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VIVA L’8 MARZO, ABBASSO NON UNA DI MENO! di Daniela Di Marco

[ 08 marzo 2019 ]

Critica all’appello di Non una di meno per lo sciopero dell’otto marzo

8 marzo, Festa della Donna, o meglio, Giornata internazionale della donna.

Non festeggerò nulla né tantomeno parteciperò allo sciopero (trans)femminista indetto da Non una di meno.

Non sono fra quelle donne che in questi anni ha avallato il business commerciale, trastullandosi in consumistici festeggiamenti trasgressivi a base di cene in locali stracolmi di donne e spogliarelli maschili, contribuire a creare un uomo-oggetto pronto a far battere cassa a coloro da cui viene ingaggiato, non è nelle mie corde.

Che senso ha?

A ciò è stata per molto tempo relegata questa giornata il cui senso è stato totalmente stravolto, ma che trae origine dai sacrosanti movimenti femminili di inizio novecento che, rivendicando diritti fondamentali quali quello al voto, si battevano per l’emancipazione della donna.

Alcuni fanno risalire la data dell’otto marzo alla commemorazione degli incendi scoppiati in alcune fabbriche statunitensi, in cui perirono moltissime operaie (c’è discordanza storica su luogo e data: 1908 alla Cotton, una fabbrica di camice di New York che però sembra sia inesistente, o 1911 presso la fabbrica Triangle) altri, cui mi rifaccio, la ricollegano all’otto marzo 1917 (23 febbraio secondo il calendario giuliano) quando le donne di Mosca organizzarono un imponente manifestazione per chiedere “il pane e la pace”, l’inizio della fine per lo zarismo.

Per questo motivo nel 1921, la Seconda conferenza delle donne comuniste, fissò quel giorno come data celebrativa per la Giornata internazionale dell’operaia.

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora; il movimento femminista ha percorso la sua strada.
Non c’è lo spazio per analizzare ciò che è stato, quali fratture lo hanno attraversato e i tanti rivoli in cui è diviso, una cosa è innegabile: da movimento rivoluzionario e socialista, si è trasformato oggi in movimento d’opinione e istituzionale, annullando le istanze rivoluzionarie. Non più movimento antisistema, niente più lotta contro padroni e sfruttatori, non più lotta di classe né progetti di trasformazione sociale, ma conflitto di genere.

Siamo oggi davanti ad un movimento a forte vocazione individualista che, in perfetto stile postmoderno decostruzionista, seguendo il femminismo radicale statunitense degli anni ’70 e l’esplosione dei Women’s e Gender Studies, sostenuti dai Cultural Studies, ha concentrato la sua attenzione sulla sessualità, arrivando, secondo me, a compiere il più grande femminicidio della storia: l’uccisone della donna in quanto tale, proprio per mano della donna.

E se non esiste più la donna, che senso ha una giornata internazionale a lei dedicata?

Ma spieghiamoci meglio.

Gli studi citati ci dicono che non c’è correlazione fra sesso biologico assegnato alla nascita e il genere di appartenenza conseguente, essendo il genere un costrutto socio-culturale, implicante da una parte la percezione che ciascuno ha di sé (identità di genere) dall’altro il sistema socialmente costruito intorno a quella identità (ruolo di genere). Dal momento che il sesso non è più sufficiente per individuare l’appartenenza al genere, sostenendo che dietro esso non vi sia nessuna natura e nessuna realtà, pervengono all’individuale e del tutto arbitraria modificabilità degli stessi grazie ai progressi tecnoscientifici e per di più ad una mobilità assoluta fra generi. Secondo il desiderio del momento, le infinite identità di ciascuno sarebbero libere scelte individuali sempre reversibili.

Il massimo dell’atomizzazione della persona, altro che donna, altro che genere!

E’ necessario secondo queste idee, che le convenzioni sociali si emancipino dalla natura, che le persone sleghino la loro identità dall’ordine sociale sottraendosi al dualismo sessuale di quello che definiscono eteronormatività (e il passo in direzione eterofobica è già avviato).

A tutto questo è collegata la rivendicazione di nuovi diritti sessuali dei moderni femminismi che individuano il nemico nel maschio, eterosessuale, bianco, occidentale e fanno del desiderio un imperativo categorico: scegliere il proprio sesso, difendere le cosiddette minoranze sessuali, battersi per il diritto al matrimonio omosessuale e all’adozione, il diritto ad avere un bambino a qualsiasi costo, chissenefrega se viene sfruttato qualche utero di qualche donna (!) di qualche parte povera del mondo. «E’ un gesto d’amore» dicono. Tutto è sovvertito.

In nome della libertà dell’individuo borghese, unico dogma e valore intoccabile nella società liquida contemporanea, è stato seppelito il femminismo storico per far nascere il Trans-femminismo (Queer): «Che 100 nuovi generi nascano».

Non più le rivendicazioni delle donne proletarie, né un semplice inglobare le rivendicazioni delle comunità LGBT di postmoderna memoria.

Queste ormai sono un reperto archeologico, soppiantate dal più includente e terribilmente fluido LGBT*QIAP+ [ 1 ], sigla per forza di cose in costante cambiamento.
Il fatto è che per i teorici di questo pensiero tutto sembra girare intorno all’identità di genere e quindi al sesso.

Mi chiedo: ma l’identità di un soggetto da cosa è determinata? Veramente dall’appartenenza di genere, come pensano le transfemministe? Penso di no, piuttosto credo che se si parla di “identità” ci sono di mezzo fattori come l’appartenenza di classe (sei un proletario o sei un capitalista), la funzione sociale (sei un funzionario del sistema o un suo nemico), sei un socialista o sei un liberista.

Non è un caso che questo radicale smantellamento del concetto di identità si inscriva dentro la visione globalista cosmopolita neoliberale («Porti aperti come i nostri culi»), con la sua esigenza di ingrassare il mercato promuovendo una mobilità internazionale che offre su un piatto d’argento paradisi fiscali, nazioni da depredare, forza-lavoro a basso costo, livellando sempre più i salari verso il basso e distruggendo quindi paesi, comunità, territori, madre natura, condizioni di lavoro e di vita, a unico beneficio di grandi imprese e multinazionali. Il passaggio da un genere all’altro è l’altra faccia della medaglia delle trasmigrazioni no border.

Per dirla con Formenti [ 2 ]: «I nuovi eroi di questa cultura sono gli appartenenti alle comunità LGBQT e i migranti (…) avanguardie cosmopolite di inedite comunità nomadi, figure che anticipano l’avvento di un cittadino del mondo destinato a rimpiazzare le vecchie identità nazionali etniche e culturali».

Ora, criticare questa brodaglia postmodernista è ritenuto non solo illecito, ma addirittura scabroso nei salotti elitari del Politicamente corretto, quelli, per capirci, di Jeff Bezos, di Marc Zuckemberg e Tim Cook.

Tutto ciò Non una di meno lo ha scritto nel suo dna.

Poteva sembrare che la nascita di questo movimento riportasse in auge dentro il movimento femminista italiano una battaglia politica degna di tale nome. Ma la confusione sotto il cielo è grande e grandi sono le contraddizioni di cui è portatore ben tradotte nell’Appello con cui hanno convocato lo sciopero di oggi.

Se guardate il sito di Non una di meno, vedrete in home il banner, in cui a caratteri cubitali è scritto: 8 marzo Sciopero Globale Transfemminista.

Hanno avuto l’accortezza di non usare la dicitura transfemminista nel testo dell’appello che indice lo sciopero, ma non siamo così stupidi da non tenere conto di ciò che da tanto tempo teorizzano, dicono e scrivono («la rivoluzione o sarà transfemminista o non sarà»). Hanno anche tolto il riferimento alle diverse possibili soggettività sessuali, ma sono ben incluse nel testo specifico che indice lo sciopero “dei e dai generi”.

Non si limitano a questo, sostengono lo sciopero “dei e dai consumi”, dal “lavoro produttivo e riproduttivo”, e, denunciando l’attuale reddito di cittadinanza, chiedono: reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale, così da essere libere di andare dove vogliono, coperte dal “permesso di soggiorno europeo senza condizioni”.

Richieste nuove «per inventare un tempo nuovo».

La distanza siderale dalle masse di donne lavoratrici e precarie, è evidente, per non parlare della conclamata subalternità alla distopia europeistica.

Scommetto che la maggioranza delle donne che oggi sono in strada, non hanno idea di tutto ciò.

Stando così le cose, non solo non ho nulla da festeggiare, non ho motivazioni per aderire ad uno sciopero ideologico e politico di cui non condivido nulla, per di più sul tavolo ce ne stanno tante perché oggi osservi addirittura una giornata di lutto.

NOTE:

[ 1 ] LGBT*QIAP+ è l’acronimo per persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans o non binarie (*), Queer, Intersessuali, Asessuali, Pansessuali, il + finale sta a indicare l’apertura verso qualsiasi altra autodefinizione in relazione alla propria identità di genere e/o orientamento sessuale.

[ 2 ] Carlo Formenti, Il Socialismo è morto, viva il Socialismo!, Meltemi Editore, gennaio 2019




TAV: IL MANTRA PERVERSO COSTI-BENEFICI di Piemme

[ 7 marzo 2019 ]

E’ evidente la natura strumentale dell’offensiva del circo politico-mediatico sulla vicenda della TAV. L’obbiettivo dell’élite è prendere due piccioni con una fava: sputtanare il Movimento cinque stelle, che del governo è la colonna portante, per quindi, lisciando il pelo a Salvini, azzoppare il governo in vista del suo rovesciamento.

Che i pentastellati sino il bersaglio principale dell’offensiva dei poteri forti è oramai evidente, e sarà chiaro anche ai diretti interessati.

Domanda: l’autodifesa dei Cinque stelle è adeguata? Oppure li espone al suicidio?

Io ritengo che li esponga al suicidio e provo a spiegare il perché. 

La linea difensiva su cui essi si sono attestati è nota: “La nostra non è un’opposizione ideologica alla TAV, ma risulta dall’analisi costi-benefici”. E infatti da mesi dobbiamo sopportare questo mantra dogmatico: “Costi/benefici! Costi/benefici!” Questo criterio è la quint’essenza del liberismo economico, filosoficamente parlando il contrassegno ideologico dell’utilitarismo.

Quali sono infatti le due proposizioni dogmatiche della visione utilitarista-liberista è presto detto: (1) è giusto tutto ciò che massimizza il Pil e, (2) è giusto quello che massimizza la ricchezza in sé, a prescindere dalla sua qualità e da una sua pessima distribuzione. Il tutto in base a quello che potremmo chiamare “principio del maximin”: la ricerca del massimo vantaggio a costi sempre minori.

Che il M5s sia un ircocervo, un movimento che ha tenuto assieme, principi di eguaglianza sociale e pregiudizi liberisti, non è un mistero. Nel caso della TAV i pentastellati hanno pensato di potere combattere e difendere il no, non opponendo ragioni “ideologiche” bensì utilizzando, così da rinfacciarli ai nemici, proprio i criteri liberisti.

Come ho detto una linea difensiva sbagliata, masochistica. Non si può pensare di fare del no alla TAV una questione di identità politica (ovvero alternativa a quella dell’élite oligarchica) e nello stesso momento giustificare l’opposizione utilizzando i suoi stessi dogmi liberisti-economicistici — “analisi costi/benefici. “Il buco” della TAV non è un’opera sbagliata perché “inutile” o perché “costa troppo alle casse dello Stato” — e qui emerge un altro paradigma euro-liberista —, non s’ha da fare perché è l’incarnazione di una concezione sbagliata della vita e del progresso, tutta fondata sul libero-scambismo forsennato, sul predominio del mercato globalizzato che produce esclusione e marginalità sociali, sul primato del grande capitalismo transnazionale che crea squilibri crescenti, ed infine funzionale alla sparizione delle sovranità nazionali a favore di un super-stato mercati sta europeo — col che addio alla sovranità popolare.

Fa rodere di rabbia, al netto del loro cinismo, che siano proprio i liberisti inveterati a ricordare strumentalmente ai Cinque stelle che in base al criterio costi/benefici non sarebbero state costruire (a deficit beninteso) scuole e ospedali pubblici, ferrovie, reti elettriche nazionali, l’autostrada del sole, in genere grandi infrastrutture.

“La nostra non è un’opposizione ideologica” ci dice Toninelli e a ruota gli altri portavoce.

Male, molto male! La TAV è invece, in tutti i sensi, una classica questione ideologica, visto che qui per “ideologia” s’intendono il modello sociale, la qualità dello sviluppo e della cosiddetta “crescita” economica.

La storia insegna che a cattiva ideologia occorre opporre una buona ideologia, non una promiscua “non-ideologia” che equivale ad una resa sostanziale.

Col pretesto di non condurre una battaglia ideologica i Cinque stelle rischiano di scavarsi la fossa.

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TSIPRAS E VAROUFAKIS, ECCO LA VERITÀ

[ 7 marzo 2019 ]

Eric Toussaint, dottore in scienze politiche dell’università di Liegi e di Paris VIII e coordinatore dei lavori della “Commissione per la verità sul debito pubblico greco” creata il 4 aprile 2015 su iniziativa del Presidente del Parlamento greco e poi ben presto disciolta, ha ricostruito in una serie di articoli le vicende dei febbrili negoziati tra Bruxelles e il governo greco durante i giorni più caldi della crisi, basandosi sul libro pubblicato dall’ex ministro Varoufakis e sui suoi stessi ricordi. Qui si ricostruiscono gli accordi sulle privatizzazioni con i Cinesi e le interferenze della Germania, le speranze disilluse sull’aiuto dei russi e degli americani, e la fugace esaltazione per la coraggiosa decisione, presto rientrata, di non pagare il debito al Fmi. In particolare Toussaint sottolinea la rinuncia del governo greco a comunicare col popolo degli elettori per cercar di spiegare la situazione e ottenere il sostegno ad azioni coraggiose


La testimonianza di Yanis Varoufakis (che lo condanna)
I negoziati segreti e le speranze deluse
di Eric Toussaint
Nell’undicesimo capitolo del suo libro, Yanis Varoufakis spiega di essere intervenuto per portare a termine la vendita del terzo terminal del Porto del Pireo alla compagnia cinese Cosco, che già gestiva dal 2008 i terminal 1 e 2. Come Varoufakis stesso riconosce, Syriza prima delle elezioni aveva promesso che non avrebbe consentito la privatizzazione della parte restante del porto del Pireo. 
Varofakis continua: “Syriza durante la campagna dal 2008 prometteva non soltanto che avrebbe impedito il nuovo accordo, ma che avrebbe totalmente estromesso Cosco“. E aggiunge: “Avevo due colleghi ministri che dovevano la loro elezione a questa promessa“. Tuttavia Varoufakis si affretta a cercar di concludere l’accordo di vendita a Cosco. Se ne occupa con l’assistenza di uno dei consulenti senior di Alexis Tsipras, Spyros Sagias, che fino all’anno precedente era stato consulente legale della Cosco. Nella scelta di Sagias c’era quindi un chiaro conflitto di interessi, cosa che Varoufakis riconosce (pag. 313). Era stato lo stesso Sagias, peraltro, a redigere il primo accordo con Cosco nel 2008. Sagias negli anni ’90 era stato consigliere anche del primo ministro del PASOK Konstantinos Simitis, che aveva organizzato la prima grande ondata di privatizzazioni.
Nel 2016, dopo avere lasciato il suo ruolo di segretario del governo Tsipras, Sagias riprende ancora più attivamente la sua attività professionale, in particolare come consulente di Cosco [1]. Varoufakis non prova imbarazzo nel dichiarare di avere rivisto i termini della gara d’appalto all’inizio di marzo 2015 per adeguarla alle richieste di Cosco:
Sagias ed io abbiamo informato Alexis (Tsipras), prima di passare ai preparativi (della finalizzazione dell’accordo con Cosco sul Pireo). L’obiettivo era riformulare la gara d’appalto per il Pireo in base alle condizioni accettate dai cinesi ” (pag. 316).
Varoufakis riassume così la sua proposta a Pechino attraverso l’ambasciatore cinese di stanza ad Atene:
La Grecia ha una forza lavoro altamente qualificata, i cui stipendi sono diminuiti del 40%. Perché non chiedere ad aziende come Foxconn di costruire o riunire le loro strutture in un polo tecnologico, beneficiando di un regime fiscale specifico, non lontano dal Pireo?” (pag. 312).
In questa proposta troviamo tutto il piccolo armamentario di argomenti dei governi neoliberisti che vogliono attirare gli investitori: una forza lavoro qualificata i cui salari sono diminuiti e sgravi fiscali per i datori di lavoro.
Varoufakis spiega anche che aveva proposto alle autorità cinesi di acquistare le ferrovie greche, in modo che la Cina avesse un accesso più facile al resto del mercato europeo su binario e ne facesse un ulteriore segmento della “New Silk Road“. Questo ultimo progetto non è stato realizzato. [2]
Varoufakis nel marzo 2015 sperò invano che Pechino avrebbe acquistato buoni del tesoro greci per diversi miliardi di euro (contava su un totale di 10 miliardi, pag. 315), che il governo avrebbe usato per ripagare il suo debito con il Fmi. Con grande disperazione di Varoufakis, i leader cinesi non mantennero la loro promessa e si accontentarono di due acquisti da 100 milioni di euro.
Le proposte di Varoufakis alle autorità cinesi sono inaccettabili: prendere prestiti dalla Cina per rimborsare il Fondo monetario internazionale; abbandonare il controllo della Grecia sulle sue ferrovie; procedere ad altre privatizzazioni!
Il suo progetto è fallito perché le autorità cinesi e tedesche hanno concordato che la Cina non avrebbe offerto una bombola di ossigeno al governo di Tsipras. Scrive Varoufakis: “Berlino aveva chiamato Pechino, con un messaggio chiaro: evitate di trattare con i greci prima che noi abbiamo concluso con loro” (pag. 317).
Aziende cinesi, tedesche, italiane o francesi effettuano acquisizioni a prezzo stracciato.
Alla fine, la realizzazione dell’accordo con Cosco non ebbe luogo quando Varoufakis era ministro. Fu concluso all’inizio del 2016 e a condizioni che, a suo parere, erano più favorevoli per l’azienda cinese rispetto all’accordo preliminare che lui aveva cercato di ottenere (capitolo 11, nota 8, pag. 516). Questo dimostra che le autorità cinesi si sono messe d’accordo con le autorità di Berlino: hanno lasciato asfissiare lentamente la Grecia e poi ne hanno aprofittato, condividendo la torta con gli altri predatori dei beni pubblici greci. Aziende cinesi, tedesche, italiane o francesi hanno effettuato acquisizioni a prezzo di svendita. Ma anche se nel 2015 le autorità cinesi avessero concretizzato le speranze di Varoufakis, questo non sarebbe comunque andato a beneficio della Grecia e del suo popolo.
Nel frattempo, anche le autorità russe, che erano state contattate da Tsipras e Panagiotis Lafazanis poco dopo i contatti di Varoufakis con Pechino, rifiutarono di aiutare il governo greco [3]. Putin invece trattò con la Merkel per ottenere un ammorbidimento delle sanzioni dell’Ue contro la Russia in seguito al conflitto con l’Ucraina, in cambio del rifiuto di Mosca di andare in aiuto del governo di Syriza.
Per quanto riguarda le speranze di Varoufakis e Tsipras di ottenere aiuto da Barack Obama, anche questa è stata una delusione. Secondo Varoufakis, l’amministrazione di Barack Obama affermò che la Grecia faceva parte della sfera di influenza di Berlino e lo stesso Obama raccomandò a Varoufakis di fare delle concessioni alla Troika. [4]
Diplomazia segreta e false comunicazioni di cui Tsipras e Varoufakis sono stati complici
Varoufakis dà conto della riunione dell’Eurogruppo che seguì la resa del 20 febbraio, falsamente presentata all’opinione pubblica greca come un successo: fine della Troika e della prigione del debito per la Grecia. All’Eurogruppo del 9 marzo a Bruxelles Varoufakis non riuscì a ottenere alcun gesto o concessione da parte dei leader europei, della Bce o del Fmi. Nonostante ciò, Varoufakis e Tsipras continuarono ad affermare che l’incontro era stato un successo. Varoufakis riporta che Tsipras gli avrebbe detto: “Lo presenteremo come un successo: secondo l’accordo del 20 febbraio inizieranno presto dei negoziati per sbloccare la situazione ” (pag. 330).
Ciò che colpisce è il tempo speso da Varoufakis e Tsipras in interminabili riunioni all’estero, in colloqui nei quali loro fanno concessioni, mentre la Troika persegue metodicamente la sua opera di demolizione delle speranze del popolo greco. A Tsipras e Varoufakis non viene mai in mente di chiedere del tempo per incontrare il popolo greco, per organizzare incontri pubblici a cui la popolazione greca potesse partecipare. Non si muovono per il Paese a incontrare gli elettori, ad ascoltarli e spiegare loro quello che stava accadendo nei negoziati, per spiegare le misure che il governo avrebbe preso per combattere la crisi umanitaria e rilanciare l’economia del Paese.
Varoufakis e Tsipras non hanno cercato modi di comunicare con l’opinione pubblica internazionale né di mobilitare la solidarietà internazionale a sostegno del popolo greco. Non hanno mai approfittato delle loro visite a Bruxelles o in altre capitali per parlare direttamente con i molti attivisti che volevano capire che cosa stava realmente accadendo ed esprimere la loro solidarietà con il popolo greco.
Varoufakis e Tsipras hanno una pesante responsabilità nel mancato sviluppo di una solidarietà attiva e massiccia nei confronti della Grecia. Perché molti cittadini si mobilitassero sarebbe stato necessario rivolgersi a loro, informarli, per contrastare la massiccia campagna di denigrazione e stigmatizzazione di cui non solo il governo, ma l’intera popolazione greca era fatta oggetto.
Varoufakis e il Fmi
Si sarebbe dovuto annunciare la sospensione del pagamento del debito
Il 12 febbraio 2015 la Grecia ha rimborsato 747,7 milioni di euro per uno dei crediti concessi dal Fondo monetario internazionale nel quadro del primo memorandum. È stato un grave errore, si sarebbe dovuto annunciare la sospensione del pagamento di questo debito, con due argomenti: 1. lo stato di necessità [5] in cui si trovava il governo greco, nell’urgenza di dare precedenza alla lotta contro la crisi umanitaria; 2. l’avvio di un processo di revisione del debito pubblico greco, con la partecipazione dei cittadini, durante il quale il pagamento doveva essere sospeso [6]. Si sarebbe potuta giustificare questa revisione con l’applicazione del regolamento 472 dell’Unione europea. Questo articolo afferma:
Uno Stato membro soggetto a un programma di aggiustamento macroeconomico effettua un audit completo delle sue finanze pubbliche al fine, tra l’altro, di valutare i motivi che hanno portato all’accumulo di livelli eccessivi di debito e di individuare eventuali irregolarità[7].
Né Varoufakis né Tsipras presero seriamente in considerazione la sospensione del pagamento combinata con un’inchiesta per determinare se il debito da pagare fosse legittimo o no, odioso o no.
Sarebbe stato possibile avviare una campagna di informazione da parte del governo, per mettere in discussione la legittimità dei crediti del Fmi elargiti alla Grecia dal 2010. Tsipras e Varoufakis avevano a disposizione i documenti segreti del Fmi, attestanti il carattere profondamente illegittimo e odioso della pretesa. Il problema è che Varoufakis era convinto che non avesse alcun senso parlare dell’illegittimità e dell’odiosità dei debiti addossati alla Grecia.
Il Wall Street Journal aveva reso pubblici i documenti segreti del Fmi fin da ottobre 2012, come già menzionato in un articolo. Alcuni giorni dopo la loro pubblicazione, incontrai Tsipras per parlare di una possibile collaborazione con il CADTM per condurre la procedura di revisione del debito. Dissi a Tsipras e al suo consigliere economico dell’epoca, John Milios: “Ora avete un argomento concreto contro il Fmi, perché se avete le prove che il Fmi sapeva che il suo programma non poteva funzionare e sapeva che il debito era insostenibile, abbiamo il materiale per affondare il colpo sull’illegittimità e illegalità del debito.[8] Tsipras rispose: “Ascolta… il Fmi sta prendendo le distanze dalla Commissione europea.” Capii che aveva in mente che il Fmi avrebbe potuto essere un alleato di Syriza nel caso in cui Syriza fosse salito al governo. Un’idea del tutto priva di fondamenti ragionevoli.
A febbraio 2015 Tsipras e Varoufakis erano ancora fermi su quella posizione. Erano convinti che sarebbero stati in grado di ammorbidire il Fmi grazie al sostegno di Barack Obama e all’influenza dei consiglieri statunitensi scelti da Varoufakis, Jeffrey Sachs e Larry Summers. Erano totalmente sulla falsa strada. Varoufakis lo capì di persona una prima volta per ovvi motivi il 20 febbraio, e nei giorni seguenti, quando Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, dichiarò all’Eurogruppo che non era assolutamente il caso di derogare dal memorandum stabilito.
Nonostante questa dimostrazione dell’atteggiamento ostile del Fmi, Varoufakis e Tsipras continuarono a rimborsare il Fondo monetario internazionale per tutto il mese di marzo 2015. Varoufakis ha dichiarato che il suo ministero ha pagato al Fmi 301,8 milioni di euro il 6 marzo, 339,6 milioni il 13 marzo, 565,9 milioni il 16 marzo e 339,6 milioni il 20 marzo. Complessivamente, nel mese di marzo 2015 sono stati pagati oltre 1.500 milioni di euro, utilizzando tutta la liquidità disponibile, benché le speranze di Varoufakis di ricevere denaro dalla Cina fossero svanite, e la Bce avesse confermato che non avrebbe pagato gli interessi dovuti alla Grecia sui buoni acquistati tra il 2010 e il 2012 e che non avrebbe ripristinato l’accesso alla liquidità ordinaria delle banche greche. Eppure il governo greco aveva sicuramente bisogno, per combattere la crisi umanitaria e promuovere l’occupazione, del denaro che finiva nelle casse del Fmi. Secondo Varoufakis, “che il mio ministero sia riuscito a trovare 1,5 miliardi di dollari per pagare l’Fmi ha del miracoloso, soprattutto tenendo conto del fatto che dovevamo continuare a pagare pensioni e dipendenti pubblici ” (Capitolo 13, pag. 348).
La decisione di sospendere il pagamento del debito al FMI
Varoufakis riferisce di un incontro surreale tra Tsipras e i suoi ministri più importanti, tenutosi venerdì 3 aprile 2015. Spiega che prima della riunione aveva cercato di convincere Tsipras a non effettuare il pagamento successivo al Fondo monetario internazionale, previsto per il 9 aprile 2015 per un importo di 462,5 milioni di euro. La sua tesi: bisognava fare pressione sui leader europei e la Bce per ottenere qualcosa (ad esempio, un passo indietro sulla restituzione alla Grecia di due miliardi di euro incassati dalla Bce sui titoli greci 2010-2012), perché durante il mese di marzo non avevano ottenuto nulla. Varoufakis dice che sentiva di non essere riuscito a convincere Tsipras. Racconta in questo modo le intenzioni e il comportamento di Tsipras durante il “Consiglio dei ministri informale” (sic! pag. 348), che seguì:
Totale silenzio di Varoufakis sulla Commissione per la verità sul debito
Varoufakis ignora totalmente l’esistenza della commissione a cui aveva promesso la sua assistenza
Il resto di questa storia è allo stesso tempo scandalo e farsa. Varoufakis parte il giorno successivo per Washington via Monaco per incontrare con urgenza Christine Lagarde, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale. Mentre racconta nei dettagli la riunione del 3 aprile e l’incontro con il direttore del Fmi a Washington il 5 aprile, ignora totalmente un incontro a cui ha partecipato il 4 aprile. Un’omissione non banale, perché proprio quel giorno si è tenuto presso il Parlmento greco l’incontro pubblico di apertura dei lavori della Commissione per la verità sul debito pubblico, in presenza di Alexis Tsipras, del Presidente del Parlamento Zoe Konstantopoulou, del Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos e di dieci ministri, tra cui Yanis Varoufakis, che è intervenuto. Sono stato il coordinatore scientifico di questo comitato, quindi ho preso la parola subito dopo gli interventi del Presidente della Repubblica e della Presidente del Parlamento greco e prima degli interventi di tre miei colleghi della Commissione e di Varoufakis.
In realtà nel suo voluminoso libro Varoufakis ignora totalmente l’esistenza della commissione a cui aveva promesso il suo aiuto. Ha un bel sostenere sul suo blog e nelle interviste successive alla pubblicazione del suo libro di avere sostenuto la Commissione: questo è del tutto falso.
A mio parere è significativo anche che il 3 aprile, mentre si teneva l’importante incontro in cui venne deciso di sospendere il pagamento del debito al Fmi, George Katrougalos, che era un membro del governo, non ne era nemmeno al corrente. Ero con lui al suo ministero durante questo incontro. Allo stesso modo, la sera del 3 aprile ho incontrato anche la Presidente del Parlamento, a lungo, per preparare i dettagli della prima riunione della Commissione e nemmeno lei era a conoscenza né di questo incontro né della decisione di bloccare la restituzione del debito. Nemmeno Panagiotis Lafazanis, uno dei sei “super” ministri (questa è l’espressione usata da Tsipras), era stato invitato all’incontro. Questo testimonia il modo di muoversi di Tsipras e della sua cerchia: decisioni cruciali prese da un gruppo ristrettissimo, in segreto, senza consultare una grande parte dei membri del governo, né la Presidente del Parlamento né la direzione di Syriza.
Va anche sottolineato che il lavoro della Commissione per la verità sul debito ha avuto un enorme impatto sulla popolazione greca, e ne sono stato testimone personalmente. Molto spesso la gente mi ha manifestato simpatia o rivolto ringraziamenti per strada, sui mezzi pubblici o ancora al mercato settimanale del quartiere popolare di Atene dove ho vissuto tra aprile e luglio 2015. Questo significa che molte persone hanno seguito il lavoro della Commissione e ne conoscevano i membri principali, che tra l’altro sono stati oggetto di una sistematica campagna diffamatoria da parte dei media di destra.
Dalla tragedia alla farsa: non è che un volo aereo
Non avevo mai sentito niente di così assurdo.
Ma riprendiamo il racconto di Varoufakis. Al suo arrivo a Washington, domenica 5 aprile, Tsipras gli trasmette un contrordine.
Ecco il dialogo tra Tsipras e Varoufakis, così come è riportato nel libro di quest’ultimo:
Ascolta, Yanis, è stato deciso di non andare al default adesso, è troppo presto.”
– “Come sarebbe ‘è stato deciso’ “? – Ho risposto, stordito. – “Chi è che ha deciso che non faremo default?”
– “Io, Sagias, Dragasakis… ci siamo detti che sarebbe stata una decisione prematura, appena prima di Pasqua“.
Grazie di avermi avvertito” gli ho risposto, fuori di me. Poi, prendendo il tono più neutro e distaccato possibile, gli ho chiesto: e adesso che cosa faccio? Prendo l’aereo e torno? Non vedo qual è il punto a incontrare la Lagarde.
– “Assolutamente no, non annullare l’appuntamento. Tu vai avanti come concordato. Tu incontri la signora e le dici che facciamo default.”
Non avevo mai sentito niente di più assurdo.
– “Che cosa intendi, esattamente? Le dico che faremo default dicendole allo stesso tempo che abbiamo deciso il contrario”?
– “Esatto. Tu la minacci, in modo che in preda all’ansia chiami Draghi e gli chieda di porre fine alla restrizione della liquidità. A quel punto la ringraziamo e annunciamo che paghiamo il Fmi. “
Così Varoufakis accetta di andare a recitare una commedia grottesca alle sede del Fmi e dichiara a Christine Lagarde:
Sono autorizzato a informarvi che tra quattro giorni faremo default in relazione al nostro programma di rimborso al Fondo monetario internazionale, e questo finché i nostri creditori continueranno a trascinare i negoziati e la Bce limiterà la nostra liquidità.
Ora, la partenza di Varoufakis per Washington era stata resa pubblica. Ciò che Varoufakis non dice nel suo libro è che Dimitris Mardas, vice ministro delle Finanze scelto da Varoufakis [9], aveva dichiarato alla stampa internazionale che la Grecia il 9 aprile 2015 avrebbe pagato quanto dovuto al Fmi. L’agenzia di stampa ufficiale tedesca, Deutsche Welle, scriveva:
Il vice ministro delle Finanze Dimitris Mardas ha dichiarato sabato che la Grecia ha denaro a sufficienza. ‘Il pagamento dovuto all’Fmi sarà effettuato il 9 aprile. C’è il denaro sufficiente per pagare gli stipendi, le pensioni e tutte le altre spese che dovranno essere erogate la prossima settimana’, ha affermato Mardas“.


* Fonte Voce dall’estero
**Traduzione di Rododak


Note
[1] Sagias è tornato a essere il consigliere designato dei grandi interessi stranieri per promuovere nuove privatizzazioni. Nel 2016 ha servito gli interessi dell’emiro del Qatar, che voleva acquistare un’isola greca, l’isola di Oxyas a Zacinto, appartenente a un parco naturale. Sagias è stato anche consulente di Cosco nel 2016-2017 in una controversia con i lavoratori del porto del Pireo, quando si è trattato di trovare una formula di pensionamento anticipato (o licenziamento dissimulato) per oltre un centinaio di lavoratori vicini all’età della pensione. Fonte: http://www.cadtm.org/Varoufakis-s-is-holding-of-the-dominant-order-as-advisers
[2] La società privata italiana Ferovialia ha acquistato le ferrovie pubbliche greche OSE per 45 milioni di euro nel giugno 2016 sotto la conduzione del ministro Stathakis, amico intimo di Tsipras (https://tvxs.gr/news/ ellada / giati-i-trainose-polithike-monon-enanti-45-ekatommyrion-eyro ), con la prospettiva di un sussidio operativo di 250 milioni di euro da parte dello stato greco per i prossimi 5 anni (50 milioni all’anno). Vedi anche: http://net.xekinima.org/trainose-to-xroniko-mias-idiotikopoi/
[3] Vedi p. 342 e nota 5, cap. 12, p. 518.
[4] Vedi la dichiarazione di Obama secondo Varoufakis, cap. 14, pp. 368-369.
[5] Lo stato di necessità è riconosciuto dal diritto internazionale come una situazione che permette di sospendere il pagamento del debito.
[6] Ricordiamo che nel programma di Syriza per le elezioni del giugno 2012, tra le cinque priorità si poteva leggere: “Istituzione di una commissione internazionale di revisione del debito, insieme alla sospensione del pagamento del debito fino alla fine dei lavori di questa commissione”.
[7] “Regolamento (UE) n. 472/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013”, art. 7https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:32013R0472&from=IT
[8] Nel 2017, il CADTM ha pubblicato e commentato questi documenti segreti, conosciuti grazie alle rivelazioni del Wall Street Journal nel 2012: http://www.cadtm.org/Documents-secrets-du-FMI-sur-la
[9] Per quanto riguarda D. Mardas, bisogna sapere che il 17 gennaio 2015, otto giorni prima della vittoria di Syriza, Mardas ha pubblicato un articolo particolarmente aggressivo contro la deputata di Syriza Rachel Makri, intitolato “Rachel Makri vs Kim Jong Un e Amin Dada “. L’articolo si conclude con la domanda molto eloquente (sottolineata da lui stesso) “Sono questi quelli che ci governeranno?”. Dieci giorni dopo, grazie a Varoufakis, lo stesso Mardas è diventato viceministro delle Finanze. Varoufakis spiega nel suo libro che dopo un mese dalla nomina a ministro si è reso conto di avere fatto una scelta sbagliata. Va notato che Mardas, che ha sostenuto la capitolazione nel luglio 2015, è stato eletto deputato di Syriza nelle elezioni di settembre 2015.