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IRAN-USA: AVEVA RAGIONE AHMADINEJAD?

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[ 28 febbraio 2019 ]

Il ripristino delle sanzioni contro l’Iran deciso dalla casa Bianca nel novembre scorso dimostra, semmai ce ne fosse stato bisogno, che l’imperialismo americano non muta la sua aggressiva agenda strategica in Medio oriente —tra cui la stretta alleanza con Israele e Arabia Saudita. Data la precarietà della situazione economica iraniana è chiaro l’intento americano, aggravare questa crisi nella speranza di suscitare una “rivoluzione colorata”.
Come conseguenza del braccio di ferro con gli USA si è dimesso il Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, sintomo di una crisi profonda ai vertici della Repubblica islamica dell’Iran. Su queste dimissioni ci sembra utile pubblicare un intervento malgrado le usuali sciocchezze di marca occidentalista e l’astio verso verso i cosiddetti e cattivi “ultra-conservatori” (sic!) che avrebbero messo ai margini il “bravo” Zarif…

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IL POSSIBILE SIGNIFICATO DELLE DIMISSIONI DEL MINISTRO DEGLI ESTERI IRANIANO

di Francesca Manenti
L’annuncio delle dimissioni del Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, [nella foto] giunte nella serata di lunedì 25 febbraio ha aperto un possibile nuovo fronte di crisi interno alla compagine del governo iraniano. Benché la decisione dovrà essere accettata ora sia dal Presidente sia dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, l’annuncio ha messo in luce l’attuale debolezza dell’esecutivo a Teheran. Giustificato dagli scarsi risultati portati dall’accordo per il Paese, il passo indietro di Zarif ha posto il Presidente Rouhani di fronte al rischio di perdere non solo uno dei pilastri dell’esecutivo, ma anche uno dei simboli di quella politica di apertura e riconciliazione con l’occidente di cui il Ministro degli Esteri è stato il volto negli ultimi sei anni.


Fin dall’insediamento del governo pragmatista nel 2013, Zarif è stata la prima scelta del Presidente Rouhani per ricoprire il difficile incarico di capo della diplomazia della Repubblica Islamica, in un momento in cui i rapporti tra Iran e Comunità Internazionale risentivano del lascito politico e della retorica antagonistica dei due mandati presidenziali di Mahmoud Ahmadinejad. I precedenti incarichi alla rappresentanza iraniana alle Nazioni Unite (dapprima come membro del corpo diplomatico e poi, dal 2000 al 2007, come rappresentante) e la consolidata esperienza nel mediare con la controparte statunitense (sia negli Anni ’80, in occasione della vicenda conosciuta con il nome di Iran Contra, sia nelle ore immediatamente successive all’11 settembre, quando il governo iraniano si era aperto ad una collaborazione con Washington in chiave anti-talebana e anti al-Qaeda) hanno reso Zarif il candidato ideale per prendere in mano la gestione delle relazioni internazionali di Teheran.

Il Ministro degli Esteri in questi anni è stato, di fatto, il fautore dell’apertura dell’Iran al dialogo e della costruzione del delicato processo di riavvicinamento alla Comunità Internazionale, sugellato dalla firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) con il gruppo dei 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu e la Germania). Il dicastero guidato da Zarif, infatti, è stato il principale interlocutore dei partner internazionali, in particolare di Stati Uniti e Paesi europei, per trovare tutti i possibili punti di convergenza da cui partire per distendere definitivamente i rapporti internazionali e porre termine a quell’isolamento politico ed economico di cui era stato oggetto l’Iran nei decenni precedenti. L’attività diplomatica assegnata a Zarif era stata prevista all’interno di un’agenda di governo di ampio respiro, in cui il ripensamento dei rapporti con l’occidente era funzionale a rivitalizzare le asfittiche condizioni in cui versava l’economia interna. Il fine ultimo di questo processo e i prospettati benefici per il Paese sono sempre state le principali motivazioni con le quali il Presidente Rouhani ha

Il Segretario di Stato USA Mike Pompeo

cercato di giustificare con le componenti più conservatrici della Repubblica Islamica l’ampio margine di manovra concesso al Ministero degli Esteri nel condurre le trattative. Nel sistema della Repubblica Islamica, in cui l’esecutivo non può prescindere dall’equilibrio con i poteri più tradizionalisti che permeano le istituzioni, infatti, Rouhani ha scommesso sui risultati del processo diplomatico per contenere le critiche del fronte conservatore e imporre una politica di stampo spiccatamente pragmatista. La conclusione dell’accordo nucleare e la ripresa, seppur lenta, degli scambi commerciali tra Iran e resto del mondo, in particolare con l’Europa, era stata così salutata dall’esecutivo come un’importante vittoria per consolidare il proprio margine di consensi interno.

In questo contesto, la de-certificazione del JCPOA da parte del Presidente statunitense Donald Trump ha segnato un importante ostacolo per l’implementazione della strategia politica del governo Rouhani. La re-imposizione delle sanzioni economiche, bilaterali e secondarie, contro il Paese, di fatto, ha fatto venir meno quella prospettiva di ripresa economica interna che era alla base dell’accordo e che aveva permesso alla parte iraniana di aprirsi ad una rimodulazione del proprio programma di ricerca nucleare. Inoltre, l’inerzia degli interlocutori europei nel trovare degli strumenti di salvataggio delle disposizione dell’accordo, che limitassero gli effetti della decisione statunitense sull’economia e sulla qualità di vita della popolazione, hanno creato un nuovo clima di risentimento nei confronti degli interlocutori occidentali e di sfiducia verso il governo. Agli occhi dell’opinione pubblica, infatti, l’antagonismo americano e il lassismo europeo sono state due facce della stessa medaglia, con la quale Stati Uniti ed Europa hanno cercato di prendere tempo per indebolire l’Iran e limitarne la capacità di influenza all’interno della regione mediorientale.

La battuta di arresto nel rapporto con i Paesi occidentali, dunque, ha creato un notevole danno reputazionale per l’esecutivo Rouhani, colpevole davanti all’elettorato e alla classe politica iraniana di aver dato fiducia ad una negoziazione che non ha portato ad un nulla di fatto. Ciò non solo ha provocato un drastico calo di consensi per la compagine di governo, ma ha anche portato l’esecutivo a prestare il fianco alle critiche sempre più pressanti dell’opposizione conservatrice, pronta a cavalcare la nuova ondata di antagonismo proveniente da Washington per riprendere il controllo del processo decisionale nella Repubblica Islamica.

In questo nuovo clima di acredine verso il dialogo con i Paesi occidentali, le dimissioni di Zarif sembrerebbero essere il segnale di un ri-orientamento in corso dell’atteggiamento politico del governo iraniano verso posizioni maggiormente conservatrici rispetto al passato. Non appare casuale, infatti, che la decisione del Ministro sia giunta in seguito alla vista inaspettata del Presidente siriano Bashar al Assad a Teheran, ricevuto sia da Rouhani sia dalla Guida Suprema Ali Khamenei. L’incontro, di cui il dicastero degli esteri non sarebbe stato a conoscenza, ha segnato un’accelerata diplomatica da parte della Repubblica Islamica nei confronti dell’alleato siriano e potrebbe diventare un nuovo punto di attrito nel già complicato dialogo tra Iran e interlocutori occidentali. Benchè il dossier Siria negli ultimi sei anni sia sempre stato di competenza della Guardie della Rivoluzione (esempio della strategia di do ut des portata avanti da Rouhani per mantenere il bilanciamento interno dei poteri), l’esclusione del Ministero degli Esteri da un momento tanto significativo ha suggellato una netta importanza delle questioni regionali rispetto alla politica di dialogo portata avanti fino ad ora dalla diplomazia. Il passo indietro di Zarif, dunque, potrebbe essere stato motivato dalla volontà del Ministro di prendere le distanze da un ripensamento della politica estera del governo motivata dalla necessità di Rouhani di dare nuovi spazi alle posizioni degli ultra-conservatori e di reinterpretare di conseguenza le priorità dell’agenda dell’esecutivo.


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