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PATRIOTTISMO SÌ, NAZIONALISMO NO di Moreno Pasquinelli

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[ 19 settembre 2018 ]

In molti ci segnalano che sui “social” imperversa (si fa per dire) la campagna contro il “rossobrunismo”. Li ringraziamo ma ne siamo al corrente. In Rifondazione, con l’avallo di una direzione compiacente, si è giunti ad una vera e propria caccia alle streghe, con dossier concepiti nella migliore tradizioni spionistica. Il tentativo è quello di isolare la nascente e sempre più ampia e trasversale sinistra patriottica. Secondo gli istigatori del “dagli all’untore” il patriottismo equivarebbe a nazionalismo, ergo al fascismo. Niente di più erroneo.
Riteniamo utile, al fine di smontare questa disgraziata equazione, ripubblicare un intervento di Pasquinelli che pubblicammo il 17 dicembre di due anni fa, subito dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale. Si tratta dell’intervento che venne pronunciato lo stesso giorno a nome di Programma 101. all’incontro di Bologna.


Segnaliamo, sul tema PATRIOTTISMO E NAZIONALISMO le seguenti lezioni:

Prima Lezione – Le origini democratiche e rivoluzionarie del patriottismo italiano

Seconda Lezione – La nascita dello Stato unitario e la svolta nazionalistica
Terza Lezione –  Il nazionalismo come maschera dell’imperialismo

(Prossimamente le ultime due elezioni)
*  *  *
Cari compagni,
non mi dilungherò sulla portata e sui significati che la massiccia vittoria del NO al referendum ha portato alla luce. Essi sono infatti, per chi voglia davvero vederli, espliciti, primo fra tutti che si va velocemente sfaldando la lunga supremazia delle élite dominanti, che nel Paese la larga maggioranza chiede una svolta profonda, sociale e politica. Il Paese non soffre solo una crisi economica e sociale la più drammatica, la maggioranza del popolo avverte che esso vive una vera e propria crisi esistenziale. Mettiamola così intanto: il Paese è diviso in due blocchi sociali eterogenei e contrapposti: quello della conservazione neoliberista, oligarchico e globalista, e quello antioligarchico e nazionale-popolare. Se nel primo è il Pd l’elemento portante, nel secondo è il M5S. La situazione è tuttavia fluida, nuovi spostamenti dentro questi du blocchi avverranno, e tutti e due, sotto la pressione degli eventi e del conflitto, sono destinati, prima o poi, a lasciare il posto a nuovi protagonisti. Sicché possiamo affermare che in entrambi questi campi è aperta la lotta per l’egemonia
Vorrei agganciare il mio ragionamento politico sull’IMPLICITO, sul segno anti-europeo e anti-globalista che il NO contiene e su ciò che ne consegue per tutti noi.
Dopo decenni di sbornia europeista l’ostilità all’ordine eurocratico è diventato senso comune, si esprime non solo in uno “stato d’animo” fuggente, bensì nella consapevolezza che la globalizzazione è insostenibile, quindi del carattere oligarchico, antipopolare, antidemocratico di quest’Unione matrigna. Il timore di ciò che potrebbe accadere dopo l’inevitabile implosione è il fattore che trattiene l’euroscetticismo diffuso del divenire ripudio deciso.
Questo spiega perché sia il Movimento 5 Stelle ad avere il vento in poppa. La ragione del suo successo è che si tratta di una forza che con grande abilità insegue l’umore delle masse colpite dalla crisi sistemica, che si limita a dare voce al senso comune, alimentando l’illusione di quella che potremmo chiamare “rivoluzione gentile”. Sappiamo che gli avvenimenti innanzi a noi faranno a pezzi certe illusioni, ma stiamo attenti a sottovalutare la questione Cinque Stelle. Proprio per questa loro capacità di mettersi in sintonia con le masse degli esclusi potrebbero essere costretti, e nel caso lo vedremo presto, ad alzare il tiro, passando da un frenetico attivismo istituzionale ad una funzione di stimolo della mobilitazione extra-parlamentare. Dio ce ne scampi quindi da ogni settarismo, più che mai dal lanciare l’anatema che M5S sia un movimento gatekeeper. Dobbiamo invece avere un approccio critico ma unitario perché se vogliamo costruire quello che noi di Programma 101 chiamiamo blocco anti-oligarchico o costituzionale pronto alla sfida del governo, è evidente che i Cinque Stelle sono, fino a prova contraria, nostri alleati. Che poi, nella temperie del conflitto i nemici di oggi possano diventare alleati domani, e viceversa, è una lezione che ci viene dalla storia.

Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro ci segnalano la necessità di un’accelerazione, quella di costruire qui e ora un nuovo soggetto politico non minoritario. Ne descrivono i lineamenti essenziali: “un movimento popolare, costituzionale, per la sovranità e la riconquista dell’indipendenza nazionale”.

Siamo d’accordo, siamo d’accordo se intendiamo questo soggetto come un fronte, un polo, una casa in cui possano abitare, confederati sulla base di regole stringenti, le diverse e indipendenti corrrenti politiche sovraniste e democratiche. Immaginare una rapida reductio ad unum sarebbe velleitario, destinato al fallimento. In questa casa, posto l’accordo su un programma di misure imprescindibili per mettere in sicurezza il Paese, dev’esserci posto sia per coloro che considerano la Costituzione il non plus ultra, che per chi, come noi, tiene ferma la stella polare del socialismo. Sia per coloro, come noi, che ritengono necessaria l’uscita unilaterale da eurozona e Unione, sia per chi immagina una separazione consensuale e chiede sovranità monetaria ma permanendo in un’Unione riformata.
Dato che i ritmi della crisi diventeranno più incalzanti, giusto tentare di costruire questo polo-fronte politico in tempi stretti. E d’accordo anche nel tentare dare vita ad un pensatoio che potrebbe affiancare sperabilmente questo fronte.
Ugo e Mimmo pongono quindi il dito sulla piaga più dolorosa, sollevando il problema della identità e dei linguaggi che dovremmo utilizzare per farci largo tra le masse. Abbiamo idee quanto mai chiare su come uscire dal marasma e mettere in sicurezza il Paese; abbiamo detto anche troppo sulla dimensione economica della rottura con l’euro. Ma non possediamo ancora un linguaggio che ci aiuti ad essere compresi e apprezzati dalle larghe masse. Utilizziamo un politichese intellettualistico, tecnicistico, spocchioso, che i semplici non capiscono. Dobbiamo smettere di cantare la messa in latino, e parlare la lingua volgare del popolo. E qui si spiega la riflessione che tutti ci riguarda sul populismo.
Tuttavia, come ci insegna Carlo Formenti, populismo non è solo linguaggio: Dio ce ne scampi da un populismo che sia solo tecnica politica, retorica narrativa o addirittura demagogica. Esso è invece un discorso simbolico che punta, prima ancora che alla sfera razionale, al cuore del popolo ferito e vilipeso; è un appello che commuove chi lo riceve e che suscita sentimenti di riscatto sociale; un racconto che porta a galla dimensioni spirituali nascoste nelle profondità della storia di ogni nazione. Quando la situazione è drammatica nessuna narrazione politica può sperare di diventare egemonica se non hapathos. Populismo, per quanto ci riguarda populismo socialista, è quindi l’incontro tra una visione radicale ed una pratica politica di massa. E’ anzitutto l’identificazione di un nemico, su cui concentrare l’odio sociale e contro il quale si chiama alla lotta per annientarlo.

La discussione sulla identità, se non è disquisizione politicista, deve spingerci a trovare questo discorso, una narrazione grande, unificante, che muova le larghe masse.
Lasciatemi quindi dire che né l’appello democratico alla applicazione della Costituzione, né l’abusata e sindacalistica rivendicazione dei diritti sociali, e nemmeno l’uscita dall’euro, riescono a comporre una narrazione che possa liberare le energie popolari, che cioè tocchi corde profonde.
Il discorso che ci serve NON dobbiamo inventarlo, lo abbiamo già, ma sta nascosto, tra le pieghe di questi livelli di realtà, sepolto sotto vecchi paradigmi. Dobbiamo portalo allo scoperto.  
E’ il discorso del patriottismo. Il popolo può diventare protagonista solo se sente di essere una comunità solidale, se e solo non si sente un intruso ma padrone della nazione in cui vive.
Non è qui la sede per ripercorre la genesi storica del patriottismo. Esso, prima di venire trasfigurato dai dominanti nella seconda metà dell’Ottocento in un nazionalismo reazionario, fu rivoluzionario, libertario e democratico. La controffensiva ideologica delle sinistre di allora, marxisti in testa, tutta basata sull’abbandono del patriottismo a favore di un’internazionalismo di evidente matrice cosmpolitica proto-borghese, fece fiasco, e ne paghiamo ancora le conseguenze. Di quell’internazionalismo, nato proletario, non resta infatti oggi che il suo sostrato cosmopolitico liberale. Un’arma micidiale: essa è stata la grande e cosmetica narrazione con cui la plutocrazia capitalista ha nascosto la globalizzazione e la sua controffensiva storica.

«Questa tradizione di pensiero è penetrata a sinistra attraverso diverse vie, prima fra tutte la scuola del “diritto cosmpolitico (“weltbürgerrecht”) che va da Hans Kelsen a Jürgen Habermas a Norberto Bobbio. Questo cattivo universalismo, sotto le mentite spoglie del pacifismo e della sacralità dei diritti umani, di una irenica lex mondialis valida erga omnes, si è rivelato il rivestimento cosmetico dell’occidentalizzazione, anzi della americanizzazione armata del mondo». 

Mentre l’internazionalismo cosmpolitico è oggi l’anestetico più potente per imbrigliare e soggiogare i popoli, le terribili ferite inferte al popolo lavoratore e lo spaesamento causati dalla globalizzazione neoliberista stanno facendo risorgere, seppure ancora in forme

latenti, il sentimento di amore per la Patria, il bisogno di sentirsi una Nazione, la spinta alla sovranità, il bisogno di affratellamento comunitario contro il nemico esterno e i suoi lacchè interni. I grandi capitalisti non solo non si sentono italiani, essi si sentono parte di una famiglia capitalista predatoria globale, ed agiscono come elemento dissolutore e distruttore della nazione.

Si può e si deve declinare e raccontare questo patriottismo come opposto e antagonista al nazionalismo di certe destre xenofobe e imperialiste. E per questo è importante il linguaggio, il codice simbolico con cui lo utilizziamo. Il nostro patriottismo è democratico, repubblicano, antifascista, quindi costituzionale. Fa suo il senso popolare di appartenenza alla nazione, che ha radici in vincoli di storia, di memoria, di lingua e di cultura. Questo patriottismo socialista non nasconde di essere italiano, se condanna i crimini storici commessi in nome della Patria, deve andare orgoglioso delle sue radici moderne, democratiche e socialiste, quelle che hanno innervato il Risorgimento, la prima resistenza antifascista capeggiata dagli Arditi del Popolo, fino alla Resistenza partigiana, che è stata anzitutto una guerra patriottica di liberazione nazionale.
Il nostro patriottismo è nemico del nazionalismo, non disprezza chi è diverso, non è intollerante verso gli altri popoli, a cui propone anzi fratellanza. E’ un antidoto contro ogni nazionalismo patologico fondato sul falso mito, potenzialmente razzista, dell’etnicità, che per ciò stesso tende ad a giustificare ogni porcheria, ogni ingiustizia, ogni sopruso commesso dai dominanti in nome della loro patria. Non sembri un’ossimoro: il nostro è patriottismo internazionalista, consapevole di essere erede di una vocazione universalistica italiana che ha radici antiche e che è stato il lievito della successiva civilizzazione europea. E’ perché siamo patrioti che abbiamo condannato lo sterminio sabaudo della rivolta del Mezzogiorno, bollata come brigantaggio. E’ perché siamo patrioti che abbiamo rifiutato di issare il tricolore in Libia. E’ perché siamo patrioti che non abbiamo partecipato alla carneficina imperialista della grande guerra. E’ perché siamo patrioti che abbiamo combattuto la monarchia ed il fascismo. E’ perché siamo patrioti che abbiamo lottato contro il regime democristiano. E’ perché siamo patrioti che abbiamo rifiutato la sudditanza italiana all’imperialismo americano e oggi chiediamo l’uscita dall’Unione europea. E’ perché siamo patrioti che abbiamo difeso la Costituzione e votato NO al referendum.
Il referendum, come ho detto, fotografa un Paese spaccato in due campi sociali contrapposti. Non c’è dubbio su quale sia il nostro campo, è appunto quello antiglobalista e nazionale. Quello che le élite bollano come populista. E’ in questo campo che il fronte patriottico di cui parliamo deve lanciare la sfida dell’egemonia: in opposizione non solo al nazionalismo reazionario ma pure ad ogni cretinismo legalitario. Questo campo è oggi presidiato da due forze principali: il M5S da una parte e dall’altra dalla Lega Nord salviniana. Il luogo che noi dovremmo andare ad occupare prima possibile, il solo che non sia ancora presidiato è, gioco forza, quello che sta sul fianco sinistro dei cinque stelle. E’ uno spazio politico ampio, destinato ad allargarsi ove M5S si dimostrasse del tutto incapace di tirar fuori il Paese dal marasma e ostile alla incipiente sollevazione popolare. Ma il fronte di cui parliamo non deve chiudersi in un recinto. L’appello alla ricostruzione politica e morale della patria dovrà sparigliare le carte nello stesso campo populista, puntare ad erodere il consenso di cui oggi godono le destre nazionaliste, sfondare anche in questo settore.
La crisi si aggraverà, il Paese entrerà in quello che più volte abbiamo definito “Stato d’eccezione”. Quello sarà il momento in cui chi ha sempre comandato sarà scalzato dal governo, in cui la maggioranza che si è espressa per il NO chiederà alle forze populiste di andare al potere. Sarà il momento in cui si deciderà chi vince la partita. Solo se avremo già costruito, sul fianco sinistro del M5S, il fronte di cui parliamo, potremo essere protagonisti della rischiosa partita. Rischiosa perché un fallimento del governo popolare d’emergenza potrebbe concludersi, o in una rivincita delle potenti forze eurocratiche e globaliste, e l’Italia diventerebbe un paese straccione, oppure con una svolta reazionaria capeggiata dagli eredi del fascismo.
Facciamo presto dunque, consapevoli che il nostro Paese, il nostro Popolo, sarà chiamato dalla storia, ancora una volta, nel bene o nel male, ad indicare il sentiero sul quale non solo l’Europa dovrà incamminarsi in futuro.
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4 pensieri su “PATRIOTTISMO SÌ, NAZIONALISMO NO di Moreno Pasquinelli”

  1. Fiorenzo Fraioli dice:

    Vi segnalo questa squallida operazione, della quale sono venuto a conoscenza tramite una mail:Le Avventure Rossobrune Di Ego FuffaroNella mail c'è il seguente testo:"Il 29 settembre le avventure di Ego Fuffaro arrivano a Colleferro insieme al fumettista Alessio Spataro, per un serata sorosiana, turbocapitalista e apolide, all'insegna della fuffa, della neolingua e del globalismo.E a seguire…Aperitivo soriosiano appoggiato dalle lobbies Lgbt Torneo di Biliardino con grandi premi identitari a km zero."Capite a che livello sono capaci di arrivare? L'iniziativa è del movimento rifiutiamoli, che pure conduce condivisibili battaglie ambientaliste in Ciociaria ma, dal punto di vista politico, è saldamente nelle mani della sinistra pucci pucci. L'operazione di confusione semantica (di cui come sapete ritengo complici, ma sul versante opposto, sia Lega che M5S) è in pieno svolgimento.Tutto si può fare e dire, meno che consentire anche solo la nascita di un piccolo partito politico patriottico e socialista.

  2. Anonimo dice:

    E ci meravigliamo? La sinistra sinistrata con il patrocinio di De Magistris sta tramando per l'ennesima operazione politicista in vista delle elezioni europee. Lo chiamano quarto polo. Ci odiano per la nostra trasversalita' patriottica. Per questo le infami delazioni sul rossobrunismo che spediamo volentieri al mittente. Rifondazione e' collusa con i governi Prodi, i piu' filoeuropeisti che la storia repubblicana ricordi, hanno svenduto la sovranita' popolare alle oligarchie capitalistiche ed imperialiste europee e all'impoverimento sociale determinato dall'introduzione dell'euro. Si sciacquassero la bocca prima di parlare.

  3. Anonimo dice:

    Con tutta onestà , e se mi concedere il francesismo , se qualche sinistrato sorosiano mi da del rossobruno reagisco con due reazioni , equivalenti : me ne sbatto i coglioni oppure gli rispondo con un "grazie , troppo buono" .

  4. E Livorno dice:

    x Fiorenzo Fraioli.Da una rivista che ha ormai gettato la maschera, e perso ogni ritegno, arrivando a pubblicare questo cosa ti potevi aspettare.https://www.rollingstone.it/cultura/news-cultura/solo-la-chiesa-di-satana-ci-salvera-dal-populismo/420104/

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