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NON TOCCATE I PASTORI SARDI !

[ 20 febbraio 2019 ]

In altri tempi si sarebbe detto che la situazione in Sardegna è “rivoluzionaria”. E se non lo è, poco ci manca. Molti pastori non condividono la proposta di  accordo proposto alle controparti dall’assemblea dei pastori svoltasi a Tramatza (80 centesimi il litro) e sono quindi tornati sulle strade, bloccando i camion che trasportavano il latte. Nel Sulcis un gruppo di incappucciati ha bloccato un autotrasportatore costringendolo a sversare in strada migliaia di litri.

Non è questione di centesimi, non lo è più.

La rivolta dei pastori, sostenuta dalla grande maggioranza de sardi (ahinoi tra l’indifferenza del resto degli italiani) ha oramai assunto una dimensione politica, poiché pone in discussione il dogma del “libero” mercato, della “libera” circolazione delle merci e dei capitali (i caseifici sardi importano latte dall’estero a più basso costo per produrre i formaggi per poi venderli come prodotti sardi e italiani Dop), lo strapotere della grande distribuzione. In buona sostanza i pastori contestano, mettendo di mezzo i loro corpi, la globalizzazione e le regole liberiste dell’Unione europea. Insomma: un’intero modello economico e sociale che condanna la Sardegna e tutto il Mezzogiorno al degrado e alla miseria senza scampo.

Di più: stanno mettendo con le spalle al muro il governo giallo-verde che su questa vicenda deve mostrare la sua vera dose di “sovranismo”, e con esso Salvini, che non potrà tenere ancora due parti in commedia: Ministro “populista” che dice sta coi pastori, e Ministro degli interni che allerta i questori a riportare l’ “ordine pubblico” — o ordine della fame.


I pastori hanno promesso che se le loro richieste non saranno esaudite, se l’incontro previsto a Roma per il 21 febbraio, boicotteranno con ogni mezzo le elezioni regionali sarde del 24. Un ordigno è stato trovato a Torpè in un seggio elettorale.

Così, proprio oggi, si sono riuniti ad Abbasanta, in un vertice blindatissimo, i quattro questori dell’isola. Scrive un quotidiano sardo:

«Oltre ai presidi, le forze dell’ordine temono che un’eventuale rottura del tavolo di confronto di Roma, previsto per il 21 febbraio, possa alimentare nuove tensioni. Come già annunciato i pastori non si fermeranno ed hanno confermato che boicotteranno le elezioni regionali con picchetti a ridosso dei seggi elettorali. Diverse dichiarazioni in tal senso stanno continuando a moltiplicarsi da ogni parte dell’isola».

Contestualmente macchina della repressione si è già messa in moto. “Massima allerta per la sicurezza”…. Diverse procure, polizia e carabinieri, stanno indagando sugli episodi di lotta dei giorni scorsi.

Ove la lotta continuerà la repressione, vedrete, sarà implacabile.

E noi in continente che facciamo? Ci giriamo dall’altra parte?

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GIALLI DI RABBIA di Giacomo Bellucci

[ 20 febbraio 2019 ]

Nel nostro Paese c’è una sincera ammirazione per il movimento francese dei Gilet Jaunes. Come se d’un tratto in parecchi abbiano preso coscienza del fatto che, se si vogliono cambiare le cose, difficilmente la via è quella del voto.

Agli occhi di molti è fallita ogni fantasia riformista ed è quindi ovvia la vicinanza a chi, con fermezza, chiede di essere ascoltato; è con questo sentimento che ho partecipato all’atto XIII dei Gilet Gialli di Nizza.

Le immagini degli scontri di Parigi nascondono una miriade di mobilitazioni pacifiche che avvengono in tutta la Francia, ma la nostra libera informazione è in strana sintonia con il liberale Verhofstadt e, quindi, ci sommerge ogni sabato di notizie volte a dimostrare che a capo delle manifestazioni c’è un gruppo di demolitori che danno fuoco alle macchine, rompono i negozi, distruggono le fermate dell’autobus.

Io ho visto una mobilitazione di gente comune. Quella gente che si somiglia un po’ ovunque in tutto il mondo, quelli che Hollande chiama gli “sdentati”. Tra la folla spicca la presenza di molte donne di mezza età e non ci vuole un sociologo per comprenderne le motivazioni: sono loro che pagano di più l’azione dei demolitori dello stato sociale, del consumo socializzato di beni e servizi. Per la “libera” stampa, tuttavia, questa non è violenza, non un premeditato massacro sociale, bensì “riforma”, “sviluppo”, talvolta addirittura “progresso”.

Insieme a queste donne e agli uomini presenti, sono tanti anche i bambini che rendono la protesta una mobilitazione trasversale nelle componenti di età e di genere. E’ lotta di classe, e fin qui nessuna novità; la cosa incredibilmente riuscita è il fatto di averla colorata con il giallo dei gilet, che la rende visibile ed ostentata e permette, attraverso il colore, di riconoscersi.

Il nemico è Macron, che ha tutte le caratteristiche del tiranno: sordo, saccente e violento.

Per le vie del centro di Nizza, quando il corteo attraversa, non per caso, le zone turistiche, di piccoli Macron ce ne sono parecchi a guardarci come si guardano i folli, con quel misto di benevola rassegnazione e disgusto. Sono tanti i Macron da mandare affanculo, che non osservano persone manifestare ma minori da educare, disagiati da integrare, o, più semplicemente, a fotografare l’oggetto dello scherno quotidiano. L’atteggiamento, il vizio più caratteristico dell’ élite europea, è che di fronte ad un fenomeno sociale di ribellione non ci si interroga sulle cause (sociali) ma se ne cerca l’origine patologica. E le cause sono pienamente visibili: questa gente non può permettersi un consumo tale da essere integrata nella società. Sono “scarti”, perciò possono essere imprigionati senza processo, possono essere picchiati senza riserve.

“La polizia è fascista”, e non me lo sono inventato io ma sono loro a dirlo con la convinzione più assoluta.

Mi è venuto spontaneo chiedermi chi, nel mio paese, avrebbe indossato quel gilet? Chi ha la necessità di rivoluzionare i propri rapporti sociali, di uscire da un silenzio imposto? Sono quelli che non possono essere integrati a meno di non cambiare radicalmente il sistema, la cui voce può farsi sentire solo insieme a migliaia di altri, a farsi spalla l’un l’altro per provare a non cedere. Se questa protesta raggiungerà i suoi obbiettivi io non si può dire. Bellissima quanto spontanea, ma il problema sta nell’organizzarsi.

A testimonianza di questo fatto può essere presa, ad esempio, la loro “ammirazione” per il Movimento 5 stelle. Chiedono come funziona, come sono nati, perché i grillini ci sono effettivamente arrivati alle stanze del potere. Questo fatto dovrebbe far riflettere molto più il Movimento 5 stelle che i Gilet Jaunes.

Le speranze riposte dagli elettori in questo governo sono reali e, se frustrate, se alleggerite con politiche simboliche come il taglio dei vitalizi molto simile alla abolizione delle province di renziana memoria, la “terza repubblica” morirà prima di essere ricordata.
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LA CRISI DI PODEMOS di Carlo Formenti

[ 20 febbraio 2019 ]

Secondo alcuni sondaggi, le prossime elezioni spagnole dovrebbero regalare la maggioranza relativa al Psoe, accreditato di poco più del 28%, ma senza consentirgli di mantenere la guida del Paese, dal momento che Podemos, dal quale ha ricevuto appoggio esterno fino alla recente crisi di governo, è dato in vistoso calo (otterrebbe il 12,4%). A destra il PP (23,6%) e Ciudadanos (17,1%) cedono voti ai neo franchisti di Vox (8,8%) e nemmeno alleandosi con questi ultimi spunterebbero la maggioranza assoluta. Il sistema politico spagnolo si troverebbe quindi in una situazione di sostanziale stallo, in cui solo l’alleanza con una serie di formazioni autonomiste minoritarie consentirebbe all’una o all’altra parte di ottenere una risicata maggioranza.

Qui non mi interessa però analizzare il quadro generale della politica iberica bensì commentare la crisi di Podemos, che tante speranze aveva regalato alle nuove sinistre europee negli ultimi anni, dimostrando che una formazione di sinistra in grado di articolare i temi e i metodi di mobilitazione dei movimenti populisti con le linee programmatiche dei socialismi novecenteschi era in grado di contendere il potere sia ai vecchi partiti conservatori e socialdemocratici che ai populismi di destra. Quali le cause dell’attuale arretramento (indubbio anche se i sondaggi dovessero sovrastimarne le dimensioni)? Le ragioni di questa impasse sono molte e complesse ma, personalmente, ritengo che quelle fondamentali siano due, la prima specifica della situazione spagnola, la seconda estendibile ad analoghe esperienze europee.

La prima riguarda il prezzo salato che Podemos paga tuttora all’onda lunga della crisi catalana. Evitando di prendere una posizione netta sulla questione dell’indipendenza, Podemos si è esposta a dure critiche sia da parte degli indipendentisti (a partire dalla loro ala di sinistra radicale) sia da parte dei difensori dell’unità nazionale.


Personalmente ritengo che la scelta del partito sia stata corretta, e non dettata solo da ragioni di equilibrio interno (gli ex comunisti sono ferocemente contrari alla secessione), bensì da considerazioni non dissimili da quelle che qui in Italia vengono oggi sollevate contro l’aumento delle autonomie delle regioni settentrionali: le rivendicazioni catalane si presentano come un “secessionismo dei ricchi” che verrebbe a rompere la solidarietà nazionale fra aree sviluppate ed aree arretrate del Paese. La ragionevolezza di questo argomento non è tuttavia bastata a limitare i danni di una posizione che molti cittadini iberici hanno giudicato come pilatesca.

Ma se il contraccolpo del caso catalano si sarebbe potuto riassorbire in tempi relativamente brevi, la seconda causa di crisi appare ben più grave: mi riferisco alle conseguenze dell’appoggio che Podemos si è trovata a dover dare al Psoe, senza riceverne in cambio nessuna sostanziale concessione ai propri obiettivi politici. Si potrebbe argomentare che si trattava di una scelta obbligata: non si poteva rinunciare a far cadere Rajoy dopo aver condotto una lunga e feroce campagna contro la corruzione del PP.

Ciò detto sarebbe stato necessario assumere atteggiamenti molto più saldi nel condizionare il proprio appoggio a concrete misure a favore degli interessi delle classi popolari e a una svolta in materia di politica estera. Viceversa il governo Sanchez ha fatto poco o nulla per quanto riguarda il primo punto, mentre ha assunto posizioni del tutto incompatibili con i valori e i principi di Podemos sui temi dell’Europa e del golpe contro Maduro. Risultato: gli elettori delusi dell’ala radicale si orientano per l’astensione mentre i moderati confluiscono nelle schiere del Psoe.

Perché il caso spagnolo contiene un insegnamento valido anche per altri Paesi? Perché sono convinto che le ali di sinistra dei movimenti antisistema (variamente definiti populisti e/o sovranisti) nati negli ultimi anni non possano né debbano allearsi con i partiti che incarnano la continuità col passato sul piano dei programmi, dei principi, dei valori e delle prassi istituzionali.

L’abbraccio con il vecchio è letale perché i cittadini che hanno accolto con speranza ed entusiasmo come l’annuncio di una vera e propria svolta di civiltà, e non di un banale avvicendamento nella stanza dei bottoni, la nascita e l’ascesa di questi movimenti, non possono non vedere in simili compromessi il segnale che nulla è cambiato, che, per dirla con la Thatcher, questo sistema non ammette alternativa e quindi si allontanano dalle forze che li hanno delusi con la stessa rapidità con cui vi si erano avvicinati.

Pur nelle radicali differenze ideologiche, l’M5S rischia di subire gli stessi contraccolpi di Podemos a causa dell’accordo con la Lega, e lo stesso capiterebbe a Mélenchon se ascoltasse le sirene di un riavvicinamento con le sinistre tradizionali francesi.


* Fonte: Micromega



RIPRISTINARE IL CORPO FORESTALE di Marco Bulletta

 [ 20 febbraio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa importante denuncia, e proposta.


*  *  *

La spinosa questione 

del CFS 

E’ ormai di dominio pubblico che la frettolosa e pasticciata riforma voluta dalla maldestra Marianna Madia, (“pupilletta del nefasto Renzie” dimostratasi subito incompetente e incapace con l’epica “gaffe” dello “sbaglio di Ministero” e derisa da tutta la stampa) sia stata un colossale fiasco provocato dall’ansia dimostrativa di quel governo sciagurato e attuatore delle politiche di “austerity” lesive degli interessi della Nazione. Quel Governo che, servo degli eurocrati in perfetta continuità con i due governi precedenti, si produsse solo in una serie di “spot pubblicitari” autoreferenziali e venne mandato a casa dal popolo dopo un percorso iniziato con la clamorosa sconfitta nel Referendum sulle riforme. Buona parte di quella pseudo-riforma-spot è stata poi oggetto di sentenze di incostituzionalità, a dimostrazione della reale inconsistenza delle capacità di chi l’ha messa in pratica.

Fra le varie parti di quella scellerata riforma ancora in attesa del giudizio da parte della Consulta c’è quella relativa alla maldestra soppressione del Corpo Forestale dello Stato e del suo accorpamento all’Arma dei Carabinieri. Un atto che, ben lungi dall’ottenimento di quel “risparmio” velleitariamente sbandierato dall’allora Governo renziano asservito alle lobby eurocratiche, ha prodotto solo un clamoroso disastro su tutti i fronti.

Per capire come stanno le cose in pratica, c’è una prima cosa da fare: sgombrare il campo dai più classici luoghi comuni, strumentalmente creati e utilizzati per decenni per fare una premeditata disinformazione, che ancora aleggia soprattutto negli oziosi salotti dei radicalchic attempati, tanto distratti quanto presuntuosi. Si sente infatti ancora parlare dei famigerati “forestali-della-Calabria” o dei “forestali-della-Sicilia”, evocatori di clientelismi e sprechi tipicamente italici che indurrebbero a individuare nel Corpo Forestale dello Stato quell’entità di cui sarebbe stata giustificata la soppressione. In realtà le persone intelligenti e informate sanno ormai da tempo che quelli, i famigerati “forestali-della-Calabria”, altro non sono che operai forestali regionali, spesso con contratto a tempo determinato, che nulla hanno a che fare con il Corpo Forestale. Ma sfortunatamente la disinformazione orchestrata dai potentati che purtroppo ancora dominano questo Paese di ignari e distratti, ha da sempre buon gioco nel confondere il cittadino. Basta guardare sul web i video di talune trasmissioni, come più volte denunciato sui blog seri e onesti.

Va inoltre ricordato, sempre a beneficio di quei “distratti”, che le quattro Regioni Autonome e le due Province Autonome dispongono da sempre, ciascuna, di un proprio Corpo Forestale che nulla ha a che fare col soppresso Corpo Forestale dello Stato. E si badi bene che le suddette realtà territoriali, anacronisticamente e ingiustamente privilegiate rispetto al resto del territorio della Repubblica (chissà perché i costituzionalisti non insorgono….) possono contare su disponibilità finanziarie notevolmente superiori rispetto ai “comuni mortali” del resto d’Italia, e pertanto il rapporto numerico del personale dei corpi forestali regionali rispetto al numero di abitanti è sempre stato maggiore nelle regioni autonome. Dunque, in quelle privilegiate realtà territoriali i Corpi Forestali regionali sussistono ancora, mentre nel resto d’Italia il Corpo Forestale non esiste più. Il che è come dire che al danno si aggiunge la beffa, perché ragionando in termini relativi si è aggiunto un ulteriore privilegio per i cittadini “di serie A”, a danno dei cittadini “di serie B” per i quali, sempre in linea con l’austerity che da decenni sta facendo scempio di tutto ciò che contribuiva al progresso civile e morale della società, non è più possibile nemmeno disporre del CFS che aveva le specificità e le caratteristiche idonee a svolgere compiti di tutela ambientale.

L’ipocrita debolezza della politica italica, da sempre condizionata dalla corruzione degli squallidi personaggi che tradizionalmente vi pascolano ingrassandosi, non ha mai mosso la benché minima obiezione a queste palesi disparità di trattamento dei cittadini “di serie A” rispetto a quelli “di serie B” e naturalmente non ha nemmeno mosso un dito quando lo scellerato Governo renziano, per il tramite dell’incapace Madia, ha pensato bene di incrementare queste già insostenibili disparità. La motivazione del “risparmio” da praticare in ossequio alle nefaste politiche inaugurate con la “spending review” dell’euro-tecnocrate Monti avrebbe potuto essere addotta dai cialtroni del PD anche per cancellare gli anacronistici privilegi delle Regioni Autonome, ma si sa, quelli sono voti che pesano, e nessuno dei “paladini dell’austerity” ha il coraggio né la forza di affrontare politiche

impopolari. Dunque possiamo polemicamente sostenere che veri “populisti” sono proprio i cialtroni del PD e non quelli cui loro indirizzano questo abusato appellativo in tono spregiativo. Eh si, perché sono loro che per mantenere voti (si pensi al Trentino e all’Alto Adige, in controtendenza sul dato nazionale del crollo del PD) “si tengono buoni” i cittadini delle Regioni Autonome mantenendo ad essi tutti gli anacronistici privilegi, e, anzi, incrementandoli, con la complicità di una pletora di prezzolati servi sciocchi addetti al circuito della disinformazione di regime.

Questa è un’anomalia tutta italica, a dimostrazione della cronica debolezza della politica nostrana, in questo caso mostrata verso l’interno, anziché verso l’estero, come avviene da decenni. Regioni e Province Autonome godono di privilegi economici di cui si è scritto in altro articolo su questo blog e che consentono loro di disporre di maggior numero di risorse umane e finanziarie, in merito alle quali, però, i canali di disinformazione appositamente attivati da decenni, fanno volutamente confusione addossando presunte responsabilità di sprechi e privilegi a chi in realtà con questi sprechi e privilegi nulla ha mai avuto a che fare, cioè all’ormai soppresso CFS.

Questa osservazione offre inoltre lo spunto per ulteriori considerazioni. Immaginiamoci per un attimo di essere nei panni di uno straniero che chiede a un Italiano come funziona la tutela dei Boschi, della Natura e dell’Ambiente nel Bel Paese. Ci verrà risposto che sul territorio di 15 Regioni ordinarie la tutela è affidata all’Arma dei Carabinieri, che sul territorio di 4 Regioni Autonome e di 2 Province Autonome è affidata ai Corpi Forestali di ciascuna realtà territoriale, che nei centri urbani ci sono le polizie locali, che l’attività antincendio è divisa fra Regioni, Vigili del Fuoco, Carabinieri, e le varie articolazioni territoriali della Protezione Civile. Si resterebbe quindi sbigottiti, commentando che l’Italia è un’anomalia nel panorama internazionale. Ogni Nazione ha un’istituzione preposta alla tutela ambientale e il fatto che in Italia le cose siano così frammentate non ha una logica. Ma stranamente il nefasto Governo renziano no ha pensato a indirizzare le proprie politiche di austerity verso questa galassia frammentata di competenze.

Parimenti non ha avuto alcuna logica abolire il Corpo Forestale dello Stato seguendo i fallaci e odiosi dogmi neoliberisti imposti a partire dalla sciagurata “spending review”. “Risparmiare” cosa? Ragioniamoci. Gli stipendi dei lavoratori del CFS continuano ad essere pagati; anzi, nel caso di quelli forzatamente (e forse incostituzionalmente – attendiamo la Consulta) militarizzati, si aggiungono le ulteriori spese per i benefici aggiuntivi che essi vengono a percepire all’interno dell’Arma. Le spese per il cambio delle divise e quelle per il cambio delle livree dei mezzi terrestri e aerei costituiscono un ulteriore aggravio. E che dire dell’immane costo dei tragici roghi dell’estate 2017, frutto del fallimentare accorpamento del CFS ai CC e della conseguente impossibilità di organizzare e gestire efficacemente il complicato meccanismo di comando e controllo che avrebbe dovuto, nelle menti perverse di chi ha partorito un simile guazzabuglio, contrastare il fenomeno degli incendi boschivi in quella rovente stagione?

Che dire, ancora, del fatto che, al netto degli stipendi del personale, il Corpo forestale aveva un costo di circa 30 milioni l’anno in gran parte compensato dai 28 milioni di sanzioni elevate mediamente in un anno (costo dunque irrisorio rispetto ai “deliri da risparmio”dei cialtroni capaci solo di far danno), laddove i costi dell’integrazione del personale transitato nell’Arma si sono rivelati maggiori del previsto?

Il Ministero della Difesa ha chiaramente indicato nella Relazione sulle leggi di spesa pluriennali, (pubblicata a fine settembre 2018 sul sito del Ministero dell’Economia con la “Nota di aggiornamento” al Def), che il trasferimento ai Carabinieri delle molteplici competenze in materia ambientale necessiterebbe di ulteriori investimenti infrastrutturali in tecnologie per allineare i sistemi dei due corpi; si aggiunge a tutto ciò la necessità di un riallineamento delle spese di manutenzione ordinaria e straordinaria di immobili, automezzi e macchinari. Un esempio calzante, a tale proposito, è quello relativo alla differente tipologia di automezzi mediamente in uso all’Arma rispetto a quelli che erano in uso al CFS, che impiegava molti veicoli fuoristrada, con maggiori esigenze manutentive.


Altri “costi occulti” sono dovuti al periodo di “messa a punto” che è seguito all’accorpamento, e che ha comportato inevitabili inefficienze, a dispetto dell’impegno profuso dall’Arma, ne va dato atto, per gestire la transizione. Si è infatti verificato un rallentamento operativo, un allungamento dei tempi per la definizione degli abituali iter amministrativi (vogliamo quantificarli in termini economici?) e un appesantimento dell’operatività che caratterizzava il CFS, struttura “corta”, flessibile, dotata di quel decentramento decisionale scaturito nel tempo e consolidato dall’esperienza operativa sul territorio. Tutto ciò ha comportato non solo costi diretti, valutabili in maggior impegno di risorse umane, strumenti, mezzi, tempi, ma anche in costi indiretti causati dalla perdita di efficienza del sistema, di cui le cronache sui drammatici incendi dell’estate del ’17 sono solo l’aspetto più tristemente evidente. Dunque a ben vedere, nessun risparmio, ma piuttosto, molti costi aggiuntivi, con buona pace delle fanfaronate renziane.

Il CFS era un’Istituzione quasi bicentenaria, specializzata e collaudata, che nel tempo aveva maturato la mentalità e la sensibilità per fronteggiare le emergenze ambientali, consolidando la propria professionalità nel settore, la conoscenza del territorio, l’esperienza di una meccanismo “rodato”, l’agilità di una struttura “corta” e flessibile con autonomia operativa a livello periferico, che l’Arma non ha, per sua stessa natura e tipologia. Questo fornisce ulteriore spunto di riflessione a proposito dello sbandierato “risparmio” che, secondo le menti perverse degli esponenti del PD, si sarebbe dovuto ottenere dall’accorpamento. Cancellare il CFS ha significato perdere quella specificità di conoscenza, esperienza, operatività, che il CFS stesso possedeva per istituzione, per vocazione e per esperienza consolidata. La sciocca e miope azione messa in pratica da quegli incompetenti del PD renziano (loro, si, veri incompetenti, non gli altri cui gli pseudo-intellettuali o gli avvizziti mestieranti della politica delle caste lanciano quest’accusa) è stata come liquidare un’azienda di nicchia a vantaggio di una multinazionale, o, se si preferisce, come sostituire una buona produzione artigianale con una produzione in serie.

Per usare un’immagine significativa dell’appannamento delle peculiarità e delle professionalità del Corpo Forestale dopo l’accorpamento all’Arma (ricordato però che in realtà una quota parte del personale è confluito in Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Vigili del Fuoco amministrazioni pubbliche) si pensi a un ottimo vino e a un ottimo olio d’oliva; ebbene, emulsionandoli, le loro qualità vengono perdute e non già esaltate, come lo scellerato accorpamento in nome dell’austerity avrebbe voluto far credere.

E a proposito di “risparmi” e di “spending review”, ci si chiede per quale motivo i cialtroni del PD renziano non si siano domandati, nel loro delirio neoliberista travestito da austerity, se non fosse il caso di tagliare gli ingenti costi della gestione privatistica del concorso aereo alla lotta agli incendi boschivi. Si sarebbe potuto infatti risparmiare, tanto per essere diretti ed espliciti, togliendo alle ditte private la gestione della flotta di aeromobili che, a norma della Legge 353/2000, viene utilizzata per il concorso aereo alla lotta attiva agli incendi boschivi e di interfaccia per il tramite del Centro Operativo Aereo Unificato (COAU) del Dipartimento della Protezione Civile. Si, perché se qualcuno ancora non ne fosse al corrente, i “Canadair” e gli “Erickson S-64” con cui lo Stato concorre alla lotta attiva agli incendi boschivi nelle roventi estati italiane, sono gestiti da una società privata, con piloti pagati in base alle ore di volo effettuate e in base ai lanci di materiale ritardante o estinguente effettuati, con carburante, sostanze estinguenti e ritardanti,

pezzi di ricambio, manutenzioni, ecc. tutti a concorrere nell’insieme delle voci di quello che da decenni è un vero e proprio indotto di un settore che assume ormai tutti i connotati di un grosso “business” (non usiamo volentieri i forestierismi ma in questo caso ci pare adeguato). Ci si chiede per quale ragione i ridicoli ometti e donnette del PD renziano, infervorati dal delirio dell’austerity di montiana (e quindi infausta) memoria, non si siano a suo tempo premurati di porre fine a questo insopportabile scempio del pubblico denaro restituendo allo Stato la gestione della flotta aerea antincendio visto che la tutela ambientale dovrebbe essere un interesse dei cittadini e non un business delle ditte private. Ci si chiede come mai il PD abbia anche in questo caso operato il consueto tradimento del popolo nel nome del proprio asservimento all’interesse delle èlites.

Un articolo della scorsa estate riportava l’opinione di un “addetto ai lavori”, un elicotterista esperto, che evidenziava come l’anomalo incremento delle richieste di intervento aereo nella lotta agli incendi boschivi fosse ascrivibile alla soppressione del CFS. La lotta attiva agli incendi boschivi è infatti una faccenda che si affronta via terra e non dal cielo, e la mancanza del CFS e della sua gestione flessibile del personale e dei mezzi negli eventi di incendi boschivi si è tradotta in difficoltà operative di tutte le istituzioni che all’attualità si trovano a gestire il problema degli incendi boschivi. Questi ultimi devono infatti essere affrontati prevalentemente da squadre a terra ben coordinate e organizzate, con personale esperto e adeguatamente gestito. Le fiamme vanno aggredite alla loro base, e ciò è possibile solo con un paziente e caparbio intervento terrestre; l’intervento aereo non può domare, da solo, un incendio, e risulta necessario solo allorquando le condizioni meteo sono particolari, o quando per varie ragioni l’incendio ha raggiunto dimensioni tali da non consentire una sicura ed efficace gestione “terrestre” dell’evento, che in ogni caso può essere controllato se l’intervento da terra è tempestivo e quindi attuato da una istituzione come il soppresso CFS che aveva la conoscenza del territorio e delle specifiche modalità e tecniche operative, nonché dell’esperienza per il coordinamento delle eventuali squadre delle associazioni di volontari disponibili. La citata Legge 353/200 non a caso assegnava alla flotta aerea antincendi unicamente il concorso nello spegnimento degli incendi boschivi. Dopo la soppressione del CFS l’inesperienza e la scarsa capacità ad operare in ambiente boschivo da parte della maggioranza degli enti coinvolti ha causato un incremento delle richieste di intervento aereo. In buona sostanza un incendio va affrontato con intervento tempestivo, con personale di terra esperto e capace, con direzione efficace delle operazioni di spegnimento; non serve pagare ditte provate e personale privato per intervenire indiscriminatamente dal cielo; basterebbe lo Stato con una struttura com’era il Centro operativo Aereo del Corpo Forestale dello Stato: una struttura flessibile, con una catena di comando e controllo “corta”, efficiente ed efficace.

Un’altra questione è, a nostro avviso, importante affrontare. Pochi conoscono i retroscena della scellerata cancellazione del CFS.

Originariamente, il Corpo Forestale dello Stato, con il Decreto Legislativo 804/1948 veniva così ridenominato (era Milizia Nazionale Forestale in epoca fascista) e inquadrato come “corpo tecnico con funzioni di polizia”. Fino alla creazione delle Regioni nel 1972 e al successivo trasferimento ad esse di molte competenze con il D.P.R. 616/1977, il CFS gestiva le aree forestali demaniali e i beni ad esse strumentali e funzionali. All’indomani dell’istituzione delle Regioni e del conferimento ad esse di molte competenze nel settore forestale, il CFS attraversò una fase di riorganizzazione che condusse, fra l’altro, a mantenere anche parte delle attività tradizionalmente svolte prima della creazione delle Regioni e della devoluzione ad esse di molti compiti e funzioni prima esclusive del CFS stesso. Sorsero convenzioni tra CFS e Regioni e vennero instaurati fruttiferi rapporti di collaborazione anche con gli altri Enti Locali, nel segno della condivisione di quelle conoscenze e di quelle competenze che storicamente il CFS possedeva, per consentire una migliore gestione del territorio e dell’ambiente, nell’interesse pubblico. Ma taluni interessi contrari a questo stato di cose spinsero in direzione opposta e negli anni il Corpo Forestale si trovò più volte nel mirino di chi aveva interesse alla sua eliminazione. Basti ricordare il periodo 1999-2001, agli sgoccioli della stagione dei governi di centrosinistra (Prodi, D’Alema, e via dicendo) in cui l’allora Ministro della Funzione Pubblica Bassanini tentò in extremis la regionalizzazione del CFS. Ma in realtà chi i retroscena li conosce sa che le origini di certi problemi son più profonde. Risiedono in quello che gli americani chiamano il “Deep State”, lo “Stato profondo”. All’indomani della smilitarizzazione delle Forze di Polizia con la Legge 121/1981 si aprì la stagione della sindacalizzazione delle suddette. Nel CFS l’”ansegufor” (associazione nazionale sottufficiali e guardie forestali) era un sindacato aperto ai soli “sottufficiali e guardie forestali” e non ai funzionari (cioè agli ufficiali) per ragioni di vero e proprio astio nei confronti della categoria, in quanto l’”ansegufor” era sorto sulle spinte emotive di pochi elementi animati dal livore verso i superiori e pertanto il loro sindacato era una sorta di “corporazione”. Negli anni novanta il sindacato cambiò politica e nome: divenne “sapaf” (sindacato autonomo di polizia ambientale e forestale) e aprì all’iscrizione anche dei funzionari (gli “ufficiali”), nell’intento, in parte realizzato, di crescere numericamente e “aprire” a giovani ufficiali tanto più facilmente manipolabili quanto più inconsapevoli del modo di operare del sindacato, che difatti, potentemente appoggiato sin dalle origini da quelli che erano i referenti della DC della Prima Repubblica, e indirettamente sostenuto da interessi istituzionali contrapposti alla politica dell’Amministrazione, ha sempre travalicato i limiti dei propri compiti istituzionali, cioè la tutela dei lavoratori, anteponendo ad essi

un’attività volta a condizionare le scelte e le linee di indirizzo dell’Amministrazione approfittando della debolezza strutturale di quest’ultima, i cui dirigenti, spesso ricattabili per i soliti “scheletri nell’armadio”, e quindi facilmente condizionabili, non avevano la forza di contrastare apertamente queste attività che, quindi, finivano per influire pesantemente sulle scelte e sulle politiche dell’Amministrazione stessa. Quest’azione “extrasindacale” del sindacato ha progressivamente destabilizzato i delicati equilibri costruiti in anni e anni di rapporti istituzionali con le altre pubbliche amministrazioni con cui il CFS interagiva, a cominciare dalle Regioni, con cui erano attive convenzioni che, valorizzando alcune competenze “storiche” del CFS, facilitavano diversi compiti relativi alla gestione del territorio e dell’ambiente che spesso le altre istituzioni non erano in grado di svolgere efficacemente. Il CFS era infatti un’istituzione molto più antica delle Regioni e dotata di quell’approccio mentale e culturale, inizialmente in campo forestale, e successivamente, in senso più ampio, in campo ambientale, che in molti casi non era ancora patrimonio delle amministrazioni degli Enti Locali. Tutto questo costituiva una sorta di punto di debolezza per un sindacato chiuso nei confronti di quei livelli gerarchicamente elevati dell’Amministrazione tali da poter esprimere competenze professionali tali da consentire un confronto paritario con le omologhe figure delle altre amministrazioni.

Ecco dunque che nella strategia corporativistica del sindacato si rendeva necessario operare una “conversione” delle nuove generazioni alla propria causa, messa in pratica attraverso un pervicace martellamento (dis)informativo, nonché un’intensificazione del condizionamento delle scelte verticistiche, nelle linee di indirizzo di ogni attività, da quelle istituzionali a quelle di supporto, da quelle logistiche a quelle di formazione professionale, da quelle contabili a quelle divulgative e promozionali, perseguendo “a tappeto” e capillarmente una strategia volta alla dismissione di qualsiasi attività che non fosse quella di polizia nelle sue articolazioni, e all’ostacolo di qualsiasi attività che deviasse dagli intenti dei suoi esponenti più potenti. Una vera “amministrazione ombra”, insomma, che manipolava l’Amministrazione.

La metafora da utilizzare per sintetizzare l’operato del sindacato nei confronti delle linee di indirizzo del CFS potrebbe essere quella della fiaba della “rana e del bue”: la rana che, presa dallo stolto quanto rischioso delirio di imitazione ed emulazione, si gonfia a dismisura per cercare inutilmente di divenire grande come il bue, e alla fine esplode. Qualcosa del genere è accaduto col CFS, a causa dell’insipienza di taluni personaggi che ne hanno minato dall’interno l’equilibrio costruito, negli anni, seppur all’interno di paradigmi legislativi discutibili e problematici anche in senso molto più ampio, cioè per l’intero Paese.

Fu così che si videro situazioni grottesche, come i forestali a fare attività di ordine pubblico allo stadio, o a fare da picchetto davanti alle ambasciate, in totale stravolgimento delle originarie funzioni e degli originari compiti istituzionali. Tale scellerata e incauta strategia condusse inevitabilmente il CFS, da un lato, al progressivo svuotamento di contenuti e impoverimento di tradizionali competenze e conoscenze, dall’altro allo sconfinamento in attività e ruoli non consoni all’originaria funzione istituzionale dell’Amministrazione, in un crescente delirio di emulazione degli altri corpi di Polizia, condizionando le scelte non solo interne all’Amministrazione, ma anche quelle esterne, politiche, che condussero all’emanazione della Legge 36/2004 di inquadramento del CFS tra i Corpi di Polizia dello Stato Italiano.

Un grosso errore venne fatto ad inquadrare il CFS come uno dei cinque corpi di polizia nel 2004, perché il CFS doveva restare un “corpo tecnico con funzioni di polizia “e andava potenziato nelle sue funzioni, anche in considerazione che in molti casi la gestione regionale dell’ambiente è risultata fallimentare. La stessa chiave di lettura della riduzione da 5 a 4 dei corpi di polizia è sbagliata, alla luce del fatto che con la legge 36 sono state fatte carie forzature che hanno generato equivoci.

Se invece di spingere il CFS a svolgere solo compiti di polizia e nient’altro, divenendo così il “quinto dei cinque corpi di polizia” e trovandosi poi ad essere soppresso a causa degli ottusi deliri renziani sulla “spending review”, si fosse riflettuto sugli errori e sui malfunzionamenti dell’assetto varato negli anni settanta con la devoluzione alle Regioni di molte competenze originariamente statali, valorizzando, invece di eliminare, lo storico patrimonio di conoscenze ed esperienze che quell’Amministrazione recava con sé, si sarebbe potuto non solo salvare il CFS, ma forse anche porre rimedio,almeno in parte, a molti guasti, a molti sprechi, a molte “abbuffate” della politica degli Enti Locali, al livello dei quali, ricordiamo, si concentra la maggior parte della pressione del crimine organizzato.

Lo scenario tratteggiato si incardina perfettamente nelle vicende che l’Italia ha visto alternarsi dopo il cambiamento degli assetti geopolitici internazionali degli ultimi decenni. Le privatizzazioni anche dei settori strategici, la dismissione dell’industria di Stato, la rovina delle eccellenze produttive nelle piccole realtà industriali, l’ingresso nella trappola europea della moneta unica con le sue nefaste conseguenze, l’asservimento al giogo dei dogmi neoliberisti della finanza globale, deleteria per l’economia reale. In questo contesto le Istituzioni hanno subìto forti contraccolpi. Il CFS non ha fatto eccezione e reggendosi su delicati equilibri è rimasto vittima del terremoto. La tutela ambientale, del resto, ha segnato forti battute d’arresto e gli interessi contrapposti hanno prevalso. La scarsa caratura della classe politica degli ultimi decenni ha grosse responsabilità in tutto questo scenario, in cui la soppressione dell’unica storica istituzione preposta alla tutela ambientale è stata, in fondo, la “ punta dell’iceberg”.

Quale può essere l’evoluzione di questo stato di cose? Non ce la sentiamo di essere ottimisti, alla luce delle vicende politiche del passato recente. Anche volendo (ottimisticamente) pronosticare un esito favorevole dal pronunciamento della Consulta sull’ipotesi di incostituzionalità sollevata dai TAR di Veneto Abruzzo e Molise, è da osservare che il Governo Lega-Cinquestelle non sembra avere sufficiente determinazione e coesione per un gesto autorevole volto alla ricostituzione del CFS. Del resto, in un frangente politico in cui la Lega deve pagare il dazio alle frange peggiori del suo elettorato che non distolgono l’attenzione dall’ottusa miopia che ha spinto ai referendum sull’autonomia di Lombardia Veneto ed Emilia Romagna, viene automatico pensare che queste tre Regioni provvederanno per proprio conto alla costituzione di altrettanti Corpi Forestali regionali, sul modello di ciò che sussiste da decenni per le attuali Regioni Autonome e con buona pace delle considerazioni esposte a proposito degli anacronistici privilegi territoriali e delle discriminazioni che ne conseguono.

Né gioca certo a favore, in questo frangente, il fatto che l’arma dei Carabinieri a seguito dell’accorpamento ha preso possesso di 130 Riserve Naturali dello Stato, per circa 130 mila ettari di territori pregevoli dal punto di vista ambientale (che costituiscono quell’uno per cento delle ex-foreste demaniali scampate alla “regionalizzazione” del ’77) e di tutti i beni immobili funzionali alla loro gestione. Un patrimonio ambientale e un patrimonio immobiliare demaniale concesso gratuitamente in “uso governativo” dal Demanio, che l’Arma non sarà facilmente disposta a “restituire al mittente”. A ciò occorre aggiungere che pochi politici possono avere sufficiente “fegato” e soprattutto essere privi di “scheletri nell’armadio” in modo da poter andare a cuor leggero contro gli interessi dell’Arma.

Non mancano i paradossi in questa vicenda tutta italica: questo Paese è notoriamente afflitto da una moltitudine di “rischi ambientali”: il rischio meteo-idrogeologico, il rischio sismico, il rischio incendi boschivi, il rischio inquinamento (anche se su questo rischio ormai “i buoi sono fuggiti dalla stalla” che si vuol chiudere), il rischio desertificazione (al sud), cui si aggiungono altri rischi di varia natura, a cominciare da quello dell’esplosione del fenomeno delle ecomafie. Eppure, anziché consolidare il CFS e potenziarlo ne è stata disposta la soppressione. Si rifletta, inoltre, sul fatto che i due terzi dei boschi Italiani sono di proprietà di privati. Ha senso questo stato di cose, oggi, in un’epoca in cui dovrebbe essere coordinata una politica planetaria per i beni comuni, per la tutela dell’ambiente innanzitutto come punto fermo per lasciare una speranza al genere umano di non soccombere sotto i colpi che esso stesso si è dato in modo sconsiderato?

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