1

REDDITO O LAVORO? di Marco V. Passarella

[ 16 maggio 2017 ]Contro il neoliberismo“.
FUTURO AL LAVORO” che si svolgerà a Perugia il prossimo 3 giugno.
[1] 
[2] 
[3]
[4]
[5]
[6] 
Non é questa la sede per una disamina approdondita circa i diversi significati attribuiti a ciascuna definizione dai rispetti promotori. Sinteticamente, la principale differenza tra il reddito di base incondizionato (o di cittadinanza o basic income) e il reddito minimo garantito é che il primo, a differenza del secondo, é universale e illimitato nel tempo. Per contro, il reddito minimo garantito si configura come una forma di sostegno per chi é temporaneamente disoccupato, é vincolato all’accettazione da parte del beneficiario di eventuali proposte di lavoro, e può essere erogato anche a chi percepisca un reddito da lavoro inferiore ad una soglia minima.
[3] Così come il salario remunera il fattore «forza-lavoro» e l’interesse (o profitto) remunera il fattore «capitale», il reddito di base remunererebbe il fattore «cooperazione sociale» (incluso il «lavoro cognitivo»). Un corollario nascosto è che viene con ciò implicitamente accantonata l’idea classicomarxiana che il lavoro sia l’unica fonte del (valore del) prodotto sociale netto, e dunque del sovrappiù, giacché diversamente la richiesta di un salario sociale tornerebbe ad assumere unicamente la valenza di intervento redistributivo, cosa che viene esplicitamente negata dai suoi promotori. Si noti, in secondo luogo, che l’idea di fissare l’entità del reddito di base come quota di qualche altra variabile distributiva oggettivamente misurabile (si vedano, ad esempio, Fumagalli e Vercellone 2013, che parlano di 60% del reddito minimo), di nuovo sembrerebbe ricondurre le ragioni della sua rivendicazione nell’alveo dei provvedimenti di welfare tradizionalmente intesi. Analoghe considerazioni valgono nel caso in cui tale misura sia ricardianamente invocata in risposta alla «disoccupazione tecnologica» generata dalla modificazione della struttura produttiva delle economie avanzate (cfr. Gattei 2013).

[4] Un tentativo di quantificazione è stato fatto, tra gli altri, da uno dei maggiori promotori del reddito di base, Fumagalli (2012). In particolare, il costo complessivo per lo Stato italiano andrebbe dai 20 miliardi di euro necessari per garantire un reddito annuale di 7.200 euro (pari ai 600 euro mensili che definiscono la cosiddetta «soglia di povertà») ai circa 45 miliardi per un reddito annuale di 10.000 euro (in forma di sussidi e integrazione al reddito per circa il 21% della popolazione). Il costo al netto dei sussidi di disoccupazione e della cassa integrazione si aggirerebbe, invece, attorno a 5 miliardi e 26 miliardi di euro, rispettivamente. Si tratta di cifre ragguardevoli, ma teoricamente sostenibili mediante un programma di spesa in deficit. Sennonché, nell’ambito dei vincoli sul disavanzo pubblico imposti dai Trattati europei, il finanziamento di tale misura finirebbe per pesare sulla fiscalità generale fino a tre punti percentuali di PIL in termini lordi (o, comunque, oltre un punto e mezzo al netto delle voci di spesa eventualmente ridefinite in termini di reddito di base). Dato l’elevato livello di pressione fiscale italiana sui redditi da lavoro e d’impresa, non appare una strada facilmente percorribile.

[5] Dal nome del distretto inglese in cui, il 6 maggio 1795, venne adottato un sistema di sussidi a favore dei lavoratori poveri delle campagne. Tali sussidi comportavano l’integrazione del salario fino al raggiungimento di un livello prefissato, dipendente dal nucleo familiare e dal prezzo del pane.

[6] Una critica non dissimile al reddito di base è stata avanzata da Lunghini (1995), nonché, più di recente, da Bellanca e Baron (2013). La riduzione del lavoro a «disutilità» è, del resto, uno dei pilastri del pensiero economico dominante. Per una critica di tale prospettiva, si veda, tra gli altri, Spencer (2013).




LAVORO E AUTOMAZIONE – Convegno a Perugia


presso Hotel Mater Gratiae – Strada S. Galigano

Carlo Romagnoli (PCI)
Marcello Teti (P101)

l’Università di Leeds (UK). Si occupa di teorie della crescita, del valore e della distribuzione.
ed economia dell’innovazione. Si occupa degli effetti del cambiamento tecnologico sul lavoro.




SE L’ITALIA VUOLE RESTARE NELL’EURO…. di Paul De Grauwe

[ 16 maggio 2017 ]

Paul De Grauwe* [nella foto] è un noto economista neoliberista. Rispetto ad altri suoi compari ha una qualità, non ha peli sulla lingua, non infarcisce i suoi discorsi classisti con quelle paturnie ideologiche a cui siamo abituati. Qui ci dice: o i governi riusciranno ad imporre salari più bassi ai lavoratori, fare strame di diritti diritti sociali, determinare più povertà generale, (seguendo l’esempio della Grecia) oppure… oppure dovrà uscire dall’eurozona. 

Da quando è entrata nell’euro, l’economia italiana è andata malissimo. Il Pil pro capite è più basso di com’era nel 1999 al momento della creazione della moneta unica. Questo significa che la popolazione italiana nel suo complesso oggi è più povera. Il contrasto con l’evoluzione del Pil pro capite dell’area dell’euro nel suo insieme è netto: gli altri Paesi dell’Eurozona hanno registrato un aumento del Pil pro capite del 15% dal 1999 a oggi. In altre parole sono diventati più ricchi del 15 per cento. Non una performance sbalorditiva, ma di sicuro molto migliore di quella italiana. Nessun altro Paese dell’Eurozona ha fatto peggio: perfino la Grecia se l’è cavata meglio.

Anche l’occupazione è andata male. La percentuale dei senza lavoro rimane ostinatamente su livelli alti, intorno al 12 per cento. Sì, ci sono due Paesi dell’Unione – Spagna e Grecia – che hanno un tasso di disoccupazione più alto, ma è sceso notevolmente da quando l’economia dell’Eurozona è ripartita, nel 2014, mentre in Italia no.

Lo stesso vale per il debito pubblico: dal 2014 il rapporto debito/Pil nell’Eurozona ha iniziato a scendere, mentre in Italia rimane inchiodato a più del 130% del Pil, un livello inferiore soltanto a quello della Grecia.

Perché l’economia italiana va così male? L’euro c’entra qualcosa? Sono domande che molti si pongono. La risposta a queste domande riveste una grande importanza per il futuro politico ed economico dell’Italia.

È evidente che l’Italia non ci ha guadagnato molto a stare nell’Eurozona. La si può vedere così: dal 1999, quando è stato creato l’euro, la competitività di molti Paesi dell’Europa meridionale (più l’Irlanda) ha subìto un notevole deterioramento, fino allo scoppio della crisi finanziaria del 2008. Rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona, l’Irlanda ha visto salire il costo unitario del lavoro del 45%, la Grecia del 35% e la Spagna del 28 per cento. Insomma, questi Paesi hanno subìto un pesantissimo calo della competitività, che ha penalizzato le esportazioni e determinato un forte disavanzo delle partite correnti. L’Italia è al terzo posto in questa classifica, con una perdita di competitività di quasi il 30 per cento. Come è accaduto per gli altri Paesi, questa perdita ha inciso pesantemente sulle esportazioni.

La grande differenza tra l’Italia e gli altri Paesi citati si è avuta dal 2008 in poi, quando Irlanda, Grecia e Spagna hanno avviato un processo di «svalutazione interna» (il termine usato dagli economisti per dire che questi Paesi hanno seguito politiche finalizzate a ridurre salari e prezzi rispetto agli altri membri dell’Eurozona), con risultati positivi. Queste svalutazioni interne hanno riportato la competitività ai livelli antecedenti alla nascita dell’Eurozona. L’Italia non ha seguito lo stesso percorso: a partire dal 2008, la sua svalutazione interna (misurata con la diminuzione del costo unitario del lavoro relativo) è stata inferiore al 10 per cento. Il risultato è che il Paese è gravato da una perdita di competitività che appare inchiodata al 20 per cento. In altre parole, in Italia il costo unitario del lavoro rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona è più alto del 20% dalla creazione dell’euro.

In un’unione monetaria è essenziale che quando un Paese perde competitività esista un meccanismo in grado di ripristinarla. Questo meccanismo sembra aver funzionato in Paesi come Irlanda, Spagna e Grecia. È molto doloroso e spesso è fortemente osteggiato da chi vede diminuire il proprio salario. Ma è anche inevitabile, nell’ambito di un’unione monetaria. Paesi come Irlanda, Spagna e Grecia sembrano essere riusciti a vincere l’opposizione alla svalutazione interna.

Il fatto notevole è che l’Italia non riesca a introdurre un meccanismo in grado di ripristinare la sua competitività, con il risultato è che questa perdita massiccia e incontrastata di competitività continua a erodere la sua capacità di esportazione. Se non si interviene, gran parte dei settori di esportazione del Belpaese scompariranno. Tutto questo è all’origine dell’incapacità dell’Italia di ricominciare a crescere e ridurre il suo indebitamento.

La conclusione che ricavo da quanto sopra è che l’Italia non sembra possedere le istituzioni politiche necessarie per imporre svalutazioni interne. Naturalmente, come si è detto prima, questo tipo di svalutazione interna è molto dolorosa e incontra forti resistenze, ma è necessaria se si vuole rimanere in un’unione monetaria. L’esperienza degli altri Paesi dell’Eurozona che avevano registrato un drastico calo di competitività dimostra che è politicamente possibile realizzare dolorose svalutazioni interne. A quanto sembra, però, in Italia non lo è.

L’inevitabile conclusione è che l’Italia non funziona bene in un’unione monetaria. Le sue istituzioni politiche la rendono inadatta all’Eurozona. Se queste istituzioni politiche non cambieranno radicalmente, l’Italia sarà costretta a lasciare la moneta unica: non può rimanere ferma a guardare il suo tessuto economico che continua a deteriorarsi.

Prima dell’arrivo dell’euro, quando l’Italia aveva una propria moneta, capitava spesso che perdesse competitività a causa dell’inflazione, ma riusciva sempre a ripristinarla attraverso le svalutazioni. Questo aveva creato un modello economico con frequenti crisi valutarie e inflazione alta. Non era un granché, ma almeno era coerente con la debolezza delle istituzioni politiche. In assenza di istituzioni politiche più forti, l’Italia dovrà prepararsi a un’uscita dall’euro nel prossimo futuro.


* Paul De Grauwe è un economista belga che insegna alla London School of Economics. Ha insegnato economia internazionale presso l’Università di Leuven, in Belgio. È stato membro del parlamento belga dal 1991 al 2003. È professore onorario dell’Università di Sankt Gallen (Svizzera), dell’Università di Turku (Finlandia), dell’Università di Genova, dell’Università di Valencia e quella di Maastricht.