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SOVRANISMO SENZA NAZIONE di Nello De Bellis

[ 28 dicembre 2019 ]

Il tema del “REGIONALISMO DIFFERENZIATO, dunque della rottura de facto dell’unità nazionale, è ormai drammaticamente all’ordine del giorno. 
L’articolo che segue ne illustra chiaramente le disastrose conseguenze sulla società italiana. Nell’auspicare che la quasi secessione nordista venga fermata da un’ampia mobilitazione politica e culturale, vogliamo qui ricordare due cose. 
La prima è che il “regionalismo differenziato” è figlio della riforma del titolo V della Costituzione (2001) targata D’Alema e Amato. 
La seconda è che tale controriforma ha storpiato in più punti lo spirito e la lettera della Costituzione del 1948, ponendo le norme inserite in quell’occasione (in particolare all’art. 116) in netta contraddizione con il principio di uguaglianza sancito nell’articolo 3, ma anche con quanto previsto dagli art. 119 e 120 in materia di “solidarietà sociale”, rimozione degli “squilibri economico e sociali”, “tutela dell’unità giuridica e dell’unità economica”, “tutela dei livelli essenziali delle prestazioni”. Insomma, la controriforma del 2001 è stata un vero e proprio aborto. Sarebbe questo il  momento, adesso che ne arrivano i frutti più velenosi, di mettere all’ordine del giorno la sua cancellazione.

Uno dei problemi più seri per l’unità socio-economica ed amministrativa del Paese e, temiamo, a breve anche politica, è la fiera determinazione con la quale la Lega, mentre indossa le vesti di una destra nazional-populista vagamente ispirata alla Le Pen, sta portando avanti il suo processo di secessione “morbida” del Veneto e poi, a seguire, di Lombardia ed Emilia-Romagna.

Uno degli effetti più deleteri della lunga crisi socioeconomica e delle direttive politiche europee è stato proprio, a dispetto dei vari sovranismi oggi alla ribalta, l’affievolimento del senso vero dell’unità nazionale. E’ venuta meno l’idea che il Paese nella sua interezza possa uscire dalla crisi e ciò favorisce obiettivamente quei centri dei poteri forti che assecondano, approfondendole, le linee di frattura storicamente preesistenti, per favorire i loro disegni.

Non credo sia un mistero per nessuno che il c.d. partito tedesco ambisce da vari… secoli all’Anschluss dell’Italia centro-settentrionale e del suo ricco apparato produttivo ed economico. In questo, lo ribadiamo, pur puntando i piedi su varie questioni con Bruxelles, e rivendicando la propria autonomia la Lega salviniana sta giocando in questi giorni un ruolo oggettivamente decisivo, promuovendo la “secessione” delle regioni ricche del Nord, trasferendo poteri, competenze e risorse economiche dal livello statuale a quello regionale.

Si tratta di un processo complesso e potenzialmente “ancipite”, cioè tanto vantaggioso quanto disastroso, ma che in ogni caso andrebbe accompagnato da un dibattito pubblico di grande spessore e di adeguata risonanza mediatica e non procedere, come è avvenuto fino al primo sblocco favorevole da parte del Governo del 21 dicembre scorso, in un assordante silenzio sia nel mondo politico che intellettuale.

E’ un progetto in fase ormai fortemente avanzata, che prevede il prossimo passaggio decisionale già il prossimo 15 febbraio, che si inscrive nel rapporto storicamente complessivo Nord-Sud nell’ ottica della globalizzazione e dell’ attuale ordoliberismo europeo.

Questi i termini reali del problema. L’impianto del provvedimento prevede né più né meno che i cittadini delle regioni più ricche abbiano diritto a più risorse e servizi pubblici in ragione del gettito fiscale regionale, non più ripartito nella fiscalità generale dello Stato. Ciò si traduce in una brusca e sensibile riduzione di risorse per tutte le altre regioni che non fanno parte della rosa delle privilegiate, che non sono solo le già menzionate Veneto, Lombardia ed Emilia, perché seguiranno a stretto giro anche Liguria, Piemonte, Umbria e Toscana.

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LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE


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Altro aspetto caratterizzante e decisivo è che il progetto non si limita ad ambiti specifici, ma riguarda ben 23 materie su cui ora è vigente la competenza, o meglio la sovranità (è il caso di dirlo) dello Stato dalla Scuola al Servizio sanitario (già oggi fortemente squilibrato). Col potere di nominare, assumere e retribuire i docenti su base regionale, nonché intervenire anche sulla stesura dei contenuti dei programmi didattici, sarà la fine definitiva del sistema nazionale della Pubblica Istruzione, già peraltro minato dalle riforme scriteriate degli ultimi 20 anni (a cominciare da quella Berlinguer per finire a Renzi).

Tutto questo, se andrà avanti senza intoppi di sorta, comporterà una ristrutturazione irreversibile del funzionamento del nostro Paese e dei diritti dei suoi cittadini, che prescinderà del tutto dai livelli essenziali delle prestazioni previsti per legge dalla Costituzione, anteponendo i diritti e i servizi dei cittadini delle regioni in questione al (misero e mesto) resto d’Italia.

Una volta sancita l’approvazione in Consiglio dei Ministri, il voto alle Camere potrebbe essere di pura ratifica senza alcuna possibilità di analisi, di discussione,di integrazione o opposizione pura e semplice. Delle conseguenze, delle ricadute, dei danni sociali che questa programmata e voluta asimmetria tra regioni forti e regioni deboli, e sempre più in prospettiva, indebolite non si riflette per nulla con la dovuta obiettività e ponderatezza. 

L’unico Leitmotiv è che bisogna anzi accelerare il processo, conferendo sempre più fondi e poteri alle regioni trainanti, affinché possano lasciarsi il più rapidamente possibile alle spalle la crisi, mentre gli altri se la sbrighino da soli, dimostrando finalmente di essere capaci di procedere senza corruzione e senza sprechi. Musica già sentita.

A riequilibrare le sorti di un’Italia sempre più sbilenca dovrebbe poi bastare, senza alcun intervento strutturale e politica economica degna di questo nome al Sud, il reddito di cittadinanza, proprio mentre si tagliano i diritti primari dell’istruzione e della sanità che soli la rendono effettiva. Fin qui la cronaca. A parte la considerazione politica che su una simile scottante e controversa materia, di pretto interesse leghista, l’assenso del M5S nella persona del suo leader Di Maio è sconcertante, come se non si rendesse conto della portata strategica delle questione; è surreale anche il silenzio delle altre forze politiche, sempre alla ricerca del casus belli, che qui potrebbero ben rimarcare, da destra e da sinistra, le loro posizioni e non lo fanno.

Eppure qui appare in gioco davvero l’assetto e il destino stesso del Paese,profilandosi di fatto la dissoluzione dell’unità politica dello Stato italiano (nato dal Risorgimento e dalla Resistenza). Quali spazi politici vi siano in questo teatro, dati i tempi ristrettissimi della decisione, per una Sinistra patriottica, ma anche di altre forze democratiche sinceramente pensose dell’unità e del bene collettivo, è arduo ipotizzare, vista la loro effettiva consistenza e capacità di mobilitazione.

Un’ultima riflessione è che le crisi, al di là dei loro aspetti nuovi e inediti, si sviluppano su linee di frattura precedenti, regressive e in qualche modo ataviche. L’Italia che esce o uscirà dall’autonomismo leghista e che graviterà fatalmente in modo subalterno nell’orbita euro-germanica, somiglierà all’Italia delle signorie del XV secolo, di cui sarà la fedele riedizione post-moderna nell’Europa delle regioni sognata dalle élites finanziarie di Berlino e di Bruxelles.