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PUTIN E DUGIN FASCISTI? di F.f.

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[ 12 maggio 2018 ]


Presentiamo ai lettori la seconda parte dell’indagine del saggio Che cos’è l’euroasiatismo. Ricordiamo che esso prende le mosse da quanto scritto su LA STAMPA del 6 maggio da Christian Rocca, che a sua volta si basava sul libro dello storico americano Timothy Snyder «The Road to Unfreedom».

Neoeurasiatismo

Con il crollo dell’Urss, riprende vigore l’idea euroasiatica. Capofila di una nuova interpretazione dell’idea euroasiatica è Alexander Dugin. Inizialmente egli si fa portatore di una visione basata sulla teoria di un blocco continentale euroasiatico il quale, forte di una solidarietà antioccidentale e anti-atlantica tra Islam ed Ortodossia, possa riportare il popolo russo, anche dopo la catastrofe geopolitica rappresentata dalla dissoluzione dello stato sovietico, ad una nuova centralità globale.

Se è vero che Dugin è per certi versi attratto dal “nazionaleuropeismo” di J. Thiriart, come subisce il fascino intellettuale della Nuova Destra francese (che non sono comunque movimenti fascisti o neofascisti, è bene precisarlo) è anche vero che in quel periodo il suo rapporto di stretta collaborazione politica è con il nuovo Partito comunista Russo di Zjuganov e che quel rapporto si interromperà per volontà di quest’ultimo, non di Dugin, che evolverà poi, sempre più, in un percorso esplicitamente “neo-bolscevico” o nazional-bolscevico


Timothy Snyder considera Dugin l’eminenza grigia del Cremlino. Snyder, storico di punta del Council on Foreign Relations, definisce Dugin sostanzialmente un fascista. Come mai si chiederà il lettore? A parte citazioni di ammirazione ragionata e fredda per Mussolini statista, che sarebbe un po’ debole come prova (altrimenti si dovrebbero considerare fascisti anche storici come De Felice, Del Noce, Sternhell o su un altro piano Pietro Barcellona e Amedeo Bordiga), Dugin sarebbe fascista in quanto in un suo scritto dei tardi anni Novanta sposa le idee di Carl Schmitt, che lo storico del Council on Foreign Relations definisce arbitrariamente e antistoricamente “ideologo del Terzo Reich”. 

In realtà, Dugin rimane nell’ambito stretto del Nazionalcomunismo o del neo-bolscevismo. Quando parla di “fascismo rosso” allude a un nuovo esperimento nazionalcomunista. Usa quel termine semplicemente per provocare i liberal russi. Dugin probabilmente, come si evince dalla lettura de La Quarta teoria politica, [Oltre la sinistra, la destra e il centro] ha una conoscenza assai superficiale del fascismo. Non ha approfondito De Felice, Sternhell, Settembrini, Del Noce, Lyttelton (tutti autori con cui noi marxisti occidentali facemmo già i conti decenni fa, in Russia evidentemente no) e le loro tesi sul fascismo.

Mentre ha una conoscenza molto profonda, come è normale, del comunismo russo e del marxismo. Peraltro, che egli voglia recuperare e attualizzare il lascito del bolscevismo di stato pare evidente dalle recenti dichiarazioni :

«Stalin è diventato oggi un mito popolare russo. Lui è stato un grande leader di un grande paese. Confrontandolo alla Russia di oggi con i suoi leader miserabili, Stalin è un titano. Il suo culto cresce insieme alla lotta degli gnomi russofobici liberali contro di lui ed insieme all’odio dell’Occidente».

Si potrebbe dire che Dugin arriva a contestare pubblicamente il regime putinista attuale da sinistra, per la precisione da posizioni neobolsceviche o nazionalcomuniste. 


Dunque, la crociata ideologica Snyder CFR che criminalizza Putin in quanto fascista, poiché l’eminenza grigia del Cremlino, Dugin, sarebbe fascista a sua volta, oltre che strumentale mostra punti deboli anche ad una sommaria analisi. In un intervista del dicembre 2014, Dugin si dichiara avversario del principio dello Stato nazione e del nazionalismo popolare sovranista. Dunque, quanto di più lontano possa oggi esservi da un fascismo e soprattutto da un neofascismo. 

Vi è chi obietta che il nazionalcomunismo o nazionalbolscevismo sarebbe una variante di fascismo; quelli come Snyder-Rocca dovrebbero studiare attentamente il variare delle posizioni del cenacolo di Praga di N. Ustrjalov, il leader del nazionalbolscevismo russo, sul fascismo italiano, dall’uscita del saggio “Smena Vech” (1921) sino agli scritti degli anni successivi. Ustrjalov e i suoi non sono affatto fascisti, ma stalinisti o parastalinisti; da questa tradizione politica discende chiaramente Dugin, non da quella delle camicie nere italiane o della Rsi. 

Inoltre, anche la balla di Dugin “eminenza grigia del Cremlino” merita un bel ridimensionamento; dal 2005 circa, Dugin è di già molto critico verso il putinismo, dopo una iniziale infatuazione. Più o meno, da allora ad oggi, per quanto non abbia potuto negare certe qualità politiche di Putin statista, ideologicamente ha riservato dure critiche al leader del Cremlino. Da quella di aver promosso un falso euroasiatismo, formale non sostanziale, a quella di esercitare un semplice potere di mediazione, di concerto interno; di non esser in sostanza in grado di fronteggiare forze avversarie, oligarchiche neo-liberali, che si mascherano dentro la vita statale. Chiaro il riferimento al liberale Jabloko di Javlinksij, che sarebbe più influente, nelle cerchie politiche russe, di quanto appaia.

 


La Quarta teoria politica

Con la Quarta teoria politica (d’ora in avanti QTP) Dugin propone nell’ambito della società russa una volontà di superare le tre ideologie “moderniste” (liberalismo, fascismo, comunismo) e la loro eredità spirituale, ideologica. La prospettiva della QTP è globale e universalistica, ma nel senso di concettualizzare (che nella QTP significa già di per sé prassi e azione) la Rivoluzione nella postmodernità. Si ha quasi l’impressione che la QTP duginiana torca e estremizzi nel senso della Filosofia della Prassi soggettivista di Giovanni Gentile (1875-1945) il concetto dell’ “esserci” heideggeriano, che è il massimo oggetto di meditazione della filosofia duginiana. 


La QTP, sul piano politico, è ancora ferma alla visione euroasiatista dei “grandi spazi”, dei blocchi continentali, che dal 2000 a oggi hanno invece mostrato più crepe che certezze. In questo senso nulla vi è di nuovo nella QTP. Dugin abbozza un progetto di Grande Europa ed è tutto interno ad una tradizione internazionalista e universalistica, diremmo anche mondialista per molti versi (quasi rimpianga il vecchio bipolarismo Usa Urss….), per cui si comprende al volo come sia in antitesi non solo al fascismo storico con il suo culto nazionalpopolare della tradizione patria e con il suo imperialismo “proletario” e pseudopopolare, ma anche ad un certo neofascismo odierno che ha finito per rielaborare (dal Front National francese ad Orban) il concetto gollista di Europa delle Nazioni o nazionalizzata. 

La QTP finisce per essere non solo metapolitica ma addirittura “impolitica”. La QTP mira in realtà a scovare il tempo della fine e il significato escatologico della politica, cercando di trascendere la strategia realista che, mediante manovre che Cugini definisce regressivistiche, vuole far dileguare la fine dei tempi in una sorta di accordo tra luce e tenebre o di vacuo compromesso tra le stesse. Dugin rielabora nel senso di una teoria politica postmoderna il “noch nicht” heideggeriano, l’eterno “non ancora”. Secondo il filosofo russo, se la Prassi della QTP non è in grado di realizzare la fine dei tempi, allora sarebbe inutile, avrebbe miseramente fallito il suo compito storico. La fine dei giorni dovrebbe invece venire, ma non verrà da sola. E’ una missione e un compito del Concetto Prassi, non una certezza; dunque la QTP è una metafisica attiva che è al tempo prassi di svelamento, superamento del nichilismo abissale nel quale l’ipercapitalismo tecnocratico ci ha condotto. 


Dugin è un tradizionalista e un cultore dell’originario, non è però un reazionario (e questa è forse la differenza assoluta con il fascismo e con taluni sovranisti nazionali dei nostri giorni): egli immagina una rivoluzione contro-liberale che si vada accendendo in Russia sulle spoglie del putinismo, dato che i presupposti strutturali “statici” della rivoluzione sono presenti in Russia. Il continente russo deve battere la via della Rivoluzione postmoderna in quanto la postmodernità eviterà la Rivoluzione e questo sta in larga parte già avvenendo. Attraverso questo “salto” (Sprung) heideggeriano il prototipo russo delinea la nuova dimensione dell’essere; l’essere in quanto tale è fondamento, dà fondamento, e quindi non ha fondamento: è il senza fondamento, l’Ab-grund, l’abisso. Dalla prospettiva dell’ “esserci”-dasein sia il soggetto che l’oggetto sono creazioni immaginazioni ontologiche che derivano dal “frammezzo” (inzwischen)
Questo centro, la radice dell’essere e del fondamento abisso, è la sfera della prassi e del concetto. Dio si dà come l’abisso, il chaos del suo ritrarsi. Il momento dell’ “oblio” del divino va perciò tagliato, secondo Dugin: non si può indugiare oltre. E’ quello che Dugin immagina non come oltre-uomo o superuomo ma come un Soggetto radicale, creatore di una nuova civiltà che annichilisca il lascito postmodernista delle tre ideologie moderne. Per quanto la concezione soggettivista dell’essere e la filosofia della prassi duginiana siano di maggior derivazione gentiliana piuttosto che heideggeriana, anche se il filosofo russo non citi stranamente il filosofo dell’attualismo italiano, vedere qui tracce di fascismo o neofascismo significa attentare alla logica e al buon senso. Tracce di filosofia politica attuale furono recuperate da Almirante (Msi) e Gaetano Rasi (“sinistra missina”), negli Anni ’70, con il Centro Studi Corporativi: ricordo le loro fumose proposte di Stato nazionale del lavoro, il sogno antiproletario della comunità degli artigiani e delle categorie e l’ “alternativa” di democrazia diretta antipartitocratica. Non occorre essere degli specialisti del settore per comprendere come un mondo, o forse più di uno, divida o dividano quelle proposte da queste di Dugin.

Putin fascista?

Commentatori, solitamente americani ma non solo loro, che probabilmente non conoscono K. Rodzaesvkij (1907-1946) e il Partito fascista russo, visto che mai lo citano, dal 2014 si vanno sbizzarrendo sul fatto che Putin sia un fascista o un franchista (si veda QUI una buona sintesi). Tutto nasce dal fatto che Putin ammiri il filosofo russo in odor di fascismo Ivan Aleksandrovič Il’in (1883-1945) e doni ai funzionari di partito le copie dei saggi del medesimo autore. Prescindendo ora dal fatto che dona con Il’in anche Berdjaev e Solov’ev (che fascisti, certo non erano, anzi), l’unica cosa che si può consigliare a Snyder, prima di definire Il’in fascista, è di leggerlo con attenzione. L’orizzonte filosofico politico di Il’n riteniamo si possa identificare, quanto alla prassi politica decisionistica incarnata da uno Statista, con l’azione del Primo ministro dell’Impero russo Stolipyn (1906-1911), più che con quella dello statista del regime fascista italiano. Il’in è dunque un filosofo politico della tendenza del cosiddetto “conservatorismo illuminato”, il medesimo orizzonte ideale e tattico in cui sembra oggi muoversi Vladimir Vladimirovic Putin. Viceversa, proprio i fascisti russi e i nazionalbolscevichi (cfr. V. Strada-Kulesov, Il fascismo russo, Saggi Marsilio 1998, p. 79) comprendevano la natura sovversivistica, dunque anticonservatrice, per quanto reazionaria, antioperaia e antimarxista, del fascismo italiano, un fenomeno comunque assai originale anche rispetto agli altri “fascismi” dell’epoca. Tra i padri spirituali del fascismo italiano collocavano infatti Bergson, Sorel, Proudhon. Questo, per la destra russa del tempo, era assai problematico, dato il pesante retroterra ideale derivante dai centoneri e dallo zarismo, con il quale quei gruppi manifestavano una volontà di continuità.


Di conseguenza, oggi, Vladimir Vladimirovic Putin è un continuatore della tradizione conservatrice russa, non fascista: tradizione conservatrice, che lo statista russo adegua al contesto storico con pesanti, inevitabili iniezioni di modernismo riformistico o meglio, semiriformistico. Putin è in prima istanza un conservatore di stato; poi un nazionalista granderusso (ma non un panrussista, come già precisato) sul piano della geopolitica; un liberista puro, infine, sul piano economico. Altro elemento, quest’ultimo, che allontana Putin dal fascismo di stato che gli si vorrebbe cucire addosso. 


Per quanto sia problematico e veramente difficile vedere un fascismo di stato in azione dopo il ’45, scartando gli esempi del franchismo, dell’autoritarismo salazariano portoghese per le ragioni precisate da De Felice, possiamo pure prestare attenzione a quanto scriveva anni fa il sociologo antifascista Gino Germani, vedendo invece nel populismo nazionale peronista, nasseriano, gollista (data l’ispirazione dichiarata di De Gaulle, dal 1946, per il fascista Colonnello La Rocque e per la sua Lega fascisteggiante degli Anni ’30, “partito sociale francese” [1] degli stadi più o meno avanzati, con la loro mobilitazione reazionaria di massa, di neofascismo. Applicando anche questo metodo alla Russia odierna, Putin è completamente fuori dalla tradizione fascista; l’unico esempio odierno di fascismo di stato, potrebbe essere quello di Orban il quale non solo ha riabilitato completamente i movimenti filo-fascisti magiari tra le due guerre (compreso Miklòs Horty, che se fascista non era, filofascista di certo) ma va anche cercando, pur contraddittoriamente, una forma sociale alternativa al liberismo o all’ordoliberismo (le strategie economiche del mondialismo oligarchico su cui, nonostante tutto, la Russia odierna si è invece adattata), temperando la società magiara con uno statalismo “solidaristico” strategico. 

Inoltre, Putin non ha sviluppato e non intende sviluppare il carattere fondamentale di un regime fascista. Quello che proprio i nazionalbolscevichi e gli euroasiatisti dell’epoca ben centravano: l’ideocrazia. De Felice ha ben spiegato, nell’ “Intervista sul fascismo”, come l’ideocrazia mussoliniana, che distingue in modo netto l’esperienza di movimento e regime italiani anche da quella nazionalsocialista tedesca (“etnocrazia”), tenda alla creazione dell’ “uomo novo” e affondi la sua radice in una tradizione sociale proudhoniana, che è però antilluministica. Il putinismo non punta affatto all’uomo nuovo, non vuole una nuova civilizzazione corporativista, non immagina o si attiva per una catastrofe mondiale con il fine strategico, imperialista o addirittura superimperialista, di fare della propria Nazione o del popolo proprio il centro del mondo, cosa che invece Mussolini, in aperta chiave imperialistica, fece deliberatamente. Come spiega Del Noce: 

«Quello che Mussolini temeva nel caso di neutralità (e questa è a mio giudizio la ragione maggiore che lo spinse all’intervento) era la trasformazione del fascismo in un regime conservatore, autoritario….Anche in questa guerra egli agisce da rivoluzionario, sia pure come rivoluzionario a suo modo..». 

Putin viceversa non attacca e non ha mai attacco la stabilità mondiale, a differenza di Mussolini e dei fascisti. Il regime russo anzi, ha dovuto improvvisare una pratica di pseudo-offensiva a causa della continua ritirata cui l’offensiva, questa pianificata, NATO lo ha costretto dal 2000 ad oggi. La più grande necessità strategica dei tempi odierni è la volontà imperialista atlantica di frapporsi fra Mosca e Berlino e di impedire alla Russia di estendere la propria capacità di collaborazione con la penisola europea. Dopo aver spostato di circa 1.800 km verso est la linea di contenimento, da alcuni anni gli USA intendono delegare ai paesi centro-orientali tale opera di soffocamento (è di questi giorni, del resto, la notizia secondo cui la cancelliera Merkel va approntando una linea strategica di nuovo armamento). 

Nel 2003 Donald Rumsfeld annunciava che l’asse strategico della politica dell’Alleanza Atlantica si sarebbe fatalmente spostato verso Est. Ed in questi anni lo abbiamo visto. Il non possedere una visione politica profonda, il non voler essere una ideocrazia potrebbe di contro, alla lunga, essere letale per il putinismo, rischiando di avvolgerlo in una spirale tossica. Sappiamo quanto il popolo russo sia “idealista” e patriottico; sino ad oggi ha tributato consensi verso Vladimir Vladimirovic, probabilmente oltre i suoi effettivi meriti, a causa dell’incubo degli Anni Novanta, rispetto ai quali il putinismo ha segnato una salutare e vigorosa battuta d’arresto. 


Di fronte a questa offensiva strategica antirussa (che non sembra affatto fermarsi) alla lunga, senza un pensiero lungo, senza una visione del mondo davvero alternativa a quella liberal-liberista, la stessa forza di sopportazione del popolo russo, seconda a niente altro, potrebbe smarrirsi. Il putinismo, che si basa comunque sul consenso, per quanto tiepido, di una frazione di boiardi di stato, tuttora decisiva ai fini della stabilizzazione, non sembra comunque volersi risolvere e realizzare in una “ideocrazia”, che sarebbe poi l’unica autentica strategia, ben oltre i droni o l’ultima scoperta militare da esibire al mondo, per competere effettivamente con il soft power dell’imperialismo americano. 

NOTE

[1] Nella prima parte si è definito il putinismo un gollismo in salsa russa. Alla luce delle riflessioni di una certa corrente sociologica antifascista italiana, francese, argentina, che vede nel gollismo post-45 i germi di un neofascismo si precisa che Putin importa il gollismo caratterizzandolo appunto con una sostanza di salsa russa, ossia impianta il nazionalismo strategico di stato di De Gaulle su una struttura di stabilizzazione conservatrice permanente, “liberandolo” di quel carattere di mobilitazione reazionaria di massa che De Gaulle, dopo la guerra, secondo vari sociologi e politologi, avrebbe mutuato dal fascismo italiano.

8 pensieri su “PUTIN E DUGIN FASCISTI? di F.f.”

  1. Anonimo dice:

    Letti entrambe le parti, ci vorrebbe una continuazione su argomenti cosi complesso e difficili che la stampa politicamente corretta confonde di proposito.

  2. Anonimo dice:

    Vero. Condivido. Lessi dello stesso autore anche l'articolo su Iran. Eccezionale

  3. Paolo dice:

    E' condivisibile la tesi generale ma l'autore non indaga però sul donbass ricettCOLO DI BATTAGLIONI FASCISTI e tutto quanto ne è seguito, la percentuale di fascisti occidentali e europei che a vario titolo si sono messi al servizio di putin DAL 2014 A OGGI non è in discussione e mi meraviglio che molti utili idioti ciancino di donbass antifascista con tanto di banda bassotti in tour….quella è stata la più prograndistica azione di guerra del cremlino (i migliori fascisti saranno gli antifascisti disse churchill–fa al caso nostro?). Questo volendo è un limite dell'articolo e l'autore (volutamente???) trascura questo fatto a mio avviso fondamentale, comprendo e posso condividere de felice e del noce ma rimane che oggi tutti fascisti trovano in putin una loro bandiera e lo spartiacque del Donbass lo ha evidenziato. A parte Casa pound e il Gud parigino, tutti i fascisti internazionali non hanno avuto dubbi nel sostegno a Putin anche di fronte all'attività di movimenti nazionalsocialisti ucraini che avrebbero dovuto ben più attrarrela solidarietà fascista

  4. Anonimo dice:

    l'ultimo commento si fascisti in Donbass commette,lo stesso errore, speculare, dei media mainstreamOvvero una rozza semplificazione. Sembra che quella del Donbass sia una lotta fascista o a guida fascista.Il che è anzitutto una bugia, funzionale, appunto, al disegno atlanitista che ha bisogno di hitlerixxare la resistanza popolare filo-russa.

  5. against Novorossiya dice:

    E ancora"marcia russa" per i nazisti ukraini banderovcyhttps://www.youtube.com/watch?v=dxETleFZ31g

  6. Anonimo dice:

    In risposta ai commenti sul carattere politico della Resistenza in Donbass (1)Se, per quanto concerne il regime russo, si può dire che la tendenza di fondo sia un conservatorismo autocratico liberista, come detto, assai distante dal fascismo, non penso invece sia del tutto errato vedere nelle “repubbliche popolari” del Donbass degli esperimenti ben più orientati, almeno come volontà politica di fondo, in senso social-nazionale che conservatore. L’opinione occidentale errando anche qui, ritiene che Putin ed il Cremlino manovri o manovrino abilmente, come sapienti prestigiatori, le trame politiche e economiche delle “repubbliche popolari”. In realtà, il contrario, o quasi del tutto il contrario; nell’estate ’14, nel febbraio ’15, proprio perchè al Cremlino avevano capito che le elite sociali del Donbass non rispondevano servilmente a disegni di sorta dall’alto, si decideva di interrompere ogni appoggio alle Repubbliche, in un momento di radicale offensiva militare dei Popolari russofili, rendendo così possibile una rapida ripresa di azione delle truppe fedeli a Kiev, che in quei casi avevano paurosamente arretrato. Rimangono le morti misteriose di vari esponenti neofascisti del Donbass (non Mozgovoy naturalmente, ucciso realmente da estremisti di destra ucraini rispondenti Kiev nel maggio 2015); rimane il ripiegamento o l’emarginazione delle figure più nazionaliste e popolari presenti in Crimea e Donbass dalla “primavera russa” del ’14. Tutti elementi sui quali, se non possiamo qui sciogliere, non dovremmo nemmeno sorvolare . L’ideologia sintesi delle “repubbliche popolari” non è dunque il conservatorismo illuminato putiniano. Proprio Givi (Mikhail Tolstykh, comandante del Battaglione Somalia, ucciso da esplosione di uno “shmel” il 8.02.17), una delle figure più significative e popolari della resistenza popolare del Donbass, in una intervista di poco precedente alla morte rilasciata a “camerati francesi” simpatizzanti si definiva un “socialnazionale” russo, anticapitalista ma al tempo medesimo assolutamente antisovietico e anticomunista; precisava però che non gli davano fastidio il sovietismo di molti amici e commilitoni o le bandiere rosse, perché rappresentavano gli ultimi anni di storia di russa, quando gradualmente, dopo il ’45, il regime sovietico era diventato sempre più nazionalista, “imperiale” e sempre meno comunista. Precisava anche che “antifascismo” era un termine privo di senso nella storia della società russa, era solo propaganda immediata per inchiodare gli europeisti con i loro indirizzi filoukraini e russofobici, in quanto nella storia russa si doveva invece parlare più con precisione di contrapposizione tra nazionalismo pangermanista hitleriano e nazionalismo grande-russo sovietico. Pavel Gubarev già Governatore della repubblica popolare di Donetsk, poi sindaco di un distretto amministrativo nell’oblast di Donetsk, Yasinuvata, accogliendo nella DNR i volontari fascisti internazionali, dava loro pubblici onori proclamando che “i veri fascisti sono con le repubbliche popolari di Donbass, non possono logicamente stare con Kiev che è proUsa e proNATO…”. Lo stesso faceva la nota Ekaterina Gubareva (https://alchetron.com/Ekaterina-Gubareva#-)quando ha precisato in diverse occasioni che il nazionalismo russo è ideologicamente anticomunista non antifascista. Naturalmente tutta la retorica politica del Donbass esibisce a ogni documento ufficiale (da quello sulla nuova Controrivoluzione russa a quello sulla economia solidaristica e antioligarchica, quest’ultimo in particolare di forte rottura con il liberismo putiniano) l’anticapitalismo come elemento unificatore della Nuova Russia nazionalpopolare.    

  7. Anonimo dice:

    In risposta ai commenti sul carattere politico della Resistenza in Donbass (2) Per quanto riguarda infine la Costituzione della Repubblica Popolare di Donetsk, adottata il 14 maggio 2014, ovunque viene ribadita la sostanza tradizionalista e nazionalista panrussa della Repubblica. L’articolo 31.3 vieta ogni possibile forma di unione “perversa” tra persone dello stesso sesso, che verrà perseguitata. L’articolo 9.2 dichiara che la fede ortodossa professata dalla Chiesa Ortodossa Russa (Patriarcato di Mosca) è la religione di stato. L’articolo 6.5 dichiara che tutte le autorità politiche della Repubblica dovranno rispettare i valori tradizionali religiosi, sociali e culturali del “Mondo Russo”. Gli articoli 3 e 12.2 sanciscono il diritto alla vita fin dal momento del concepimento, implicando in tale modo il divieto all’aborto. Il nazionalismo, strutturato come detto in senso vagamente sociale e ancor più vagamente anticapitalista, è il cardine dell’ideologia della Novorossiya. La sostanza della resistenza del Donbass è di carattere decisamente reazionario e con precisi tratti neofascisti, a differenza del conservatorismo ideologico putiniano. Molti degli eventi interni delle “Repubbliche popolari” vanno anche letti, non unilateralmente, come è ovvio, alla luce di un latente conflitto tra il Donbass e il Cremlino.F.f.

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