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“CLIMA, LA SOLUZIONE È NUCLEARE” LO DICE BILL GATES

[ 19 marzo 2019 ]

 
L’articolo di Mazzei CLIMA 1: E SE FOSSE LA LOBBY NUCLEARE? ha suscitato critiche e perplessità: “Ma che v’inventate?”.
Non c’inventiamo proprio nulla.
Ecco la prova che la super-élite utilizza il cambiamento climatico perché ha un disegno strategico, e per perseguirlo usa ogni mezzo, compresa Greta Thumberg
Col pretesto del “global warming”

“Il nucleare è ideale per combattere il cambiamento climatico perché è la sola fonte di energia ‘carbon-free’. Il problema dei reattori nucleari attuali, come il rischio di incidenti, può essere risolto attraverso l’innovazione”

Bill Gates

 

 

La soluzione di Bill Gates al riscaldamento globale è il ritorno alle centrali nucleari. Il co fondatore di Microsoft nelle prossime settimane cercherà di convincere il Congresso americano a finanziare con miliardi di dollari per il prossimo decennio il suo progetto pilota per la realizzazione di un nuovo tipo di reattore nucleare “più efficiente, ecologico e sicuro”. Gates ha scritto una lettera al Congresso per chiedere un’audizione: “Il nucleare è ideale per combattere il cambiamento climatico perché è la sola fonte di energia ‘carbon-free’. Il problema dei reattori nucleari attuali, come il rischio di

incidenti, può essere risolto attraverso l’innovazione”, ha scritto nella lettera ai deputati e ai senatori americani l’ex numero uno di Microsoft.


Nel 2006 l’imprenditore ha fondato e finanziato una startup che ha chiamato TerraPower per la progettazione, la ricerca e il design di nuovi reattori nucleari. La società ha 150 dipendenti ed ha sede a Bellevue, vicino a Seattle, nello stato di Washington.

Gates ha paragonato la tecnologia per i reattori sulla quale sta lavorando TerraPower a una candela. Nella lettera inviata al Congresso, riportata dal Washington Post, l’imprenditore sostiene che “l’uranio-235 ‘bruciato’ nei reattori convenzionali raffreddati ad acqua, può essere utilizzato per accendere il resto della candela, bruciando l’uranio impoverito-238, che viene trattato come rifiuto”. Questo tipo di nuovo reattore, secondo Gates, dovrebbe essere posizionato nel sottosuolo e vi potrebbe restare una sessantina di anni, senza la necessità di essere rialimentato. Non mancano le critiche alla sua proposta, anche in ambito accademico, a una strada che sarebbe ancora piena di ostacoli, in termini di tecnologia e sicurezza.

L’élite economica preme su quella politica

Ai parlamentari Gates ha scritto di essere pronto da subito a finanziare il suo progetto per un reattore di nuova generazione con un miliardo di dollari, e propone di raccogliere un altro miliardo di fondi tra capitali privati e finanziamenti federali.

Nel sito di TerraPower, non senza enfasi, è indicata la strada: “Una grande marea solleva tutte le navi. Non possiamo cambiare il sistema energetico mondiale da soli. Abbiamo bisogno di una catena di fornitori dinamica, di una spina dorsale nei laboratori e nelle università degli Stati Uniti, e del sostegno di forti fondazioni negli altri paesi dove abbiamo deciso di svilupparci”.

Il prototipo del reattore di TerraPower è denominato Twr. Secondo i programmi della società dovrebbe essere pronto a metà del 2020. In tempo per partire subito dopo con una campagna commerciale globale.

Gli Stati Uniti nel 2018 hanno approvato delle nuove regole per tutelare le esportazioni di tecnologie americane e limitare la possibilità di società straniere di comprare aziende americane in settori ritenuti strategici o legati alla sicurezza nazionale. Una normativa pensata in chiave anti cinese per difendere l’hi-tech e il made in Usa dallo spionaggio industriale. La legge in questione ha bloccato i piani di TerraPower in Cina per sviluppare il suo reattore nucleare Twr attraverso la partnership con la China National Nuclear Corporation.

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«NO, NON ESPORRÒ LA BANDIERA UE» di Stefano Fassina

[ 19 marzo 2019 ]

«Caro Prodi, il 21 marzo non espongo la bandiera Ue ma il Tricolore»

Va respinta la proposta di Romano Prodi di esporre la bandiera dell’Unione europea il prossimo 21 Marzo. Va respinta da chi vuole ricostruire un legame, innanzitutto sentimentale, con il popolo delle periferie sociali, economiche, culturali della nostra comunità nazionale. Va respinta da chi non vuole lasciare alla destra nazionalista la domanda di protezione sociale e identitaria così diffusa nell’epoca della “paura della Storia”.

La bandiera per ogni comunità è un segno di identità e di identificazione primario. Imprescindibile. Per una comunità politica, indica anche una prospettiva. La bandiera è Storia, sedimento culturale, legame morale, connessione linguistica. È, insieme, il simbolo dell’orientamento programmatico della comunità nazionale. Non a caso, i nostri costituenti apposero, a chiusura della parte dei Principi Fondamentali della nostra Carta, l’art. 12: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. Massimo Luciani, Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, ha scritto, nell’ultimo “atto” della bellissima serie dedicata dall’editore Carocci ai primi 12 articoli della Costituzione: “Il fatto è che la scelta della bandiera, nonostante l’impossessamento del tricolore da parte del fascismo, era davvero scontata, perché non era dubbio che dovesse trattarsi del tricolore risorgimentale; del tricolore, cioè, che il Congresso di Reggio Emilia … aveva assunto a simbolo della Repubblica Cispadana ….: l’uso che il fascismo ne aveva fatto svaniva nell’oblio, mentre riapparivano incredibilmente intatte le memorie risorgimentali.”

Raccogliere la proposta di Romano Prodi è, in coerenza con il confinamento sempre più ristretto nelle Ztl, l’ennesima conferma da parte delle sinistre, sia quella moderata interpretata dal Pd, sia quella sedicente radicale, della distanza dalla propria comunità, avvertita come ostile, incivile e prona al razzismo. È l’ulteriore manifestazione di auto-riconoscimento in un’altra comunità: cosmopolita, sentita moralmente superiore in quanto acculturata, civile, aperta, sensibile, accogliente e moderna. Esporre la bandiera dell’Ue vuol dire collocarsi ed essere riconosciuti, con le note conseguenze elettorali, dalla parte degli interessi più forti, edificatori di un regime economico, sociale e istituzionale fondato e alimentato dalla svalutazione del lavoro. Vuol dire mostrare indifferenza per la sofferenza economica inflitta agli strati sociali più deboli dal mercato unico, sciaguratamente allargato a Est durante la Commissione europea presieduta proprio dall’autore della proposta di sbandieramento europeista. Vuol dire infierire sulla stragrande maggioranza dei nostri lavoratori e delle nostre micro e piccole imprese legate alla domanda interna, quindi soffocate dall’euro, moneta programmaticamente al servizio dell’estremismo mercantilista Made in Germany. 

Vuol dire seguire spavaldamente la bussola ordoliberista, puntata sui principi della concorrenza e della stabilità dei prezzi, in alternativa al keynesismo e ai principi di dignità del lavoro, di giustizia sociale, di solidarietà della nostra Costituzione. Vuol dire, soprattutto, fare propaganda al “sogno” degli Stati Uniti d’Europa, della Riforma dei Trattati o, come dicono gli altreuropeisti, della “democratizzazione dell’Unione europea”, in realtà un miraggio strumentale, un discorso impolitico, utile a puntellare un sistema insostenibile per il popolo delle periferie, ma immodificabile (vedi, da ultimo, il Trattato di Aquisgrana firmato dalla Cancelliera Merkel e dal Presidente Macron il 22 Gennaio scorso e la recente lettera di Annegret Kramp-Karrenbauer, neo-leader della Cdu, sulle riforme dell’Ue: “Una rifondazione dell’Europa non può prescindere dagli stati nazionali: essi creano legittimità democratica e identificazione. Sono gli Stati membri che formulano e riuniscono i propri interessi a livello europeo. Solo allora emerge il peso internazionale degli europei.”).

Esporre la bandiera dell’Ue non è, come racconta la destra nazionalista, contro gli italiani: è contro una parte degli italiani, la parte degli italiani spiaggiati dalla ferocia di forze economiche lasciate, per deliberata impostazione dei Trattati europei, senza controllo politico; ma è a favore degli italiani delle imprese esportatrici e della loro decadente “aristocrazia operaia”, del circuito della finanza, delle professioni intellettuali ad alto valore aggiunto e della loro prole Erasmus, un’esigua minoranza nelle proprie corti anagrafiche, ma propagandata come “generazione”. Insomma, esporre la bandiera Ue è, consapevolmente o meno, una scelta di classe.

* Fonte: Patria e Costituzione


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