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NICHILISMO E IDEOLATRIA DELLA TECNICA di Giada Boncompagni

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[ 22 luglio 2017 ]

«Comunicare dunque l’appartenenza a famiglia, nazione, comunità in modo affascinante, usando termini vicini a chi ci ascolta e pian piano commuoverne e avvincerne l’immaginazione… conquistandone l’immaginario, bonificandolo rispetto alla falsa fede nella tecnica. Usare solo le parole che le persone alienate di oggi possono comprendere, per piano piano introdurne di nuove, sconvolgenti….»

Cari amici,

Vi ringrazio per aver sottoposto alla mia attenzione lo scritto di Eos DAVANTI AL NICHILISMO TECNO-MONDIALISTA, di straordinario interesse poiché guarda, adottando il punto di vista della filosofia con originalità, coraggio e stile, al tema concretamente impattante del “postumano” e del dominio della tecnica sulle nostre vite, sulle nostre menti.

Ieri ho assistito a uno scambio verbale di mio marito con “Siri”(la segretaria elettronica offerta da IPhone) nel corso del quale lei lo ha preso in giro con ironia delicata e femminile, adottando un linguaggio idiomatico in una frase che suonava circa così: “… non vorrai che io prenda sul serio questa tua uscita!” (lui aveva appena detto una cazzata, è vero: aveva anche detto, per la precisione, la parola “minchia”).

Questo fatto mi ha subito emozionata (quasi “ingelosita?”); ho visto che l’adozione di modi, espressioni scelte dal frasario quotidiano e attuale trovate da Siri nel “mare magnum” di Google e attentamente selezionate per via della loro frequenza e attualità, la rendeva un’interlocutrice capace di simulare emozioni, dunque già capace di emozionare noi umani.

Siri è un’entità con la quale, cioè, già contraiamo un rapporto “protoaffettivo”. E’ fatta, insomma! Presto i robot saranno indistinguibili da noi, in quanto la loro mimesi imperfetta viene resa perfetta dalla nostra attività cognitiva, che riempie i “buchi” percettivi e le inevitabili incongruenze del loro comportamento correggendoli, irrorandoli con il nostro desiderio.

E mentre i robot avanzano grazie agli studi congiunti di neuroscienziati e informatici, la nostra mente regredisce proprio grazie alla sua nuova simbiosi con la tecnologia. Stiamo perdendo l’uso del linguaggio, poiché ogni nostra conversazione può oramai fare a meno dell’uso dei simboli linguistici, delle metafore per costruire e ricostruire il mondo nella nostra mente e in quella dell’altro: non ne abbiamo bisogno, possiamo MOSTRARE la foto sul cellulare per dire dove eravamo e cosa abbiamo fatto (così facendo, però , non dobbiamo nemmeno confrontarci con l’elaborazione emotiva dell’esperienza fatta, che è la prima matrice della “mente”) . Abbiamo persino gli ideogrammi, immaginette nate come Emoticon che anch’esse han preso vita propria (destino dei prodotti nell’era della tecnica) e che stanno sostituendo i sostantivi. La nostra mente “umana” sta svanendo, persi i simboli avremo perduto ogni capacità progettuale…

E’ ancora di ieri l’episodio dalla parrucchiera: due mamme decidono davanti alle figlie undicenni di andare tutte assieme al mare, le figlie non dicono nulla, sebbene amiche per la pelle. Collocate a due metri di distanza l’una dall’altra, le bambine si messaggiano invece frasi di esultanza ed Emoticon in quantità. La spiegazione: “è così faticoso parlare!”. Giuro.

Decerebrati e orbati della memoria (che un tempo era identità) affidata alle macchine (oggi non è più identità perché è “cosificata” e non elaborata, elenco di fatti minimi e non storicizzati, cui cioè non ci si da ‘ la pena di dare quel “senso”, quel significato soggettivo in assenza del quale la vita non si fa biografia), non possiamo che vivere da cyborg… dipendenti, cioè, completamente dalle macchine.

Dunque, dall’Apparato.

Mi ha affascinato la teoria severiniana che asserisce che la lotta è ora tra le élite, che ancora recano il pallido ricordo della filosofia platonica o dell’amore umanistico per l’uomo, e la Tecnica, da esse creata che è divenuta il nuovo nemico. E’ così per quanto riguarda l’Ideologia di tanta scienza psicologica attuale, che reifica i risultati dei suoi esperimenti, entificando dati molto pragmatici, molto parcellizzanti, molto avulsi da una teoria della mente che muova da una reale vicinanza alla mente stessa, da una “frequentazione” della stessa che può essere garantita solo dal metodo clinico e non da quello sperimentale. Il dominio di questa visione, di questo paradigma arbitrariamente adottato è in parte dovuto allo strapotere ideologico dell’America (e torniamo alle tesi di Schmitt), alla sua inclinazione pragmatica e antifilosofica, tanto che possiamo dire che quando Freud asserì “Ora portiamo loro la peste”, parlando di quando avrebbe introdotto la psicoanalisi in America, non teneva conto di quanto la “peste” del pensiero americano avrebbe impattato e modificato il suo pensiero, edulcorandolo e censurandolo anche per via del suo puritanesimo, a partire dalla stessa traduzione in inglese della sua opera, nella quale finezze terminologiche essenziali sono letteralmente finite “lost in translation “.

L’attuale dominio delle neuroscienze, della classificazione nosografica categoriale del DSM-5, del paradigma cognitivo-comportamentale (che nasce paragonando la nostra mente a un computer e studiandola per simulazione su computer… ma che considerando, per via di quel suo assunto di base, le “cognizioni” come elemento “motivazionale” del comportamento, perde di vista il fatto che se è pur vero che l’attività rappresentazionale della mente è motivante, è anche vero che il suo fondamento è più pulsionale e affettivo che cognitivo) è certo dovuta a un sopravvento della “prassi”, del “fare”, di una sperimentazione spesso “acefala”, che può procurare al ricercatore crediti, pubblicazioni, illusioni di progresso anche quando il “progresso” è vuoto e insignificante; è insomma anch’essa dovuta a un rivoltarsi della tecnica contro l’uomo che la pratica ma non la domina…

Il DSM-5, manuale a diffusione planetaria che è la “Bibbia” di tutti i professionisti della mente, è finanziato dalle case farmaceutiche. Ecco perché sono state create ex novo nuove patologie, che hanno “entificato” arbitrariamente malesseri al fine di poterli “curare” con gli psicofarmaci. (Possibile che tanti bambini che un tempo avremmo descritto come “vivaci” siano davvero affetti da Disturbo da Deficit dell’attenzione, dunque siano da sedare con lo psicofarmaco?).

Il dubbio che questa “tecnica ” non sia più così “acefala”, in questo caso, mi viene.

Cosa fare nel concreto? Come agire da subito, per cambiare dal basso l’ideolatria delle macchine, della tecnica, dell’Apparato?

Oggi il nostro stile di vita necrofilo e nichilista feticizza l’immaterialità di una comunicazione tra uomini aleatoria profondamente plasmata nella sua stessa essenza dal mezzo di comunicazione adottato (Facebook o WhatsApp) e la idolatra poiché essa resta l’unica testimonianza tangibile di una identità che non si esercita altrove.

Questa apparente modalità per “esistere” e “sperimentare se stessi” attraverso la Rete porta invece l’uomo alla follia, a una profonda infelicità.

L’uomo oggi è affamato! Affamato di sé, di cui non sente la consistenza, e dell’Altro reale, che sempre gli sfugge.

Per traghettare quest’uomo “perduto” e affamato al di fuori di tutto questo occorrerebbero un pensiero e un modello “Nutriente e Nutritivo”.

Un pensiero improntato a quell’amore per la vita che Erich Fromm chiamò “biofilia”. Amore per la vita, per gli altri, per l’umanità che si ottiene … parlandone molto, d’amore! Vivendolo. Coltivandolo. Dimostrando attraverso la propria amorevole e creativa opera nel mondo che contrarre un rapporto “libidico” e produttivo con le cose e con la vita è l’unica fonte di gioia. Ed è così radicato il bisogno d’amore che se riuscissimo a “pubblicizzarlo”, a farlo tornare di moda, scalzerebbe la fede falsa nelle tecnologie.

Comunicare dunque l’appartenenza a famiglia, nazione, comunità in modo affascinante, usando termini vicini a chi ci ascolta e pian piano commuoverne e avvincerne l’immaginazione… conquistandone l’immaginario, bonificandolo rispetto alla falsa fede nella tecnica. Usare solo le parole che le persone alienate di oggi possono comprendere, per piano piano introdurne di nuove, sconvolgenti….

Mi fermo qui, per ora. Sono conscia di non avere le basi filosofiche per confrontarmi seriamente con il testo di Pino, tuttavia sono felice che esso mi abbia tanto affascinato e ispirato. Grazie ancora e… a presto!

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