciare che i mercati facciano il loro lavoro sui titoli sovrani e i prestiti degli Stati. E’ per questo motivo che l’unione monetaria non è altro che la lotta di classe portata avanti con armi diverse.

La crisi europea e il focolaio greco, emanano quel tipo di calore intenso prodotto dalla “distruzione creatrice” cara a Joseph Shumpeter, il re-filosofo cui si ispirano gli adepti dell’economia dell’offerta. Milton Friedman, accolito di Shumpeter e apologeta dell’economia di mercato, è corso ad Atene per visitare le rovine della banca che alcuni manifestanti anarchici hanno attaccato con bombe incendiarie, provocando la morte di tre persone; da questo “mausoleo improvvisato” ha approfittato dell’occasione per pronunciare una omelia sulla mondializzazione, e sulla “irresponsabilità” greca.


Le fiamme, la disoccupazione di massa, la svendita del patrimonio della nazione produrranno quel che Friedman chiama una “rigenerazione” della Grecia e, alla fine dei conti, della zona euro. Di modo che Mundell, e tutti gli altri proprietari di ville, potranno istallare i cessi dove più gli aggrada.

L’euro è la creatura di Mundell e non ha affatto fallito il suo compito; molto probabilmente anzi il suo trionfo è assai maggiore di quanto il suo padre fondatore avrebbe mai immaginato, perfino nei suoi vaneggiamenti più folli.


* Si tratta di un vecchio articolo apparso su The Guardian il 26 giugno 2012




ATTALI, CIOÈ MACRON (come salvare la Francia a spese dell’Italia) di Mitt Dolcino

Macron e Attali

[ 15 maggio 2017]

Ho riletto recentemente un libro importantissimo, il saggio “Come finirà” di Jacques Attali: ebreo, estremamente influente, consigliere di svariati presidenti francesi senza distinzione partitica e soprattutto vero mentore di Emmanuel Macron, molto probabilmente il prossimo presidente d’oltralpe. Oggi molti in Italia pensano erroneamente che avere un giovane come presidente in Francia sia una buona notizia. Nulla di più errato, sarà il perfetto contrario per gli interessi italici. Visto che quanto verrà fatto da Macron ricalcherà le idee di Attali ben spiegate nel saggio in oggetto, vale la pena di spiegarvi quale può essere la strategia eurofrancese del nuovo presidente in relazione all’Italia. Notasi: il saggio citato è del 2010, ossia antecedente a tutti gli eventi più scottanti che hanno riguardato l’Italia, di fatto anticipati in modo addirittura imbarazzante. In breve, i concetti fondamentali che emergono dallo splendido saggio sopra citato sono, secondo chi, scrive quattro. 


Primo: la storia insegna che gli Stati perdono la loro autonomia venendo fin anche smembrati principalmente a causa dell’eccesso di debito (normalmente in presenza di un debito eccessivo si diventa un protettorato alla mercè di chi detiene le tue obbligazioni).

Secondo: appunto, la crisi del 2008 secondo l’autore non fu una semplice recessione ricorrente ma una vera crisi sistemica del modello capitalistico occidentale del primo mondo, a causa principalmente di un accumulo eccessivo di debito con corrispondente enorme creazione di credito bancario, per sostenere i consumi altrimenti asfittici. 



Alcuni esempi di banche fallite in Europa, dove lo Stato dovette intervenire con la segregazione dei debiti in “bad banks” o ricapitalizzazioni: Ubs, Ing, Ikb, WestLb, Dexia, Lloyds, Rbs, Northern Rock, Hsh Nordbank, Santander, Bank of Ireland, Commerzbank, Deutsche Postbank, ecc.

Il punto 4, l’ultimo, lo spiegherò di seguito. Prima una contestualizzazione importante, taciuta (ad arte) da Attali che – non dimentichiamolo mai – resta profondamente francese: nel 2009 l’Italia presentava il sistema bancario più sano dell’Occidente grazie ad una relativa arretratezza che aveva evitato agli istituti nazionali – a pena di rendimenti passati più bassi delle controparti estere – di prendere rischi che non si comprendevano. Ad esempio i debiti subprime nei portafogli delle banche italiane erano relativamente ridotti, idem i crediti concessi alla Grecia. E senza dimenticare che gli immobili in Italia salirono sì ad inizio millennio, ma non raggiunsero mai i livelli folli di Irlanda, Spagna e finanche Olanda. Ossia i debiti inesigibili italiani, a fronte di una economia che tutto sommato teneva, erano perfettamente sotto controllo. L’unica banca italiana che soffriva era Unicredit, a causa delle sue partecipate tedesche e austriache. Ma tale istituto venne di fatto salvato da Gheddafi, sempre vicino all’Italia nel momento del bisogno (sua madre era italiana). Molto probabilmente tale intervento a salvataggio di Unicredit rappresentò il giusto motivo per toglierlo di mezzo.

Ora il punto 4.


* Fonte: Scenari Economici