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ROMA: VOTARE NO AL REFERENDUM ATAC di Stefano Fassina

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[ 9 novembre 2018 ] 


Domenica prossima, 11 novembre, si svolgerà a Roma il Referendum promosso dai radicali per la “liberalizzazzione” (leggi privatizzazione) dell’Atac.
Fassina, nell’intervista, spiega perché occorre votare NO.

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Stefano Fassina domenica 11 novembre, voterà No ai quesiti referendari proposti dai Radicali. Guai a parlare di liberalizzare il servizio. Il trasporto pubblico, per il capogruppo di Sinistra per Roma in Campidoglio, deve restare tale. Magari con qualche aiuto da parte dello Stato. Perché, tra le cause del disservizio, c’è anche la conformazione urbanistica della Capitale. Troppo dispersiva per garantire un trasporto in pareggio.

D. Fassina, i guasti alle stazioni metropolitane, come i bus che prendono fuoco, sono immagini con cui i romani hanno drammaticamente familiarizzato. Il servizio di trasporto pubblico non funziona e sembra paradossale in un’azienda che ha accumulato 1,3 miliardi di debiti. Ma come si è arrivati a questa situazione in Atac?

R. Ci si è arrivati per diverse ragioni che nulla hanno a che vedere con la natura del gestione del servizio di trasporto pubblico locale. Vi si è giunti per i drammatici tagli ai trasferimenti per il trasporto pubblico locale e che in alcuni anni si è tradotto in un vero e proprio azzeramento. E già questo spiega il 90 % del debito accumulato da Atac . Ovviamente poi il debito è stata all’origine della paralisi di investimenti nella manutenzione sia dei mezzi che della rete. Questa è la prima grande causa della situazione disastrosa del trasporto pubblico a Roma. Poi c’è da dire che, a differenza delle altre grandi città metropolitane, ha una densità abitativa molto bassa e questo comporta enormi extra costi nella gestione del servizio per servire numeri ristretti di cittadini. Basta vedere com’è distribuito l’insediamento nella fascia intorno al raccordo. C’è anche un’altra cosa da sottolineare: Roma ha un problema di traffico congestionato che non è dovuto principalmente alle carenze del trasporto pubblico, ma deriva dal fatto che il trasporto sul ferro è assolutamente carente, in particolare per quanto riguarda gli spostamenti quotidiani dalla città all’area metropolitana. Ci sono cause strutturali che prescindono dalla natura del gestore. Poi c’è il problema della gestione che è rilevante, ma che non può essere risolto con la privatizzazione e con la liberalizzazione.


D. I radicali puntano sulla liberalizzazione del Servizio, perché secondo lei è un’ipotesi da scongiurare?

R. Innanzitutto è una liberalizzazione che serve per poi affidare ai privati la gestione del servizio. C’è una reticenza da parte dei Radicali a chiamare le cose con il loro nome, perché i cittadini sanno bene quali sono le conseguenze delle privatizzazioni.

D. Il passaggio ad una gestione privata non è quindi auspicabile. Però perchè non funziona?

R. E’ una scorciatoia che aggraverebbe le condizioni del trasporto pubblico locale. E’ il risultato dell’applicazione di quel modello che è utilizzato ad esempio per la gestione delle autostrade. Il trasporto pubblico locale è un monopolio naturale, come lo sono la gestione delle autostrade e dell’acqua. I risultati dell’affidamento di questi monopoli sono sotto gli occhi di tutti. Autostrade, come anche Aeroporti di Roma, sono stati gestiti secondo il modello che i Radicali propongono per Roma. Il risultato è che si generano extra profitti, rendite enormi di cui beneficiano i concessionari. Lo stesso vale per l’acqua che viene gestita da Acea. Il risultato è equivalente: si arriva tariffe elevate con scarsissimi investimenti e pessima qualità del servizio. Nel Regno Unito che è stata la patria di queste misure di liberalizzazioni, ci sono due terzi dei cittadini che chiedono di ri-nazionalizzare. Questo modello non funziona perché, ripeto, porta sistematicamente carenze d’investimenti, aumenti delle tariffe, peggioramento del servizio e peggioramento delle condizioni del lavoro.

D. Atac ha una concessione fino al 2021, l’Unione Europea dice che il servizio di trasporto pubblico debba essere messo a gara. Se passa il No al referendum Atac quindi, l’azienda dovrà affrontare due nodi: quello del risanamento e quello dell’inevitabile messa a gara del servizio di trasporto cittadino. Come se ne esce?
R. Atac dovrà comunque rilanciarsi, questo è certo. Ma la gara non è necessaria, si può evitare e ci sono condizioni per farlo. Atac ha un concordato preventivo in corso per alleggerire quel peso paralizzante del debito. E’ chiaro poi che servono innovazioni per quanto riguarda le procedure di nomina dei vertici aziendali. Abbiamo fatto proposte precise che vanno dalla certificazione di short list di professionisti da parte dell’autorità nazionale di regolazione dei trasporti, a procedure partecipate dai cittadini a maggioranza qualificata in consiglio comunale per la nomina degli amministratori, inoltre serve potenziare l’agenzia di Roma per la Mobilità che ha il compito di pianificare il trasporto pubblico nella Capitale. Poi è chiaro che occorrono più risorse. Perché ripeto: date le caratteristiche sciagurate dello sviluppo urbanistico della nostra città, ci sono extra costi che è necessario coprire se si vuole rendere un servizio decente.


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2 pensieri su “ROMA: VOTARE NO AL REFERENDUM ATAC di Stefano Fassina”

  1. Anonimo dice:

    1) io vivo in una città brasiliana della stessa grandezza di roma e con problemi peggiori (solo 2 linee di metrò, zero tram, centinaia di colline ripide).il biglietto costa circa un euro. tenendo conto che rispetto all'italia i combustibili costano la metà e i salari 1/3, mi sa che la tariffa romana di 1.50 è troppo bassa per garantire un minimo di economicità… perfido discorso liberista? no, razionalità e onestà, non distruggere risorse e non pretendere eternamente che altri coprano le mie distruzioni. penso che anche un ipotetico paese comunista dovrebbe tenere conto di queste norme di buon senso (per me infantili). anche perchè se tutti sono in perdita a chi scrocco per coprire le mie perdite?2) il problema è l'antieconomicità delle linee extra-raccordo? si potrebbe dare quelle a delle società private (piccole e molte… per mantenere sempre il potere-controllo in mani pubbliche) così come fanno nella mia città: dei mini-bus gestiti da piccolissimi privati per il trasporto capillare nelle vaste estreme periferie, linee che poi si integrano con quelle centrali che continuerebbero in mano pubblica.gino.

  2. Anonimo dice:

    Fassina non è molto portato per la politica. Quantomeno quella elettorale. Sarebbe stato meglio invitare all'astensione e così nullificare il referendum. Per fortuna, dalle notizie che sto consultando proprio ora, apprendo che il quorum non è stato raggiunto. E si trattava di uno striminzito 33%. I radicali – accozzaglia di sionisti assatanati e liberisti pazzi – dopo aver lanciato l'istituto del referendum negli anni '70, l'hanno infine affondato. Non da oggi, ma da più d'una ventina d'anni.Io, che vivo a Roma, non sono andato alle urne. Mi risulta pure Fassina sia romano. Ma forse lui non ha fatto la stessa, banalissima considerazione che ho invece fatto io: chi usa i mezzi pubblici qui è una piccola minoranza. Non mi sorprende che la stragrande maggioranza di quelli che "io l'autobbusse o 'a metro nun l'ho presi manco 'na vorta nell'urtimi xyz anni" non fossero proprio interessati alla questione. Insomma, c'ho azzeccato guardando alla banale antropologia del romano medio.Detto questo, anche in parziale risposta al commentatore Gino, faccio presente che la disastrosa situazione dell'Atac è dovuta principalmente a due ordini di problemi:1) altissima evasione delle tariffe da parte dell'utenza, fatto storico consolidato da decenni – ovunque nel mondo civilizzato si salga su un autobus lo si fa da una porta sola e si mostra biglietto o abbonamento valido oppure lo si acquista dal conducente. A Roma invece no. Potrebbe anche darsi che i prezzi attuali siano ancora troppo bassi, ma di sicuro sono pochi quelli che pagano come devono ed è così da un pezzo; 2) funzione primaria dell'Atac quale abominevole baraccone clientelare prima ancora che azienda di trasporto pubblico. Per decenni le amministrazioni romane hanno usato allegramente l'impresa per pompare il proprio consenso elettorale, col beneplacito dei sindacati confederali, assai felici di poter pompare essi stessi il numero dei propri tesserati. Bisognerebbe poi considerare quali siano le proporzioni fra "dirigenti" (de che?) strapagati e personale impiegatizio "ordinario" e fra questi "quadri d'ufficio" e i dipendenti che si occupano effettivamente di condurre i mezzi, fare manutenzione in officina, fare i controllori e stare nelle sale di controllo e coordinamento della situazione su strada minuto per minuto.Detto questo, Roma è più simile ad una metastasi che a una metropoli civile, le sue mille disfunzioni sono cosa nota, s'è lasciato che si sviluppassero follemente per una vita (pure perché c'hanno sempre lucrato una miriade di parassiti, pubblici e privati, "per bene" ed esplicitamente criminali) e ora neanche il Mago Merlino sarebbe in grado di fare l'incantesimo giusto per raddrizzare la baracca.

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