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UN FRONTE ANTIFASCISTA EUROPEO? di J.Anguita, M.Monereo e H.Illueca

[ 28 novembre 2018 ]

Era prevedibile, anche se forse non così presto. Lo slogan che si sta diffondendo è quello di costruire un fronte politico europeo antifascista. Lo stiamo vedendo in questi giorni. Con espressione cupa e volto serio, alcuni intellettuali proclamano il nuovo credo: “Di fronte alla minaccia del fascismo, l’unità dei democratici!” La questione ha una certa logica: se quello che sta emergendo nell’Unione europea (UE) è qualcosa di più quel populismo di destra, cioè il fascismo puro e duro, richiede una grande alleanza politica che faccia da freno, da diga, contro qualcosa che si presume sia un male assoluto che deve essere sconfitto, a tutti i costi. Al centro della proposta, la difesa delle istituzioni che devono essere stabilizzate e consolidate. Ci riferiamo, ovviamente, all’UE e alla democrazia liberale.

Un fronte europeo antifascista? Viviamo la cultura del momento e la memoria scompare dal nostro orizzonte, che è il luogo ove si gioca davvero la partita ruolo. Grecia e Tsipras sono scomparsi dal dibattito pubblico e non dovrebbe essere così. Il paese ellenico è stata una lezione, un esperimento e, per molti versi, una punizione. La presenza del governatore greco lo scorso settembre al Parlamento europeo non ha meritato la dovuta attenzione. Tsipras è apparso con l’orgoglio del proprio dovere compiuto e di un lavoro ben fatto nella rappresentazione di un paese trasformato. Tre anni dopo essere stato proposto dalla sinistra alternativa come presidente della Commissione sotto il vessillo di “un’altra Europa è possibile”, è apparso come il difensore di questa UE di fronte alla barbarie populista. Inoltre, ha proposto un’alleanza che va da Macron fino alla sinistra, aperta ai liberali e ai moderati conservatori. Si potrebbe dire che questi tre anni hanno finito per oscurare qualsiasi progetto che non sia la difesa della UE realmente esistente. In effetti, la Grecia è cambiata molto. È passato dall’avere un debito pubblico del 135% del PIL nel 2009 al 180% oggi, la disoccupazione è passata dal 10 al 20 percento e il paese ha perso 400mila abitanti. Una tragedia maturata per la maggiore gloria di questa UE e dei mercati.

La realtà finisce sempre per scontrarsi con il dominio del politicamente corretto. La prima cosa che non si vuole discutere è se le politiche che l’Unione europea ha fatto prima e dopo la crisi hanno a che fare con la nascita e lo sviluppo del nazionalismo escludente e forze politiche che, per comodità, definiremo come populiste di destra. A questo punto, pochi dubitano che le politiche dell’Unione sono state sistematicamente smantellamento dello stato sociale in ciascuno dei paesi, erodendo i meccanismi di controllo sociale e politico dei mercati capitalistici e indebolire il potere contrattuale delle classi lavoratrici e le loro unioni . L’Unione Europea ha finalmente costituito un regime di politiche neoliberiste fino a diventare obbligatorie e, cosa più grave, punibili con pesanti multe per i paesi che le violano. L’idea di base, il dogma che prevale oggi nel dibattito della Commissione con la Spagna e l’Italia, non è altro che per frenare e ridurre la spesa pubblica. L’obiettivo non è più il 3 percento, ma l’eccedenza nella fase alta del ciclo. La democrazia è diventata limitata perché, governare chiunque governa, deve applicare politiche monetarie e fiscali neoliberali sotto la minaccia dei mercati, l’onnipotente Banca centrale europea e una Commissione intransigente nell’applicazione dei Trattati. In questo contesto può davvero sorprendere l’ascesa del populismo delle destre?

Dobbiamo dirlo anche qui e ora: in un momento in cui il mondo sta cambiando dalle fondamenta e sta attraversando una transizione geopolitica di grandi dimensioni, dove la tendenza di fondo è la multipolarità, cioè nel processo di ridistribuzione del potere globale , l’UE non ha un progetto autonomo identificabile. L’assenza di una propria politica internazionale capace di guidare una transizione che si presume sia conflittiva, condannerà l’Europa alla subordinazione alla politica americana. La “Trappola di Tucidide” non è né una questione secondaria né una finzione intellettuale. Gli USA non rinunceranno pacificamente alle posizioni di dominio conquistate dopo la seconda guerra mondiale, ciò che fa della guerra uno strumento prioritario per risolvere i principali problemi strategici. Per l’Europa, la NATO implica perpetuare la subordinazione agli interessi geostrategici statunitensi, l’aumento dei bilanci militari e la conversione delle richieste di sicurezza in un problema di ordine pubblico e di forza dello Stato penale.

Un fronte europeo antifascista? C’è un paradosso che non sempre viene preso in considerazione quando si chiede la difesa della democrazia. Sappiamo cosa si intende: difesa dei diritti e delle libertà democratiche. Ora, il paradosso è che, in molti modi, la proposta davanti e dietro la UE è il ritorno a una democrazia liberale, cioè il porre fine al costituzionalismo sociale, alle democrazie avanzate come risultato del conflitto di classe e due guerre mondiali che hanno avuto l’Europa al centro. La rivolta delle élite, una volta caduto il cosiddetto “impero del male” e la scomparsa del nemico interno socialista, è stata volta a ripristinare una democrazia funzionale al mercato, soggetta ad esso, che espropria la sovranità economica e spoliticizza la politica. In un certo senso, si può parlare di “americanizzazione” della vita pubblica europea e di una divisione sempre più chiara tra democrazia come procedura e democrazia come autogoverno.

Tuttavia, la cosa peggiore di questo nuovo fronte emergente è che non è in grado di comprendere le relazioni tra l’integrazione europea (la UE) e la crisi delle nostre democrazie indebolite, né le profonde trasformazioni che stanno avvenendo nelle nostre società. Non dovremmo ingannare noi stessi o essere ingannati: il ripristino delle democrazie di mercato richiede, ha bisogno della paura come proprio fondamento; di persone isolate, socialmente disconnesse e insicure verso il futuro. Il tipo di capitalismo ora dominante ha bisogno di persone che agiscano secondo le regole e i modi che richiede. Quando parliamo del “momento Polanyi” ci riferiamo a un fenomeno che appare ovunque: una rivendicazione fondamentale di protezione, di sicurezza e identità, di nostalgia per un ordine basato sulla comunità

Questo nuovo frontismo confonde gli effetti con le cause; cerca di combattere il populismo di destra senza prestare attenzione alle circostanze che lo hanno generato; aspira a legittimare le istituzioni che sono in crisi ovunque e rende la conservazione dell’esistente il fondamento e l’orizzonte di ciò che verrà. Si crede davvero che muovendo da questi presupposti sia possibile riarmare politicamente e culturalmente un movimento contrario alle derive autoritarie che attraversano le nostre società? Qualcuno pensa seriamente che da questi punti di partenza genererà l’entusiasmo, l’adesione e l’immaginario necessari per una mobilitazione sociale capace di vincere e attivare le maggioranze sociali? Non ci crediamo. Piuttosto pensiamo che avverrà il contrario. Difendere istituzioni in crisi e socialmente delegittimate solo aiuterà il rafforzamento dei populismi autoritari e nazionalisti che alla fine riusciranno a deviare le richieste di protezione verso formule sicuritarie che implicano la restrizione delle libertà e dei diritti. Se la sinistra finisce per difendere questo nuovo fronte, finirà per rompere i suoi rapporti già indeboliti con le classi popolari, perpetuando un percorso che la porterà a scomparire come alternativa al governo.

Crediamo che si debba imparare dalla storia. La democrazia, i nostri classici così lo capirono, si difende sviluppandola, espandendola, estendendola. Ciò significa porre in primo piano la contraddizione tra democrazia e capitalismo. Più specificamente, richiede la de-mercificazione, la garanzia dei diritti sociali di base e l’instaurazione di relazioni armoniose con la natura. Significa anche democratizzare la democrazia portandola nelle imprese, nelle grandi istituzioni finanziarie, promuovendo modalità alternative di organizzazione dell’economia e democrazia partecipativa. De-patriarcalizzare la società promuovendo l’uguaglianza sostanziale e la democratizzazione della vita quotidiana delle persone. Deglobalizzare, recuperare la sovranità popolare come fondamento dell’ordine politico, come diritto all’autogoverno e la definizione costituzionale di un progetto collettivo basato su una società di donne e uomini liberi ed eguali, impegnati nell’emancipazione.

Vale la pena ricordare una riflessione che Perry Anderson ci ha lasciato qualche tempo fa in un eccellente articolo:


* Fonte: Cuartopoder 
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE




GILET GIALLI? L’OPPOSTO DI “NUIT DEBOUT” di Jean Claude Michéa

[ 28 novembre 2018 ]
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Cari amici,

Solo poche parole molto concise e lapidarie – perché qui siamo presi dai preparativi per l’inverno (tagliare la legna, piante e alberi da pacciamare ecc). Io sono ovviamente d’accordo con tutti i vostri commenti, come con la maggior parte delle tesi espresse su Luoghi comuni (solo l’ultima affermazione mi sembra un po’ debole a causa del suo “occidentalismo”: una vera cultura di emancipazione popolare esiste anche, naturalmente, in Asia, Africa o America Latina!).

Il movimento dei “gilet gialli” (un buon esempio, a proposito, di quella creatività popolare di cui parlavo nei Misteri della sinistra) è, in un certo senso, l’esatto opposto di “Nuit Debout“. Questo movimento, semplificando, è stato infatti il primo tentativo – incoraggiato da gran parte della stampa borghese e dal “10%” (vale a dire, quelli che sono deputati ad essere, o si preparano a diventare, la leadership tecnica, politica e “culturale” del capitalismo moderno) – di disinnescare la critica radicale al sistema, concentrando tutta l’attenzione politica su quell’unico potere (seppur decisivo) rappresentato da Wall Street e dal famoso “1%”. Una rivolta quindi di quei metropolitani ipermobili e ultraqualificati (anche se una piccola parte delle nuove classi medie comincia a conoscere, qua e là, una certa “precarizzazione”) che costituiscono, dall’era Mitterrand, il principale vivaio per la classe dirigente di sinistra ed estrema sinistra liberale (e in particolare dei suoi settori più apertamente contro-rivoluzionari e anti-popolari: Regards, Politis, NP“A”, Université Paris VIII, ecc). Qui, al contrario, sono quelli che vengono dal basso a ribellarsi (come analizzato da Christophe Guilluy – tra l’altro stranamente assente, fino ad ora, da tutti i talk show televisivi, a vantaggio, tra gli altri comici, del riformista sub keynesiano Besancenot), i quali hanno già una coscienza rivoluzionaria sufficiente a rifiutarsi di dover ancora scegliere tra sfruttatori di sinistra e sfruttatori di destra (d’altronde è così che Podemos ha avuto inizio nel 2011, prima che i Clémentine Autain e i Benoît Hamon riuscissero a seppellire questo promettente movimento allontanandolo gradualmente dalla sua base popolare).

Per quanto riguarda l’argomento degli “ambientalisti” di corte – coloro che preparano questa “transizione energetica” che consiste principalmente, come ha mostrato Guillaume Pitron in La guerre des métaux rares: La face cachée de la transition énergétique et numérique, nel delocalizzare l’inquinamento dei paesi occidentali nei paesi del Sud – argomento secondo cui questo movimento spontaneo sarebbe portato avanti da quelli che hanno l’”ideologia della automobile” e da “tizi che fumano sigarette e viaggiano a diesel”, è tanto assurdo quanto disgustoso e immondo: è chiaro, infatti, che la maggior parte dei gilet gialli non prova nessun piacere a dover prendere ogni giorno l’auto per andare a lavorare a 50 km da casa, per andare a fare la spesa nell’unico centro commerciale esistente nella sua regione e in genere situato in piena campagna a 20 km di distanza, o per fare una visita dall’unico medico che non è ancora in pensione e il cui studio si trova a 10 km dalla sua abitazione. (Prendo questi esempi dalla mia esperienza nelle Landes! Ho anche un vicino di casa che vive con 600 euro al mese e deve calcolare sino a quale giorno del mese può ancora andare a fare la spesa a Mont-de-Marsan, senza fermarsi in mezzo alla strada, a seconda della quantità di diesel – il carburante dei poveri – che può ancora comprare). Scommettiamo invece che sono i primi a capire che il vero problema sta precisamente nell’attuazione sistematica, per 40 anni,da parte dei successivi governi di destra e di sinistra, del programma liberale che ha a poco a poco trasformato il loro villaggio o il loro quartiere in un deserto sanitario, privo di qualsiasi centro di rifornimento di generi di prima necessità, e dove la prima azienda ancora in grado di offrire qualche posto di lavoro mal retribuito si trova a decine di chilometri di distanza (se ci sono dei “progetti per le periferie” – e questo è un bene – non c’è ovviamente mai stato nulla di simile per questi villaggi e cittadine – dove vive la maggior parte della popolazione francese – ufficialmente destinati all’estinzione dal “senso della storia” e dalla “costruzione europea”!).

Ovviamente non è l’auto in quanto tale – quale “segno” della loro presunta integrazione nel mondo del consumo (non sono né lionesi né parigini!) – che i gilet gialli oggi difendono. È semplicemente che la loro auto diesel usata di seconda mano (che la Commissione europea sta già cercando di togliergli inventando continuamente nuovi “standard tecnici di qualità”) rappresenta la loro ultima possibilità di sopravvivenza, vale a dire di avere una casa, un lavoro e di che sfamare se stessi e le loro famiglie nel sistema capitalista di oggi, che avvantaggia sempre di più i vincitori della globalizzazione. E dire che è innanzitutto questo cherosene “di sinistra” – quello che naviga di aeroporto in aeroporto a portare nelle università di tutto il mondo (e in tutti i “Festival di Cannes”) la buona parola “ecologista” e “associativa” che osa dar loro lezioni! Decisamente, quelli che non conoscono altro che i loro poveri palazzi metropolitani non avranno mai un centesimo della decenza che oggi si può ancora trovare nei casolari poveri (e di nuovo, è la mia esperienza nelle Landes che parla!).

L’unica domanda che mi pongo è fino a che punto può arrivare un simile movimento rivoluzionario (movimento che non è estraneo, nella sua nascita, nel suo programma unificante e nella modalità della sua evoluzione, alla grande rivolta del Sud del 1907) nelle tristi condizioni politiche quali sono oggi le nostre. Perché non dobbiamo dimenticare che ha davanti a sé un governo thatcheriano di sinistra (il consigliere principale di Macron è Mathieu Laine – un uomo d’affari della City di Londra che ha curato la prefazione alle opere della strega Maggie tradotte in francese), vale a dire un governo cinico e senza paura, che è chiaramente pronto – ed è questa la grande differenza con tutti i suoi predecessori – ad arrivare ai peggiori estremi pinochettiani (come Maggie con i minatori gallesi o gli scioperi della fame irlandesi) per imporre la sua “società dello sviluppo” e questo potere antidemocratico dei giudici, ora trionfante, che ne è il necessario corollario. E, naturalmente, senza avere nulla da temere, su questo piano, dai servili media francesi. Dobbiamo ricordare, infatti, che ci sono già tre morti e centinaia di feriti, alcuni dei quali in condizioni molto critiche. Se la memoria non mi tradisce, bisogna risalire al maggio del ’68 per trovare un costo umano paragonabile a quello di queste manifestazioni popolari, almeno sul terreno metropolitano. Eppure, la copertura mediatica data a questo fatto sconvolgente è, almeno per il momento, adeguata a un dramma di questa portata? E cosa avrebbero detto i cani da guardia di France Info se questo bilancio (provvisorio) fosse stato causato, ad esempio, da un Vladimir Putin o da un Donald Trump?

Infine, ultimo ma non meno importante, soprattutto non dobbiamo dimenticare che se il movimento dei gilet gialli guadagnasse ancora terreno (o se mantenesse, come adesso, il sostegno della stragrande maggioranza della popolazione), lo Stato Benalla-Macroniano non esiterà un momento a inviare i suoi Black Bloc e tutta la sua “Antifa” (come le famose “Brigate rosse” dei vecchi tempi) per screditarlo con qualsiasi mezzo, o orientarlo verso un’impasse politica suicida (abbiamo già visto, per esempio, come lo stato macroniano è riuscito in poco tempo a privare l’esperienza Zadista di Notre-Dame-des-Landes del suo sostegno popolare originale). Ma anche se questo movimento coraggioso dovesse temporaneamente venire interrotto dal PMA (Parti des médias et de l’argent), nel peggiore dei casi significherà che si è trattato solo di una prova generale e dell’inizio di una lunga battaglia. Perché l’ira che viene dal basso (sostenuta, devo ripeterlo ancora una volta, dal 75% della popolazione — e quindi logicamente stigmatizzata dal 95% dei cani da guardia mediatici) non ripiegherà, semplicemente perché la gente non ne può più e non ne vuole più sapere. 


Il popolo è decisamente in movimento! E a meno che non se ne elegga un altro (secondo il desiderio di Eric Fassin, questo agente d’influenza particolarmente attivo della famosissima French American Foundation), non è pronto a rientrare nei ranghi. Che le Versailles di sinistra e di destra (per usare le parole dei proscritti della Comune rifugiati a Londra) lo tengano per certo!

Con grande amicizia.