NELL’ANNO CHE VIENE…

[ 31 dicembre 2018 ]


Ma chi sono davvero i Gilet Gialli — a proposito, incontriamo a Roma, il 12 gennaio, una loro delegazione —, cosa chiedono? Qui sotto quello che consideriamo il più bel reportage sulla loro battaglia.

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LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE



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LA PROSSIMA GRANDE BATTAGLIA di Piemme

[ 30 dicembre 2018 ]

CHE FARE PER DIFENDERE L’UNITÀ E LA SOVRANITÀ NAZIONALI?


Sovranismo senza nazione ha scritto l’altro ieri Nello De Bellis, lanciando l’allarme per l’eventualità che il Parlamento sancisca definitivamente l’autonomia “differenziata” per Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna.  De Bellis ha detto l’essenziale: verrebbe portato un colpo esiziale all’unità, quindi alla sovranità nazionale.

Dopo i due referendum in Veneto e Lombardia (22 ottobre 2017) e la richiesta dell’Emilia-Romagna, il Governo Gentiloni firmava (28 febbraio 2018) con le suddette regioni un protocollo d’intesa per devolvere loro competenze per una ventina di materie tra cui istruzione, sanità, rapporti con l’Unione europea, ambiente, beni culturali, tutela del lavoro. Su tutte spicca la facoltà di trattenere la maggior parte degli introiti fiscali. 
Il 21 dicembre scorso il governo giallo-verde, in fretta e furia, ha raccolto il testimone delineando ” il percorso per il completamento dell’acquisizione delle intese”, stabilendo che entro il 15 febbraio prossimo sarà definito l’accordo definitivo. Poi la parola passerà al Parlamento.

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LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE


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Licenziata la Legge di bilancio, questa della “autonomia differenziata” è senza dubbio la questione più scottante, sulla quale, secondo alcuni, si gioca la stessa sopravvivenza del governo. Ci si chiede come il Movimento 5 Stelle, i cui consensi vengono soprattutto dal Mezzogiorno, possa effettivamente acconsentire a quella che è già stata battezzata come “secessione dei ricchi”, che lascerebbe il Sud del Paese alla definitiva deriva.

Ma questa vicenda metterà alla prova anche il “salvinismo”, ovvero il nuovo corso nazional-populista della sua Lega. Si vedrà se la rimozione del lemma “Nord” dal nome del partito, nonché il riferimento all’indipendenza della “Padania” siano stati soli dei trucchi o se dietro ci sia quello che è stato spacciato come un effettiva svolta strategica.

Di più: La “secessione dei ricchi”, a bene vedere come si van posizionando i diversi poteri ed i loro fantocci politici, potrebbe scompaginare i due grandi campi contrapposti che si sono dati battaglia su Legge di bilancio e rapporti con l’Unione europea.

Giorgetti, che sembra essere il grande burattinaio della Lega, ha minacciato a chiare lettere che “L’autonomia di Lombardia e Veneto è una questione di esistenza del governo stesso”. Gli ha fatto eco Lorenzo Fontana: “L’autonomia vale più di un governo, più di qualsiasi governo”. Tutti e due facendo eco a Zaia: “L’autonomia viene prima di qualsiasi nostro ruolo governativo”. Vedremo presto se Salvini è davvero il grande capo della Lega o se egli è solo un fantoccio.

Non c’è alcun dubbio che le “autonomie differenziate” ubbidiscono al disegno strategico di potenziare l’Unione europea, ciò che chiede l’indebolimento della sovranità nazionale. Non più stati sovrani, ma macroregioni — a destra il Progetto sponsorizzato dalla Ue di “Euro regione alpina” e più sotto le eventuali macroregioni nella futura Unione europea— come mere entità amministrative sottomesse a Bruxelles.

Potrà sembrare eccessivo ma ancora una volta l’Italia si trova ad essere il più avanzato laboratorio politico d’Europa, il luogo ove i super-poteri eurocratici vogliono sperimentare la loro strategia. Il paradosso è che la testa d’ariete di questa offensiva eurocratica sembra essere proprio la Lega di Matteo Salvini. Che ciò possa accadere senza fratturazioni interne al leghismo sembra alquanto improbabile. Vedremo, e vedremo anche se i Cinque stelle staranno al gioco. Sotto ogni punto di vista questa vicenda sarà la cartina al tornasole per verificare sostanza e tenuta di tutti e due i populismi italici.

Lo sarà anche per il campo eurocratico, rappresentato da Pd e Forza Italia. Toti, che stupido non è dice che “E’ ora di un blocco ampio anche con chi votava Pd. L’asse sul federalismo diventi una bandiera”. Non va infatti dimenticato che il “regionalismo differenziato” è figlio della riforma del titolo V della Costituzione (2001) targata D’Alema e Amato; che dunque il PD, primo paladino del disegno strategico europeista, non farà certo barricate quando in Parlamento arriverà l’eventuale dispositivo legislativo per l’autonomia “differenziata”.


Guardando a come si mettono le cose la battaglia per l’unità e la sovranità nazionale sembra pregiudicata. Non è detto. E ad ogni modo essa dovrà essere combattuta. Una piccola palla di neve, in circostante come queste, può diventare una valanga.

Le forze del campo sovranista e democratico sono chiamate alla loro prova più seria. Debbono e possono non solo far sentire la loro voce, mettere in moto un movimento popolare per inceppare l’infernale macchina. 

La SINISTRA PATRIOTTICA deve provare a fungere da lievito di un ampio fronte popolare in difesa della sovranità e dell’unità nazionali.





POTERE AL POPOLO E IL “PIANO B” CHE NON C’È di Leonardo Mazzei

[ 29 dicembre 2018 ]

A sinistra si discute delle elezioni europee, ed è normale. Meno “normale”, anche se assolutamente abituale, è il come se ne discute. Quel che pensiamo dell’operazione De Magistris, della sua lista  della sinistra europeista, l’abbiamo già scritto. Mentre un’idea su chi la sostiene, ogni lettore può farsela leggendo questo documento della Direzione del Prc, dove il passaggio più qualificante è la richiesta di “ricandidatura della compagna Eleonora Forenza“… Niente di male, ognuno ha le sue priorità.
Qui vogliamo invece occuparci di un’altra parte della sinistra, quella che si è appena separata da Rifondazione: Potere al popolo (Pap).


Parlando della riunione del Coordinamento nazionale di Pap, ne scrive su Contropiano Sergio Cararo. Riferendosi alle recenti vicende della Legge di bilancio, il suo editoriale sottolinea giustamente la necessità di un “Piano B” nel confronto con l’Ue, ma la formula utilizzata per descriverlo – la previsione della «rottura, anche unilaterale, con i Trattati europei» – è come sempre fumosa. Se si rompono i Trattati si esce dall’Ue ed a maggior ragione dall’euro. La verità è che un Piano B o include espressamente questa scelta o non è un vero Piano B. 


Fin qui, comunque, nulla di nuovo. Il punto è che al solito pasticciaccio di chi vede il problema ma ha paura ad affrontarlo per l’irrisolto tabù della questione nazionale, si aggiunge un’analisi della fase irrealistica assai. Non solo si dà un giudizio tranchant sul governo italiano, che avrebbe semplicemente “capitolato” al pari di Tsipras, ma per Cararo questa valutazione si inserisce in un quadro europeo dove: «la contrapposizione tra europeisti liberalprogressisti ed europeisti della destra nazionalista è del tutto ingannevole».

Chiaro che, così ragionando, si considera ormai chiusa la vicenda populista, che si vorrebbe in tal modo archiviare come un momentaneo accidente, una parentesi mai davvero compresa (e questo è il fatto), nel normale scorrere delle vicende politiche e sociali, italiane e del continente. E’ questo un tipico caso di wishful thinking, o “Pensiero illusorio“, che unisce non a caso i commentatori mainstream a tanti esponenti della sinistra.
Ma che c’entra tutto ciò con l’approccio di Pap alle elezioni europee? C’entra eccome, dato che il report della riunione di Potere al popolo, muove – peraltro amplificandole – dalle stesse identiche premesse. Più esattamente dalle stesse identiche illusioni. Secondo il coordinamento di Pap: «la stessa incapacità del governo di risolvere i problemi degli italiani e di far ripartire il paese, lascia aperto uno spazio politico enorme». Di più, siccome il governo fa schifo, ma l’opposizione pure, Pap scrive alla lettera che si tratta di due “buone notizie“. Da qui l’idea di verdi praterie da conquistare, annunciata con un solo dubbio: «Insomma: la situazione sta lavorando per noi, ma noi sapremo lavorare per la situazione?». Se non è autoreferenzialità questa non sappiamo più cosa sia l’autoreferenzialità.
Detto questo, Pap ha due problemi: cosa dire sull’Europa agli italiani, come presentarsi all’appuntamento elettorale di maggio. Se sul primo punto la risposta è vuota, sul secondo è comica. Ma vediamoli entrambi.
Come sempre nella multiforme tradizione massimalista il vuoto della proposta è riempito da parole scarlatte ed altisonanti. Leggiamo:
«Pensiamo che si debba denunciare il meccanismo del debito, che serve solo a nutrire le banche e le istituzioni finanziare con il lavoro delle classi popolari, rompere con i trattati UE, rimettere in campo un’alternativa alle istituzioni esistenti, ridisegnando l’architettura europea, abolendo il Fiscal Compact, cancellando i piani per le Grandi Opere; abrogando la legge Fornero e varando un progetto europeo di riduzione degli orari di lavoro; reintroducendo l’articolo 18 e un piano europeo di diritti per il lavoro; controllando i movimenti di capitali e vietando le delocalizzazioni e il dumping fiscale tra gli Stati; nazionalizzando i servizi pubblici in Italia e cancellando il divieto di aiuti di Stato nella UE; lasciando libertà per le politiche di bilancio di ogni Stato e superando il divieto per la BCE di sostenere gli stati in difficoltà».
Avete capito bene. L’obiettivo è quello di ridisegnare “l’architettura europea“, ovviamente stravolgendola da cima a fondo. Ora, se si fa per discorrere poco male, ma chi mai darebbe credito ad una simile impostazione ove vi fosse la pazienza di volerla prendere sul serio? Dovessimo stare alla lettera non potremmo che classificare quanto scritto da Pap come una sconclusionata versione estremista del sempre inconcludente altreuropeismo. Ma siamo generosi, e comprendiamo come questa confusione sia figlia tanto dei tabù cui abbiamo già accennato, quanto delle diverse posizioni esistenti all’interno di Potere al popolo.
Sta di fatto che nel documento di Pap il “Piano B” è scomparso del tutto. E questo non può essere certo un caso, anche se la cosa non potrà piacere a Cararo e ad Eurostop.
E sta di fatto che in questo modo si resta agganciati al resto di quella sinistra sinistrata che pure a parole si critica. Sarà così forte questo aggancio da riaprire la partita con la “Lista De Magistris“? Personalmente mi è difficile crederlo, ma sul punto la lettura del documento di Pap lascia alquanto sconcertati.
Il coordinamento nazionale lascia infatti aperta, almeno formalmente, la questione del come presentarsi: col simbolo di Pap o insieme ad altri? Già, ma altri chi? Curiosamente, e qui siamo alle comiche, Cararo dice che l’alternativa è quella di: «guardarsi intorno per verificare se ci sono altre forze disponibili ad un programma di aperta rottura con i Trattati dell’Unione Europea». Naturalmente, il “guardarsi intorno” di Cararo non è certo in direzione della sinistra patriottica, ci mancherebbe! Ma allora, quali sono i possibili interlocutori?
Non meno criptico il resoconto di Potere al popolo. Anzi, qui neppure ci si guarda intorno, ma si passa direttamente ad indicare le modalità della decisione:
«Chiaramente, la decisione finale spetta alle assemblee territoriali e a tutte le aderenti e gli aderenti, e per questo motivo si dibatterà nelle assemblee in tutta Italia fino al 5 gennaio, e poi dal 6 al 12 gennaio ci potremo esprimere tutte e tutti sulla piattaforma poterealpopolo.net. Nella votazione verranno poste due domande. La prima: Potere al Popolo deve partecipare alle elezioni europee? SI o NO? La seconda: nel caso Potere al Popolo partecipi alle elezioni europee, deve partecipare con il suo simbolo e il suo programma, o entrare in un cartello elettorale con altre forze della sinistra?».
Altre forze della sinistra“, ma quali non si sa. Una cosa del genere non si era mai vista. Ovvio che si stia parlando della Lista De Magistris (la chiamiamo così perché al momento altro nome non c’è), ma perché non dirlo? Ora, i casi sono due: o questa alternativa demagistrisiana è puramente teorica essendo già scartata in partenza per ragioni di leadership, nel qual caso la domanda non avrebbe alcun senso; oppure la cosa è seria, ma allora perché non esplicitare il nome dell’innominato interlocutore ed i relativi problemi politici? 
Del sindaco di Napoli si può pensare tutto il peggio possibile, e chi scrive lo pensa assai, ma non che non abbia parlato chiaro. Egli vuole una lista Sua (la S maiuscola non è un refuso), chiaramente posizionata nel campo europeista senza sé e senza ma. Perché non darne un severo giudizio politico, anziché fingere di ignorarlo?
Abbiamo detto in premessa che a sinistra si discute di europee, ma in modo assai poco “normale”, cioè evitando scrupolosamente ogni serio confronto su linee e programmi. Potere al popolo riesce a fare anche qualcosa di più, perché un interlocutore Innominato è davvero una novità assoluta. Che non depone a favore di chi scimmiotta i Cinque Stelle e i loro clic. 
Non penso proprio possa andare così, ma cosa succederebbe se per ipotesi vincesse il SI’ al cartello elettorale, senza ancora sapere quale, con quale simbolo, con quale profilo e con quale programma? 
Eh già, profilo e programma… che fatica discuterne seriamente! Magari verrebbero fuori nodi che non si risolvono con gli slogan, che la stagione del populismo non è certo alle nostre spalle, che solo una sinistra patriottica può contrastare una destra nazionalista. Certamente emergerebbero le divisioni in Pap. Meglio evitarlo e prepararsi ai festeggiamenti per un altro 1%.




SOVRANISMO SENZA NAZIONE di Nello De Bellis

[ 28 dicembre 2019 ]

Il tema del “REGIONALISMO DIFFERENZIATO, dunque della rottura de facto dell’unità nazionale, è ormai drammaticamente all’ordine del giorno. 
L’articolo che segue ne illustra chiaramente le disastrose conseguenze sulla società italiana. Nell’auspicare che la quasi secessione nordista venga fermata da un’ampia mobilitazione politica e culturale, vogliamo qui ricordare due cose. 
La prima è che il “regionalismo differenziato” è figlio della riforma del titolo V della Costituzione (2001) targata D’Alema e Amato. 
La seconda è che tale controriforma ha storpiato in più punti lo spirito e la lettera della Costituzione del 1948, ponendo le norme inserite in quell’occasione (in particolare all’art. 116) in netta contraddizione con il principio di uguaglianza sancito nell’articolo 3, ma anche con quanto previsto dagli art. 119 e 120 in materia di “solidarietà sociale”, rimozione degli “squilibri economico e sociali”, “tutela dell’unità giuridica e dell’unità economica”, “tutela dei livelli essenziali delle prestazioni”. Insomma, la controriforma del 2001 è stata un vero e proprio aborto. Sarebbe questo il  momento, adesso che ne arrivano i frutti più velenosi, di mettere all’ordine del giorno la sua cancellazione.

Uno dei problemi più seri per l’unità socio-economica ed amministrativa del Paese e, temiamo, a breve anche politica, è la fiera determinazione con la quale la Lega, mentre indossa le vesti di una destra nazional-populista vagamente ispirata alla Le Pen, sta portando avanti il suo processo di secessione “morbida” del Veneto e poi, a seguire, di Lombardia ed Emilia-Romagna.

Uno degli effetti più deleteri della lunga crisi socioeconomica e delle direttive politiche europee è stato proprio, a dispetto dei vari sovranismi oggi alla ribalta, l’affievolimento del senso vero dell’unità nazionale. E’ venuta meno l’idea che il Paese nella sua interezza possa uscire dalla crisi e ciò favorisce obiettivamente quei centri dei poteri forti che assecondano, approfondendole, le linee di frattura storicamente preesistenti, per favorire i loro disegni.

Non credo sia un mistero per nessuno che il c.d. partito tedesco ambisce da vari… secoli all’Anschluss dell’Italia centro-settentrionale e del suo ricco apparato produttivo ed economico. In questo, lo ribadiamo, pur puntando i piedi su varie questioni con Bruxelles, e rivendicando la propria autonomia la Lega salviniana sta giocando in questi giorni un ruolo oggettivamente decisivo, promuovendo la “secessione” delle regioni ricche del Nord, trasferendo poteri, competenze e risorse economiche dal livello statuale a quello regionale.

Si tratta di un processo complesso e potenzialmente “ancipite”, cioè tanto vantaggioso quanto disastroso, ma che in ogni caso andrebbe accompagnato da un dibattito pubblico di grande spessore e di adeguata risonanza mediatica e non procedere, come è avvenuto fino al primo sblocco favorevole da parte del Governo del 21 dicembre scorso, in un assordante silenzio sia nel mondo politico che intellettuale.

E’ un progetto in fase ormai fortemente avanzata, che prevede il prossimo passaggio decisionale già il prossimo 15 febbraio, che si inscrive nel rapporto storicamente complessivo Nord-Sud nell’ ottica della globalizzazione e dell’ attuale ordoliberismo europeo.

Questi i termini reali del problema. L’impianto del provvedimento prevede né più né meno che i cittadini delle regioni più ricche abbiano diritto a più risorse e servizi pubblici in ragione del gettito fiscale regionale, non più ripartito nella fiscalità generale dello Stato. Ciò si traduce in una brusca e sensibile riduzione di risorse per tutte le altre regioni che non fanno parte della rosa delle privilegiate, che non sono solo le già menzionate Veneto, Lombardia ed Emilia, perché seguiranno a stretto giro anche Liguria, Piemonte, Umbria e Toscana.

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LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE


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Altro aspetto caratterizzante e decisivo è che il progetto non si limita ad ambiti specifici, ma riguarda ben 23 materie su cui ora è vigente la competenza, o meglio la sovranità (è il caso di dirlo) dello Stato dalla Scuola al Servizio sanitario (già oggi fortemente squilibrato). Col potere di nominare, assumere e retribuire i docenti su base regionale, nonché intervenire anche sulla stesura dei contenuti dei programmi didattici, sarà la fine definitiva del sistema nazionale della Pubblica Istruzione, già peraltro minato dalle riforme scriteriate degli ultimi 20 anni (a cominciare da quella Berlinguer per finire a Renzi).

Tutto questo, se andrà avanti senza intoppi di sorta, comporterà una ristrutturazione irreversibile del funzionamento del nostro Paese e dei diritti dei suoi cittadini, che prescinderà del tutto dai livelli essenziali delle prestazioni previsti per legge dalla Costituzione, anteponendo i diritti e i servizi dei cittadini delle regioni in questione al (misero e mesto) resto d’Italia.

Una volta sancita l’approvazione in Consiglio dei Ministri, il voto alle Camere potrebbe essere di pura ratifica senza alcuna possibilità di analisi, di discussione,di integrazione o opposizione pura e semplice. Delle conseguenze, delle ricadute, dei danni sociali che questa programmata e voluta asimmetria tra regioni forti e regioni deboli, e sempre più in prospettiva, indebolite non si riflette per nulla con la dovuta obiettività e ponderatezza. 

L’unico Leitmotiv è che bisogna anzi accelerare il processo, conferendo sempre più fondi e poteri alle regioni trainanti, affinché possano lasciarsi il più rapidamente possibile alle spalle la crisi, mentre gli altri se la sbrighino da soli, dimostrando finalmente di essere capaci di procedere senza corruzione e senza sprechi. Musica già sentita.

A riequilibrare le sorti di un’Italia sempre più sbilenca dovrebbe poi bastare, senza alcun intervento strutturale e politica economica degna di questo nome al Sud, il reddito di cittadinanza, proprio mentre si tagliano i diritti primari dell’istruzione e della sanità che soli la rendono effettiva. Fin qui la cronaca. A parte la considerazione politica che su una simile scottante e controversa materia, di pretto interesse leghista, l’assenso del M5S nella persona del suo leader Di Maio è sconcertante, come se non si rendesse conto della portata strategica delle questione; è surreale anche il silenzio delle altre forze politiche, sempre alla ricerca del casus belli, che qui potrebbero ben rimarcare, da destra e da sinistra, le loro posizioni e non lo fanno.

Eppure qui appare in gioco davvero l’assetto e il destino stesso del Paese,profilandosi di fatto la dissoluzione dell’unità politica dello Stato italiano (nato dal Risorgimento e dalla Resistenza). Quali spazi politici vi siano in questo teatro, dati i tempi ristrettissimi della decisione, per una Sinistra patriottica, ma anche di altre forze democratiche sinceramente pensose dell’unità e del bene collettivo, è arduo ipotizzare, vista la loro effettiva consistenza e capacità di mobilitazione.

Un’ultima riflessione è che le crisi, al di là dei loro aspetti nuovi e inediti, si sviluppano su linee di frattura precedenti, regressive e in qualche modo ataviche. L’Italia che esce o uscirà dall’autonomismo leghista e che graviterà fatalmente in modo subalterno nell’orbita euro-germanica, somiglierà all’Italia delle signorie del XV secolo, di cui sarà la fedele riedizione post-moderna nell’Europa delle regioni sognata dalle élites finanziarie di Berlino e di Bruxelles.




I GILET GIALLI, TONI NEGRI… E LENIN di Moreno Pasquinelli

[ 27 dicembre 2018 ]

Premessa


Nella sua grandezza il moderno movimento rivoluzionario italiano ha conosciuto diverse iatture, prima tra tutte quella di essere sorto sotto la cattiva stella di un ribellismo anarcoide, tanto valoroso quanto impotente dal punto di vista politico —id est: incapace di costruire egemonia in vista della conquista del potere statale. Il bordighismo, sotto il cui stemma il partito comunista nacque nel 1921, si presentò come la cura per guarire il movimento dal suo congenito sovversivismo confusionario. Il suo dottrinarismo, dogmatico e paralizzante, come terapia, fu peggiore della malattia. Ed infatti, il bordighismo, miseramente fallì. Negli anni ’60 del secolo scorso, dopo quattro lustri di indiscussa egemonia togliattiana, la originaria matrice ribellistica, ora impastata, e non a caso, col vecchio mito sindacalista dei “produttori”, risorse sotto le eleganti fattezze dello “operaismo”. Di lì venne, nel “decennio memorabile dei ’70”, la cosiddetta “autonomia operaia” che fu il principale vettore della sovversione sociale, una splendente supernova che quasi tutti travolse nel suo collasso destinale.

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LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE


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Cantonate strategiche

Ecco, Toni Negri, cultura grande e mente perspicace, è stato l’esponente di punta della “autonomia operaia” (per questo ingiustamente perseguitato dal potere), e dopo della “autonomia post-operaia” (per questo apprezzato dal potere). Non è qui il luogo per ripercorrere la sua, al contempo, pirotecnica ma, a ben vedere, invariante evoluzione teorico-politica.

Vale ricordare, proprio per capire cosa egli ha scritto del movimento francese dei Gilet Gialli, la sua pornografica infatuazione per l’euro e l’Unione europea … come “terreno di lotta” — vedi QUI, QUI e QUI — per finire con la supercazzola pronunciata alle porte delle decisive elezioni del 4 marzo scorso:
«Mi auspico che Bruxelles prenda le redini dell’Italia dopo il 4 marzo. Non lo desidero, per me la burocrazia europea è il grande nemico. Però è meglio avere qualcosa, che il nulla più completo. Angela Merkel, fatti avanti…». [ Toni Negri: «Sinistra polverizzata. Ci salveranno i poteri forti». In: Vanity Fair del 18 gennaio 2018 ]
Ho detto invariante poiché c’è un nocciolo filosofico a cui egli ha sempre tenuto fede e che sta a fondamento de l’Impero, sua opera magna. Anni addietro individuavo questo nocciolo nel mix di determinismo e provvidenzialismo:
«Il provvidenzialismo (quello di Negri contaminato da un immanentismo di stampo gentiliano) è sempre stato l’altra faccia del pensiero meccanicistico e deterministico.
Chi riteneva che Negri fosse un partigiano semi anarchico della spontaneità si è sbagliato di grosso. La spontaneità è confinata da Negri nella sfera delle soggettività biopolitiche, alle singolarità desideranti, cioè nel campo della micropolitica sociale. Ma queste singolarità sono piccoli ingranaggi della grande macchina della storia che è causa sui, il cui movimento oggettivo è non solo determinato, ma predeterminato. Per Negri, come per Spinoza, la sola libertà concepibile è quella della consapevolezza della necessità razionale, dove al posto della metafisica Sostanza spinoziana, vien posta la forza creatrice delle moltitudini».
Che ente sia questa “forza creatrice delle moltitudini” —pur essendo, come disse Danilo Zolo “concetto sfuggente, il meno felice dell’intero arsenale concettuale de l’Impero” — sarà bene spiegarlo poiché costituisce il vero e proprio paradigma del Negri-Pensiero che ci ritroveremo infatti tra i piedi nel suo giudizio sui Gilet Gialli. Questo paradigma, spacciato come novum, non è null’altro che la radicalizzazione del concetto dialettico servo-padrone che Hegel scolpì nella suaFenomenologia dello spirito, per cui, ad un certo punto, sarebbe stato il servo, il lato negativo della relazione, la vera forza progressiva della storia. Tradotto nel linguaggio di Negri: a fronte di un Capitale oramai mero parassita il vecchio operaio-massa e suo figlio l’operaio-sociale si sarebbero transustanziati e trasfusi nella moltitudine, quest’ultima a sua volta coagulata attorno al “lavoro cognitivo”. Moltitudine che sarebbe la vera forza motrice che spingerebbe, per tappe successive e necessitate, l’umanità in avanti, verso il comunismo.

«Nel nostro tempo, il desiderio che fu messo in moto dalla moltitudine è stato indirizzato (in modo strano e perverso, ma nondimeno reale) alla costruzione dell’Impero. Si potrebbe anche dire che la costruzione dell’Impero e delle sue reti globali costituisce una risposta alle lotte contro la moderna macchina di potere e, in particolare, alla lotta di classe spinta dal desiderio di liberazione della moltitudine. La moltitudine ha evocato la nascita dell’Impero». [Impero, pagina 55]
L’Impero dunque (alias la mondializzazione neoliberista), lungi dall’essere disdicevole, siccome sarebbe prodotto dalla moltitudine, è benedetto come comunismo in marcia, come processo incontrovertibile che occorre assecondare e contro cui combattere sarebbe dunque reazionario. Ergo: l’hegeliana “scopa di Dio”. Di qui il sostegno all’iper-modernità macchinica e allo stigma della mondializzazione: l’ibridazione cyborg uomo-macchina, la mescolanza di identità, il melting pot biopolitico, la tendenza alla distruzione degli stati nazionali —che prima verranno fatti fuori meglio sarà. Il tutto all’ombra dello spettro (anarco-foucaultiano) per cui la sola salvezza verrebbe dal potere costituente (della moltitudine) di contro alla maledizione del potere costituito.
«Oltre a pensare la rivoluzione in termini etici e politici, noi la pensiamo anche in termini di profonda modificazione antropologica: di meticciaggio e ibridazione continua di popolazioni, di metamorfosi biopolitica. Il primo terreno di lotta è, da questo punto di vista, il diritto universale a muoversi, a lavorare, ad apprendere sull’intera superficie del globo. La rivoluzione che noi vediamo non è solo dunque dentro l’Impero ma è anche attraverso l’Impero. Non è qualcosa che si batte contro un improbabile Palazzo d’Inverno (ci sono solo gli anti-imperialisti che voglio bombardare la Casa Bianca) ma che si estende contro tutte le strutture centrali e periferiche del potere, per svuotarle e per sottrarre la capacità produttiva al capitale». [ L’Impero e la moltitudine, un dialogo sul nuovo ordine della globalizzazione. Antonio Negri e Danilo Zolo]
La teoria alla prova dei fatti

Col che siamo a quanto il nostro ha scritto nei primi giorni di dicembre sulla rivolta dei Gilet Gialli col titolo ingannevole e sesquipedale L’insurrezione francese. Anticipo la mia conclusione: Negri non ci ha capito niente. E non ci ha capito niente proprio perché, nel disperato tentativo di asseverare il suo teorema politico, l’ha utilizzato per spiegare la sollevazione popolare francese e renderla potabile, ovvero conciliarla col suo paradigma. Proveremo a dimostrare il penoso fallimento di questo tentativo.


La prova lampante della incapacità di comprendere la natura del movimento dei Gilet Gialli ci è fornita dal pronostico che il nostro fa nel suo articolo. Egli, siamo ai primi di dicembre, prima del quarto sabato di lotta, sosteneva:
«Basterebbe dunque poco, se non per bloccare il movimento con qualche proposta opportunista e demagogica, almeno per attenuarne l’indignazione (che non è forza sottovalutabile): basterebbe, come si è detto, ritornare sulla tassa contro le grandi fortune e recuperare quei quattro miliardi concessi ai padroni dei padroni per ridistribuirli, in luogo dell’imposizione della tassa carburante».
Il  22 dicembre abbiamo avuto invece il Sesto atto e non pare che la mobilitazione voglia fermarsi. Questo, per di più, dopo la plateale ritirata compiuta da Macron.

Ma i Gilet Gialli non hanno smentito solo il pronostico, assieme a Macron hanno colpito al cuore il paradigma teorico del Negri-pensiero. Domandiamoci: è forse il “lavoro cognitivo” la forza propulsiva del movimento dei Gilet Gialli? Sono per caso i settori del “lavoro immateriale”, ovvero le figure sociali a stretto contatto coi luoghi a più avanzata composizione tecnologica coloro che stanno scendendo per strada? No, non lo sono! Avviene anzi tutto il contrario visto che i settori tecno-cognitivi tanto celebrati dalla retorica negriana sono ai margini della mobilitazione, anzi, ne sono del tutto assenti. 

Il movimento è nato, ha messo radici e si è consolidato come fatto di massa non nella grande metropoli (luogo d’elezione del cognitariato) bensì nelle zone periferiche, quelle della cosiddetta “Francia profonda”, dove i flussi della globalizzazione si manifestano soltanto come predazione sfrontata e generatrice di esclusione sociale e di miseria esistenziale.
Laddove quindi il mito ideologico della rivoluzione tecnologica emancipatrice ha fatto miseramente fiasco. Eterogeneo come ogni movimento realmente popolare esso è sorto insomma nei luoghi periferici addirittura rurali più duramente compiti dalle politiche economiche austeritarie e neoliberiste. Parrebbe manifestarsi addirittura, mutatis mutandis, l’inveramento della tesi maoista della campagna che accerchia le città…

Il nostro se ne avvede ma, lungi dal fare ammenda, con una spocchia élitaria simile a quella sfoderata dall’establishment neoliberista davanti all’esito del referendum per la Brexit o alla ascesa al potere di Trump, ci propone una variante della narrazione post-modernista, fondata a sua volta sui concetti di “arretrato” e “progredito”. Proprio parlando dei Gilet Gialli afferma infatti che si tratta dei:
«settori meno modernizzati ed economicamente periferici del Paese… ceto medio impoverito, periferico rispetto alla metropoli, e abitante nella Francia centrale, nei grandi spazi che questa presenta e nelle piccole città…. ceti sociali tradizionali recentemente dinamizzati dalle riforme neoliberali e tuttavia meno valorizzanti dei settori dei servizi urbani e della produzione cognitiva». [corsivo nostro]
Non è questa la sede per affrontare la questione del “valore”, basti dire che per Negri, all’altezza dell’attuale sviluppo capitalistico (quindi dell’energia biopolitica della moltitudine), non opererebbe più la marxiana legge (del valore) — col che, detto en passant, addio al marxismo.
Ma è la sede per mettere in evidenza un paradosso. Malgrado la sua lettura dei Gilet Gialli di cui sopra, egli lo qualifica, e per almeno una dozzina di volte in poche pagine, come “moltitudine”. Ci sono cadute le braccia! Ma come? Non era la moltitudine la soggettività iper-moderna, l’incarnazione del macchinismo al suo supremo stadio, il cuore pulsante della metropoli meticcia e cosmopolitica, il vettore comunistico del rifiuto di ogni ordine statuale, l’incarnazione del general intellect? Qui, se non proprio disonestà intellettuale, c’è la cieca ostinazione a difendere una teoria moribonda.

E poi, per quanto attiene alla composizione sociale del movimento, Negri squaderna la melensa fuffa sociologica che va per la maggiore e che nulla ci dice: “ceto medio impoverito”. Quindi — propinandoci il più abusato dei cliché marxisti contro la piccola borghesia —, lascia intendere che i Gilet Gialli siano anzitutto dei bottegai frustrati e arrabbiati, quindi facili da addomesticare con qualche elemosina e sempre disponibili a fungere da carburante per  avventure reazionarie. Non per caso, quando il nostro deve andare a cercare un’analogia storica — non gli è venuto in mente il boulangismo (1885-89), sia che lo si intenda come un “battistrada del socialismo moderno” (Réne Rémond o come “socialismo della canaglie” (Jean Jaures) , ricorre al precedente che più infelice non si potrebbe, quello bottegaio per antonomasia del poujadismo.

Rivelatrice la comparazione che Negri ci consegna:
«C’è qualcosa che colpisce soprattutto in questo movimento e che lo rende diverso dalle lotte più dure che la Francia abbia conosciuto negli ultimi anni, per esempio dalla lotta del 2005 dei cittadini delle banlieues. Quella era una lotta che aveva il segno di una liberazione, questa del 2018 ha una faccia disperata. E non parliamo del ’68. Nel ’68, il movimento degli studenti si impiantava su un continuum di lotte operaie. Il ’68 è 10 milioni di operai industriali in sciopero, è una tormenta che si dà sul punto più alto dello sviluppo e della ricostruzione post-bellica. Qui, oggi, la situazione è chiusa. A me, piccolo interprete di grandi movimenti, ricorda la rivolta nelle prigioni più che la gioia del sabotaggio dell’operaio massa». [corsivo nostro]
Avete capito bene? Nella sommossa delle banlieues c’era la liberazione, coi Gilet Gialli abbiamo invece la disperazione; nel ’68 il sabotaggio, qui dei sudditi imprigionati. Vedete voi dove porta il mito anarcoide e sovversivista… Si perde il pelo non il vizio.

Che vogliono e chi sono i Gilet Gialli


Ma davvero il movimento  mobilita anzitutto “ceto medio”? No, non è vero. Come ogni movimento popolare che si rispetti va da sé che esso includa la piccola borghesia, ma la sua grande massa è composta da proletari a vario titolo, dalle plurime figure del lavoro salariato: magazzinieri, insegnanti, pensionati, finte partite iva, operai precari, giovani e meno giovani disoccupati. In una parola i paria della “nuova economia”, gli esclusi e gli emarginati dai processi della cosiddetta modernizzazione neoliberista. Di più: sono proprio questi settori la punta di diamante, la prima linea, la forza motrice dei Gilet Gialli, la forza d’urto che li ha spinti a mettere a soqquadro Parigi. Ci sono anche piccolo-borghesi e bottegai? Ovvio che sì, e questo punto di forza del movimento il Negri rifiuta e che invece vorrebbe, fare attenzione, snaturare e rimpicciolire a “movimento di classe”:

« L’attività dei militanti sarà dunque quella di costruire nuove solidarietà attorno ai nuovi obbiettivi che nutrano il “contro-potere”. E’ solo così che la moltitudine può diventare classe». [corsivo nostro]
Detto in soldoni: siccome il movimento dei Gilet Gialli manda in frantumi la sua profezia e fa a pezzi il suo paradigma teorico il nostro vorrebbe sottoporlo ad un intervento di chirurgia plastica, anzi  modificarlo geneticamente. Peggio! A conferma di quanto il nostro sia distante dalla realtà (e dalle riflessioni di Antonio Gramsci), lo scomunica in quanto esso è nazional-popolare e populista, così negando che quella in corso in Francia sia vera lotta di classe, la sola lotta di classe che, nel contesto dato, ha forza egemonica (vedi il consenso generale di cui gode) e quindi potenza universalistica

Lezione che a ben vedere riguarda non solo i cascami dell’operaismo ed i movimentisti a vario titolo, ma tutta la resistente genia dei sindacalisti (più o meno di base) i quali dovrebbero porsi qualche “domandina”: come essi si spiegano che mentre i Gilet Gialli hanno piegato Macron e conservano l’appoggio della maggioranza, le recenti mobilitazioni sindacalistiche contro la Loi Travail, quella dei ferrovieri, e quella studentesca di Nuit Debut sono state sconfitte e sono evaporate? Non lo spiegano, anzi, non si pongono nemmeno la domanda poiché, ove lo facessero, scoprirebbero che sono rimasti loro sì indietro qualche anno luce, e quindi si vedrebbero obbligati a cambiare mentalità, simboli, linguaggi, strumenti teorici, modalità d’azione, quindi mestiere. Riciclarsi è arduo, e forse il tempo è per essi scaduto.

Lo è a maggior ragione moribonda (la teoria politica di Negri), se spostiamo l’analisi dei Gilet Gialli dal volgare livello sociologico a quello politico. Dato che i movimenti di lotta popolare sono per definizione socialmente eterogenei (“polvere d’umanità”) cosa decide, in ultima istanza, la loro natura? Dal nemico che essi combattono, dagli obbiettivi che si pongono, dalle loro finalità. E’ vero che i Gilet Gialli non hanno né una piattaforma nazionale unica né una direzione unificata, come è vero che le rivendicazioni differiscono da zona a zona e che son tanti i cahier de doléances, che essi l’unità la trovano nell’azione. Come è vero (e come potrebbe essere altrimenti?) che unificano cittadini di sinistra, di destra e senza opinioni politiche (dal che aleggia in certe menti malate e tignose il fantasma del rossobrunismo)? E’ chiaro però cosa essi identificano come nemico (Macron come  esponente del super potere finanziario ed eurocratico), e cosa essi chiedano: giustizia e diritti sociali, porre fine sia all’austerità che alle politiche neoliberiste, comprese quelle fiscali per mezzo delle quali si sposta ricchezza dal basso verso l’alto. Di più: questo movimento resiste alla globalizzazione, respinge la visione cosmopolitica chiedendo sovranità e rispetto della cittadinanza, con ciò rivalorizzando il concetto di identità nazionale, riscoprendo il carattere sociale della repubblica. Il tutto in in barba alla sinistra transgenica che vuole vedere solo i diritti civili e dimentica quelli sociali.

Per essere ancora più precisi i Gilet Gialli, riproponendo la centralità dello Stato come organo deputato a tutelare gli interessi del popolo — per la precisione del popolo lavoratore e/o che rivendica il lavoro non solo come simbolo di dignità ma come asse a cui incardinare la cittadinanza — sono i giacobini del terzo millennio.

Così ci spieghiamo l’uso patriottico del tricolore in ogni manifestazione, l’inno a squarciagola della Marsigliese. Tricolore e Marsigliese come simboli dell’unità popolare, di cittadini fino a ieri invisibili che nella lotta si sentono comunità, che chiedono, di contro alla atomizzazione indotta dal neoliberismo globalista, si ricostruisca comunità, nazionale e popolare.

Cosa ha a che vedere la sollevazione nazional-popolare francese con l’idea teologica dell’Impero che è dappertutto e in nessun luogo, deterritorializzato e senza centro (alias la tesi della fine definitiva delle nazioni ed il disprezzo per ogni patriottismo)? Cosa hanno a che fare i Gilet Gialli con le deleuziane “macchine desideranti” — che Costanzo Preve bollava argutamente come “neoplebi desideranti” partorite dalla filosofica “pallocrazia parigina”? Cosa ha a che vedere la dura fisicità della rivolta popolare più potente degli ultimi decenni con la vacua e ineffabile figura della moltitudine, di cui solo un aspetto era evidente, il suo essere concetto opposto del popolo come nazione?

Date voi le risposte. Per chi scrive niente di niente.

Conclusione


E dunque, almeno per questa volta, invece di ascoltare falsi profeti e di ingurgitare nuovismi astrusi, proviamo a dare retta, per capire come va il mondo, ad uno che di rivoluzioni certo se ne intendeva:
«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo». [V.I. Lenin, L’insurrezione irlandese del 1916, Opere Complete, Editori Riuniti, volume XXII, pag. 353-354]
Che poi occorra andare anche oltre Lenin, a noi è chiaro. Oltre, non in opposta direzione.



PANE E NUTELLA

[ 26 dicembre 2018 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

«Matteo Salvini, meglio una crema senza olio di palma e con tante nocciole

La Notizia: «Un post come tanti. Per condividere con fan e follower le proprie abitudini quotidiane, Matteo Salvini carica una foto della sua prima colazione e scrive: “Il mio Santo Stefano inizia con pane e Nutella. E il vostro?”»(ansa).

Speriamo che sia iniziata così solo la colazione di Salvini, e non di tutti i bambini. Trascrivo da libro “Sconfiggere il male” di Maria Rosa Di Fazio, responsabile del Servizio di Oncologia integrata del Centro medico internazionale SH Health Service di San Marino: 

«Note creme spalmabili con tracce di nocciole contenenti una “bomba” di quasi il 60% di zucchero, più un 20% di “salutare” olio di palma (che ha tre contaminanti: due “mutageni” in grado cioè di modificarci il DNA, più uno sicuramente cancerogeno)».

E colgo l’occasione per consigliare a tutti di leggere il libro citato, soprattutto alle mamme che spalmano sul pane dei loro bambini crema di zucchero e olio di palma con una piccola percentuale di nocciole, ma anche agli insegnanti affinché informino i bambini, giacché spesso gli alunnetti, quando tornano a casa, diventano gli insegnanti dei loro genitori. Un consiglio anche al ministro: si compri una buona crema senza olio di palma e con tantissime nocciole».


Renato Pierri




PARADOSSI di Leonardo Mazzei

[ 26 dicembre 2018 ]

Paradossi. Paradossi interessanti. 


A lorsignori la manovra prima versione proprio non piaceva: conti a loro avviso disastrati, scontro con l’Europa, procedura d’infrazione, spread, spread, spread a volontà. Ma non gli piace neppure la seconda, di versione. Eppure lo scontro con l’Europa è rinviato, la procedura d’infrazione non ci sarà, sui conti c’è il compromesso e lo spread si è calmato.

Dovrebbero esser felici, e invece no. Ora, neppure noi siam contenti, ma perlomeno spieghiamo il perché. E lo facciamo in coerenza con la nostra visione sull’Unione europea (da cui liberarsi) e sugli interessi del popolo lavoratore (da rimettere al centro della scena). Lorsignori invece strepitano. Più precisamente, continuano a strepitare, esattamente come fanno da sette mesi.

Formalmente Pd e Forza Italia hanno ragione a denunciare l’umiliazione del parlamento. Sostanzialmente hanno però torto marcio. Chi è infatti il primo colpevole di quanto accaduto, se non la canea reazionaria che hanno scatenato insieme ai loro pari di ogni ordine e grado?

Vogliamo far l’elenco? Confindustria, potentati economici all’unisono, media sistemici h24, partiti di opposizione e sindacati di regime, senza dimenticarci alcuni battitori “liberi” alla Boeri, alla Visco, alla Cottarelli. Tutti sotto le ali quirinalizie a giocare per i nemici del Paese, annunciando il peggiore dei disastri se si fosse disobbedito a Bruxelles. Ora che con Bruxelles c’è l’accordo la musica non cambia. «Questa manovra è una follia. Ci farà sbattere», dice ad esempio il Calenda, usando le stesse parole adoperate tre mesi fa.

Tutto ciò sarebbe comprensibile ove si dicesse che la manovra non è cambiata, quantomeno non a sufficienza, riconoscendo che in qualche modo Reddito di cittadinanza e “Quota 100” restano. Ma essi dicono l’esatto contrario. Si mettono addirittura a fare i “sovranisti”, affermando che la Legge di Bilancio è stata scritta da Bruxelles…

Abbiamo dunque almeno tre paradossi.

Il primo paradosso è che i massimi lacchè dell’oligarchia eurista, quelli del “ce lo chiede l’Europa”, ammettono (sia pure a fini polemici ad uso interno) che un problema con Bruxelles esiste. Ed è un problema — udite, udite! — di sovranità. Ma come, non era questo un termine ed un concetto bandito, impronunciabile, comunque disdicevole, roba da barbare bocche populiste?

Il secondo paradosso è che essi non ci dicono se il governo Conte ha ceduto troppo o troppo poco. Se fosse troppo allora darebbero ragione a noi, che questa trattativa non l’abbiam mai vista bene, con ciò ammettendo che la versione numero uno della manovra era migliore, rimangiandosi in questo modo tre mesi di gazzarra. Se fosse troppo poco dovrebbero allora chiedere più sacrifici, più tasse e più tagli, con ciò ingraziandosi un natalizio calcio nel sedere anche da una parte di quella minoranza che stoicamente continua a votarli.

Il terzo paradosso è che se giudicano disastroso il compromesso con la Commissione, essi danno sì un giudizio negativo sull’italico governo, ma pure sui sempre (a lor giudizio) commendevoli killers che quella Cupola eurista compongono. Ai quali non si dedica invece mezzo grammo di critica. Eppure la tregua — con quella “folle manovra che ci farà sbattere”, per usare la calendiana prosa — è con loro che è stata sottoscritta.

Come si vede, stando alla logica, tante cose non tornano. Ma non siamo formalisti e sappiamo bene che invece tutto torna. Esattamente come quelle europee, le élite nostrane sono ancora forti, ma ciò non sminuisce affatto il loro stato confusionale. Esse pensano che tutto faccia brodo pur di combattere i barbari populisti, che sanno di non aver ancora normalizzato. E, disponendo dei mezzi che hanno, cercano allora di imbrogliare le carte. Un tempo gli sarebbe stato più che sufficiente per prevalere, oggi la partita è ben più aperta: lorsignori lo intuiscono, ed è per questo che perdono facilmente la testa.



LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE





ANDARE OLTRE MARX (3) di Mauro Pasquinelli

[ 25 dicembre 2018 ]

Prima di passare al punto 13 sulla critica dell’ideologia in Marx voglio sottoporvi la fiaba del “Re Nudo” di Andersen perché ha una forza evocativa ed esplicativa meravigliosa che calza a pennello con il nostro ragionamento, non perché Marx sia il re nudo, ma re nudo sono a volte le nostre finte certezze o le nostre idee che spesso pretendono di disvelare un essere diverso da quello che siamo:

«La fiaba parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Un giorno due imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni. I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all’imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L’imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; attribuendo la non visione del tessuto a una sua indegnità che egli certo conosce, e come i suoi cortigiani prima di lui, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori. Col nuovo vestito il re sfila per le vie della città nell’acquiescenza generale, di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi essi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità. L’incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida con innocenza “Ma il re non ha niente addosso!” (o, secondo una variante, “Il re è nudo!”). Ciononostante, il sovrano continua imperterrito a sfilare come se nulla fosse successo».

Ebbene vorrei considerarmi come quel bambino della fiaba che guarda con occhi innocenti alla verità e alle complicate trame della storia umana. Ma purtroppo anche io possiedo solo un punto di vista parziale e non neutrale, non ho in tasca la verità assoluta e mi muovo con difficoltà, come un saltimbanco tra idealismo, ideologia e materialismo!

*  *  *

13) Marx, il più grande de-costruttore di ideologie della modernità, è a sua volta vittima di ideologia, della propria “ideologia”? Sembrerebbe di sì, proprio per i primi 12 punti da me elencati. Per Marx il tratto proprio di ogni ideologia è “la falsa coscienza”, è il tentativo della classe dominante di far passare per universale il suo punto di vista e interesse parziale (vedi imperativi categorici a priori della morale borghese, che dipingono come bene universale tutto ciò che e’ bene per i suoi interessi). E’ la naturalizzazione e ipostatizzazione di rapporti sociali e categorie economiche (come la merce e il denaro) che sono storicamente determinati ed in quanto tali transuenti!

Fin qui onore al merito al Genio di Treviri! Ma pensare che la storia è il movimento reale che partorisce il comunismo, o che il proletariato contiene in se la missione storica di abolire il capitalismo, o altresì che la rivoluzione socialista si realizzerà nei paesi a più alto sviluppo delle forze produttive, o che il capitalismo è necessariamente l’ultimo stadio della società classista oltre il quale ci può essere solo una società senza classi, o che “solo nel comunismo si riconcilia l’essenza dell’uomo con la sua esistenza”, non è a sua volta tutto questo “ideologia”? Non è nuova ipostasi? Non è far passare un punto di vista soggettivo e parziale per necessità universale? Chi può dimostrare che l’essenza umana sia necessariamente comunista (quindi anti-gerarchica e a-classista) piuttosto che semplicemente sociale e comunitaria, ma incubatrice di nuove gerarchie sociali (come la comunità delle formiche o delle Api)? Chi può dire l’ultima parola sul fatto che la specie homo sapiens sia un “ente generico universale” intrinsecamente capace di creare il paradiso in terra e il bene assoluto, piuttosto che l’inferno prodromico alla sua estinzione di massa? O che, per una strana eterogenesi dei fini, non si realizzi né l’uno né l’altro ma una cyber-society in cui il soggetto, metà uomo e metà macchinico, sconfini definitivamente in una società distopica di Matrix-memoria?
Entriamo in interrogativi che fanno tremare le coscienze e i paradigmi filosofici consolidatisi in due millenni da Platone ad oggi.Noi minoranza attiva, nell’attraversare il mare tempestoso della storia dobbiamo fare il nostro compito, batterci per la libertà e la giustizia sociale, anche se questo si rivelerà un sogno utopico. Anche se non c’e’ alcuna garanzia assoluta, scientificamente accertabile con le lenti del materialismo storico, che arriveremo all’approdo vincenti, che agiremo con il vento in poppa, che le forze della storia ci spingano necessariamente in questa direzione piuttosto che verso il naufragio.
Osservando la fine tragica dei Socrate, dei Giovanni Battista, dei Gesù Cristo, dei Giordano Bruno, dei Simon Bolivar, dei Trotsky, dei Che Guevara, dei comunardi, dei boscevichi, degli anarchici spagnoli, qualche dubbio sorge; sembra proprio che la speranza sia ridotta al lumicino! Tuttavia lottiamo, Spes contra spem, come lotta un malato terminale per la propria sopravvivenza, o un naufrago che vede lontano il proprio approdo! Marx aveva invece una certezza apodittica: le forze della storia spingono nella direzione dell’emancipazione e l’essenza dell’uomo è nella ricerca della libertà e dell’uguaglianza.
Se ciò non fosse vero si ricadrebbe nell’utopismo e quindi nella fallacia idealista di giustapporre i pii desideri filantropici al movimento reale della storia. Ma esagerando alcune contraddizioni materiali del capitalismo, distorcendo la capacità delle forze sociali, feticizzando la facoltà provvidenziale delle forze produttive di scardinare i rapporti ha finito ahimé per rendere meno scientifico e più utopico il suo socialismo.
14) La certezza apodittica di Marx sull’avvento del comunismo deriva proprio dal suo idealismo hegeliano, che pretendeva di aver superato, ma in realtà operava segretamente negli interstizi della sua filosofia della storia. Per quanto si sia sforzato di rendere scientifica la sua concezione della storia e della società  — e nessuno più di lui ci è riuscito — rimane il fatto che il suo materialismo è contaminato fortemente di filosofia della storia, di storicismo. Una filosofia che trae linfa vitale proprio dall’idealismo classico tedesco.Hegel credeva in uno spirito nascosto che è all’opera nell’universo e nella storia e che anima il suo divenire verso la perfettibilità. Pur tra incidenti e ricadute esiste una “astuzia della ragione” che collabora nella marcia trionfante e universale del progresso! Marx pretendeva di aver messo la dialettica di Hegel a testa in su ma ha solo sostituito la materia allo spirito, attribuendo ad essa ciò che è l’essenza stessa dello spirito: l’aspirazione perenne al meglio e alla perfezione! Più che Darwin sembra all’opera Lamarck, anche egli permeato come Hegel del clima culturale illuministico e che vedeva il progresso all’opera persino nella natura, attraverso la legge dell’adattamento. Celebre e proverbiale il suo assunto (poi smentito da Darwin) che la giraffa ha il collo lungo per adattare il suo corpo a piante altissime!!
Ebbene Marx prima sostituisce la materia allo spirito e poi le forze produttive alla materia attribuendo ad esse la virtù segreta e magica di superare tutti gli ostacoli frapposti dai rapporti di produzione, e farsi strada verso uno sviluppo illimitato. Ma questo moto incessante è un postulato a-priori, un assioma che non ha nulla di scientifico e deve a sua volta essere dimostrato.Sembra di essere difronte ad una nuova religione che ha per meta il comunismo e come forza provvidenziale le forze produttive.
Marx rischia cosi di ricadere nel feticismo che demistificava nella merce! Precisamente nel feticismo delle forze produttive che egli santifica al pari dei capitalisti anche se da punti di vista opposti. Uguale l’inversione di soggetto e oggetto (non sono più gli uomini in carne ed ossa, poveri mortali, ma le forze che si servono degli uomini o lo spirito che lui attribuisce agli uomini a fare la storia) e cosi anche in questo caso, come nell’ideologia capitalista, i rapporti tra le persone prendono le sembianze di rapporti tra cose, o di proiezioni soggettive di questi rapporti.Questa religione delle forze produttive, che io chiamo tecno-scientismo, in nome della quale il capitale ha oppresso e schiacciato intere generazioni ha spinto lo stesso Lenin ad esaltare il taylorismo come fosse una tecnologia neutra, piegabile sia agli interessi del capitale che del lavoro. Oggi non sfugga, che l’officiante principale di questa nuova religione è Tony Negri ma questo sarà tema di un prossimo punto sul “General Intellect”.
Chiudo questa riflessione con due corollari ed alcuni alcuni interrogativi che mi auguro servano a scuotere le coscienze di chi legge:
1) primo corollario: i rapporti di produzione non hanno solo sconfitto le forze produttive come ho scritto al punto uno. Le forze deviate e sconfitte dal Capitale hanno cambiato i rapporti tra gli uomini
2) secondo corollario: la tecnica che prima era uno strumento che mediava i rapporti tra gli uomini diventa il totem esclusivo e significante con cui l’uomo entra in rapporto.
Gli interrogativi:
lo sviluppo delle forze produttive non si è rovesciato nel suo opposto (un de-sviluppo) prima di aver scardinato i rapporti capitalistici di produzione?
Non ha cambiato l’antropologia umana creando soggettività iper-specializzate, individualiste, solipsiste, iper-cretine ed inservibili per un salto quantico verso una società di giusti ed eguali?
La tecnica non è diventata disvelamento definitivo di una umanià’ dedita oramai alla religione cinica del calcolo, che vede in madre natura solo una materia prima da estrarre e da depredare (ma anche una pattumiera) e negli altri uomini dei sgabelli su cui salire per mero calcolo di interesse ?
E l’uomo non è stato cosi sopravanzato dalla tecnica stessa (come temeva Gunther Anders) da diventare antiquato?
E la sua posizione di soggetto non è stata presa dalla tecnica dalla quale dipende oramai l’essere e il non essere dell’umanità, il senso che diamo alle nostre vite?
Io non ho la risposta.
Ma se le risposte a queste domande sono affermative allora bisogna prendere atto di essere entrati in una nuova era post-umana, in piena epoca distopica dove il solo parlare di filosofia, di emancipazione e di comunismo rischia di farci passare non per marxisti ma per marziani.
(fine)

Prima parte
Seconda parte




LA RAGIONE DEL LORO FURORE di Piemme

[ 24 dicembre 2018 ]
Tranne le due forze politiche “populiste” al governo tutti, ma proprio tutti, addosso alla Legge di bilancio. La confindustria e i sindacati, il Pd e Forza Italia, l’estrema sinistra e l’estrema destra, frattaglie pseudo-sovraniste comprese. 

Non si era mai vista nella storia d’Italia una sinfonia politica in cui tutti gli orchestrali eseguissero lo stesso spartito.
Quale sia questo spartito lo indica Mario Monti, sì proprio lui, pensate un po’, sul CORRIERE DELLA SERA di ieri:

«Il governo sovranista non solo non ha fatto nessuna breccia sul “muro di Bruxelles”, ma ha fatto evaporare una parte della sovranità nazionale in perdita di prestigio del Paese e del governo. La “manovra del popolo” si sta ritorcendo contro il popolo».

Ahinoi anche Stefano Fassina ha deciso di partecipare alla gara a chi la spara più grossa:

«La manovra partita come espansiva, in una fase di rallentamento dell’economia europea diventa restrittiva, anzi insostenibile a causa della correzione prevista per il 2020-21. (…) In sintesi, tra le promesse di bandiera e la resa al Fiscal Compact è venuta fuori una manovra Frankenstein».

A prima vista qualcosa non torna. Vero che la versione finale della Legge di Bilancio sia un arretramento rispetto a quella inizialmente proposta ma che essa costituisca una “capitolazione a Bruxelles”, che sia addirittura una “manovra recessiva e Frankenstein”, questo è davvero incredibile. Che occorresse molto di più è certo. Piccolo particolare che anche i sassi han capito: per ottenerlo sarebbe stato necessario uscire dall’Unione europea. Quell’uscita che proprio i detrattori del governo deprecano e quindi, solo per questo, le loro invettive sono truffaldine.

Come spiegare il mistero di una simile strampalata sinfonia a cui pare che solo Programma 101 si sia sottratto? Azzardo un’ipotesi. Ognuno ha i suoi specifici motivi per deplorare la Legge di bilancio, e quelli di Fassina non sono certo gli stessi di Monti, ma c’è un fattore che li unisce tutti: sono ancora tutti frastornati dalla botta tremenda che hanno preso il 4 marzo. I “populisti” hanno vinto e tutti gli altri, ma proprio tutti, non solo hanno perso, e non riescono a farsene una ragione.

Tutti costoro (ma proprio tutti) non vogliono capire che il “momento Polanyi” si manifesta oggi nel “momento populista” con il decisivo particolare che l’Italia è il laboratorio decisivo di questo passaggio. 

Lo dico in parole povere: chi scompostamente impreca contro questo governo si rifiuta di prendere atto che stiamo entrando in un nuovo periodo storico, segnato, tra le altre cose, dall’avanzata dei “populismi”e dal tramonto delle tradizionali formazioni politiche e relativi ceti sacerdotali. In parole ancora più povere questi sacerdoti, provengano essi da sinistra o da destra, incapaci di stare in sintonia con le larghe masse popolari, sono destinati a morire, malgrado, come ogni organismo lottino fino all’ultimo spasmo per sopravvivere.

Di qui il loro furore.
LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE





LO SCONTRO DECISIVO È SOLO RIMANDATO Comunicato n. 17 di P101

[ 23 dicembre 2018 ]
Comunicato n. 17 del Comitato centrale di Programma 101
Lo scontro decisivo è solo rimandato

1. Un compromesso compromettente

I prossimi mesi ci diranno se l’accordo tra il governo italiano e la Commissione Ue passerà alla storia come primo passo di un ripiegamento definitivo del governo gialloverde o, come riteniamo più probabile, preludio di una partita ancor più dura. Come ogni compromesso entrambi i contraenti hanno dovuto recedere dalle loro posizioni iniziali. Mentre la Commissione ha dovuto digerire una consistente redistribuzione del reddito a favore del popolo lavoratore e dei giovani (Reddito di cittadinanza, aumento delle pensioni minime e Quota 100 sulla Fornero), il governo italiano, in cambio, ha dovuto rivedere al ribasso i saldi di bilancio, tagliare gli investimenti pubblici previsti, accettare infine minacciose condizionalità (aumento dell’Iva). Dal punto di vista politico, contrariamente a quanto gridato per mesi, il governo ha permesso una nuova lesione del principio della sovranità nazionale.

2. L’Italia nel mirino di Bruxelles

La volontà punitiva nei confronti del nostro Paese è risultata chiara a tutti. Un modesto deficit del 2,4% (il quarto più basso degli ultimi quarant’anni!) è stato preso a pretesto per sviluppare una vera e propria campagna terroristica sul debito italiano. La minaccia di arrivare alle sanzioni contro l’Italia, mentre nessuno ha eccepito sul deficit francese destinato a salire oltre il 3%, ha mostrato la natura politica delle scelte di Bruxelles, la sua determinazione a umiliare il “governo populista”. Come avevamo ampiamente previsto, l’arma decisiva del blocco eurista è stato lo spread, mentre gli esecutori materiali del diktat Ue sono stati gli avvoltoi che hanno in mano i mercati finanziari internazionali.

3. Il mostro eurista, ferito ma feroce

Il punto è che il mostro eurista è sì ferito, ma ancora forte. Le difficoltà egli eurocrati sono evidenti: tracollo dei consensi per Merkel e Macron, con quest’ultimo costretto a significative concessioni al movimento dei Gilet gialli; il grande pasticcio della Brexit; la prevedibile crisi politica in Spagna; la fratturazione sempre più manifesta dell’Ue (più precisamente dell’asse Berlino-Parigi) verso nord, est e sud, e ad ovest. In mezzo a queste rovine, proprio perché ferita, alla Commissionenon restava, che fare retromarcia consegnando tempo prezioso al governo giallo-verde.

4. Arretramento, non resa

La gestione della ritirata (che c’è da sperare sia solo tattica) da parte del governo è stata pasticciata e dilettantesca. E’ tuttavia sbagliato ogni paragone con la capitolazione di Tsipras nel 2015. Mentre allora la Grecia sottoscrisse un nuovo piano di austerità, consegnandosi alla Troika e massacrando il popolo ellenico, da noi, con misure parziali ma pur sempre vitali per milioni di cittadini (“Quota 100” e “Reddito di cittadinanza” entreranno comunque in vigore nel 2019), i diktat della Commissione, che ne chiedeva l’azzeramento, sono stati respinti. Non è la svolta attesa, ma potrebbe essere il punto di aggancio, nel prossimo periodo, ove i tecnocrati tornassero all’attacco, di un movimento popolare sul modello di quello francese dei Gilet gialli.

5. Non si esce dall’austerità con una moneta straniera come l’euro

La verità è che non può esserci una vera svolta, realizzare i diritti che il popolo esige, anzitutto quello al lavoro e ad un reddito dignitoso, senza riconquistare la sovranità politica e monetaria, senza rompere col “vincolo esterno” ed il blocco euro-liberista con i suoi addentellati nazionali . Le vicende di questo tormentato autunno 2018 sono lì a dimostrarcelo ancora una volta. Programma 101non si è mai unito, né si unisce adesso, al coro dei sovranisti del “tutto e subito”, ma non si va alla guerra contro il nemico eurista senza essere pronti a tutti gli atti conseguenti che questo comporta. Dalla gabbia eurista non si uscirà né con l’attendismo né con i tatticismi esasperati, ma solo con una chiara visione strategica, con una volontà di ferro, con la capacità di spiegare al popolo i termini della questione, con la costruzione di un blocco compatto e pronto alla lotta, con uno spirito costituzionale e rifondativo tipo Cln.

6. L’inadeguatezza di Salvini e Di Maio alla prova dei fatti

Alla prova dei fatti i due vice-premier, e veri leader della maggioranza di governo, si sono dimostrati inadeguati. Dilettantismo, mancanza di coraggio, assenza di visione strategica, ricerca di un accordicchio pur di arrivare alle europee. Per sostenere lo scontro con l’Ue si sarebbe dovuto parlare il linguaggio della verità, non delle illusioni secondo cui alla fine tutto sarebbe andato bene. E su quella base si sarebbe dovuta costruire compattezza e mobilitazione. E’ evidente che l’accordo con l’Ue è stato siglato per prendere tempo, con la convinzione di ritrovarsi con un quadro più favorevole dopo il voto di maggio. E’ questa, secondo noi, una pericolosa illusione. Non sta scritto da nessuna parte che il blocco dei partiti europeisti subisca una sconfitta davvero decisiva. Certo, PPE e PSE arretreranno, ma altri raggruppamenti sistemici (i liberali, i verdi…) potrebbero compensare quel calo. Ma quel che è ancora più evidente è che la probabile affermazione delle forze “sovraniste” di destra in vari paesi, tra i quali la Germania, ben lungi dal “riformare” l’Ue, finirebbe soltanto per rendere ancora più aggressivo il nocciolo duro filo-tedesco sul quale l’Unione, sia pur malamente, si regge. E le cose per l’Italia non migliorerebbero di certo.  

7. Opposizioni e sinistra sinistrata farebbero meglio a tacere

Se il giudizio sul governo ha da essere severo, durissimo dev’essere quello sulle opposizioni parlamentare e confindustriale. Forze massimamente responsabili del disastro degli ultimi 10 anni  e della sottomissione nazionale gridano alla “sovranità calpestata” e ad un parlamento svuotato delle sue funzioni. Da questo pulpito non è accettabile nessuna predica. Sono state proprio queste forze (Pd e Forza Italia in primo luogo) a condurre l’Italia laddove si trova. Loro la piena accettazione delle politiche austeritarie, la propaganda dell’Europa come il bene supremo, loro la sottoscrizione del Fiscal compact e l’approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione.  Fortunatamente gli italiani non sono stupidi, e si ricorderanno a lungo di figuri come Renzi e Berlusconi. Ma se Pd e Forza Italia farebbero bene a tacere, tante ragioni di riflessione ci sarebbero anche per chi a sinistra continua ad immaginare la riformabilitàdell’Unione europea. Se ne facciano una ragione: questo mostro non è riformabile, o se ne esce o si rimane nella gabbia disegnata dal neoliberismo subendone tutte le conseguenze del caso. Ed è grave che anche il governo giallo-verde abbia fatto suo il racconto ingannevole di… “un’altra Europa”.

8. Il governo tripartito alla resa dei conti

Fin dal giugno scorso abbiamo parlato di un governo tripartito. L’esecutivo Conte nacque infatti come compromesso tra M5S e Lega da un lato, Mattarella e le forze sistemiche che egli rappresenta dall’altro. La presenza di Tria e Moavero Milanesi è proprio lì a rappresentare, in due ministeri strategici, il peso della Quinta Colonna che i poteri sistemici allineati a Bruxelles hanno piazzato nel cuore del governo gialloverde. Questo terzo partito, che nessuno ha votato, esce sostanzialmente vincitore dalla trattativa con la Commissione europea. Di Maio e Salvini ne escono invece malconci. L’instabile equilibrio di questo strano tripartito è ora destinato a rompersi. Non sappiamo se una crisi formale si aprirà già nelle prossime settimane o se si arriverà alle elezioni europee di maggio, ma in ogni caso esso è destinato a saltare. Che questo avvenga per una rottura tra M5S e Lega, piuttosto che, come auspichiamo, attraverso una resa dei conti di questi due partiti con la Quinta Colonna mattarelliana è tutto da vedersi e tutt’altro che secondario.

9. Italia “osservato speciale” sotto speciali “clausole di salvaguardia”

Da giugno l’Italia è un “osservato speciale” agli occhi dell’oligarchia eurista. Resta e viene anzi resa più pesante la minaccia della Commissionedi far scattare, l’anno prossimo, le famigerate “clausole di salvaguardia” — nel biennio 2020-21 l’IVA ordinaria dovrebbe aumentare dal 22 al 26,5%, quella ridotta dal 10 al 13%; il tutto per un incremento del gettito pari a 23 miliardi nel 2020, 29 miliardi nel 2021 — altrimenti si riaprirà  il “dossier sanzioni”. Potrebbe così accadere che quando i venti di una recessione globale inizieranno a spirare più forte, quando cioè ancor più necessarie sarebbero politiche espansive, l’Unione europea chiederà all’Italia politiche economiche di lacrime e sangue che affonderanno il nostro Paese, col rischio di obbligarlo, ad accettare “l’aiuto” della Ue e della Bce, ovvero di cadere in regime di protettorato. Che il governo giallo-verde, ammesso che si ancora in carica, accetterà questo crimine sociale è infatti improbabile. Lo scontro è quindi destinato a continuare.

10. Le lezioni di questi mesi

Tante sono le lezioni che ci vengono consegnate dalle vicende di questi mesi. La più importante, quella fondamentale, è quindi che l’Unione europea non è in alcun modo riformabile. Lo sosteniamo da sempre, ma stavolta milioni di persone lo hanno potuto toccare con mano. E, proprio in virtù di ciò, tanti di questi tenderanno ad una certa benevolenza verso il governo, visto come il “male minore” rispetto all’arroganza europea. Tutto questo è comprensibile, ma così com’è da tempo intollerabile ed intellettualmente disonesta l’idea di “un’altra Europa” —sia nella versione soft sostenuta dalle nostrane èlite, sia in quella più radicale (e dunque ancora più utopistica) albergante a sinistra —, altrettanto inaccettabile e intellettualmente disonesta l’idea di una “riforma” che scaturirebbe per via elettorale tra 5 mesi. La verità è che l’Unione europea è così, perché è nata per essere così. Nessuna vera riforma è dunque possibile. Se si vuol uscire da questa gabbia, se ne prenda atto e si agisca di conseguenza.

11. Il passo avanti che la Sinistra Patriottica non può rimandare

Siccome i nemici principali da battere per  guadagnare la sovranità nazionale e popolare restano l’Unione europea ed  il fronte euro-liberista, malgrado l’arretramento sancito con la Legge di bilancio, noi riconfermiamo la nostra posizione di appoggio tattico e critico al governo giallo-verde, e ribadiamo come  imprescindibile costruire una forte e indipendente Sinistra Patriottica.

Con i suoi chiaro-scuri l’arretramento del governo gialloverde ci consegna un quadro più difficile rispetto a quello di qualche mese fa. Al tempo stesso, però, esso non può essere che di stimolo alla costruzione di un soggetto politico della Sinistra Patriottica. Pur al minimo dei consensi, il blocco eurista rimane il nemico principale da vincere. Esso tuttavia potrà essere sconfitto, fino alla liberazione del Paese dalla dittatura eurocratica, se alla spinta populista espressa nelle urne si saprà dare una visione, una linea, una strategia ed una tattica. Il tutto nella prospettiva dell’attivizzazione delle masse, di una sollevazione popolare che dovrà dare la definitiva spallata al mostro eurista. Sta qui il salto che la Sinistra Patriottica deve compiere. Far scendere in campo un soggetto adeguato alla portata dello scontro può sembrare un’impresa più che ardua, lo è ma non è impossibile. Noi non pensiamo, peraltro, che la sinistra patriottica e socialista possa essere autosufficiente in uno scontro che si giocherà in un lasso di tempo prevedibilmente non lungo. Pensiamo però che essa sia indispensabile, componente essenziale e più avanzata di quel Comitato di liberazione nazionale che riteniamo dovrà nascere al momento dello scontro decisivo. Con le sue modeste forze, è a questo progetto che Programma 101 lavora da sempre. E’ questo progetto che nei prossimi mesi dovrà iniziare a farsi cosa concreta.

 
Comitato centrale di P101
Roma, 22 dicembre 2018

 

LA FRANCIA CHIAMA, L’ITALIA RISPONDE