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NO ALLA “RIVOLUZIONE LIBERALE” di Piemme

[ 8 gennaio 2018 ]

Privati della possibilità di votare per una lista elettorale sovranista costituzionale —sulle cause di questo fallimento e sui colpevoli, che ci sono, sarebbe il momento di fare chiarezza—  chi voteremo, semmai voteremo, il 4 marzo? Di certo non per il Pd, principale arnese in mano ai dominanti, né tantomeno per il centro-destra, che si candida a fare da supplente.

Ieri il vertice di Arcore tra Berlusconi, Salvini e la Meloni si è concluso con l’accordo. Come avevamo previsto il Cavaliere l’ha spuntata. Dopo mesi di invettive e rimbrotti Salvini e Meloni hanno dovuto accettare il sodalizio con la “quarta gamba” dei Lupi, dei Cesa, dei Fitto e dei Tosi — Noi con l’Italia-Udc.

Il vertice, sulla carta, era solo sulla spartizione dei collegi e la composizione delle liste. La sostanza è che Lega e Fratelli d’Italia, hanno accettato il ruolo di comprimari, anzi di portatori d’acqua al mulino berlusconiano. Berlusconi non aveva mai dubitato (di contro a tanti pseudo-sovranisti che per anni hanno corteggiato Salvini via Borghi Aquilini) che l’avrebbe avuta vinta.
Forte di questa certezza, ha rilasciato a IL FOGLIO una lunga intervista che la dice lunga sul profilo e le priorità del governo in caso di vittoria del centro-destra. Al netto delle promesse acchiappavoti, ha affermato che finalmente verrà messa in atto la cosiddetta “rivoluzione liberale”. In estrema sintesi: mani libere alle imprese in nome del famigerato dogma liberista “più mercato e meno Stato”. Ovvero proprio ciò che ha causato il disastro sociale e il declino nazionale.

Non si tratta, ovviamente, di una sorpresa, anzi. Quel che importa è che con questa uscita Berlusconi abbia suggellato l’accordo con Salvini e Meloni, mettendo in chiaro ai poteri forti, ma l’aveva già fatto in primavera, che lui è un convinto europeista, e che il suo modello è la Merkel e giammai la Le Pen.

I “mercati” possono in effetti dormire sonni doppiamente tranquilli. Anche ove il centro-destra ottenesse la maggioranza dei seggi, non è detto che governi. 

Così lo stesso Economistaccolto finalmente Berlusconi nella grande famiglia liberale, non fa mistero che andrebbe benissimo un governo di “larghe intese” tra il Pd e Forza Italia, magari allargato a questo o quel cespuglio. E se neanche questo fosse numericamente possibile, sempre Bill Emmot non solo  sdogana i Cinque Stelle ma afferma: «A Berlusconi preferisco Di Maio».

E così il cerchio si chiude. Lorsignori non commetteranno l’errore di puntare su un solo cavallo vincente, a questo giro ne hanno ben tre. Tutto fa brodo pur di evitare l’instabilità italiana, vera e propria bomba ad orologeria che può far saltare la muraglia dell’Unione europea.

E così torniamo al punto di partenza. Mentre chi sta in alto ha non solo tre opzioni e uscite di sicurezza, chi sta in basso, nelle urne, sembra non averne nemmeno una.




IRAN: LIBERTÀ PER AHMADINEJAD! di Campo Antimperialista

[ 8 gennaio 2018 ]

Ovviamente nessuno crede che la fiammata di proteste iniziate il 28 dicembre a Mashad e subito estesasi in diverse città del Paese — Qom, Rasht, Kerman, Kermanshah, Qazvin ed altri capoluoghi di provincia —, sia stata una  “cospirazione orchestrata dalla Cia, dai sionisti e dall’Arabia saudita”. Non ci credono, ovviamente, nemmeno le massime autorità della Repubblica Islamica dell’Iran, anche se questa è la loro versione ufficiale.
Ci credono tuttavia alcuni complottisti nostrani uno dei quali, facendo eco alla narrazione iraniana ufficiale, ha scritto ad esempio: 

«La ‘”rivoluzione colorata” iraniana – come avevo previsto – non è durata più di tre giorni; i provocatori e i teppisti sono stati identificati e isolati. Di chi si trattava? Dei soliti noti, dall’MKO ai servizi d’intelligence israeliani e sauditi, cellule ‘’dormienti’’ che da anni attentano alla sicurezza nazionale della Republica Islamica».

Nei tempi andati c’erano infatti i filosovietici, e all’altro lato i filocinesi, che giunsero a sostenere e giustificare le peggiori porcherie di Mosca o Pechino col motivo che si trattava di paesi socialisti. Oggi c’è chi ha sostituito la categoria di “paese socialista” con quella ancor più aleatoria di “stato antimperialista”. Nel nostro caso, si sostiene, l’Iran è uno “Stato antimperialista”. Per cui, chiunque sia al governo in Iran, esso sarebbe nel giusto e ogni opposizione, peggio ancora sommossa sociale, è di sicuro istigata e pilotata dagli imperialisti. Ci viene in mente quanto ebbe a dire Mao riferendosi ai filosovietici in seno al partito comunista cinese: “Per certi compagni le scoregge dei russi profumano”. No, le scoregge non profumano, tantomeno quelle che vengono da Tehran dopo l’ascesa al potere di Hassan Rohani e la defenestrazione di Ahmadinejad. 


Consigliamo così a questi complottisti di leggere quanto dichiarato dal partito comunista iraniano Tudeh:

«Contrariamente alle affermazioni di alcuni leader dei riformisti favorevoli al regime che tali proteste sono “cospirazioni”, crediamo profondamente che la maggior parte della gente della nostra nazione sia delusa e frustrata dagli slogan di coloro i cui unici obiettivi sono apportare lievi modifiche al regime attuale, e ora chiedono cambiamenti fondamentali nella governance del paese». 

Se fosse vero che le recenti proteste in Iran sono state fomentate da “Cia, Israele e Arabia Saudita”, come mai (notizia gravissima di ieri mattina) è stato arrestato, su ordine della Guida suprema Ali Khamenei l’ex-presidente della Repubblica islamica Mahmoud

Ahmadinejad? Forse che Ahmadinejad è diventato nel frattempo un agente di “Cia, Israele e Arabia Saudita”? Ovviamente nessuno crede a questa accusa, nemmeno quelli che lo hanno messo agli arresti. 

Delle due l’una: o la sollevazione è una recidiva della molto borghese “onda verde” del 2009 (infatti spalleggiata dai “riformisti” alla Rohani e che noi non sostenemmo, vedi QUI QUI), oppure è stata scatenata dall’ala più radicale, giustizialista e antimperialista del campo islamico-shiita.

Il dato di realtà è che la Republica Islamica dell’Iran, al netto della sua politica estera di potenza regionale — che non sempre è antiamericana, basta ricordare il semaforo verde dato all’aggressione del 2003 dell’Iraq di Saddam Hussein, e più indietro il sostegno, in combutta con Washington, allo squartamento della Iugoslavia — è un paese capitalista, con tutto il corollario di corruzione sistemica, diseguaglianze e discordie sociali che il capitalismo si porta appresso. E dove c’è il capitalismo, tanto più quello bazarista-predatorio persiano, c’è la lotta di classe. 
Le ciniche dichiarazioni americane e israeliane di sostegno alla sommossa — che il regime si vanta di aver sedato: una ventina di morti e centinaia di arresti — nulla tolgono al suo carattere di rivolta popolare. Legittima aggiungiamo, la cui scintilla sono state le recenti misure di tipo liberista adottate dal governo di Rohani: aumenti di alcuni generi di prima necessità, tagli ai sussidi sociali, nuove privatizzazioni di aziende pubbliche. Al fondo c’è l’indignazione contro un sistema che mentre conosce un aumento del Pil del 4-5% annuo registra non solo un’altissima disoccupazione ma conosce un aumento senza precedenti delle diseguaglianze sociali. Capitalismo di stato, così si definiva il sistema iraniano post-1979. E’ discutibile se questa definizione sia oggigiorno corretta.
L’arresto del “populista” Ahamadinejad in quanto principale figura dell’opposizione interna (figura detestata in alto quanto amata in basso) dimostra che la rivolta ha avuto un più profondo carattere politico.
Sulla natura politica della rivolta scrive il direttore dell’Institute of Global Studies:

«Molti piccoli episodi hanno contribuito a determinare la rabbia della popolazione, spingendola poi nelle strade e nelle piazze. Tre finanziarie private, ad esempio – la Samen Alhojaj, la Caspian Financials e la Aman Financial Institution – sono di fatto fallite nelle scorse settimane, e i risparmiatori chiedono oggi la restituzione delle somme investite, accusando il governo di collusione con i vertici delle istituzioni finanziarie. Tutte e tre le finanziarie offrivano ritorni sugli investimenti a dir poco esorbitanti, attraendo in tal modo migliaia di risparmiatori in quella che sembra delinearsi a tutti gli effetti come una truffa sul modello delle ben note “piramidi finanziarie”. Ciononostante, i risparmiatori truffati non accettano accuse di dabbenaggine e chiedono al contrario alle istituzioni pubbliche di far fronte ai debiti accumulati dalle finanziarie.

Nelle aree recentemente colpite dal terremoto la protesta prende invece corpo intorno alle migliaia di persone che hanno perso la propria abitazione in conseguenza del sisma, e che oggi accusano il governo e le società immobiliari che hanno realizzato gli immobili (alcune riconducili alla struttura economico-finanziaria della Sepah-e Pasdaran) non solo di inefficienza nei soccorsi, quanto soprattutto di frode nelle modalità di realizzazione degli immobili, rivelatisi non anti-sismici.

In buona parte delle città settentrionali interessate dalle proteste, invece, la popolazione ha soprattutto accusato il governo Rohani di inefficienza, corruzione e abbandono, dopo anni di promesse che non si sono mai concretizzate. È la disoccupazione il principale motore del malcontento, che soprattutto nelle città di provincia e nelle fasce giovanili raggiunge percentuali elevatissime, ormai difficilmente sostenibili. 

A questo si aggiunge il malcontento per la dilagante corruzione, per i numerosi scandali che interessano le èlite politiche ed economiche del paese, attraverso un susseguirsi di scandali che una stampa articolata ed eterogenea non manca di commentare e condannare, nel perenne dualismo tra le forze conservatrici e quelle di ispirazione pragmatico-riformista.

Ultimo, ma non certo meno rilevante, ad alimentare la protesta e il malcontento verso la gestione politica e amministrativa del presidente Rohani [la cui elezione noi non salutammo] possono essere individuati alcuni centri del sistema politico più conservatore. In questo ambito trovano quindi spazio sia figure dell’apparato politico-economico, interessate a screditare le politiche di apertura alla comunità internazionale e soprattutto il JCPOA, sia esponenti del sistema clericale come ad esempio l’Ayatollah Hossein Noori Hamedani, che ha prontamente sostenuto i manifestanti nell’ottica di indebolire il programma politico del presidente.

Attraverso questo meccanismo di propagazione, quindi, la protesta è arrivata ben presto nelle strade della capitale, interessando anche in questo contesto gruppi molto diversi tra loro per estrazione ed approccio ideologico. Le motivazioni che spingono quindi anche un numero non indifferente di abitanti di Tehran alla protesta sono essenzialmente connesse ad una vasta quanto eterogenea radice, genericamente riconducibile al generale malcontento per la crisi economica, la perdurante stasi del JCPOA [Joint Comprehensive Plan of Action, ovvero l’accordo sul nucleare del 2015, NdR] e la contestuale aspettativa sugli investimenti stranieri che non arrivano in Iran, la dilagante corruzione e una generale inquietudine sul piano della politica estera e soprattutto regionale».

Sì, come ogni sollevazione popolare spontanea, in essa confluiscono molti rivoli, generando una piena che convoglia istanze anche molto diverse. Se è risibile la tesi della “cospirazione Cia, sionisti e Arabia Saudita”, non è quindi credibile neanche quella che sarebbe stata una rivolta a comando ordita dalla confraternita di Ahamadinejad. Così, mentre abbiamo notizie di manifestanti che protestavano contro l’ingente impegno militare e finanziario dell’Iran nei conflitti in Medio Oriente (anzitutto in Siria) “mentre i poveri muoiono di fame”, altre ci indicano che in alcune città si gridava contro Rohani perché in cambio dei cedimenti agli Stati Uniti sul nucleare, avrebbe avuto in cambio solo un pugno di mosche — accordi del JCPOA che noi al tempo criticammo: vedi QUI QUI.


I media occidentali oltre ad aver tentato di sputtanare la rivolta come una recidiva della cosiddetta “onda verde” del 2009, tentano nuovamente ed in modo maldestro quanto

patetico di usare l’icona della “eroica” ragazza senza chador, per mettere il loro cappello sul malcontento popolare, facendola insomma passare per una rivolta filo-occidentale. Niente di più lontano dalla realtà.

Peggio, c’è chi, ubbidendo a primordiali impulsi sionisti e imperialisti, giunge addirittura, col pretesto di “non tradire gli iraniani”, a sostenere la politica bellicistica di Trump. Scrive ad esempio il direttore de LA STAMPA Maurizio Molinari

«Se tutto questo mette alla prova l’Occidente è perché quando nel giugno del 2009 l’Onda verde della protesta iraniana sfidò il regime, contestando i risultati della riconferma alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad, gli Stati Uniti e l’Europa si voltarono dall’altra parte. Moltitudini di iraniani credettero che l’Occidente li avrebbe ascoltati e sostenuti. Ricevettero invece solo un tradimento, morale e politico, il cui primo – ma non solo – responsabile fu il presidente americano Barack H. Obama che, anziché sostenere le loro grida di libertà, scrisse in segreto a Khamenei, offrendogli un dialogo che sei anni dopo avrebbe portato all’accordo di Vienna sul programma nucleare iraniano corredato dalla fine delle sanzioni con imbarazzanti dettagli segreti che solo ora iniziano ad affiorare: dalla spedizione con un aereo militare di un miliardo di dollari in contanti ai pasdaran al blocco delle indagini dell’Fbi sui traffici illeciti degli Hezbollah fino all’avvertimento a Teheran che il generale Suleimani rischiava di essere eliminato da Israele. Scegliendo il silenzio davanti alla repressione dell’Onda verde Obama indirizzò l’America, e trascinò l’Europa, verso l’appeasement con lo stesso regime che oggi gli iraniani tornano a contestare a viso aperto, rischiando le proprie vite. Da qui l’importanza della scelta dell’amministrazione Trump di schierarsi subito dalla parte dei manifestanti e l’interrogativo se la Casa Bianca riuscirà a far seguire alle parole i fatti. È un bivio che riguarda anche l’Europa: dopo le prime timide dichiarazioni da Berlino e Bruxelles ha l’occasione per invertire drasticamente la rotta rispetto agli errori compiuti con gli ayatollah negli ultimi otto anni!».

La solidarietà con i manifestanti persiani non ci impedisce di dichiarare sin d’ora che difenderemo la Repubblica Islamica dell’Iran davanti ad ogni aggressione americano-sionista. Di converso, questa minaccia reale, non ci spinge a sostenere un regime politico la cui politica antipopolare indebolisce il Paese rendendo quella minaccia ancor più temibile.

Libertà per Ahmadinejad!

Libertà per tutti i manifestanti arrestati!


Campo Antimperialista




JOHN PILGER: CHI MINACCIA L’UMANITÀ?

[ 7 gennaio 2018 ]

IL PROGRAMMA DI DI MAIO L’HA SCRITTO RENZI? di Fabrizio Patti

[ 7 gennaio 2018 ]


Mercoledì 27 dicembre, Davide Casaleggio è stato ospite della trasmissione televisiva Otto e Mezzo. Sorvoliamo sul carattere soporifero del personaggio. Ad un certo punto il sociologo (amico) Domenico De Masi ha rivolto al Casaleggio Junior una domandina semplice semplice. “La politica economica dei Cinque Stelle è di ispirazione social-democratica o neo-liberista?” Risposta da far cadere le braccia per la sua patetica elusività: “Si tratta di categorie sorpassate”
Che bestia è, dunque, la politica economica dei Cinque Stelle? Dopo tante giravolte sembra attestarsi ad un neoliberismo temperato simil-renziano. Per convincersene basta leggere l’intervista che il doroteo Di Maio ha rilasciato a IL MATTINO il 4 gennaio scorso. Avremmo voluto scriverci un pezzo, ma siamo stati anticipati da LINKIESTA. Non condividiamo dove va a parare l’autore, ma la sua disamina è impeccabile.
*  *  *
Ma il programma di Di Maio lo ha scritto Renzi?

Strategie nazionali su politiche attive, turismo, energia. Investimenti in ferrovie e autostrade. Il rafforzamento della Consip. La necessità di una riconversione “per gradi” dell’Ilva. Nel programma economico illustrato da Di Maio c’è (anche) molto di quanto fatto dagli ultimi governi

di Fabrizio Patti


La lunga stagione di opposizione senza sconti del Movimento Cinque Stelle in questi anni ha nascosto dietro una cortina di fumo un fatto che oggi emerge a sorpresa: la vicinanza delle proposte economiche dello stesso Movimento a molte delle politiche dei governi della legislatura appena conclusa. Per rendersene conto basta leggere l’intervista rilasciata il 4 gennaio dal capo politico del M5s, Luigi Di Maio, al Mattino di Napoli. 


Si comincia dalle prime righe, dove il candidato premier auspica «una rivoluzione dei centri per l’impiego su scala nazionale». Chissà che avrà pensato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (o l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini), visto che un’Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal) è effettivamente stata istituita nel 2015, a seguito del Jobs Act. E chissà che ne pensa il suo presidente, Maurizio Del Conte, che da un anno e un mese, cioè dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, non cessa di lamentarsi di avere le mani legate perché gran parte del potere sui temi di politiche attive e formazione è rimasto alle regioni.

Probabilmente lo stesso che avrà pensato il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, di fronte a due proposte politiche di Di Maio: quella di istituire un ministero ad hoc sul turismo (per la cronaca l’Italia non l’ha avuto dal referendum abrogativo del 1993 al 2013, quando il governo Letta lo reintrodusse, unendolo ai beni culturali); e quella di creare una strategia nazionale per il turismo. Qui le curiosità sono due: la prima è che un Piano strategico per il turismo (2017-2022) esiste ed è appena stato varato. La seconda è che il capo politico dell’M5s invoca la modifica del Titolo V della Costituzione per permettere di attuare tale strategia nazionale. È solo il caso di ricordare, sommessamente, che questa modifica, con il relativo riaccentramento nelle mani dello Stato di alcune funzioni, era prevista nella riforma costituzionale che l’M5s si impegnò più di tutti per bocciare in Parlamento e poi con il referendum.

Si potrebbe anche ricordare il recente appoggio al referendum per l’autonomia sia in Lombardia sia in Veneto, dove il governatore Luca Zaia aveva promesso che la regione si sarebbe presa, in caso di vittoria, le deleghe di tutte e 23 le materie a competenza concorrente. Tra queste c’è anche il trasporto e distribuzione nazionale dell’energia. Vale ricordarlo perché l’energia è un altro terreno su cui Di Maio vuole un “grande piano di riconversione”, che si immagina sia nazionale. Questo piano ha più gambe, una più ambiziosa – stop al petrolio entro il 2050 – e una più a portata di mano: stop al carbone entro il 2025. In questo caso c’è da chiedersi cosa pensi il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, dato che la Strategia energetica nazionale, varata lo scorso novembre, prevede l’uscita completa dal carbone negli impianti termoelettrici proprio dal 2025.

Lo stesso Calenda avrà di che riflettere di fronte alla frase che nell’intervista al Mattino riguarda l’Ilva: «Quell’impianto va riconvertito per gradi ma va riconvertito e i lavoratori dell’Ilva vanno coinvolti nella bonifica», dice Di Maio. Dopo anni di muro contro muro, è una posizione che pare molto più “centrista” di quella del governatore pugliese Michele Emiliano, accusato dal candidato M5s assieme a Calenda di aver creato «un caos mediatico che ha danneggiato anche gli imprenditori che stanno cercando di investire in quell’area».

A proposito di centralismo, vale la pena di leggere il passaggio sui i beneficiari del reddito di cittadinanza. «Una volta trovato, anche su base nazionale, un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino – dice Di Maio – non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio». Si dovrebbe quindi essere pronti a partire per l’altro capo dello Stivale. Nulla da eccepire se non fosse che lo stesso M5s aveva più volte parlato di “deportazione in massa” di fronte alla necessità che gli insegnanti si spostassero di regione per poter passare di ruolo, dopo la Buona Scuola.

Graziano Delrio non troverà cenni esplciti al suo piano “Connettere l’Italia” su trasporti, portualità e logistica, né a al piano nazionale aeroporti. Ma sembra evocarlo quando, parlando delle priorità per risollevare il Sud, dice: «punteremo sulle grandi infrastrutture attraverso un piano integrato di lungo periodo e non con interventi spot buoni per tagliare nastri». Quando si evocano le priorità, c’è una netta presa di distanza dalla Tav Torino-Lione e da «nove miliardi di opere inutili, soprattutto al Nord». Ma ci sono almeno due riferimenti a tasti pigiati spesso da Delrio: gli investimenti per le ferrovie, ossia la “cura del ferro” (per Di Maio si deve partire dalle ferrovie a binario unico in Liguria, Lombardia, Sicilia, dalla ferrovia a Matera e per il Cis di Nola); e gli investimenti per il rinnovo del parco mezzi degli autobus, per cui il ministro promise 4 miliardi di investimenti (Di Maio rilancia: «rinnovamento di tutto il parco del trasporto pubblico su gomma, che dovrà essere elettrificato entro il 2020»).

Sugli investimenti in ferrovia c’è da chiedersi cosa pensi un professore di economia dei Trasporti come Marco Ponti, che l’M5s ha sempre preso come riferimento per la sua contrarietà alla Tav e che è divenuto sempre più critico verso la “cura del ferro”, perché molto dispendiosa rispetto alle autostrade e di dubbio vantaggio ecologico, considerando la non remota prospettiva di auto elettriche molto diffuse. C’è di che rassicurarlo, perché tra le altre priorità per il Sud Di Maio cita le autostrade, dato che «in Sicilia ci sono seri problemi». Inoltre ci sono gli «investimenti nelle auto elettriche», come misura citata tra quelle che potrebbero creare lavoro. Chiunque abbia seguito la vicenda dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese sa però quante insidie un proponimento del genere può nascondere (dall’ipotesi della “Florio” al fantasma della Grifa, fino alla sfida ancora aperta di Blutec).

Nella trentina di proposte del candidato premier del Movimento c’è poi la necessità di creare una banca pubblica in seno al ministero dello Sviluppo economico; nessun cenno però al recente trasferimento della Banca del Mezzogiorno di tremontiana memoria a Invitalia da Poste Italiane. C’è invece il riferimento al recupero del «piano di centralizzazione degli acquisti» (vale a dire che si continuerà il lavoro della Consip); e alla «riorganizzazione della pubblica amministrazione». Esplicita la citazione dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, il cui lavoro lasciato «è stato ottimo». L’ex commissario, che non perde occasione per ricordare che il debito pubblico va tagliato, ha avuto modo di esprimere molto chiaramente le sue perplessità sulla copertura del reddito di cittadinanza (17 miliardi annui) nella trasmissione Otto e Mezzo.

Per finanziare manovre come il reddito di cittadinanza, il taglio del cuneo fiscale e la modifica della riforma Fornero sulle pensioni, Di Maio conferma che si dovrà sforare il deficit, dentro cui non dovrebbero rientrare gli investimenti. Sono i punti in cui, come noto, sono maggiori le distanze con gli ultimi governi. Vanno assieme agli altri emersi dall’intervista: la presa di distanze dalla “voluntary disclosure”, lo stop ai vantaggi fiscali per le fondazioni bancarie, l’intenzione di finanziare le energie rinnovabili senza pesare sulla bolletta, la chiusura dei negozi durante almeno sei festività, la critica al Jobs Act (anche se non c’è un esplicito impegno a rimettere l’articolo 18); fino alla “extrema ratio” di un referendum sull’euro, nel frattempo diventato «consultivo» e non più legato a una modifica della Costituzione come proposto in passato.

Il leader M5s pensa che però non ci saranno rotture in Europa: «Il momento è proficuo ed è favorevole per l’Italia – dice – : la Germania non riesce a fare un governo. In Spagna c’è un governo di minoranza. In Francia i partiti tradizionali sono stati spazzati via». Una strizzatina d’occhio a Emmanuel Macron, che poco prima era stato lodato per aver «bloccato» la Tav Torino-Lione? Sarebbe un altro colpo di scena, anche se Macron e i suoi consiglieri – a partire da Jean Pisani Ferry – sulla difesa del fiscal compact sono stati da subito molto chiari. Non rimane che il riconoscimento ambiguo a Mario Draghi: «Mi preoccupa il fatto che alla Bce non ci sarà più un italiano – concede Di Maio -. Ma Draghi ha contribuito a mettere la polvere sotto il tappeto. Lo spread rischia di ripresentarsi una volta finito il programma di Quantitative Easing». Che lo spread si riproponga a causa delle promesse di maggior deficit e della minaccia di uscita dall’euro è una delle tante possibili domande che nascono da questa intervista.

* Fonte: LINKIESTA



CATALOGNA: CHI HA VINTO DAVVERO di Xarxa Socialisme 21

[ 7 gennaio 2017 ]

Pubblichiamo, condividendola in gran parte, la risoluzione dei nostri fratelli catalani di Xarxa Socialisme 21. Dopo un’analisi del voto, che attesta, oltre alla spaccatura della Catalogna in due campi opposti (spagnolista e indipendentista), l’egemonia in entrambi i campi delle destre neoliberiste; si tira quindi il bilancio della situazione politica dopo il voto e si fa una proposta.

Dei fratelli catalani avevamo recentemente pubblicato:
CATALOGNA: NESSUNA VERA INDIPENDENZA È POSSIBILE NELLA GABBIA DELLA UE – 
16 luglio 2017
CATALOGNA: LA SECESSIONE NON È LA SOLUZIONE  – 27 settembre 2017

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DOPO IL 21 DICEMBRE
rimettere al centro l’agenda sociale per cambiare la Catalogna e la Spagna


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di Xarxa Socialisme 21

Il risultato delle elezioni regionali della Catalogna del 21 dicembre, con una partecipazione dell’81,94% (7 punti in più rispetto al 2015,  la percentuale più alta raggiunta nelle elezioni autonome catalane dal 1980), mostra una società divisa a metà riguardo al dilemma indipendenza o mantenimento del legame con la Spagna.
Candidatura d’Unitat Popular
Mentre il blocco indipendentista formato da JuntsxCat, Esquerra Republicana de Catalunya-ERC e Candidatura d’Unitat Popular-CUP ha ottenuto 2.063.371 voti e il 47,5%, il campo non indipendentista con rappresentanza parlamentare formato dal blocco pro-art. 155 (Ciudadanos, Partito Socialista catalano-PSC e Partido Popular-PP) e dalla coalizione En Comú Podem che si oppone all’articolo 155, ha ottenuto 2.212.871 voti e il 50,94%.
Pur non avendo ottenuto la maggioranza dei voti ed anzi diminuendo leggermente in percentuale rispetto al 2015, il blocco indipendentista riguadagna la maggioranza assoluta nel Parlamento catalano con 70 seggi —due in meno rispetto alle precedenti elezioni regionali e quattro in meno rispetto a quelle del 2012.
D’altra parte, l’insieme delle forze politiche non indipendentiste ha ottenuto 65 seggi, 2 in più rispetto al 2015. Ha anche ottenuto 236.418 voti in più, 2,9% rispetto al 2015.
La legge elettorale con una distribuzione territoriale dei seggi non proporzionale (che le destre della Spagna e della Catalogna non hanno mai voluto cambiare) è la causa per cui il blocco indipendentista ottiene la maggioranza assoluta dei seggi quando ha ottenuto 246.363 voti in meno rispetto al campo non indipendentista.
Ci sono diverse letture del risultato elettorale.
La Catalogna

Per alcuni il risultato è stato danneggiato dal precipitare degli eventi dopo l’annuncio della dichiarazione d’indipendenza da parte della maggioranza del Parlamento catalano il 6-7 settembre; per altri invece ne ha beneficiato provocando una grande mobilitazione e un’eccezionale visibilità mediatica dall’auto-esilio.
Insieme alla cronicizzazione della divisione sociale in Catalogna, la divisione territoriale è stata tracciata tra aree industriali urbane e aree marittime, per lo più non indipendentiste e aree rurali pro-independentiste.
Ma, al di là delle grandi cifre elettorali dei blocchi elettorali in conflitto sull’asse nazionale, queste elezioni sono state un terremoto nella mappa politica parlamentare, con prevedibili conseguenze sociali e politiche in Catalogna e in Spagna.
In effetti, il balzo di Ciudadanos, la formazione politica ultra neoliberale, la prima forza parlamentare con 1.102.099 voti, il 25,37% e 36 seggi, aumentando la sua presenza elettorale nelle aree urbane a spese del PP che ha perso 165.000 voti (4,24% e 7 seggi); la conquista di gran parte degli ex astensionisti e, in misura minore, a spese di altre formazioni politiche, avrà conseguenze negative sulle aspirazioni della classe operaia e della maggioranza sociale per recuperare i diritti sociali e del lavoro perduti. Il notevole progresso elettorale di Ciudadanos avrà conseguenze disastrose per la ricerca di una soluzione negoziata e democratica alle legittime aspirazioni di un maggiore autogoverno della Catalogna, rafforzando una nuova mentalità “lerrouxica” [1] in una parte della Catalogna e spingendo il PP verso una posizione di più dura per non perdere posizioni nella sua particolare disputa con Ciudadanos per occupare lo spazio a destra a livello statale.
Nel blocco indipendentista, due le sorprese: il sorpasso subito dalla ERC da parte della destra indipendentista JuntsxCataluña promossa dal presidente Puigdemont, quindi il crollo della CUP che ha perso 144.442 voti e 2 seggi rispetto al 2015, voti che sono andati principalmente a vantaggio di JuntsxCataluña, ERC e astensione. Con i suoi 34 seggi, JuntsxCataluña, 2 in più di ERC, pretende di egemonizzare da destra il blocco indipendentista, con l’argomento di recuperare la legittimità del presidente Puigdemont e del precedente governo.
Per il Partito socialista catalano, con il suo leggero aumento dei voti che gli consente di passare da 16 a 17 seggi, il risultato è frustrante rispetto alle aspettative ed ai sondaggi. Gli errori commessi nel sostenere l’articolo 155, l’alleanza con la destra nazionalista dell’ex Unione democratica della Catalognarappresentata da Ramón Espadaler, hanno molto pesato.

Per quanto riguarda la lista di En Comú Podem, i 323.695 voti e gli 8 seggi ottenuti sono un risultato negativo rispetto a quello ottenuto nel 2015 dalla lista Cataluña Si que es Pot. Perdere quasi 44.000 voti e 3 seggi, deve essere motivo di profonda riflessione e autocritica. Tra gli errori commessi, troviamo la mancanza di chiarezza nella difesa dell’alternativa federale e solidale, così come le debolezze simboliche della lista, hanno causato una fuga significativa di ex votanti verso altri candidati, principalmente PSC eCiudadanos. Errori che hanno impedito loro di connettersi con una larga parte dell’elettorato delle classi popolari e lavoratrici, in gran parte di origine immigrata e di cultura e lingua spagnola.
L’unica gioia da gustare è l’affondamento elettorale della PP che perde 165.085 voti e 7 seggi. Ma è una gioia agrodolce visto che la forza che ne ha beneficiato è Ciudadanos. Se invece di considerare il colore delle bandiere, l’analisi elettorale fosse condotta in termini di sinistra e destra, possiamo vedere che in Catalogna le forze apertamente neoliberiste (JxCat, PP, Ciudadanos) hanno ancora l’egemonia (74 dei 155 seggi parlamentari), sebbene esse non abbiano cessato di diminuire (87 seggi nel 2010 e 78 nel 2012). Nonostante tutto, c’è un lento processo di cambiamento di egemonia che continua a funzionare, il che dovrebbe spingerci a continuare a lottare per una profonda trasformazione dell’agenda politica.
Per un’alleanza dei popoli e delle classi popolari per cambiare la Spagna e la Catalogna
Una soluzione politica alle legittime aspirazioni all’autogoverno di una parte della popolazione della Catalogna non può essere risolto persistendo in dichiarazioni unilaterali di indipendenza. Questa via ha fallito come previsto, non avendo ottenuto una maggioranza sufficiente di voti né nel 2015 né nel 2017, non avendo il sostegno o la neutralità di una maggioranza sociale in Spagna, né tra gli stati dell’Unione europea e del mondo. Inoltre, il percorso avviato il 10 ottobre con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza è riuscito solo a risvegliare la metà dei cittadini della Catalogna che si sentono minacciati dalle conseguenze dell’indipendenza e spingerne gran parte nelle braccia di Ciudadanos e, nel resto della Spagna, ha portato all’allineamento della maggioranza della società contro la rottura dello Stato, e ciò a beneficio dei difensori degli articoli 155, Ciudadanos, PP e PSOE.
È tempo della riflessione collettiva su cosa fare per superare questo circolo vizioso e trovare il modo in cui possiamo avanzare nel cambiamento sociale, nella trasformazione democratica della società e costruire uno Stato federale solidale basato sulla libera adesione.

Reiterare la via dell’indipendenza unilaterale servirà solo a provocare nuove sconfitte epiche così che il governo dello stato applicherà nuove versioni più dure dell’articolo 155 e / o rafforzerà l’intervento sulla Catalogna attraverso la legge organica di bilancio e di stabilità. Inoltre, faciliterà la ricomposizione del dominio delle destre centraliste e neoliberiste in Spagna e ostacolerà le possibilità di cambiamento ponendo le organizzazioni politiche che lo promuovono su un terreno ostile, come accade a Unidos Podemos.
È essenziale porsi come obiettivi principali la difesa dei diritti sociali e del lavoro, la piena occupazione stabile e dignitosa, la riduzione dell’orario di lavoro senza ridurre lo stipendio, il salario minimo di 1200 euro, l’abrogazione della riforma del lavoro, la difesa della sanità e dell’istruzione per invertire i tagli e le privatizzazioni, ripristinare la pensione a 65 anni e il potere d’acquisto delle pensioni, nazionalizzare le banche e i settori strategici dell’energia e dell’acqua sotto il controllo della cittadinanza, ecc. Per realizzare questi obiettivi, la sovranità economica deve essere recuperata quindi rompere con trattati neoliberali dell’UE che impediscono la realizzazione  altre politiche economiche al servizio degli interessi della classe operaia e della maggioranza sociale.
Intorno alla difesa del programma di cambiamento sociale è possibile costruire una vasta alleanza tra le classi popolari e i popoli della Spagna che renda possibile battere la destra antisociale, neoliberalista e centralista dal governo dello Stato.
Dopo la ritirata delle forze di sinistra e il rafforzamento delle forze di destra di entrambi i campi, di Ciudadanos e JuntsxCataluña, è necessario favorire il riorientamento politico dei settori della sinistra caduti vittime dell’illusione che la trasformazione sociale sarebbe avanzata con la radicalizzazione del conflitto nazionale, così facendo astrazione dell’analisi della realtà concreta e della correlazione esistente delle forze. I fatti sono eloquenti, in una società come la catalana, pluriculturale e quindi non omogenea, l’indipendenza causa divisione sociale nelle classi popolari, ostacola notevolmente la loro mobilitazione per obiettivi sociali e indebolisce l’influenza politica della sinistra trasformatrice a beneficio dell’egemonia della destra di entrambi i campi.
Dobbiamo superare l’illusione che l’unico modo per mobilitare i cittadini davanti all’orrore neoliberista sia in una chiave nazionalista. L’epica della politicizzazione di grandi masse non può sostituire la riflessione sul suo contenuto, indipendentemente dalle vere cause del malessere sociale che viviamo in Catalogna, in Spagna e in Europa. Nessuno che analizzi obiettivamente la situazione può evitare di vedere che la causa della crisi sociale che subiamo è la controriforma che l’ordoliberismo sta imponendo ai nostri popoli.
Tentare di superare l’impotenza di sollevare i popoli come vorremmo con una
L’europa dei popoli? (clicca per ingrandire)

mobilitazione di carattere patriottico, non porta a un cambiamento sociale, ma a una spirale conservatrice, che nega il filo rosso del movimento di emancipazione della classe operaia degli ultimi secoli. La strada continua ad essere quella di indirizzarsi alle maggioranze per mobilitarle in difesa delle loro esigenze immediate e di classe, di aiutarle a organizzarsi per costruire pazientemente, nel conflitto sociale, una nuova egemonia. Non ci sono scorciatoie che ci permettano di sostituire questo lavoro contro-corrente, se vogliamo costruire una società di persone libere e uguali, fraterne e pacifiche.

Ora in Catalogna, entro i termini stabiliti per formare il nuovo Parlamento e per eleggere la nuova presidenza e il governo della Generalitat, dovranno essere risolti i conflitti di interessi e i progetti all’interno del blocco indipendentista.
La sinistra indipendentista ha l’opportunità di aprire una riflessione sulla via da seguire. Se essa abbandona sinceramente l’unilateralità e cerca insieme ai non-indipendenti di stabilire obiettivi comuni per articolare una nuova maggioranza per il cambiamento sociale in Spagna e Catalogna, faciliterà il superamento della sfiducia reciproca nella società nel suo insieme e contribuirà a generare una nuova fraternizzazione che riunisca le forze e le volontà per porre fine al regime borbonico e proclamare la Terza Repubblica nell’ambito di un processo costituente in tutta la Spagna.
Come organizzazioni della sinistra internazionalista di trasformazione dobbiamo prepararci ad affrontare gli scenari politici futuri, promuovendo una riflessione costruttiva per superare gli errori e le debolezze osservate in En Comú Podem, rafforzando l’unità di azione dei movimenti sociali e continuando la lotta per il recupero di sovranità economica, il superamento del capitalismo e la costruzione del socialismo.
Barcellona 30 dicembre 2017

* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

NOTE




MACCHINE E ROBOT PRODUCONO PLUSVALORE? di Mauro Pasquinelli

[ 6 gennaio 2018 ]
OTTO CRITICHE ALLE “SEI LEZIONI” DI SERGIO CESARATTO 
Leggendo il libro del dottor Cesaratto Sei lezioni di economia, mi sono imbattuto nel paragrafo 13, del primo capitolo, dal titolo “la teoria del valore-lavoro lavora male”

L’ho letto e riletto più volte, poi mi sono deciso a rispondere con queste brevi note, che consegno volentieri al dimenticatoio internettaro. L’ho fatto solo per onorare ancora la grandezza e il genio di Karl Marx che si pretende di demolire con colpi bassi, ma che puntualmente sopravvive più forte che pria. Dixit et salvavi anima meam. 

Ecco cosa scrive Cesaratto:

“In un certo senso Marx sbagliava ad affermare che il capitalista estrae i profitti solo dal lavoro vivo, dal lavoro erogato quest’anno per produrre le merci, anzi in un certo senso è l’opposto, ne estrae di più dal lavoro morto, quello erogato (diciamo)  l’anno scorso per produrre le attrezzature. Se voi mettete un capitale in banca per un anno, percepirete gli interessi per quell’anno al tasso di interesse concordato; se li lasciate per due anni percepirete gli interessi per due anni e anche gli interessi sugli interessi o interesse composto e cosi’ via per piu’ anni. Il capitalista che produce oggi impiegando il lavoro diretto (capitale variabile) ha prodotto ieri attrezzature e materiali con lavoro indiretto (capitale costante). Allora semplificando, per conoscere il valore oggi del capitale costante prodotto ieri, dobbiamo conoscere il tasso di profitto: come il capitale di 100 euro che voi avete investito lo scorso anno in banca al tasso del 5% (o 0,05) vale oggi 100 euro (1+0,05) e in generale 100 euro x (1+i) se capitalizzato al tasso i, cosi’ se il capitalista ha investitto ieri un capitale di 100 euro in attrezzature, questo capitale vale oggi 100 euro x (1+0,05) (se il saggio del profitto e’ r = 0,05). In altri termini, il capitalista che anticipa in capitale per un anno ci deve lucrare il saggio di profitto normale, senno’ l’avrebbe investito in titoli sicuri. Insomma le ore di lavoro contenute in C e V non entrano nel valore di una merce in misura equivalente: quelle contenute in C vanno capitalizzate e per farlo dobbiamo conoscere il tasso di profitto (o di interesse consideriamoli sinonimi del tasso di rendimento del capitale). Nell’esempio, se il lavoro diretto V+S e il lavoro indiretto C sono entrambi di 10 ore, il valore (o prezzo) della merce non e’ 20 ore, bensi’ (v+s) +  c(1+r) = 10 ore + 10 ore(1+r) =?    Non possiamo risolvere questa semplice equazione senza conoscere il saggio di profitto r a cui capitalizzare il capitale anticipato l’anno prima. Ma d’altra parte se non risolviamo l’equazione non possiamo determinare r”.piu’ oltre Cesaratto scrive “ La difesa della teoria del valore lavoro appare quindi un esercizio anacronistico spesso basato su una cattiva economia”…..e aggiunge “la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e’ vera se e’ vera la teoria del valore lavoro. Ma poiché tale teoria è falsa con essa cade anche la presunta legge». [ pag 68 ]

Avete ben capito?  Il Professore con quattro battute, in una sorta di hegeliana furia del dileguare, pretende di aver demolito la teoria del valore di Marx, pilastro della sua opus magnum  “il capitale”, costata decenni di studi e di infaticabili ricerche. Ma in realtà non ha demolito un bel niente! Ha solo  mostrato la confusione e i circoli viziosi del suo ragionamento. Proviamo a capire perché Per semplificare enumero tutti gli errori di Cesaratto, che sono tanti quante sono i periodi del suo enunciato!

1) Le macchine producono plusvalore? 
Cesaratto risponde affermativamente (premettendo la locuzione che denota incertezza “in un certo senso”) e lo fa insinuando un concetto tanto caro a Smith e ai marginalisti (ma come non era lui nemico giurato dei marginalisti?): il profitto non è solo un derivato del lavoro vivo dell’operaio ma è soprattutto la remunerazione del fattore  capitale per il suo contributo alla produzione. Adam Smith è andato  oltre,  affermando che anche la rendita, la quale va a formare il prezzo finale delle merci, insieme ai salari e ai profitti, è la giusta ricompensa del latifondista per l’apporto che fornisce alla produzione, affittando terreni a chi pone in essere un impresa. 
Adam Smith tuttavia non si avvide che togliendo di mezzo il latifondista (oggi potremmo dire il banchiere) non varia il prezzo finale della merce ma aumenta solo la quota di profitto del capitalista. Ampliando il concetto oggi potremmo dire che eliminando il capitalista rentier (la cui icona in Italia abbiamo ben rappresentata in Berlusconi) la ricchezza complessiva di una nazione non varia, ma aumenta la porzione complessiva di sovrappiù  di cui può beneficiare la popolazione! Morale della favola: banchieri, rentiers, capitalisti del denaro non producono ricchezza, non aggiungono valore alla merce ma se ne appropriano drenandola dal circuito della produzione e della circolazione delle merci (e del denaro). E’ ovvio che non ci sono solo capitalisti rentiers ma anche capitalisti manager e il loro reddito va computato in parte come salario in parte come prelievo sul sovrappiù derivante dallo sfruttamento di classe.

2) Che la macchina non produca plusvalore, per Marx e i marxisti, non è un articolo di fede, un assioma indimostrato. Proverò a dimostrarlo con alcuni  esempi. Supponiamo che la ricchezza nazionale annua prodotta da una nazione sia costituita da 100 kg di grano pari a 100 ore di lavoro, equivalenti a 100 euro e che ci sia un unico capitalista proprietario della terra e 10 operai al lavoro con solo mani e zappe di nessun valore. Siamo ora provvisoriamente in regime di monopolio assoluto che poi faremo lavorare in regime di concorrenza.

Quindi:

PRODUZIONE TOTALE = 100 KG DI GRANO = 100 ORE DI LAVORO = 100 EURO

In questo caso, supponendo che mantenere i 10 operai costi 50 kg di grano (pari a 50 euro di salario), al capitalista rimangono gli altri 50 come sovrappiù, o plusvalore. Il capitalista solo per il fatto di essere proprietario della terra e di sorvegliare gli operai che lavorano percepisce un reddito di 50 euro, pari al reddito di 10 operai. Ma ora viene il bello. Il capitalista compra da un’altra nazione un aratro che gli costa 200 euro  (pari a 200 ore di lavoro che ci sono volute per costruirlo), che ammortizza in 10 anni e gli fa risparmiare la metà degli operai e delle ore di lavoro. La produttività cresce quindi del 100%. L’aratro che è costato 200 ore di lavoro farà risparmiare ai produttori di grano, in 10 anni,  500 ore di lavoro.

Avremo così:

PRODUZIONE TOTALE = 100 KG DI GRANO = 50 ORE DI LAVORO + 20 ORE (AMMORTAMENTO DELL’ARATRO)= ????????? EURO

ho messo dei punti interrogativi al posto degli Euro. Perche’? Qui si svela l’arcano se la macchina produce plusvalore oppure no!! Se il valore dei 100 kg di grano dipende dalla quantita’ di lavoro socialmente necessario a produrlo, (come scrive Marx) allora al posto dei punti interrogativi dovremmo porre l’equivalente in euro di 70 pari a 70 ore di lavoro! In sostanza con l’aumento della produttività, derivante dall’introduzione dell’aratro, avremo la stessa quantità di grano prodotta con un numero inferiore di ore di lavoro. 

Quindi:

100 KG DI GRANO = 70 ORE DI LAVORO = 70 EURO

Il valore dell’aratro si realizza come ammortamento annuo di 20 ore (20 euro) ma non crea nuovo valore. Ops! Arrivano i somari in economia e esclamano: ma allora il capitalista è scemo a introdurre l’aratro perché ora si trova con una ricchezza diminuita da 100 a 70 euro!!  Già ma il capitalista con un aratro in più riesce a produrre la stessa quantità di grano muovendo la metà di lavoro vivo e il suo guadagno si realizza come sovrapprofitto fino a quando riuscirà a vendere l’intero ammontare di grano a 100 euro, cioè fino a quando l’innovazione dell’aratro non si estende a tutti i suoi concorrenti. Solo a questo punto i 100 kg di grano verranno pagati 70 euro e non piu 100!! Morale della favola, con l’introduzione dell’aratro la società risparmia lavoro vivo, si ritrova più ricca di valori di uso ma più povera di valore di scambio, in proporzione agli output realizzati (in questo caso 10 quintali di grano). È questo semplice ragionamento che ha indotto Marx, nel frammento sulle macchine dei Grundrisse, a concludere che, a causa dell’aumento della forza produttiva sociale del lavoro, il capitale mina  se stesso e pian piano viene a crollare il valore di scambio come movente della creazione di ricchezza.

3) Vediamo ora cosa succede, nell’esempio citato, al tasso di profitto calcolato in ore di lavoro. 
Nel primo caso (quello senza aratro) il tasso di profitto  (R) è il seguente:
R = 50/50 = 1 = 100%                           
[ove 50 al numeratore è il pluslavoro dei 10 operai e 50 al denominatore è il salario]

con l’introduzione dell’aratro, nella prima fase in cui l’innovazione non è diffusa, il tasso di profitto aumenta:

R = 50/ (25+20) = 1,11 =  111%           
si realizza un sovrapprofitto del 11% con un tasso totale del 111%

Quando l’innovazione si diffonde, come nel sistema dei vasi comunicanti, il saggio di profitto si livella perché la sovra-produttività del primo settore che ha introdotto l’aratro diventa la produttività media, il prezzo del grano diminuisce e il valore dei 100 kg di grano che il primo settore realizzerà sul mercato non sarà più 100 euro ma 70 euro. Quindi al tasso di profitto accade proprio questo:
R = 25 / (25+20)  = 0,55= 55%     

IL TASSO DI PROFITTO, CON L’INTRODUZIONE DELL’ARATRO, SCENDE QUINDI DAL 100%  AL 55%, DOPO ESSERE INIZIALMENTE SALITO AL 111%.  

Bisogna considerare tuttavia una variabile che agisce come controtendenza a questa caduta: se consideriamo il salario come il valore del paniere dei beni consumati dall’operaio, i 5 operai che lavorano, dopo l’introduzione dell’aratro e l’aumento della produttività media,  consumeranno una quantità di grano il cui valore è diminuito del 40%, quindi il salario reale non sarà più 25 ma 15 euro. 
A questo punto il nuovo saggio di profitto sarà:    
R= 35 / 15+20 = 35/35 = 1 = 100%

Riassumendo il saggio di profitto ha subito un aumento, poi una caduta e poi si è stabilizzato al livello di partenza, alla sola condizione che i 5 operai espulsi campino di aria o non siano assistenzialmente mantenuti, mentre quelli che lavorano non  rivendichino un aumento del salario reale, continuando a mangiare e nutrirsi della stessa quantità di grano. 
La macchina non ha creato plusvalore, come racconta Cesaratto, ma ha accresciuto il tasso di sfruttamento del lavoro, ossia la quota del sovrappiù che il capitalista preleva a spese dell’operaio.  Un aumento del saggio di profitto si può avere solo se i salari reali ristagnino o crescano meno velocemenente della produttività del lavoro.  
In altre parole, seguendo questo ragionamento astratto, ci sarebbe caduta tendenziale del saggio di profitto se gli operai riuscissero ad ottenere con la lotta di classe una crescita del paniere dei beni salario e dei servizi sociali ed assistenziali (salario diretto + salario indiretto). Questo è ciò che e’ accaduto nel lungo ciclo fordista degli anni 50-70 del secolo scorso e che oggi stanno azzerando con le politiche ultraliberisdte-liberiste e globaliste.

Non è vero quindi ciò che afferma Cesaratto, ossia che la caduta tendenziale del saggio di profitto è falsa perché falsa è la teoria del valore-lavoro. Dati alcuni parametri ipotetici si può dimostrare come corollario, in base alla stessa teoria del valore-lavoro, che il saggio di profitto cresca o rimanga stabile invece di diminuire.

4) Supponiamo ora che venga introdotta un ulteriore innovazione. 
Al posto dell’aratro viene acquistato un trattore che sostituisce altri 4 operai, lasciandone solo uno alla sua guida. Il trattore costa 200 euro che viene ammortizzato in 10 anni al costo di 20 euro l’anno. Esso fa raddoppiare ancora la produttività del lavoro rispetto all’aratro. Costa 200 ore di lavoro ma ne farà risparmiare in dieci anni 320. Avremo che:

100 KG DI GRANO = 8 ORE DI LAVORO + 20 ORE DI AMMORT. DEL TRATTORE = 28 ORE = 28 EURO

Con l’introduzione del trattore il valore del grano ha subito un crollo del 72% rispetto alla situazione in cui si lavorava con la zappa e del 32% rispetto a quella in cui si lavorava con l’aratro. 

Cosa succede ora al saggio di profitto? Anche se l’operaio  lavora solo mezza ora per riprodurre il suo salario e 8 ore e mezza per il padrone, con tassi di sfruttamento da capogiro, il tasso di profitto R sarà:

R =  8,5/ (1,4+20) = 0,40 = 40%

Questo significa che, data una quantità fissa e fisica di valori d’uso sociali (in questo caso 100 kg di grano) lo sviluppo esponenziale della produttività del lavoro farà diminuire tendenzialmente sia la massa che il saggio di profitto. La massa del profitto si riduce infatti da 100 a 8,5 mentre il saggio passa da 100 a 40%. 

Per arginare questo crollo il capitale mette in atto una serie di contro misure che qui solo accenniamo: Monopolio, Trust, Cartelli, Imperialismo, Concentrazione e Centralizzazione dei capitali, Finanziarizzazione, Bancocrazia, immiserimento crescente della popolazione, debito ecologico, rapina e saccheggio della natura, OGM, controllo delle sementi in agricoltura, guerre, etc. ect.  Tutte misure tese a far crescere la massa del plusvalore per compensare la caduta del saggio. 

Ma questo pocansi descritto non è forse il quadro perfetto del neo-liberismo bellezza? E come si spiega questo affannarsi del capitale a contrastare la caduta del saggio se non con le leggi di movimento del capitale e con la teoria del valore lavoro formulati  da Marx?  

Rispondendo a Cesaratto, se la macchina, in questo caso il trattore, avesse prodotto più valore di quanto è in esso contenuto il valore della produzione per unità di output (parola tanto cara a lui e Sraffa) non sarebbe crollato da 100 a 28 euro ma sarebbe rimasto lo stesso!! Elementare Watson. Ma la semplicità è la cosa più difficile a farsi!! 

Se produrre 100 kg di grano non è più remunerativo, il capitale, in teoria, dismette la produzione e lascia morire di fame la popolazione. 

Oggi come ieri accade che gli agricoltori disperdano il latte e distruggano con il trattore tonnellate di mele e di aranci solo perché non realizzano un profitto. Forse che non ci sarebbero bocche disponibili a mangiarli? Ciò evidenzia icasticamente che la produzione e i bisogni della società sono entrati in un conflitto insanabile con il capitale e che esso deve essere rimosso se vogliamo garantire la sopravvivenza e la convivenza civile. 
Marx avrebbe affermato: il valore di scambio non può essere più la misura e la condizione di esistenza del valore d’uso. Ribaltando la gerarchia tra valore d’uso e valore di scambio, la comunità umana può invece continuare a produrre i 100 kg di grano nonostante il profitto tenda a ridursi sotto la soglia insostenibile per il capitale. Solo la collettività, organizzata attraverso il proprio Stato, può continuare a produrre gli ipotetici 100 kg di grano anche se il sovrappiù si avvicina allo zero. Un ipotetico stato stazionario plurisecolare con bassissimo surplus è compatibile con la felicità e il benessere della comunità umana orientata ai valori d’uso, più di quanto non lo sia con la produzione di capitale fondata sulla valorizzazione!

5) Ora formuliamo l’ipotesi finale. 
Ci spingiamo fino al paradosso per vedere fino a che punto resiste la tesi marxista e quella di Cesaratto. La fatidica prova del nove. 
Un ipotetico Stato ci regala un Robot eterno che lavora incessantemente 24 su 24 senza intervento dell’uomo. Esso sostituisce sia il trattore che l’ultimo operaio. 
Che fine farà il valore di scambio dei 100 kg di grano? Che fine farà il tasso di profitto? È ovvio che scenderanno entrambi a zero. Al massimo il valore del grano sarà pari al valore delle sementi. Ma il valore d’uso del grano rimarrà lo stesso. Come l’aria ha un altissimo e incommensurabile valore d’uso ma nessun valore di scambio fino a che essa non diventerà un bene scarso (il capitale è sulla buona strada perché con l’inquinamento vuol farci pagare pure l’aria che respiriamo) cosi il robot, che ha azzerato il lavoro umano nella produzione, ha reso così abbondanti e disponibili i valori d’uso che essi non avranno più valore di scambio! Cessa quindi la produzione fondata sul valore e sul capitale.
Seguendo invece il ragionamento di Cesaratto no, percheé la macchina produce valore e plusvalore anche senza intervento del lavoro umano. 
Un decrescitista come Latouche potrebbe farmi notare che in questo caso io non calcolo il limite fisico delle risorse naturali, il debito ecologico  e la scarsità delle materie prime. Giustissimo! Non lo aveva calcolato neppure Marx e oggi questo sarebbe un errore fatale! In sostanza non avremo mai il Paese di Bengodi che, come fosse l’albero della cuccagna,  azzera la scarsità, il lavoro e lo stesso valore di scambio!

6) Cesaratto non si illuda. 
Non abbiamo finito di sollevare obiezioni e critiche. Ora arriva il bello!  L’allievo di Garegnani e Sraffa scrive:

«Se voi mettete un capitale in banca per un anno, percepirete gli interessi per quell’anno al tasso di interesse concordato; se li lasciate per due anni percepirete gli interessi per due anni e anche gli interessi sugli interessi o interesse composto e così via per più anni. Il capitalista che produce oggi impiegando il lavoro diretto (capitale variabile) ha prodotto ieri attrezzature e materiali con lavoro indiretto (capitale costante). Allora semplificando, per conoscere il valore oggi del capitale costante prodotto ieri, dobbiamo conoscere il tasso di profitto».  

Sbam sbam sbam! Dopo tanto sbraitare contro la teoria neoclassica ne assume il postulato ideologico più indifendibile e anti-operaio. E questo lo chiama ….udite udite la prova che la teoria del valore lavoro di Marx è falsa.
Proviamo a farci largo tra i fumi e le nebbie di questa enunciazione.
Per Marx il valore di ogni merce è rappresentabile con la seguente formula trinitaria  
VALORE  P di una merce = C+V+PL. 

Dove C sta per il valore del capitale costante (cioe’ dei macchinari e delle materie prime),  V per salari e PL per profitti o plusvalore. Ad un occhio non distratto la formula trinitaria esprime ore di lavoro socialmente necessarie, cioè prodotte secondo la produttività sociale media. C+V+PL e’ il totale delle ore di lavoro necessarie a produrre una merce. Cesaratto sentenzia invece che la formula è falsa perché per trovare il valore di una merce,  C (il capitale costante) deve essere computato come C + il saggio di profitto di C. Poi si accorge di essere caduto in un circolo vizioso perché per calcolare il saggio di profitto di C bisogna sapere prima il valore della merce  P.
Perché Cesaratto vuole C + il saggio di profitto di C? In realtà non ha scoperto nulla, ha solo ripetuto cose già dette da Garegnani. Sraffa tuttavia fu più lungimirante: disse che per calcolare il valore di una merce bisogna conoscere il prezzo di produzione di C e di V (Cesaratto ha dimenticato V) e quindi il saggio di profitto medio, (medio dottor Cesaratto e non solo quello di C) perché senza di questo non si può conoscere il prezzo di produzione! 

Marx si avvede benissimo di questo circolo vizioso e usando il Rasoio di Occam fa astrazione dai prezzi di produzione di C e di V e ne assume solo i valori per semplicità di calcolo. Perché opera questa semplificazione? Perché assume che il valore di C e di V sia dato dalla produttività media del sistema e solo quando il valore è dato dalla produttività media coincide con il prezzo di produzione. Risolto l’enigma che ha tenuto impegnati i neoricardiani come Garegnani per trenta anni e che Cesaratto ha posto a fondamento e vertice  della scorrettezza della teoria del valore lavoro! 

7) Ma non abbiamo risposto alla domanda cruciale del perché Cesaratto vuole C + il saggio di profitto di C? 

Qui ci avviciniamo alla fine, cioè alla chiusura del cerchio teorico analitico di Cesaratto in merito alla teoria del valore-lavoro. E’ semplice: perché egli assume che il capitale costante, cioè il lavoro morto, “produce più plusvalore del lavoro vivo” e quindi deve essere computato già in partenza del suo saggio di profitto atteso.  

Infatti egli fa questa allusione, che è un vero e proprio autogol: come il rentier investe il suo risparmio X per avere dopo un anno X+r, cosi il capitalista investe in attrezzature C per avere dopo un anno C+r. Avete capito bene? Il profitto non e’ una estorsione a danno del lavoratore è ricompensa per il contributo del capitale costante, neanche del capitalista. 

Cesaratto in preda a questa furia giustificazionista del profitto non si avvede che il capitalista, quando acquista le attrezzature, ha già pagato il profitto al suo venditore ed esso non può essere computato due volte, altrimenti la ragioneria del bilancio ne risulterebbe completamente sballata. In C, secondo Marx, è compreso già il saggio di profitto ed è il saggio di profitto medio! Non occorre riaggiungerlo. La matematica non e’ una opinione!

8) Dulcis in fundo merita attenzione il parallelo che il nostro compie tra profitto prodotto dal capitale costante e interesse creato dal capitale dato in prestito. Qui Marx si rivolta nella tomba e se fosse vivo avrebbe ridotto in polpette il povero Cesaratto. Il Nostro da ad intendere che nella misura  in cui l’interesse è la giusta e necessaria ricompensa per il capitale prestato, cosi il profitto è la necessaria remunerazione del capitale investito in attrezzature.  O viceversa —sbam triplo— il Rentiers, il capitalista, l’operaio sarebbero tutte figure necessarie ed insostituibile del processo di produzione. L’interesse non sarebbe più un prelievo parassitario sulla massa del plusvalore prodotto dal lavoro vivo ma il motore dell’economia (cosi come il profitto) e di cui non potremmo privarci.

Siamo arrivati alla fine: le tesi di Cesaratto qui espresse demoliscono se stesso, non Marx. 

Oltretutto ci consegnano tout court nelle mani dell’ideologia neo liberale che a parole  dichiara di combattere. Ahimé, le tesi di Cesaratto segnano un passo indietro rispetto alle stesse tesi del suo  maestro Keynes sull’eutanasia del rentier!

Trevi 5 gennaio 2018











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TSIPRAS IL BASTARDO di Joël Perichaud

[ 5 gennaio 2018 ]

«È in questo contesto che sopraggiunge il messaggio di Tsipras al suo amico, il socialdemocratico Martin Schulz, per implorarlo che … “in questa fase decisiva per l’UE dovrebbe accettare di rientrare in un grande coalizione guidata da Angela Merkel”».

Per coloro che lo hanno sostenuto per molto tempo (molto e troppo), Alexis Tsipras è una palla al piede.

Si pensava che avesse oramai toccato il fondo, invece il ragazzo non finisce di stupire. Questa volta, il primo ministro greco (che i media definiscono “sinistra radicale”) ha appena inviato uno straordinario messaggio di appoggio al capo dell’SPD tedesco, Martin Schulz.

Ma prima di apprezzarne contenuto e sapore, dobbiamo ricordare che Syriza è salita al potere (vincendo le elezioni di gennaio 2015) promettendo al popolo greco che avrebbe posto fine all’austerità facendo restare la Grecia nell’Unione europea e l’euro con tutti i mezzi. Una contraddizione assoluta.

Dopo sei mesi di pseudo-negoziati con la Troika (UE, BCE, FMI), Tsipras accettò ufficialmente di passare sotto le forche caudine di Bruxelles. Le misure per far sanguinare i greci furono prese molto presto. Tuttavia organizzò (all’inizio di luglio 2015) un referendum sul rafforzamento dei crudeli tagli sociali ed economici che la Troika voleva imporre. Il popolo greco votò in modo schiacciante NO (OXI) che Tsipras, imitando i suoi maestri francesi, olandesi o irlandesi, trasformò in SÌ …

Poche settimane dopo, Tsipras firmò con la Troika e l’UE un nuovo memorandum che impose un’austerità senza precedenti: i tagli ai salari, alle pensioni, ai servizi sanitari e sociali, furono di una ampiezza mai vista in Europa in tempi di la pace. Furono accettate le privatizzazioni, le deregolamentazioni, la cancellazione dei diritti dei lavoratori.

Lo scorso dicembre, i “partner” europei che spogliarono la Grecia hanno ottenuto la privatizzazione (dopo quella del porto del Pireo e degli aeroporti) di quattro centrali elettriche pubbliche.

È in questo contesto che sopraggiunge il messaggio di Tsipras al suo amico, il socialdemocratico Martin Schulz, per implorarlo che … “in questa fase decisiva per l’UE dovrebbe accettare di rientrare in un grande coalizione guidata da Angela Merkel”.

La SPD aveva escluso questa ipotesi il 24 settembre, ciò malgrado lo schiaffo che i socialdemocratici subivano dagli elettori fu clamoroso. Non c’è alcun dubbio che per i socialdemocratici tedeschi prolungare l’esperienza della “grosse coalition” potrebbe diventare suicida. Ma il fallimento dei negoziati tra il partito della Merkel, i Verdi ed i Liberali ha paralizza la politica tedesca e immerge i leader europei in uno stato di preoccupazione e inquietudine. Così, all’improvviso, Schulz ammette di aver ricevuto molti messaggi chiedendo alla SPD di ritornare con i conservatori. Tra cui, ovviamente, Emmanuel Macron.

Ma il più sottomesso e il più patetico è stato Alexis Tsipras. È vero che oramai ci siamo abituati. Per Tsipras il ripristino della grande coalizione tedesca è “una condizione indispensabile per le necessarie riforme progressive e la democratizzazione dell’Europa”. Perché, continua, c’è la possibilità di “mettere sul tavolo dell’Europa un programma progressista” per salvarla.

Si ha la sensazione di sognare … il salvataggio “progressista” dell’Europa ha la priorità su tutto e passa attraverso il rinnovo di una coalizione capeggiata da Angela Merkel simile a quella che ha fatto così tanti danni dal 2013 … Tsipras afferma quindi che “una vera posizione di sinistra è impegnarsi a cambiamenti e riforme reali, non a tenere pulita la propria identità”. Il che farà molto piacere ai suoi amici europei di “Sinistra Sinistra” che ancora hanno il coraggio di considerarlo un loro “eroe”.

Tsipras, il miglior studente dell’UE e la Troika, indossava già il berretto da somaro … Ora può ficcarsi in testa quello a punta più adatto ai bastardi come lui.

* Fonte: PARDEM, Parti de la démondialisation
Pardem è l’organizzazione francese che fa parte del Coordinamento europeo contro l’euro

** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE
p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; Lucida Grande’}




CONTRO IL MERCANTILISMO di Guglielmo Forges Davanzati

[1]. E’ questa la linea di politica economica dominante oggi soprattutto (ma non solo) nell’Eurozona e che si traduce mediaticamente nell’ossessione della competitività. L’Unione europea, nei Trattati più recenti che ne hanno configurato l’architettura attuale, è formalmente concepita come economia sociale di mercato estremamente competitiva. I due strumenti fondamentali ipotizzati (e attuati) per raggiungere questo obiettivo, per tutti i Paesi membri, consistono nel consolidamento fiscale (ovvero la generazione di avanzi primari, mediante riduzioni della spesa pubblica) e nelle c.d. riforme strutturali, nella forma della liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi e deregolamentazione del mercato del lavoro (per generare moderazione salariale) e della detassazione degli utili d’impresa. Ciò nella convinzione che consentire alle imprese di contenere i costi di produzione sia il presupposto essenziale per consentire loro di vendere all’estero a prezzi ridotti. In più, le misure di moderazione salariale, combinate con il consolidamento fiscale, sono pensate per ridurre le importazioni. 

La domanda che occorre porsi è se una strategia neo-mercantilista possa essere efficace (ai fini della crescita, come si ritiene) e sostenibile. La risposta rinvia a considerazioni di natura teorica e ad alcune evidenze empiriche, queste ultime qui riferite all’Italia. 

In primo luogo, occorre ricordare che la crescita dell’economia mondiale nel suo complesso non può essere trainata dalle esportazioni dal momento che un modello di crescita trainata dalle esportazioni funziona soltanto se e fin quando esistono Paesi importatori netti. Questa considerazione destituisce di fondamento la visione dominante per la quale il modello di crescita trainato dall’accumulazione dei profitti può e deve riguardare tutti[2]: banalmente, non si può esportare sulla Luna. In secondo luogo, occorre riconoscere che il libero scambio non avvantaggia tutti i Paesi che ne prendono parte, fondamentalmente a ragione del fatto che gli scambi internazionali coinvolgono Paesi con differenti gradi di sviluppo. Alcuni Paesi (i c.d. early startes) possono produrre con costi decrescenti, soprattutto nel settore manifatturiero, traendo vantaggio dallo scambio con Paesi che producono con costi crescenti (i c.d. late comers)[3]. Non a caso, sul piano empirico, il fondamentale fatto stilizzato al quale riferirsi è che le economie più aperte agli scambi internazionali (ovvero quelle con più alto grado di sviluppo) tendono a essere economie la cui crescita è trainata dal reinvestimento dei profitti – il c.d. profit-led regime – e dalle esportazioni. 

Si è dunque in presenza di un gioco a somma zero, nel quale l’Italia risulta perdente. Per queste ragioni. 

1. La quota delle nostre imprese esportatrici è bassa nella comparazione con i nostri concorrenti dell’Eurozona[4], ed è concentrata nella classe di imprese di medie e grandi dimensioni localizzate quasi esclusivamente al Nord. Circa la metà delle imprese esportatrici è costituita da imprese del settore manifatturiero. Se si assume che le nostre esportazioni sono molto sensibili al prezzo (ipotesi niente affatto scontata), la moderazione salariale avvantaggia esclusivamente queste imprese. Per l’ampia platea delle altre imprese italiane, per contro, ovvero per le imprese di piccole dimensioni localizzate nel Mezzogiorno, la riduzione dei salari ha l’unico effetto di comprimere la domanda interna[5]. Da qui: riduzione dei margini di profitto, degli investimenti privati, aumento del tasso di disoccupazione. Se, per contro, si assume che le nostre esportazioni sono trainate da fattori che attengono alla qualità del prodotto (e dunque indipendentemente dal prezzo di vendita), la moderazione salariale è, con ogni evidenza, inutile per le imprese esportatrici e dannosa per le tante imprese che operano sul mercato interno[6]

2. La moderazione salariale non necessariamente implica, attraverso la compressione della domanda interna, una riduzione delle importazioni. Ciò per numerose ragioni, non da ultimo il fatto che al ridursi dei salari si modifica la composizione merceologica dei consumi e, per conseguenza, può risultare conveniente acquistare beni (a prezzi inferiori) non prodotti in Italia (si pensi, a titolo puramente esemplificativo all’aumento dell’acquisto di prodotti cinesi). Più in generale, i pattern di consumo risentono non solo del reddito e dei prezzi relativi dei beni, ma anche di effetti di ‘apprendimento’ e di imitazione: il che rende piuttosto semplicistica l’assunzione standard per la quale fra consumi e importazioni la relazione è sempre e necessariamente di tipo diretto. A ciò si può aggiungere che in un contesto di moderazione salariale e crescente precarizzazione del lavoro la propensione al consumo può ridursi, per effetto dell’aumento dell’incertezza sul rinnovo del contratto di lavoro e, dunque, sul flusso dei redditi futuri. 

Sul piano empirico, si rileva che i principali Paesi dell’Unione Monetaria Europea, con eccezione della Francia e in parte del Regno Unito, a partire dal 2011 registrano aumenti del saldo della bilancia commerciale in rapporto al Pil. Ciò vale anche per l’Italia, ma con effetti sul tasso di crescita pressoché insignificanti (il miglior risultato ottenuto dal 2011 al 2016 è un tasso di crescita dell’1%) e comunque in assenza di apprezzabili riduzioni del tasso di disoccupazione (che, pur a fronte di incrementi di esportazioni è semmai aumentato, passando dall’8.3% dell’agosto 2011 all’11.2% dell’agosto 2017).

[7] 


Perché, se queste misure non generano i risultati attesi (almeno nel caso italiano), esse vengono reiterate? Qui la risposta attiene a considerazioni di natura economica ma soprattutto di natura politica.


b) Sul piano politico, dati i rapporti di forza fra Capitale e Lavoro, fortemente squilibrati a vantaggio del primo, appare del tutto evidente che le politiche economiche rispondono agli interessi di chi ha maggior potere contrattuale – ovvero a chi ha maggior potere di ricatto sui Governi. Il potere di ricatto del Capitale sui singoli governi deriva essenzialmente dal c.d. sciopero del capitale (capital strike), ovvero dalla possibilità per il capitale – possibilità esclusa per il lavoro – di minacciare delocalizzazioni. A ciò si aggiunge il potere di condizionamento che le Istituzioni finanziarie internazionali esercitano sulle politiche economiche dei singoli Paesi e che si manifesta nella richiesta di essere ‘credibili’ – ovvero, in sostanza, di mettere in atto misure di moderazione salariale. Il loro potere deriva dall’essere creditori degli Stati, giacché detentori dei loro titoli del debito pubblico. 

Per questa fondamentale ragione politica, il modello di politica economica dominante non può che essere profit-led export-led, ma, al tempo stesso, tale modello non può generare crescita su scala globale (potendo farlo solo per singoli Paesi). E’ un modello irrazionale ai fini della crescita e dell’aumento dell’occupazione, è un modello che accentua i conflitti intercapitalistici in un pericoloso gioco di acquisizione di quote di mercato su scala globale, ed è un modello che, tuttavia, stante le condizioni date, non sembra avere alternative. 

NOTE

[1] L’espressione neo-mercantilismo rinvia alla teoria economica considerata dominante nel XVII secolo (il mercantilismo appunto), che, nella sua forma più rozza, suggeriva ai Principi di accumulare ‘tesoro’ stimolando le esportazioni. Si tratta di una visione che, già in quel periodo, era considerata semplicistica. Si rinvia sul tema a G.Forges Davanzati, Thomas Mun. Il tesoro dell’Inghilterra nel commercio estero. Napoli: ESI, 1994.

[2] Sul tema si rinvia a O. Onaran (2016), Wage-versus Profit-led growth in the context of international interactions and public spending: The political aspects of wage-led recovery, PostKeynesian Economics Study Group, working paper n.1603, February.

[3] Non è questa la sede per soffermarsi sul dibattito fra protezionisti e liberoscambisti. Sul tema, si rinvia, in particolare, a M.De Cecco (2016), Moneta e impero. Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914, a cura di A.Gigliobianco. Roma: Donzelli, cap.1.

[4] ISTAT-ICE stima che il grado di apertura internazionale dell’Italia è circa la metà di quella media dell’area euro.

[5] Per un’analisi dettagliata del fenomeno, anche con riferimento alla tipologia di merci esportate/importate, si rinvia a ISTAT, Commercio estero e attività internazionale delle imprese. Roma, 2017.

[6] Cfr. A. Felettingh, A. and S. Federico, (2011). Measuring the price elasticity import demand in the destination of Italian exports, “Economia e Politica Industriale”, vol.38, n.1, pp.127-162.

[7] La figura è tratta da D.Moro, L’internazionalizzazione dell’economia dell’Italia nel passaggio dalla semiperiferia al centro dell’economia-mondo, mimeo.


* Fonte: Micromega



LISTA DEL POPOLO, FACCIAMO A CAPIRCI di Leonardo Mazzei

[ 3 gennaio 2018 ]

Risposta a Glauco Benigni su sovranismo e dintorni


Già una settimana fa ho replicato ad un articolo di Glauco Benigni che polemizzava con la Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) attorno al tema della sovranità. 
Discussione per nulla astratta, in quanto riferita alle concrete vicende della “Lista del popolo”. Adesso Benigni torna sulla questione, rispondendo a sua volta al mio articolo. Gliene sono grato, dato che sarà forse possibile mettere meglio a fuoco alcune questioni.

Benigni inizia dicendoci che gli «dispiace sinceramente che la CLN si sia dissociata dalla Lista del Popolo». Naturalmente non ho alcun motivo di dubitare della sua sincerità personale, ma il problema è un altro, ed è esattamente quello di non voler capire le ragioni della nostra dissociazione. 


Frasi come «Ancora una volta hanno vinto i nostri avversari… frettolose interpretazioni di posizioni espresse durante il dialogo… antichi giochi fondati sulla sfiducia di base e sugli ego», proprio non servono a nulla.
Io rispetto, pur non condividendole, le posizioni di Benigni. Ma il rispetto dovrebbe essere reciproco. E in primo luogo il rispetto avrebbe da manifestarsi attorno alla realtà dei fatti che hanno portato alla rottura. E qui proprio non ci siamo.
Il che mi costringe a ribadire, spero per l’ultima volta, cose già scritte in abbondanza. In breve, quando i promotori della lista (Giulietto Chiesa ed Antonio Ingroia) hanno cambiato le carte in tavola, sulla questione – per noi decisiva – dell’UE, ma pure sul programma di nazionalizzazioni, la CLN gli ha subito scritto per superare il passo indietro compiuto. 
Riporto di seguito un passaggio di quella lettera:

«Ci riferiamo anzitutto alla posizione sull’Unione Europea che tende a confondersi con l’”altreuropeismo” (quello a la Tsipras et similia, per intenderci). E’ scomparsa poi, inopinatamente, la questione delle nazionalizzazioni delle banche (a partire da Bankitalia) e dei settori strategici dell’economia. Sappiamo che per unire forze diverse un compromesso è inevitabile. Ma, se le cose hanno un senso, il profilo programmatico ha da essere conseguente al grido d’allarme che lanciamo. Se parliamo di sovranità dobbiamo dire chi la minaccia e che cosa fare per riconquistarla».

La CLN non ha mai preteso di imporre la propria visione, il proprio programma, le proprie parole d’ordine. Abbiamo invece proposto un ragionevole compromesso. Grave colpa, evidentemente, dato che tale proposta è stata sdegnosamente respinta dai due promotori (meglio sarebbe dire padroni) della lista. Benigni era presente all’assemblea del 16 dicembre e tutto ciò non dovrebbe essergli sfuggito.
Non si capisce allora come egli voglia dipingerci come arroganti portatori di “verità”. O meglio, lo si capisce fin troppo bene nel successivo passaggio nel quale il Nostro si dichiara nientemeno che agnostico sulle questioni euro ed UE.
Agnostico? Certo che ce ne vuole dopo dieci anni di crisi, di un dramma sociale targato euro/UE, di politiche economiche ed anti-sociali portanti lo stesso marchio, dopo decine di pubblicazioni che hanno mostrato il nesso inscindibile tra euro/UE ed austerità, tra quest’ultima ed il peggioramento drammatico delle condizioni di vita della maggioranza degli italiani!
Ce ne vuole, eccome! Ma se questo ancora non basta, ognuno è libero di percorrere la sua strada. Basterebbe non falsificare le posizioni di chi, avendo aperto gli occhi per tempo, ha solo chiesto un minimo di coerenza a chi pure si dichiara sovranista.
Ma coerenza per cosa? Solo per una mania intellettuale? No, per onestà (che non è solo quella cosa che immaginano i grillini), ma soprattutto per chiarezza politica. Quella chiarezza che avrebbe potuto essere la forza della “Lista del popolo”. Una forza che invece non ci sarà, relegando la lista –  ammesso che riesca a presentarsi grazie alla probabile norma “salva-radicali” – nel parco dell’irrilevanza degli zerovirgola.  
Perché questo sarà l’effetto del tabù altreurista. Salvo la Bonino, oggi nessuno è così fesso da dire “più Europa“. Tutti chiederanno invece, con maggiori o minori accentuazioni, un’altra Europa. Chiederanno cioè una cosa impossibile. Spiace che anche la “Lista del popolo” abbia scelto di unirsi a questo ipocrita coro. Ma ormai le scelte sono fatte e non è nostra intenzione continuare a polemizzare.
Ci sono però ancora tre cose che voglio dire a Benigni.
La prima riguarda il livello di coscienza degli italiani sul tema euro/UE. Secondo il rapporto 2017 del Censis, pubblicato di recente, il parere degli italiani sulla moneta unica è negativo per 80,1% degli intervistati. Non solo, mentre il 95% esprime il senso di appartenenza alla propria nazione, solo il 45% manifesta un analogo sentimento verso l’Ue, che sarebbe “forte” solo per l’8%. Queste le cifre assolute, ma l’orientamento anti-euro ed anti-Ue è più forte tra gli operai, i disoccupati e le casalinghe. Insomma, le classi popolari sembrano avere le idee più chiare di tanti promotori di liste (e non mi riferisco soltanto alla “Lista del popolo”)… Non tenerne conto, in nome di una posizione “politically correct“, è semplicemente autolesionista. Peccato.  
La seconda riguarda la Banca d’Italia, che noi vogliamo riportare sotto il controllo pubblico e la “Lista del popolo” invece no. A leggere Benigni qui si coglie un certo livello di approssimazione. Per il Nostro essa servirebbe soltanto «a stampare quantità illimitate di moneta». Tutto ciò solo «in ossequio alla Sovranità del Mercato». 
O Santo Cielo! Ma di cosa straparla? A parte il fatto che in un regime di sovranità monetaria è il governo che dispone questa o quella mossa della Banca centrale, come dimenticare le altre funzioni macroeconomiche di questa banca, tra le quali la politica dei tassi e la funzione di acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico? La verità è che senza una Banca centrale sotto il controllo pubblico non può esserci una politica economica degna di questo nome. Ma qui è Chiesa che ha chiesto un giuramento sulle opposte tesi del Micalizzi. Auguri!
La terza riguarda certi ragionamenti catastrofisti di cui il Nostro ha infarcito il suo intervento. Quelli secondo cui uscire dall’euro/Ue sarebbe il caos se non la catastrofe. Su queste cose tanto abbiamo scritto (certo non solo noi) e qui non ci torniamo sopra. Mi limito perciò ad indicare al Benigni il nostro Vademecum sull’uscita dall’euro. E’ della primavera del 2014, ma è sicuramente più aggiornato di certe “riflessioni” che ci vengono riproposte ancora oggi. Noi abbiamo sempre detto che l’uscita dalla gabbia dell’euro non sarà di certo una passeggiata, ma le classi popolari del nostro Paese non possono più passeggiare serenamente da tempo. E’ per questo che parliamo della necessità, per gestire tale rottura, di un governo popolare d’emergenza fondato sulla realizzazione di un programma di misure economiche urgenti.
Infine, ma qui siamo al comico, il Benigni chiede a me (sic!) di garantire che le non meglio precisate “Forze Occulte” non tentino di innescare il caos il giorno dell’uscita dall’euro. Ma si può!!!??? Certo che le forze del sistema non starebbero con le mani in mano, ma egli pensa forse di poter uscire dall’attuale regime senza scontrarsi con il blocco dominante? 
In ogni caso Benigni si tranquillizzi. Tra incertezze reali e presunte, tre certezze per il giorno dell’uscita mi sento di affermarle: 1) il sole continuerà a sorgere ad est, 2) le stagioni continueranno ad alternarsi, 3) chi non vuol capire oggi avrà le stesse difficoltà anche domani.
Tra queste tre certezze, l’ultima è la più certa di tutte.   




MI SENTO MENO SOLO di Sandokan

[ 2 gennaio 2018 ]

Non so voi, ma io mi son chiesto quale fosse mai l’origine e l’etimologia dell’aggettivo “illiberale”.

L’anzianità di servizio e la memoria mi suggeriscono che sia un neologismo…liberale

E infatti è un’  espressione recente, che sta (Treccani) per un’opinione o un regime politico che «contrasta con i principî di libertà che sono il fondamento dello spirito e delle concezioni liberali».

Una parola, che possiede quindi, nativamente, un’indiscutibile connotazione ideologica. Scopro quindi che l’autorevole Cambridge English Dictionary raddoppia la dose di veleno, offrendone un secondo e più insidioso significato. Illiberale è infatti addirittura sinonimo di: intolleranza, mentalità ristretta, oscurantismo, fondamentalismo. 

Perché mai, mi chiedo, Lorsignori non vanno al sodo e non usano per i loro nemici, l’aggettivo anti-liberale? Dev’essere che suona politicamente scorretto, e sappiamo quanto questa élite progressista tenga al bon ton politico e al galateo linguistico. Ciò che non deve trarre in inganno.

Il passo dall’aggettivo mellifluo alla vera e propria categoria politica demonizzante è infatti breve. Ecco dunque che da una ventina d’anni l’élite ci martella col concetto di “democrazia illiberale”. L’etichetta ha evidenti implicazioni iettatorie per chi la subisce: rischia infatti dall’Occidente di essere messo sotto assedio militare. Questa fu ad esempio la sorte che toccò alla Iugoslavia di Milosevic, che dopo essere stata sanzionata come “democrazia illiberale” venne finalmente bombardata e squartata. 

Sarà forse di un certo interesse registrare che, sempre tra i liberali, c’è una disputa etimologico-politica riguardo al concetto. Per quelli dogmatici “democrazia illiberale” sarebbe un ossimoro: se in un paese l’informazione è controllata, se le elezioni sono una messa in scena, se i partiti d’opposizione tollerati sono solo quelli di comodo, se le leve del potere sono monopolio di una corrotta oligarchia, allora non c’è democrazia. Tanto vale parlare di dittatura punto e basta. 

Sembra un calzante autoritratto dei regimi politici occidentali non vi pare? Invece l’Occidente quando si guarda allo specchio vede solo l’altro da sé.

La lista imperialistica di proscrizione delle “democrazie illiberali” si allunga anno dopo anno e due sono i paesi che stanno in cima all’elenco: la Russia putiniana e la Cina. Ovvio che trattandosi di due colossi geopolitici alla sanzione ideologica imperiale risulta arduo far seguire l’aggressione “umanitaria”, e/o esportare ai reietti la… democrazia liberale

Perché oggi vi suggerisco questa riflessione è presto detto. Il 22 dicembre Angelo Panebianco, testa d’uovo dell’élite liberale, ha scritto un editoriale per il CORRIERE DELLA SERA dal titolo La politica estera che divide. Il nostro lancia l’allarme perché la metà degli italiani risulterebbe affetta dalla gravissima sindrome, appunto, dello “illiberalismo”. Egli prende spunto da un sondaggio dell’autorevole IPSOS da cui risulterebbe che:

«C’è un’Italia che apprezza la democrazia liberale, l’economia di mercato, la ricerca scientifica, l’appartenenza al mondo occidentale, un Paese che difende le «libertà dei moderni». C’è poi una seconda Italia, molto forte anche se forse non più forte della prima, che subisce con ostilità ed astio quelle libertà: le considera una truffa perpetrata dai «potenti».

Peggio ancora dal sondaggio vien fuori che :

«… sono di più (benché di poco) gli italiani che ritengono gli Stati Uniti più pericolosi di vari Stati autoritari, dall’Iran all’Arabia Saudita».

Il nostro va dunque alle apodittiche conclusioni: simili simpatie attesterebbero appunto la “sindrome illiberale” poiché, gratta gratta, nascondono “pregiudizi negativi nei confronti del mercato”. Infatti il liberal-liberista aggiunge:

«È probabile che un atteggiamento antiamericano e filo russo vada di pari passo con l’ostilità per il mercato e la diffidenza per la società aperta (della quale ciò che viene impropriamente definito «globalizzazione» è una filiazione). Il contrario vale nel caso degli atteggiamenti filoamericani».

Panebianco va infine a parare sulle prossime elezioni:

«A seconda del loro esito, dopo le prossime elezioni, potrebbero verificarsi cambiamenti di rilievo nella collocazione internazionale del Paese. Per esempio, un significativo rafforzamento dei 5 Stelle e della Lega a scapito di altre forze, potrebbe comportare (all’inizio in modo strisciante e poi in modo sempre più aperto) una forte accentuazione dei legami con la Russia e un allentamento netto di quelli con gli Stati Uniti (forse verrebbero messe in discussione anche le basi Nato in Italia). In Europa crescerebbero i contenziosi fra l’Italia e le autorità di Bruxelles (e non si sa su quali alleati europei l’Italia potrebbe allora contare)».

Io spero che Panebianco abbia ragione, che sia vero quanto egli ricava dal sondaggio IPSOS. Soffrivo, in quanto “illiberale”, di solitudine. Vengo invece a sapere che sono solo particella di una maggioranza, per quanto ancora in stato di minorità politica. Ciò che mi fa fare pace, oltre che con la mia coscienza, con l’Italia.