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FANFANI E LA NASCITA DELLA REPUBBLICA di F.f.

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[ 20 gennaio 2019 ]

Nel momento in cui si celebra il centenario della fondazione del Partito popolare italiano, quindi s’incensa la contraddittoria figura di Don Luigi Sturzo — da una iniziale posizione democratica e dunque antifascista egli, nel secondo dopoguerra, si fece alfiere del più duro liberismo economico — ci pare importante ricordare la figura di Amintore Fanfani, importante costituente e decisivo architetto della Repubblica. 

Non condividiamo tutto quanto scritto nell’articolo che segue, tuttavia ci pare debba essere presa in considerazione la tesi dell’autore, quella che segnala come, attraverso Fanfani, di contro ad una vulgata che vuole vedere solo gli elementi di rottura con il defunto regime fascista, quelli di continuità insiti invece nella Costituzione del ’48 e nella Repubblica. Su un punto ci pare l’autore non riesca a cogliere la peculiarità della Costituzione, che non è solo l’idea di Stato (che non sarà più il liberista “guardiano notturno” ma ente preposto alla salvaguardia delle eguaglianza sostanziale) ma, appunto, la funzione legittima del conflitto sociale e di classe, individuato (e quindi proposto) come paradigma altrettanto sostanziale della democrazia costituzionale. In questo senso, almeno a noi così pare, venne sconfitta in sede di Costituente, la concezione organicistica fanfaniana.

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Premessa

Nel mondo sovranista italiano dei nostri giorni, la grande conoscenza in ambito giuridico e economico si associa purtroppo a una quasi generale miopia politica. Questo limite emerge evidente nell’ermeneutica della storia di Stato italiana. Il rimpianto, per molti versi pur legittimo, dei “gloriosi Anni Sessanta” e la retorica della Carta costituzionale del ‘48 non corrispondono ad una seria e scrupolosa analisi politica di quel contesto. Giuristi ed economisti ci presentano una lettura degli eventi declinata sul piano fenomenico ed empirico sociale, da cui si rileva però la negligenza dell’elemento politico, che fu viceversa, almeno a mio parere, centrale. 

Troviamo così oggi “sovranisti” che dicono di ispirarsi a Pertini, a Lelio Basso o a Mattei come padri ideologici; altri ci presentano la Carta del ’48 e la “sinistra democristiana” addirittura come forme di socialismo; ancora altri finiscono per identificare la politica economica keynesiana con quella di una sinistra rivoluzionaria di Stato. 
Con questo articolo, si vorrebbe solo chiarire chi fu che concretamente costruì l’architettura di Stato italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale e con quali fini e ambizioni lo fece. 

Amintore Fanfani architetto della Repubblica

La Costituzione del ’48, così come il processo di modernizzazione del dopoguerra italiano, si realizzano in gran parte grazie all’azione dello statista democristiano Amintore Fanfani (1908-1999). Le scelte operative più significative della politica economica e sociale di Fanfani furono: il rilancio dell’Eni, il varo del piano siderurgico Senigallia, la costituzione del Ministero delle Partecipazioni Statali, la creazione della Intersind. Tali strumenti dotano la Dc di un agevole accesso alle risorse e ad un autonomo finanziamento in grado di sottrarla ai condizionamenti della Confindustria e dell’oligarchia monopolistica e bancaria. Fanfanismo significa dunque autonomia della politica e supremazia della stessa in ogni campo sociale e civile. 

I campi nei quali Fanfani impone le aziende di Stato sono quelli della ricerca, della distribuzione energetica, della produzione; lo “Stato imprenditore” ed innovatore, nella visione dello statista, riduce i costi in modo da consentire l’accumulazione e l’avanzamento tecnologico e si può affermare grazie a una organica presa di posizione anti-monopolistica. Fanfani interventista e “neo-volontarista” ben più che keynesiano, diviene così il teorico della Terza Via, oltre capitalismo e marxismo, capace di assicurare una maggiore giustizia sociale con metodi differenti da quelli della lotta di classe antagonista. 

Essenziale, per la Terza Via, è una economia mista pubblico-privato, ottenuta mediante l’intervento dello Stato per rimuovere i monopoli parassitari, con la primaria garanzia di forti protezioni doganali e semi-autarchiche e con una disponibilità, per il governo, di risorse da ridistribuire per attenuare le disuguaglianze. 
Il “neovolontarista” Fanfani si distanzia da smithiani e marxisti “per la loro cieca fiducia nella natura” e quindi per la loro “predica della politica del non intervento” statale [A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche. Il naturalismo, Milano 1946, p. 252]; lo statista aretino si pone in una posizione antitetica sia rispetto al liberismo, sia rispetto all’economicismo della tradizione liberale, sia rispetto al marxismo. 

Quella fanfaniana, fatte salve le differenze (e certo in un contesto storico del tutto diverso da quello tra le due guerre mondiali), è una visione che appare in sostanziale continuità con la concezione del mondo dell’organicismo “corporativistico” e “volontaristico” fascista — di cui il futuro statista democristiano era stato infatti, negli anni del regime, uno dei massimi teorici —, che considera la piccola proprietà privata il bene sociale primario da proteggere ed incentivare e che vede nel conflitto sociale, di classe, il primo ostacolo da rimuovere e eliminare, in quanto male generato dalla “economizzazione” dei rapporti tra gli uomini e dalla conseguente lacerazione del tessuto sociale. 

La frequentazione culturale con la corrente cattolico-sociale dossettiana non ha eccessiva valenza ideologica-politica, data la intima impolicità del dossettismo. Di conseguenza, dal punto di vista del fanfanismo politico non si mette giuridicamente in discussione il controllo privato dei processi di accumulazione, ma eventualmente l’allocazione finale, come fece del resto anche il fascismo allorché passò definitivamente alla fase autarchica, con lo Stato banchiere, imprenditore, industrializzatore, che pretende di avere l’ultima parola su tutto [R. De Felice, Mussolini il duce. Lo stato totalitario, Torino 1981, pp. 175 e segg]. In questo senso, però, Fanfani è anche poco “modernista” e assai lontano dalle dottrine neo-capitalistiche che considerano il conflitto come fisiologico e condizione ineludibile per lo sviluppo della società e per l’evoluzione dell’uomo. Ed infatti il fanfanismo — contro la destra conservatrice democristiana — proclama a grandi lettere il principio dell’elevazione degli umili: ma sono gli uomini di nobili sentimenti cristiani, come lo sarebbe l’élite politica fanfaniana allora dominante, che possono lottare in favore dei poveri, non i poveri che si risvegliano e lottano. In questo senso ha ragione un filosofo cattolico come Del Noce — antifascista per coerente scelta filosofica e non per anatema —, il quale sostenne. nei primi Anni Sessanta. che la sinistra democristiana fanfaniana attuò definitivamente quei disegni economici e sociali che il fascismo aveva iniziato a prospettare e concretizzare dagli Anni Trenta.


La logica politica della Dc è una logica di fazioni e correnti; nella concezione e nella pratica politica fanfaniana, la Dc, a differenza del centrismo degasperiano e poi andreottiano, non è un partito moderato o conservatore, ma sociale e “nazionale”. Deve incarnare la rappresentanza di tutti gli interessi presenti nella comunità per mediarli, sulla base di ideali di giustizia sociale e vago solidarismo orientato all’organico bene comune, sempre allo scopo di evitare e prevenire fratture sociali. 
La Dc fanfaniana, si ricorderà la retorica di quegli anni, “partito d’Italia e degli italiani”. Si tratta perciò, per quella fazione neo-corporativa della Dc, la cosiddetta “sinistra

democristiana” caratterizzata dall’egemonismo ideologico fanfaniano, di battere le forti posizioni monopolistiche e di rendita parassitaria, che pretendono la difesa dello status quo, per liberare il “mercato di stato” e la “borghesia di stato” italiane da una posizione subalterna nella divisione internazionale del lavoro, rispetto agli imperialismi costituitisi a controllo delle principali fonti energetiche e della ricerca scientifica più avanzata. 

Il partito della “sinistra democristiana” è così il partito dei “funzionari di stato” certamente contrapposto al capitalismo monopolistico ma, allo stesso modo, contrapposto radicalmente al proletariato metropolitano. 

Così la politica di Fanfani statista della “Nuova Italia” sovrana si salda alla politica mondiale da basi italianistiche e fortemente mediterranee. Fanfani, a differenza di quanto si è scritto e si continua a ripetere, non è neo-atlantista. Neo-atlantista Gronchi, neoatlantista Mattei, neoatlantista ambiguo, probabilmente, lo stesso Pella. Atlantisti De Gasperi e Andreotti. Fanfani no. Cosa è il neoatlantismo? E’ il tentativo di superare la Francia legandosi a doppio filo agli Stati Uniti e gli stessi inglesi e poi, dopo l’uscita gollista dalla Nato, alla stessa Nato. Il neoatlantismo si traduce dunque in Parigi nemico principale. Tutt’altra la dimensione geopolitica fanfaniana. Lo statista aretino, a ben vedere sulla scia di Mussolini, nella storia italiana, è l’unico che ha un progetto finalizzato a combinare l’indipendenza sovrana con una autentica ambizione imperialistica o comunque “espansionistica” mediterranea. L’Italia, dopo il Risorgimento, rimane di fatto, sino agli Anni Venti del 900, una colonia geopolitica ed ideologica anglosassone, che svolge una costante opera di contrasto, “subimperialista”, verso Francia e Germania [1]; lo stesso Crispi, considerato un po’ superficialmente dalla storiografia ufficiale un “imperialista italiano”, non si pone il problema, che invece nella pratica dell’indipendenza sovrana dovrebbe essere centrale, di affrontare e risolvere la questione del peso assunto nel Belpaese dalla Massoneria coloniale britannica dopo l’unificazione. 
L’espansionismo e il mediterraneismo fanfaniani, dopo la sconfitta fascista del ’45 e nel pieno della retorica antifascista che caratterizza la stessa Dc, non può evidentemente basarsi sul militarismo e sull’espansionismo politico diretto; assume perciò la forma geopolitica declinata sul piano economico e culturale. Delio Marotti, capo-redattore romano della “Gazzetta del popolo”, massimo propagandista della nuova missione italiana di radice fanfaniana, teorizza la distinzione tra “borghesia di stato” e “borghesia plutocratica”, occidentale e americanizzata, che esporta capitali fuori dall’Italia e che colpisce deliberatamente la politica sociale fanfaniana [2]. In un saggio del ’59,”Il voto e il governo del 25 maggio” (del ’58 ndc), Marotti delinea appunto l’opzione espansionistica italiana del partito fanfaniano, presentata come “filoarabismo”, e la minaccia conseguente del cosiddetto “capitalismo finanziario” globale occidentale alleato della Confindustria, ostile all’Italia sociale e produttrice.

Il fanfanismo si radicalizza infine, nel contesto, italiano proprio come un gollismo mediterraneo, ma su un piano più accentuatamente sociale. Quanto di più lontano vi può essere sia dall’atlantismo sia dal neo-atlantismo. Ben più “statalista” del gollismo “tecnocratico” parigino, che continua a convivere, nonostante i grandi piani statali, con larghe zone interne di liberismo. Il generale francese considera in quel contesto lo statista aretino l’unico alleato politico affidabile in occidente e lo esorta alla creazione di un “governo di unità nazionale”, con i fascisti del Msi e con il Pci. 

Fanfani non coglie il momento politico che gli si presenta e il realismo fanfaniano degenera in machiavellismo deteriore; fallisce così il suo proposito di democrazia organica, autoritaria di radice gollista. La democrazia plebiscitaria e dell’ “identità” vagheggiata dal partito fanfaniano della sinistra democristiana è quanto di più antindividualistico ed antiatomistico sia scaturito dalla pratica di governo dell’Italia del dopoguerra. Fanfani, però, a differenza degli altri esponenti di vertice della Dc, compresi Gronchi e Mattei (massimamente detestato e quasi sicuramente ucciso proprio dai gollisti), non solo non è atlantista ma non è nemmeno particolarmente favorevole al processo di integrazione europea come si sta sviluppando: “le sue iniziative mediterranee lo stanno a dimostrare” [3]. Giorgio Galli parla del progetto fanfaniano come contrassegnato da una politica estera autonoma, espansionistica e da una politica interna da uomini forti e elitistica. Fanfani teorizza un terza forza, con centro Parigi gollista, oltre la Nato e il Patto di Varsavia. In vari documenti d’intelligence britannica e che secondo Davide Faenza risalirebbero alla regia di Kissinger Fanfani è considerato, De Gaulle a parte, l’uomo politico “occidentale” più avverso all’ordine globale liberista, sospettato addirittura, con La Pira, di malcelata simpatia per Giap e Ho Chi Min, con cui aveva peraltro avviato trattative diplomatiche contro il parere del centrismo Dc. Lo stesso Togliatti parla di un’opposizione diversa che il Pci deve riservare a un buon statista come Fanfani e gli abboccamenti, sul piano sociale, con l’Istituto di studi corporativi del Msi sono espliciti e pubblici. 

Con le pressioni americane e anglosassoni antifanfaniane, dai primi Anni Settanta, si radicalizzano quelle interne, rappresentate dalla fazione Agnelli-Pirelli-Confindustria che punta al famoso “compromesso storico”. Il “capitalismo di stato” della fazione Cefis-Fanfani rimane su una posizione di intransigente anticomunismo, nel già segnalato progetto della concertazione “neo-corporativa”. Certamente, il “compromesso storico” è una tattica interna neo-liberistica e oligarchica finalizzata alla dissoluzione dello Stato sociale italiano che è stato, nessuno lo può negare, ben salvaguardato dall’elite politica fanfaniana. 
9 maggio 1979. Durante una messa in memoria di Aldo Moro,
il militante democristiano Angelo Gallo tira le orecchie ad
Amintore Fanfani gridando: Troppo morbido con i comunist
i!

Arrivo alle conclusioni. Fanfani fu un buon statista, avverso al liberismo? Certamente sì. Secondo don G. Baget Bozzo, che in gioventù è stato uno dei collaboratori più appassionati di “Cronache sociali”, si deve a Fanfani, nell’elaborazione della Costituzione del ’48, non solo la definizione dell’art.1 ma anche la formulazione ideale dei fini generali dello Stato, che diviene proprio la base della contrapposizione al liberismo atomistico einaudiano e dell’accoglimento dei compiti positivi dello Stato nell’ordine economico. Il secondo comma dell’art.41 è ad es. fanfaniano: “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Secondo Fanfani, la modalità più efficace di estinzione del liberismo è rappresentata dalla partecipazione politica, corporativa, della rappresentanza sociale e produttiva in “Consiglio Nazionale del Lavoro” mediante un controllo democratico e mediante consigli di gestione che fiancheggiano la direzione tecnica aziendale, con la stessa partecipazione agli utili dei lavoratori. Riconosciuto ciò, va però visto anche dell’altro. Anche lo Stato fascista fu antiliberista, ma al tempo stesso fu antiproletario e antisocialista. Lo stesso va detto, mutatis mutandis, del partito statalista fanfaniano. Il costituente Fanfani, un fervido e radicale anticomunista, non risolve mai il suo debito ideologico con il Corporativismo fascista teorizzato da Arias e dai maestri della Cattolica. L’umanesimo del lavoro fanfaniano, che deriva dal Toniolo e dal Sombart, non corrisponde simmetricamente a quello immanentista gentiliano, ma tantomeno corrisponde a quello teorizzato da Marx nella sua formulazione della “legge del valore”. La fase cattolico-sociale dossettiana, a ridosso e subito dopo la Seconda guerra mondiale, finisce per rafforzare questo bagaglio organicistico del futuro statista. Le radici ideologiche del fanfanismo sono quindi assolutamente antisocialiste. Difendere oggi la Carta del ’48 significa essere democratici e, di conseguenza, antiliberisti. Ma questo, sul piano della dottrina economica e politica, non è socialismo, chiaramente. 

La socialdemocrazia “neo-giacobina” e di sinistra radicale [4], della Presidenza Mitterand potrebbe per certi versi, allora, essere sul piano di dottrina economico-politica ben più interessante dello statalismo volontarista fanfaniano, qualora si punti come prospettiva di civiltà ad uno stato neo-giacobino, democratico-rivoluzionario, basato sul presupposto della democrazia sostanziale e dell’uguaglianza sostanziale e non a uno stato vagamente democratico-sociale e neo-corporativistico.

NOTE

(1) Interessanti e a mio avviso centrate riflessioni al riguardo, si trovano in Fasanella Cereghino, Il Golpe Inglese, da Matteotti a Moro le prove della guerra segreta, Ed. Chiarelettere 2011.
(2) G. Galli, Fanfani, Feltrinelli 1975, p. 84.
(3) Ivi, p. 10
4) M. Gervasoni, Francois Mitterand, Einaudi 2007.

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Un pensiero su “FANFANI E LA NASCITA DELLA REPUBBLICA di F.f.”

  1. Anonimo dice:

    Articolo di livello pregevole, non ho elementi (ho 33 anni e conosco poco la storia della Democrazia Cristiana, a differenza dei cuori rossi e della sinistra extraparlamentare) per dire se è tutto giusto o sbagliato, ma sicuramente l'articolo fa molto riflettere e pone questioni che sono ancora aperte. Lettura importante, e mi è venuto interesse per approfondire. Nemmeno sapevo della differenza tra atlantismo e neoatlantismo ad esempio.

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