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VERONA: DUE MESSE IN SCENA di Fabrizio Marchi

[ 31 marzo 2019 ]

Voglio essere chiaro su un punto.

Non penso affatto che sia terribilmente e spregevolmente reazionario sostenere che un bambino o una bambina debbano essere cresciuti da un padre e da una madre. Penso anzi che queste polarità – maschile (paterno) e femminile (materno) – siano assolutamente naturali, né più e né meno di come lo è l’essere omosessuali.

Sostenere che un bambino o una bambina possano essere cresciuti indifferentemente da una coppia etero o da una gay o lesbica, significa oggettivamente sostenere che la polarità maschile-femminile non esiste, che è un mero costrutto culturale, come sostiene appunto la variante “genderista” del femminismo.


Questo non significa affatto (dovrebbe anche essere superfluo sottolinearlo ma questo è il clima che è stato costruito ad hoc che ci costringe, nostro malgrado, a queste ipocrite e penose, lo ammetto, chiarificazioni …) pensare che i gay, le lesbiche e tutte le atre persone dai più svariati orientamenti sessuali non siano in grado o adatti a crescere dei figli. Possono esserlo o non esserlo né più e né meno degli eterosessuali.

Sostenere infatti che i gay o le lesbiche in quanto tali non sarebbero adeguati ad allevare dei figli, sarebbe una posizione sessista e il sottoscritto sarebbe il primo a mobilitarsi contro quello che giudicherebbe – appunto – un inaccettabile pregiudizio sessista. Il punto, quindi, non è certo questo bensì stabilire – come dicevo – se maschile e femminile (come sostiene il femminismo nella sua versione genderista) siano due mere finzioni, un prodotto di condizionamenti culturali, oppure se siano (come io credo che siano) due polarità naturali, quindi appartenenti alla stessa dimensione ontologica (quella stessa a cui appartiene anche l’omosessualità…). Se così è non possiamo oggettivamente dire che è del tutto indifferente che un bambino o una bambina vengano cresciuti da una coppia etero oppure omosessuale, perché – e mi scuso per gli esempi banali ma credo efficaci – equivarrebbe a dire che l’acqua e la terra sono due costrutti culturali o che lo è l’aria che respiriamo, oppure che per crescere è sufficiente il latte e non la verdura (o viceversa) o le sole proteine senza le vitamine (o viceversa).

Trovo molto grave che su questi temi si sia creato un vero e proprio muro ideologico che impedisce un vero confronto dialettico. Un muro che fa sì che chiunque avanzi delle perplessità rispetto alla narrazione neoliberale femminista dominante in versione genderista, venga spinto nelle braccia di coloro che reazionari lo sono veramente.

La mia opinione è che anche e soprattutto in questa occasione (il Congresso di Verona sulla famiglia promosso dalla Lega) ci troviamo di fronte all’ennesima kermesse che oppone i cosiddetti “vetero conservatori” ai cosiddetti “progressisti”.

Da sempre conservatori e progressisti litigano o fingono di litigare sui diritti civili, sui matrimoni gay, sulla liberalizzazione della droga leggera, sull’aborto, sulla famiglia, sul femminismo (in quest’ultimo caso neanche tanto per la verità, perché la narrazione femminista è più o meno universalmente accettata, cambia solo il modo di interpretarla e di applicarla), cioè sulle questioni cosiddette “sovrastrutturali” ma suonano esattamente lo stesso identico spartito (con qualche diversa sfumatura) quando c’è in ballo la “struttura”, cioè l’economia, i rapporti di produzione capitalistici, le scelte di politica internazionale, la guerra (imperialista). Gli USA sono il classico esempio di quanto sto dicendo. Da sempre democratici e repubblicani si dividono appunto sui diritti civili, sullo spinello libero o le unioni gay ma nessuno dei due schieramenti mette di certo in discussione la struttura capitalista e imperialista del sistema americano, anzi, sono sempre uniti e compatti quando si tratta di fare la guerra a questo o a quel paese o stato “canaglia”. Più o meno la stessa identica cosa avviene ovunque, nel mondo occidentale (inteso non solo geograficamente).

Per tornare alle cose di casa nostra, la kermesse di Verona promossa dalla Lega e la controkermesse organizzata dalla “sinistra” sono entrambe interne a questa dinamica che ho appena spiegato. Se l’apparato mediatico non avesse suonato la grancassa, la kermesse leghista sarebbe passata più o meno sotto silenzio. Ma il silenzio non sarebbe stato funzionale all’obiettivo. E qual è l’obiettivo (non dichiarato, ovviamente…)?

Anche in questo caso facciamo un piccolo passo indietro. Centrodestra e centrosinistra – oggi, sostanzialmente, la Lega e il PD – si dividono sulla concezione della famiglia e sulle unioni gay ma hanno la stessa identica posizione sulla TAV (che non è solo la TAV ma un intero modello di sviluppo e di politiche economiche e industriali di cui la TAV è diventata un emblema…), sull’autonomia differenziata (anche l’Emilia Romagna targata PD fa parte, insieme al Veneto e alla Lombardia, del progetto secessionista…), sul Venezuela (appoggio totale da parte di entrambi alle politiche imperialiste degli USA e al fantoccio golpista Guaidò), sull’Ucraina (appoggio totale anche in questo caso al governo golpista di Kiev in funzione antirussa) e in fondo anche sull’UE, anche se la Lega mostra di avere una posizione più conflittuale perché legata all’asse Trump-Bolsonaro-Netanyahu mentre il PD è legato all’ala liberal obamiana e clintoniana (ma tanto alla fine è sempre il cosiddetto “deep state”, cioè lo stato profondo, a decidere e a fare il bello e il cattivo tempo negli USA, e quindi anche in Europa e in gran parte del mondo…).

Questi due schieramenti hanno visto incrinare il loro ruolo dalla comparsa sulla scena politica del terzo incomodo, il M5S, che in qualche modo si trova, pur nelle forme estremamente contraddittorie che ho più volte spiegato (non si tratta certo di una forza socialista o anticapitalista che del resto oggi non esiste…), a rappresentare delle istanze e delle domande sociali che tradotte in essere, cioè in atti politici concreti (vedi ad esempio la posizione del M5S sulla TAV e sul Venezuela e anche il reddito di cittadinanza che pur fra mille contraddizioni è la prima misura di ridistribuzione del reddito che finisca nelle tasche dei più poveri da decenni a questa parte), possono inceppare l’ingranaggio della macchina politica dominante. Come ho già spiegato in questo articolo le forze neoliberali e neoliberiste e la destra (anch’essa neoliberista) hanno interesse a cuocere a fuoco più o meno lento il M5S per tornare a quella tradizionale (finta) dialettica funzionale ad entrambe. E’ per questa ragione che l’apparato mediatico minimizza la convergenza di PD e Lega su questioni come la TAV e il Venezuela ed enfatizza invece lo scontro sul congresso di Verona. Questo è esattamente il ruolo dell’ideologia, in quanto falsa coscienza necessaria, e ovviamente dei media. Ed è per questo che anche oggi assisteremo alle due distinte parate delle truppe cammellate dell’uno e dell’altro schieramento l’un contro l’altro armati.


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IL CONGRESSO DI VERONA

[ 30 marzo ]


Organizzazione Internazionale per la Famiglia (International Organization for the Family, IOF), e relativa contro-manifestazione femminista e transfemminista.
Ci pare utile ripubblicare questo contributo.

*  *  *

NON UNA DI PIÙ 
di C. Res.


DESTRA REAZIONARIA


Non mi scandalizzo più di tanto per il gratuito patrocinio della provincia di Verona, della regione Veneto, sono invece indignata per quello offerto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Sia Di Maio che Conte hanno preso le distanze, e allora perché hanno dato la copertura politica ad un meeting voluto in Italia dalla parte più reazionaria della Lega? 
Davvero pensano, dentro i cinque stelle, che il cerchiobottismo paghi?

I promotori affermano, contro la campagna mossagli contro dai media neoliberali, che «Il Congresso non è “contro” nessuno, ma vuol esprimere la bellezza della Famiglia!». Per abbindolare i cittadini fornisconoun’immagine ammiccante e tranquillizzante di sé stessi. Un classico del marketing, il prodotto si deve vendere!

Quello della difesa della famiglia, detto che non ho nulla contro la famiglia, è solo uno specchietto per le allodole per far passare ben altri contenuti. Non solo i promotori vogliono restaurare la famiglia di vecchio conio, patriarcale e autoritaria. Essi mettono assieme tutti i cascami del cristianesimo ultraconservatore (guarda caso non c’è il 

patrocinio né della Chiesa cattolica, né di nessun’altra Chiesa cristiana) allo scopo di lanciare una vera e propria crociata contro l’aborto, i diritti delle donne, dei gay e delle minoranze sessuali. Si tratta, insomma, della destra dura e pura, ripeto, non solo tradizionalista, ma dichiaratamente reazionaria.

Fermo restando il diritto a manifestare le loro opinioni, sarebbe necessaria una battaglia antagonistica allo scopo di contrastare questo movimento, per spiegare ai cittadini quanto certi loro valori etici e civili siano sbagliati.

LE TRANSFEMMINISTE SBAGLIANO


Ahimé la prima linea di questa battaglia è stata occupata dalla coalizione femminista e transfemminista di NON UNA DI MENO, che ha chiamato infatti alla mobilitazione, proprio a Verona, per boicottare l’evento in questione.

Nulla da eccepire se non fosse per la piattaforma politica e valoriale su cui la mobilitazione è stata indetta. Leggiamo nel testo che convoca la manifestazione di NON UNA DI MENO:

«Nella famiglia patriarcale eteronormata si produce e riproduce un modello sociale gerarchico e sessista: è il luogo dove si verificano la maggior parte delle violenze di genere ed è il dispositivo che riproduce la divisione sessuale del lavoro e dell’oppressione. Inoltre, la famiglia è uno strumento ideologico utilizzato per scopi razzisti, quando è utilizzato per sostenere la riproduzione dell’identità nazionale dalla pelle bianca. Per questo ribadiamo che la libertà di autodeterminazione delle donne e di tutte le soggettività LGBT*QI+non può prescindere dalla libertà di movimento delle e dei migranti. La violenza dei confini si esprime sui territori e sui corpi delle persone che li attraversano. (…) Il femminismo e il transfemminismo che abbiamo messo in campo vanno oltre le identità e le loro codificazioni, transitano negli spazi e nella società per creare nuove forme di lotta, procedono per relazioni più che per individuazioni e attraversano ogni aspetto di una mobilitazione che è globale. Con la nostra lotta abbiamo mostrato che sessismo, sfruttamento, razzismo, colonialismo, fondamentalismo politico e religioso, omo-lesbo-transfobia e fascismo sono legati e si sostengono l’uno con l’altro».

QUATTRO CRITICHE

Io non parteciperò alla contro-manifestazione indetta da NON UNA DI MENO. Non ci andrò per quattro  ragioni, sostanziali. 
La prima è che le transfemministe agiscono col più classico stile politico settario e maschile, ovvero non perdono occasione per mettere il loro cappello sul movimento femminista, malgrado siano una  piccola minoranza settaria del movimento delle donne. Faccio notare che ciò gli è consentito non solo dall’appoggio  dei poteri neoliberali politicamente corretti, ma pure da una sinistra scombussolata e codista che considera ogni critica a questo mostriciattolo transfemminista un tabù.
La seconda riguarda proprio l’apologia che il transfeminismo compie di idee, valori e pratiche sociali che nulla hanno di popolare e proletario, tantomeno di comunista. Esso infatti ricicla e rende potabili idee, valori e pratiche calate dall’alto, partorite dall’élite neoliberale, spacciate come progressiste ed emancipatore. 
La terza concerne l’autoreferenzialità delle transfemministe; esse sanno, anche se non lo dicono, che quella loro, per valori e pratiche, è una lotta che non attecchirà mai in mezzo al popolo e nemmeno tra la grande maggioranza delle donne. Il fatto è che a loro questa dimensione politica del problema non interessa affatto. 
La quarta infine è presto detta: per idee e metodi la contestazione delle transfemministe, come in un gioco di sponda, alimenta e rafforza le correnti della destra reazionaria, non solo quella che si ritroverà a Verona.

Non una di meno? No, non una di più»

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DOVE VA RIFONDAZIONE COMUNISTA? di D. Moro e F. Nobile

[ 29 marzo 2019 ]

Domenico Moro e Fabio Nobile sono due intellettuali di Rifondazione comunista.
Volentieri pubblichiamo come la pensano.

*  *  *

Europee: coazione a ripetere e dissolvimento della sinistra

di Domenico Moro, Fabio Nobile


Il contesto politico italiano appare significativamente modificato rispetto ad appena un anno fa. Secondo il sondaggio Emg Acqua per Agorà, se si votasse oggi, la Lega avrebbe il 31% dei voti contro il 17,4% delle elezioni politiche di un anno fa, mentre il M5s avrebbe il 23,4% contro il 32,7%. Il Pd appare in lieve risalita, dal 18,5% al 21%. I sondaggi non sono elezioni e possono sbagliare anche di alcuni punti percentuali. Tuttavia, è indiscutibile che il rapporto di forze tra Lega e M5s si sia ribaltato.

Il voto fuoriesce dal M5s sia verso destra sia verso sinistra, sia per le difficoltà del M5s a mantenere le promesse elettorali, sia per l’egemonia che, all’interno del governo, si è conquistato Salvini. Questi è stato molto abile a focalizzarsi su un tema a costo zero, gli immigrati, mentre il M5s è alle prese con temi complessi e difficili, come quello dello sviluppo economico. Il non aver fatto i conti con i vincoli europei, a dispetto delle promesse “sovraniste”, rende esigui i margini di manovra, ad esempio sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s. Tali limiti sono accentuati dall’impreparazione dei quadri del M5s e dal recente scandalo, che coinvolge il presidente del Consiglio comunale di Roma. Si tratta di un grave danno per il M5s che ha fondato la sua identità di partito sull’onestà e sulla critica morale alla “casta” dei politici.
Se quanto abbiamo detto è vero, allora la sinistra radicale dovrebbe e potrebbe intercettare almeno una parte del voto in uscita dal M5s, anche perché è verso il M5s che è andata molta parte del voto della sinistra radicale nell’ultimo decennio.[1] Invece, il rischio concreto è che la sinistra radicale non riesca in tale compito e che il voto in uscita dal M5s o vada all’astensionismo, in cui staziona molta parte delle classi subalterne, o rifluisca nel Pd.
Infatti, in concomitanza con il calo del M5s, è in atto un processo di rilancio del Pd, sostenuto dalla frazione più internazionalizzata ed europeista del capitale italiano e dai mass media che ne sono espressione. Nei fatti si tratta di una operazione di immagine, basata come al solito su una figura “nuova”, quella di Zingaretti. Il pericolo è che il nuovo Pd eserciti una attrazione centripeta non tanto nei confronti delle masse di lavoratori salariati, quanto nei confronti del ceto politico della sinistra radicale, che si illude di resuscitare la formula del centro-sinistra, già rivelatasi dannosa. Le leve ideologiche del Pd e il cemento di un eventuale centro-sinistra sarebbero quelle dell’antifascismo-antinazionalismo e dell’antirazzismo, in simmetrica antitesi con Salvini, lasciando intoccati i nodi dell’austerity e dei vincoli europei.
Rispetto a una tale evoluzione, la posizione del Prc e di quel che resta della sinistra radicale risulta, a nostro avviso, inadeguata. In primo luogo, si è arrivati a due mesi dalle elezioni prima di siglare un accordo tra alcune forze politiche. Soprattutto, si persiste nella classica tendenza a mettere davanti a tutto l’unità, nascondendo sotto il tappeto i problemi, cioè le differenze di orientamento generale. Eppure, le vicende degli ultimi dieci anni avrebbero dovuto far capire che non può esistere alcuna unità senza definire i principi e i contenuti sulla quale dovrebbe essere realizzata. Il documento approvato dall’ultimo Comitato politico nazionale (Cpn) del Prc ne è chiara dimostrazione. Ancora più chiara dimostrazione ne è il documento collettivo presentato pochi giorni dopo da Prc, Sinistra italiana (Si), Altra Europa, Transform, Partito del Sud, e Convergenza socialista.
La lista delle europee, secondo i due documenti, dovrebbe essere costituita sulla base di tre punti. Il primo è il contrasto alle politiche della Ue e “la rottura della gabbia neoliberista definita dei trattati”. Il secondo elenca una lunga serie di obiettivi, dalla riconversione ambientale al diritto al reddito, alla solidarietà con gli immigrati, ecc. È da notare che, nel documento collettivo, l’obiettivo riguardante “[il contrasto alla] militarizzazione della Ue e il superamento della Nato”, presente in quello votato dal Cpn del Prc, è stato sostituito da una più generica volontà di costruire l’Europa “sulla pace, il disarmo, la cooperazione internazionale”. Infine, il terzo punto è l’opposizione ai razzismi e ai nazionalismi.
Si tratta di punti radicali all’apparenza, ma in realtà molto fumosi e generici (e resi ancora più generici nel secondo documento), che non fuoriescono di una virgola da quanto detto da sempre. In primo luogo, non è chiaro cosa significhi rottura dei trattati. Significa forse disobbedienza e quindi sforamento dei limiti al deficit e al debito? È del tutto evidente che non è possibile alcuna “disobbedienza” se non si ha autonomia monetaria, cosa che implica necessariamente l’uscita dalla Ue e soprattutto dall’euro. Senza di questo, il suddetto lungo elenco di obiettivi è solo un elenco di bei propositi, visto che senza uscita dalla Ue e dall’euro non si possono neanche porre le basi per quegli investimenti pubblici necessari a creare posti di lavoro e a sostenere il welfare per italiani e immigrati. Il razzismo e il nazionalismo sono prodotti anche e soprattutto dell’austerity, implementata dall’integrazione economica e valutaria europea. Senza il superamento quest’ultima, qualsiasi impegno antirazzista e antinazionalista è debole. Inoltre, sarebbe bene precisare che in Italia prevale la frazione multinazionale del capitale e che il controllo da parte del capitale sulle decisioni economiche e sociali è oggi assicurato molto di più efficacemente dagli apparentemente “neutrali” organismi europei che da un assetto statuale di forma fascista.
Il nodo, che rimane inespresso, è se la Ue sia riformabile oppure no. In base ai tre punti del documento del Cpn sembrerebbe di sì. Secondo noi, la Ue non è riformabile, per la semplice ragione che, in base ai trattati europei, qualunque modifica va fatta all’unanimità. Inoltre, le politiche neoliberiste non sono accidentali, ma il necessario obiettivo su cui è stata modellata l’architettura dell’euro e della Ue. A questo proposito, c’è un altro punto importante, quello della coerenza delle alleanze e della continuità del percorso. Il maggiore partner della alleanza elettorale promossa dal Prc è Si. Quest’ultima, oltre a continuare a credere che la Ue sia il terreno sul quale si possano sviluppare democrazia e benessere (la genericità dei punti dei due documenti aiuta a tenere insieme posizioni tra loro diverse), ha da sempre fatto pratica di alleanze a geometria variabile. Infatti, si è legata, tutte le volte in cui è stato possibile, al Pd, cioè al partito che maggiormente ha rappresentato gli interessi della grande impresa e più si è fatto interprete della adesione ai vincoli europei. Anche alle recenti elezioni regionali, Si si è presentata con il Pd. È, quindi, legittimo aspettarsi che un cartello meramente elettorale, quale è quello che si prospetta, si scioglierà all’indomani delle elezioni, come avvenuto in tutte le occasioni precedenti. Ultima quella con Potere al popolo, all’indomani delle elezioni politiche del 2018. Non ha molto senso aver lasciato Pap, con cui ci si è presentati alle politiche, per seguire ora alle europee Si.
Per concludere, stante quanto abbiamo detto, quale spazio avrebbe un tale cartello elettoralistico, anche solo in termini di voto? Secondo noi molto piccolo. Il punto è che da dieci anni a questa parte non si riesce a presentare una proposta politica credibile, con cui accumulare forza e realizzare il radicamento nei posti di lavoro e nei territori. Ci si ritrova ripetutamente a ridosso delle elezioni a dover raffazzonare una lista in un’ottica di sopravvivenza e forzatamente politicista, con i risultati che abbiamo visto, cioè il dissolvimento progressivo di quanto esiste a sinistra del Pd. Il problema è quello che qui abbiamo cercato di spiegare: la coazione a ricercare una unità senza contenuti, fittizia e fragile. Sbagliare fa parte dell’esperienza di vita, ma continuare a sbattere la testa sempre contro lo stesso muro, dopo aver sperimentato più e più volte che non si ottiene nulla, è irragionevole. Crediamo che non si possa più continuare in questo modo e che sia necessario lavorare con metodi e finalità differenti.
* Fonte: LABORATORIO-21



ALITALIA: LA FINE O UN NUOVO INIZIO?

[ 29 marzo 2019 ]

Della importantissima vicenda Alitalia molte volte ci siamo occupati negli anni.
Una via crucis per la maestranze, una telenovela dalle infinte puntate (per la politica ed i media) che rischia di giungere molto presto alla fine, diciamo dopo le elezioni europee.

Ma come sarà l’epilogo? Tragico o bello?
Oggi il Corriere della Sera pubblica un’indagine molto dettagliata scoprendo l’acqua calda, ovvero che la compagnia di bandiera spende una montagna di soldi per il leasing degli aeromobili, per l’esattezza il 60% in più dei prezzi medi di mercato.

Ma torniamo alla questione di come si potrebbe concludere la saga.

L’altro ieri i commissari hanno lanciato una specie di ultimatum: “E’ fondamentale che le Ferrovie prendano una decisione finale”, in caso contrario ci sarà “la liquidazione

dell’azienda”. Essi avvertono che ci sarà tempo fino a Pasqua per chiudere la trattativa, altrimenti ci sarebbero solo due strade: svendere la compagnia a Lufthansa (come preferirebbero il Ministero dell’Economia e certi ambienti della Lega) oppure la liquidazione. In altre parole, se ferrovie non conferma la sua disponibilità ad entrare nella compagnia, due modi di uccidere Alitalia.

Ferrovie e Delta — che insieme dovrebbero avere il 45% della nuova società, con l’apporto del Tesoro si arriva al 60% — sembra stiano cercando altri partner tra cui Fincantieri.
Inutile menare il can per l’aia, la decisione finale spetta al governo.
L’augurio è che prevalga la decisione di prendere in mano e rilanciare, con un serio piano d’investimenti, la compagnia. 
E’ nelle mani del governo la facoltà di spingere Ferrovie a compiere il passo annunciato, coinvolgendo CdP e se serve anche Fincantieri.
Affidarsi a Lufthansa significherebbe tagli enormi ai livelli occupazionali e trasformare la compagnia in una rachitica succursale tedesca.

I lavoratori non possono restare inermi davanti a questo bivio. Dovrebbero mobilitarsi affinché il governo si decida perché Alitalia viva e diventi una grande compagnia a proprietà pubblica di trasporto aereo.

I Cinque stelle, per bocca dello stesso Di Maio, nel febbraio scorso, si erano impegnati per questa seconda opzione.

TENGANO FEDE A QUESTA LORO PROMESSA, IMPEDENDO A TRIA ED AGLI ESPONENTI PIU’ NORDISTI DI LEGA, DI SVENDERE A LUFTHANSA!

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EUREXIT, ROMA 13 APRILE: ECCO CHI CI SARÀ


[ 28 marzo 2019 ]

EUREXIT
Quali strategie per la liberazione

Sabato 13 aprile – Roma Centro Congressi Cavour (via Cavour 50/a)
Registrazione obbligatoria: p101@programma101.org – tel: 328 92 09 449

* *  *

Ore 09:00 prima sessione

FRANCIA – I Gilet Gialli. Natura e Prospettive del Movimento

Michèle Dessenne
Gilet gialli Paris Saint Denis, presidente del Partito della Demondializzazione (PARDEM)


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Joël Perichaud
Gilet gialli Val d’Oise, responsabile relazioni internazionali di PARDEM

SPAGNA: Crisi della Sovranità


Sergi Cutillas

economista, membro di Catalunya en Comu e Podem

Ramón Franquesa

professore di Economia mondiale all’università di Barcellona, membro della Piattaforma Salir del Euro

Diosdado Toledano
sindacalista, membro di Podemos, portavoce dell’associazione XARXA Socialismo 21

GRAN BRETAGNA: Corbyn e lo Psicodramma della Brexit

Costas Lapavitsas
economista, fondatore di EReNSEP, ex parlamentare di SYRIZA


GRECIA: Un Disastro Storico e le Responsabilità di SYRIZA

Koutsianas Pantelis
portavoce di PAREMVASI e membro di Unità Popolare

Ore 14:30 seconda sessione

Tavola rotonda – LA SVOLTA POPULISTA: un Anno di Governo giallo-verde

Dino Greco
Membro del Comitato Politico Nazionale del PRC

Domenico Moro
Membro del Comitato Politico Nazionale del PRC


Bruno Steri
Membro della Direzione Nazionale del P.C.I.



Leonardo Mazzei
Membro del Comitato centrale del MPL-P101

Ore 17:00 terza sessione

Tavola rotonda – EURO: per Quanto Tempo Ancora?



Stefano Fassina
parlamentare, portavoce di Patri e Costituzione


Sergio Cesaratto
economista





Costas Lapavitsas
economista, fondatore di EReNSEP, ex parlamentare di SYRIZA




Thomas Fazi
membro di Senso Comune

Moreno Pasquinelli
Membro del Comitato centrale del MPL-P101




NAZIONE E PATRIOTTISMO (repetita juvant) di Moreno Pasquinelli

[ 28 marzo 2019 ]

«La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero».

Karl Kraus



Ci risiamo. 
La scassata armata Repubblica-Espresso-Micromega ritorna all’attacco contro il “rossobrunismo”. Per la verità essa occupa la prima linea di un fronte ben più vasto che va da certa  sinistra ultras a giornaloni come CORRIERE DELLA SERA e LA STAMPA, passando per il manifesto e LEFT. Nel tempo abbiamo tentato di rubricare questo vero e proprio assedio. 
L’ultimo assalto anti-rosso-bruno, tra il patetico e l’implausibile, l’ha portato Micromega, con un articolo, L’Italia siamo noi. La sinistra e l’identità nazionale dello studioso Jacopo Custodi (l’ostentata erudizione non è garanzia per evitare bufale e fake news): dove se la prende con noi e con Fassina ed alcuni suoi amici.

Exclusionary vs. inclusionary


Del suddetto avevo avuto modo di leggere il suo saggio Populism, Left-wing Populism and Patriotism. A contribution to the theorization of Left-Populism, uno studio sui populismi di sinistra in America latina e quelli rinascenti in Europa — rigorosamente ed eslcusivamente nella lingua dell’Impero, come si esige nel mondo accademico. Un saggio tanto ponderoso

quanto nozionistico, come capita spesso agli esegeti di Ernesto Laclau e, soprattutto Chantal Mouffe i quali esegeti  finiscono, al netto dei funambolismi teorici, per ripetere a pappagallo, se non addirittura impoverire quanto già detto e scritto dai due controversi intellettuali.


Custodi ammette, in questo saggio, sulla scia di Laclau e Mouffe, che contro l’avanzata dei populismi di destra, ahinoi, la tradizionale narrazione marxista è impotente e che contro di essi si deve oppure il “populismo di sinistra”. Un populismo di sinistra deve perciò riscoprire come positivi i concetti di nazione e di sovranità nazionale, e può utilizzare come arma politica il valore del patriottismo.

Fin qui nulla di male, come converranno i nostri più assidui lettori, che si chiederanno dunque come mai il nostro se la prenda con la sinistra patriottica italiana. Il fatto è che Custodi, restando intrappolato nella trama narrativa di Laclau e Mouffe ed accettando il loro fondamentale paradigma teorico, finisce per ingarbugliare il tutto, svuotando i concetti di popolo, nazione e patriottismo della loro sostanza storico-politica, quindi giungendo ad un’idea di patriottismo non solo lontanissima dalla nostra ma alquanto sbilenca e discordante rispetto a quella dello stesso Laclau. 

Un’idea di nazione e di patriottismo, quella di Custodi, del tutto simile, se non addirittura conforme, con quella del filosofo tedesco Jürgen Habermas, ovvero l’idea astratta e cosmopolitica della “cittadinanza costituzionale universalistica”, concepita come antitesi alla nazione storica. Un pensiero, quello di Habermas pervasivo assai, avendo plasmato non solo le teste d’uovo della sinistra globalista di regime, ma pure quelle della sinistra radicale, per contaminare addirittura, nella forma sghemba di un “nuovo costituzionalismo europeo“, amici come Stefano Fassina. Segno di una soggezione teorica difficile da superare.

Alla fine, del saggio di Custodi — sorvolando sulla sciocca vulgata liberale secondo cui “gli orrori del ‘900” sarebbero stati commessi dai nazionalismi, non già dagli imperialismi — tra le mani  rimane ben poco. Nulla viene aggiunto a quanto già sapevamo del populismo. E per quanto attiene all’ opposizione ed alla differenza tra populismo di destra e di sinistra; il nostro si limita a segnalare che il primo tende ad escludere, il secondo ad includere. Nozione non solo superficiale ma deviante, quindi sbagliata, visto che di questi tempi l’egemonia fa premio ai populismi di destra, che evidentemente, in quanto maggioritari, riescono ad essere ben più inclusivi di quelli di sinistra. En passant: i modelli preferiti di populismo di sinistra sono per Custodi SYRIZA e Podemos…


Il paradigma teorico di Laclau


Qual è dunque il paradigma teorico di Laclau e Mouffe e che entrambi hanno posto come decisivo malgrado le loro fasi e le loro reciproche differenze? E’ l’accettazione di uno degli enunciati peculiari di certo post-strutturalismo (e post-modernismo), per cui, contro ogni pretesa ontologica, contro ogni idea che supponga l’esistenza di universali o fondamenti ultimi, si afferma che nulla avrebbe più sostanza o essenza, né tantomeno valore storico-oggettivo. Tutto sarebbe mero discorso, forma simbolica, narrazione linguistica.
Ernesto Laclau e Chantal Mouffe

Filosoficamente parlando una forma radicale di nominalismo o, più precisamente, di arbitrarismo ockahamiano. Ma non ci complichiamo la vita.



Se all’inizio del suo tragitto Laclau utilizzava questo paradigma per contrastare l’economicismo ed il determinismo dei certo marxismo ossificato —per cui il socialismo sarebbe stato un parto dello sviluppo capitalistico ed il soggetto politico non sarebbe che un’ostetrica che a cui era affidato il compito di  assecondare la venuta alla luce del nascituro —, strada facendo è diventato una forma estrema di soggettivismo politico élitista, per cui tutto verrebbe a dipendere dall’élite politica, dalla sua capacità di costruire, ex nihilo, il popolo e la nazione. Non ci sono, nel paesaggio di Laclau e Mouffe, leggi economiche e sociali sistemiche obiettive —tra cui quella marxiana di Valore —, nemmeno di ultima istanza, né classi sociali oggettive. 

Conflitti, cambiamenti politici e rotture sistemiche sarebbero frutto della mera contingenza, figlie di circostanze imprevedibili, della fusione tra istanze eterogenee e movimenti non solo diversi ma addirittura asimmetrici. Spetta all’élite populista, anzi, al leader populista (Laclau non a caso prende ad esempio Peron) il compito di utilizzare le circostanze e di convogliare le diverse e disparate rivendicazioni parziali come anelli di una medesima “catena equivalenziale”, entro un medesimo orizzonte. La qual cosa, più prosaicamente e per venire a noi, significa ad esempio, per il populismo di matrice leghista “prima gli italiani”, ovvero indirizzare il malcontento e la protesta contro chi sta in basso, per quello a cinque stelle indirizzarla contro chi sta in alto, “la casta”. Qui Laclau, distorcendo non poco il pensiero di Gramsci, cala l’asso dell’egemonia, e prende di nuovo a modello di pratica egemonica il peronismo, un ectoplasma tentacolare che riuscì a contenere al suo interno di tutto e di più, da certa sinistra guerrigliera socialista alla destra nazionalista. 

La nazione e il patriottismo


Veniamo dunque a quanto asserisce Custodi nel pezzo su Micromega. Il nostro, dopo aver preso atto che assistiamo alla “rinascita dell’uso politico della nazione” e ad una “ristrutturazione dello spazio politico che in parte trascende la dicotomia destra-sinistra” e che rimette al centro l’identità nazionale (come si può negare che ci sono il giorno e la notta?), spara la cannonata:

«Esiste all’interno della sinistra una corrente minoritaria ma in crescita che cerca di coniugare il patriottismo italiano con alcuni valori tradizionali della sinistra. È il cosiddetto ‘rossobrunismo’, un’area politica eterogenea e di varie gradazioni, che va da organizzazioni quali Patria e Costituzione, Rinascita! e Movimento Popolare di Liberazione (P101), fino a personaggi come Diego Fusaro. È il rossobrunismo italiano un esempio di questa possibilità di reimmaginare la nazione di cui ho parlato finora? Assolutamente no. Per una ragione molto semplice: perché nel rossobrunismo non c’è reimmaginazione, non c’è sfida controegemonica, ma vi è piuttosto un’interiorizzazione dei valori e dei significati che l’identità nazionale assume all’interno della destra italiana».

Poteva essere una critica, è invece, con lo stigma del rossobrunismo, una condanna all’ostracismo, un dagli all’untore. La qual cosa, beninteso, qualifica chi lancia l’accusa, accusa che ha al centro il concetto di “reimmiginazione”. Noi “rossobruni” non

“reimmaginiamo” la nazione ma difenderemmo la stessa idea di certa destra. Non siamo all’insinuazione che prenderemmo in prestito dal fascismo l’idea di nazione, ma ci siamo vicini. Ovviamente non è così e per dimostrarlo è bene sottolineare quale sia l’idea di nazione del nostro. 

Per Custodi, cito, “Le nazioni in quanto “entità concrete” semplicemente non esistono e non hanno alcun contenuto politico fisso e predeterminato, sono comunità immaginate“; mentre “l’identità nazionale è sempre congiunturale e mai predeterminata”. Come si vede non si fa che applicare in modo pappagallesco uno dei concetti del post-strutturalismo: nulla è davvero storico-concreto, reale, ma frutto di immaginazione discorsiva.

Invece le nazioni sono prodotti reali, hanno radici storiche, territoriali, politiche, culturali, ideali, linguistiche, emozionali ed anche — scandalo dei politicamente corretti — etniche. Custodi vorrebbe far credere all’ignaro lettore che noi, dal momento che consideriamo anche il fattore etnico, difenderemmo il mito romantico del Blut und Boden (Sangue e suolo), quindi la concezione etnicistica della nazione del movimento völkisch tedesco.

Per supportare la sua accusa e per sostenere che “Nè la comunanza etnica o linguistica, né l’esistenza di tradizioni o culture condivise reggono davanti all’indagine storica”, egli porta l’esempio di

«nazioni come la Svizzera o il Belgio che hanno varie lingue ufficiali, altre come il Brasile o gli Stati Uniti sono un crogiuolo di etnie diverse»

per giungere al luogo comune che

«La cultura piemontese ricorda più quella francese che quella siciliana. Cos’hanno in comune Trento e Napoli?».

Un distillato di scempiaggini. Il nostro non s’avvede, quando cita i casi di stati-nazione multietnici o multinazionali, che fa rientrare dalla finestra proprio la concezione etnicistica della nazione, ovvero che questi non sarebbero vere nazioni in quanto sono un “crogiuolo (guarda caso: melting pot) di etnie diverse”. Spunta fuori quindi l’idea del movimento völkisch tedesco, per cui solo quello tedesco sarebbe un popolo etnicamente e linguisticamente incontaminato” quindi la sola vera nazione.
Che forse gli stati federali come Svizzera, Regno Unito o Russia non sarebbero nazioni? Che forse quei popoli, a dispetto delle differenze entiche e linguistiche non si sentono parte della medesima comunità storico-nazionale? Andateglielo a chiedere. La nazione, questo ci dice la storia, è quasi sempre una concrezione di più ethnos, ovvero è costruzione comune di un demos  in cui diversi ethnos si sono fatti nazione e coabitano in modo solidaristico. Un unico demos, ove sia democratico e non annessionistico, può quindi includere una pluralità di ethnos. Entro questa dialettica si può comprendere quel che affermò Ernest Renan, che “la nazione è un plebiscito di tutti i giorni”.

Patriottismo disarmato


La tesi del nostro, sul solco di Habermas piuttosto che su quello di Laclau,
visto che le nazioni non esistono e sono solo costruzioni immaginarie, “consistono in un sistema condiviso di norme e leggi”. 

Stiano dunque attenti Fassina ed i compagni attorno a lui raccolti. Essi —quando non addirittura alludono all’assurdità del “patriottismo europeo”, altri “mediterraneo” —, nel comprensibile tentativo di smarcarsi dal nazionalismo di matrice fascista, annessionistico e imperialistico, sostengono che il loro patriottismo è tutto e solo politico, cioè esclusivamente fondato sui “valori” della lealtà verso la Costituzione repubblicana. Un patriottismo fiacco, disarmato, che non ha né potenza politica né alcuna forza egemonica ed emozionale, basato su una tesi semplicistica e minimalistica della nazione, e coloro che la sostengono rischiano non volendo di diventare satelliti della sinistra anti-nazionale e globalista.

Chiediamo: se il patriottismo italiano legittimo sia solo quello basato sulla lealtà alla Carta costituzionale, che dire dei Pisacane, dei Garibaldi e dei Mazzini? Per non parlare del Machiavelli. Che dire delle decine di migliaia di volontari che morirono sui campi di battaglia in nome dell’Italia? Avevano forse essi una Costituzione su cui giurare e immolare le loro vite? No, non l’avevano, morirono per fare dell’Italia una nazione democratica e popolare, ovvero lottarono per avviare uno storico processo costituente. Essi furono sconfitti e fu grave onta della sinistra italiana, in nome di un malinteso internazionalismo, lasciare la loro memoria all’insorgente fascismo.

Colpa che fu espiata dalla resistenza italiana, dai combattenti che senza attendere direttive dall’alto, nel settembre 1943, salirono in montagna e si diedero alla lotta armata per un sentimento patriottico e civile contro lo sfascio dello Stato nazionale e per riscattare la dignità della Patria. Chiediamo: non era forse il loro patriottismo legittimo e sacrosanto? Eh certo che lo era, malgrado la Costituzione fosse di la da venire, ed anzi la lotta poteva anche non sfociare nella Repubblica democratica. 

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W L’AMERIKA! ABBASSO LA CINA! di Piemme

[ 27 marzo 2019 ]


Ci siamo già occupati dell’intesa Italia-Cina QUI e QUI

Ci torniamo sopra dopo aver letto quanto scritto da Giulio Sapelli giorni addietro. Il suo, dopo quello di Salvini, è l’attacco più virulento contro la stipula degli accordi in questione.

Nel titolo del pezzo di Sapelli è riassunto il suo pensiero: «DIETRO XI JINPING/Quel che Mattarella e Conte non hanno capito del nuovo Mao. L’Europa è sempre più divisa e in difficoltà. Ciò aiuta i disegni egemonici e imperialisti della Cina di Xi Jinping in lotta con gli Usa».

Non siamo stupiti, sapevamo che l’euroscetticismo del Sapelli è direttamente proporzionale al suo sfegatato atlantismo, quindi l’idea di un’Unione europea non a trazione tedesca ma fedele e supina alleata degli stati Uniti.

Ed infatti l’articolo, dopo le sperticate lodi alla “democrazia più bella e antica del mondo”, [1] quella inglese s’intende, Sapelli scrive:

«Quando sarebbe il tempo dell’unità tra le nazioni europee e di un volto unico da presentare all’attivismo geopolitico cinese, si perde la bussola e il lavorio di soft power fatto nelle classi politiche ed economiche vendidore [qui Sapelli voleva forse dire Compradores, Nda] sale a galla; e così giungiamo alla situazione attuale, quando non si commercia soltanto più, ma si rischia di rompere alleanze essenziali per il nostro interesse prevalente (come avrebbe detto Dino Grandi), schierandosi di fatto in polemica con gli Usa.Gli Usa che sono alla ricerca non di un riequilibrio commerciale con la Cina, ma di un riequilibrio di potenza e quindi hanno bisogno di ricostruire, dopo decenni di folle unilateralismo, una entente cordiale di tutto l’Occidente contro il neo-imperialismo cinese. L’Europa dovrebbe essere l’antemurale di questa nuova guerra fredda e invece è il ventre molle in cui affondare il coltello delle divisioni intra-nazionali, esercizio neo-imperiale in cui il gruppo dirigente cinese neo-maoista è esperto».

Chiaro no? A parte la baggianata secondo cui, dopo il ciclo di Deng, quello Xi Jinping sarebbe un “ritorno al maoismo” (sic!), il nostro invoca, nella nuova “guerra fredda” contro la Cina, la massima unità di “tutto l’Occidente”, e dunque condanna il governo Conte per lesa maestà verso Stati Uniti e Unione europea, per aver rotto il fronte unito anti-cinese e per fare da apripista al “neo-imperialismo cinese”:

«Le rivalità nazionali sono acuite dall’offensiva di una Cina in grave recessione e in un disordine politico sempre più accentuato e che cerca, con il suo gruppo dirigente alla cuspide, di sfruttare le rivalità europee per ampliare il suo potere di penetrazione. L’Italia è in prima fila in questo sgretolamento proprio provocandole, quelle rivalità intra-nazionali che non fanno bene a nessuno, essendo la prima nazione dei G7 che stringe non un accordo commerciale, ma, di fatto, politico con la Cina non meditando sulla ritirata dalla cosiddetta Via della Seta delle nazioni del Sud-Est asiatico e di molti Stati africani che iniziano a voler sfuggire dall’imperialismo da debito cinese». [sottolineatura nostra] 

Morale: Roma è colpevole per aver pugnalato alle spalle i suoi alleati europei e americano e… che Dio ce ne scampi dallo sgretolamento dell’Unione europea!
Come tutti quelli che hanno condannato l’Intesa Italia-Cina, neanche Sapelli entra nel merito degli accordi. Perché non la fa? Semplice: perché non può negare che l’intesa con la Cina porta grandi benefici economici all’Italia. Tanto vale dunque suonare l’allarme geopolitico. A posto dall’amor patrio, l’amor atlantista, per cui va bene restare non solo nella gabbia eurocratica, ma sotto il giogo di Zio Tom e restare un Paese a sovranità limitata. E a proposito di geopolitica: ben venga che l’amicizia con la Cina aiuti il nostro Paese a divincolarsi sia dalla tutela a stelle e strisce, che dalla dalla morsa eurotedesca.

Nb

Sapelli definisce quello cinese un “imperialismo da debito”, lasciando intendere che tra le more degli accordi con Pechino ci sarebbe l’impegno della Cina a comprare titoli di stato italiani. Ohibò?! Che forse non sarebbe un bene per il nostro Paese che Pechino ci giunga in soccorso in caso di speculazione della finanza predatoria (occidentale) e per fermare la mannaia dello spread?
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NOTE

[1] «C’è un grade disordine sotto il cielo. Il Regno Unito continua a subire la dissoluzione di un sistema politico unico al mondo e indicato come modello da tutti i fautori della sincronia tra stabilità governativa e ciclo economico espansivo. Il collegio uninominale, la forza di radicamento di partiti secolari, un giusto mix di antico regime (i Lords) e di democrazia parlamentare schietta e governata da un premier che è il sovrano ultimo più potente al mondo (scioglie le camere quando vuole e ha una “frusta” dei parlamentari che applica un regolamento tra i più stringenti al mondo): ecco il sogno di ogni politologo che vede nel modello Westminster l’archetipo della governabilità».




RDC: NON SPARATE SUL GOVERNO di Antonella Stirati

[ 26 marzo 2019 ]

REDDITO DI CITTADINANZA: Come funziona e un’analisi dei pro e dei contro: Ci sono sia gli uni che gli altri, ma non si può bocciare senza appello una misura che allevierà le condizioni di un numero elevato di persone, da 2,7 milioni (stima Istat) a 3,6 (secondo l’Upb). Il confronto con gli impieghi alternativi e le ipotesi sui moltiplicatori fiscali, che potrebbero essere migliori di quelli dichiarati dall’esecutivo

L’introduzione del Reddito di cittadinanza nel sistema di welfare italiano è stato fortemente voluto dal Movimento cinque stelle ora al governo insieme alla Lega, ed è stato un cavallo di battaglia della campagna elettorale che lo ha portato a un forte

successo, con il 32% dei voti nelle elezioni dello scorso anno. Nonostante il nome, si tratta di una misura non universale, ma condizionata a documentate condizioni di disagio economico del nucleo familiare ed alla disponibilità, per i beneficiari che siano in età da lavoro e disoccupati, ad accettare percorsi di formazione e offerte di lavoro. Esso consiste nell’erogazione di un reddito fino a un massimo di 500 euro mensili per un singolo individuo, e poi articolato secondo la tipologia familiare: ad esempio 900 euro per una coppia con due figli minori e di 1050 euro (l’importo più alto) per famiglie più numerose, che può essere ulteriormente integrato da un contributo fisso di 280 euro mensili per il pagamento dell’affitto. Il RDC potrà essere versato per intero oppure come integrazione di un reddito (da lavoro o da pensione) inferiore a quelle soglie (quindi ad esempio un anziano che vive solo e percepisce una pensione di 400 euro mensili, non ha proprietà oltre una certa soglia e non ha altre fonti di reddito riceverà una somma di 100 euro mensili ad integrazione del proprio reddito). I beneficiari in età da lavoro riceveranno Il RDC per un ciclo di 18 mesi, che potrà essere rinnovato per altri 18 ma a condizioni più stringenti.


Si tratta quindi di una misura di sostegno del reddito e contrasto alla povertà simile a quanto già esiste in quasi tutti i paesi europei, ma che nel contesto italiano, prima di questo provvedimento, era presente solo in forma molto limitata, sia per numero di persone raggiunte, sia per l’importo modesto del reddito erogato.

Il successo della proposta tra gli elettori non è sorprendente, dato che dopo la crisi del 2008 e le successive politiche di austerità e di deregolamentazione del mercato del lavoro vi è stato in Italia un fortissimo aumento della incidenza della povertà assoluta (cioè di redditi che non sono in grado di acquistare un paniere minimo di beni di prima necessità) che nelle ultime rilevazioni statistiche del 2017 risulta pari al 7% dei nuclei familiari, per un totale di 8 milioni di persone, tra le quali molti bambini e ragazzi. E’ inoltre molto aumentata la disoccupazione, ora intorno all’11%, ed è aumentato il numero di persone che pur lavorando percepiscono redditi bassi per diversi motivi: basse retribuzioni, discontinuità della attività lavorativa, un numero di ore di lavoro insufficiente. Tale misura quindi non solo è evidentemente apprezzata da chi potrà già ora beneficiarne, ma anche da coloro che vivono incertezze sulle proprie prospettive di lavoro e di reddito e vedono in questa misura una possibile rete di protezione.
Rispetto alle intenzioni iniziali, i vincoli ai saldi del bilancio pubblico posti dalle regole europee, e le pressioni della Commissione Europea, dell’altro partito di governo e dell’opposizione hanno determinato una riduzione del budget a disposizione della misura ed aumentato i vincoli e condizionalità per l’accesso al RDC. Tuttavia questo rimane una misura molto rilevante sia per le somme messe a disposizione (circa 6 miliardi nel 2019 e 7 in ciascuno dei due anni successivi),sia per la numerosità dei potenziali beneficiari: secondo una recente stima dell’ISTAT si tratta di circa 1,3

milioni di famiglie, per un numero totale di persone la cui stima varia da un minimo di 2,7 milioni secondo l’ISTAT a 3,6 milioni secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio. Tra i potenziali beneficiari del RDC, sempre secondo le stime dell’ISTAT, il 19% sono bambini e ragazzi con meno di 16 anni appartenenti a famiglie disagiate, e il 13% sono persone con più di 65 anni. Gli occupati a basso reddito sono stimati intorno al 16% dei potenziali beneficiari.

Le condizioni che devono essere soddisfatte per accedere al RDC prevedono limiti riguardanti sia il livello del reddito, che del patrimonio (proprietà di immobili, di auto e moto, di depositi bancari o altre attività finanziarie). Inoltre le persone che per età e condizioni fisiche sono in grado di lavorare, e che non siano già occupati, devono essere disponibili a svolgere attività di formazione proposte dai centri pubblici per l’impiego (che il governo si propone di rendere più efficienti), devono dare disponibilità di otto ore settimanali per lavori di utilità sociale proposte dalle amministrazioni locali, e non possono rifiutare più di tre proposte di lavoro a un salario pari almeno a 850 euro mensili lordi, la prima vicino al luogo di residenza, la seconda in un raggio di 250 chilometri, la terza su tutto il territorio nazionale. La richiesta di rinnovo dopo i primi 18 mesi richiede la disponibilità a lavorare su tutto il territorio nazionale pena la cessazione del sussidio. Per incentivare l’assunzione da parte delle imprese, è previsto che chi assume una persona che gode del reddito di cittadinanza potrà beneficiare di una riduzione delle tasse pari alle mensilità di reddito di cittadinanza a cui il lavoratore avrebbe ancora avuto diritto e comunque non inferiore ad un importo minimo di 2500 euro.

Sono infine previste delle sanzioni penali gravi – da un minimo di due fino a sei anni di carcere – in caso di frode, oltre alla restituzione di tutte le somme ricevute.

L’introduzione del Reddito di cittadinanza ha suscitato numerose critiche di diversa natura. Un primo argomento è che ci sono rischi di frode, e che quindi il reddito potrebbe non andare alle persone ‘giuste’ e veramente in stato di bisogno. Il rischio più grave da questo punto di vista appare quello che venga incoraggiato il lavoro nero, cioè al di fuori di ogni contratto e che evade completamente il fisco, in modo da conciliare attività lavorativa e godimento del reddito di cittadinanza. Questi rischi naturalmente non possono essere completamente eliminati. Il disegno tuttavia prevede già un insieme di misure volte a prevenire la frode, ed eventualmente queste potranno essere ulteriormente affinate e migliorate con l’esperienza. D’altra parte, se si riconosce in via di principio la necessità di misure di contrasto alla povertà, la possibilità che alcuni beneficiari non siano veramente legittimi non può costituire un motivo per eliminare completamente tali misure: sarebbe come dire che poiché talvolta le pensioni (o altre forme di sussidio) a persone invalide sono richieste e ottenute da soggetti che non ne avrebbero diritto, allora bisogna eliminarle e lasciare così prive di sostegno le persone realmente invalide.

Un altro tema è stato che la disponibilità del sussidio scoraggerebbe dal cercare attivamente un lavoro. Tuttavia il limite alla durata del sussidio, e le condizioni di forte disagio economico che danno diritto al RDC, fanno ritenere che questo sia molto improbabile. Inoltre come si è visto, solo una parte dei beneficiari sono persone in età da lavoro e disoccupate, mentre altri sono minori, anziani, oppure occupati a basso reddito. Proprio riguardo a questi ultimi si è detto che il RDC, così come avvenuto ad esempio in Germania con le riforme Hartz, possa di fatto condurre ad un ulteriore peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro, in quanto consentirebbe ai datori di lavoro di assumere persone con una retribuzione molto bassa, che verrebbe poi integrata dal reddito di cittadinanza. Secondo alcuni questo rischio di peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro è insito anche nel livello di 850 euro lordi fissato come retribuzione minima accettabile per una offerta di lavoro, che considerano un livello basso. Altri invece considerano tale soglia troppo alta in rapporto ai salari esistenti, e inoltre una soglia che presuppone un lavoro a tempo pieno, mentre si dovrebbero spingere i disoccupati ad accettare anche eventuali lavori part-time. Come si vede la questione può essere vista da lati opposti. La mia opinione è che erogare un reddito integrativo a persone che lavorano comporta sempre il rischio di sussidiare in realtà le imprese, che possono approfittarne per rendere accettabili ai lavoratori salari molto bassi. Il problema potrebbe essere forse superato attraverso una verifica, per i lavoratori che facciano richiesta del RDC, della corrispondenza delle retribuzioni orarie a quanto previsto dalla contrattazione sindacale o da un eventuale salario minimo legale (proposto sia dal Movimento cinque stelle che dal Partito Democratico ora all’opposizione, ma attualmente non in vigore). Si tratta anche qui di affinamenti che credo dovranno essere presi in considerazione col tempo e sulla base dell’esperienza. Per dimensioni e complessità la misura dovrà sicuramente attraversare un periodo di ‘rodaggio’ che consentirà di metterla ulteriormente a punto.

Per concludere, la critica forse più diffusa che è stata rivolta al reddito di cittadinanza è che nelle condizioni attuali dell’economia italiana, caratterizzata da stagnazione economica, alta disoccupazione e forti vincoli alla spesa pubblica derivanti dalle regole europee, il reddito di cittadinanza non è la priorità, e sarebbe stato meglio spendere le risorse pubbliche: a) in investimenti pubblici che vadano a migliorare le infrastrutture del paese attualmente molto deteriorate; b) nella creazione diretta di occupazione attraverso l’assunzione di giovani nella sanità, pubblica amministrazione, scuola, università, tutti settori che hanno un grande bisogno di nuovo personale dopo anni e anni di tagli e blocco del turnover; c) per fornire direttamente risorse alle imprese.

Va subito detto che da decenni una parte molto significativa delle risorse pubbliche disponibili viene destinata a sussidiare o detassare le imprese in varie forme, ultima della serie una cifra stimata tra i 15 e i 19 miliardi in tre anni di riduzione dei contributi pagati dalle imprese per i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato varata dal governo Renzi (Partito Democratico). Queste misure non hanno mai avuto grande impatto sulla occupazione e la crescita e sia l’esperienza che la letteratura economica suggeriscono che non sono efficaci. Tuttavia come si può comprendere questo argomento è stato presentato con una certa forza dalle associazioni degli imprenditori e dai mezzi di comunicazione e forze politiche sensibili alle loro richieste.

Gli altri due temi, quello degli investimenti pubblici e quello delle assunzioni hanno invece dalla loro parte argomenti più forti, ma anche rispetto a queste possibili alternative al RDC si possono vedere pro e contro. Per quanto riguarda gli investimenti, il limite sta nella necessaria maggiore lentezza nella loro attuazione perché devono esservi progettazione, valutazione dei progetti, bandi di gara per l’affidamento dei lavori, per cui l’impatto positivo sull’economia ha in genere tempi relativamente lunghi. Su questo fronte inoltre il governo dichiara che vi sono somme significative già stanziate in passato per investimenti pubblici sia a livello locale che nazionale, e che l’obiettivo del governo quindi non è quello di aumentare i finanziamenti, ma accelerare la spesa di quelli già disponibili attraverso una semplificazione delle procedure. Per quanto riguarda nuove assunzioni nel settore pubblico, certamente queste sarebbero state un fatto molto positivo per tanti giovani disoccupati e avrebbero contribuito a salvaguardare la qualità dei servizi pubblici sempre più compromessa dai tagli dettati dalle politiche di austerità (v. Paternesi e Stirati, Macroeconomics and the Italian VoteINET blog, 6 agosto 2018). 


Si deve però considerare che naturalmente il numero di persone che avrebbe potuto direttamente beneficiare dell’aumento dell’occupazione sia nel caso degli investimenti pubblici che delle assunzioni nel settore pubblico sarebbe stata inferiore alla potenziale platea dei beneficiari del RDC e non sarebbe stata prevalentemente composta dai soggetti economicamente più disagiati. La scelta tra tali diverse forme di intervento (che bisogna dire, sarebbe auspicabile poter fare non in modo alternativo ma complementare, per uscire finalmente da una lunga recessione abbandonando le fallimentari politiche di austerità) è quindi alla fine una scelta politica, non facile, circa le priorità sociali oltre che economiche.

Naturalmente entrambe le misure (investimenti e aumento dell’occupazione nel settore pubblico) avrebbero avuto anche un effetto più generale di espansione della domanda interna e quindi dell’attività economica. Appunto uno degli argomenti critici molto spesso avanzati in queste settimane è che entrambe le misure avrebbero avuto un effetto espansivo favorevole alla crescita più elevato del reddito di cittadinanza. La letteratura economica sui ‘moltiplicatori fiscali’ (che misurano l’effetto sul PIL di una variazione della spesa pubblica o delle tasse e delle loro varie componenti) indica che in generale l’effetto di un aumento degli investimenti o dei consumi pubblici (sanità, scuola, ecc) è maggiore dell’effetto dei trasferimenti monetari. Tuttavia studi recenti indicano che gli effetti delle misure prese in una economia in condizioni economiche di recessione e stagnazione (come è sicuramente il caso oggi per l’economia italiana) sono molto più ampi di quelli delle stesse misure prese in condizioni economiche più favorevoli (cioè, come si dice, i moltiplicatori fiscali sono ‘state dependent’). 


Inoltre, alcuni studi hanno fornito stime piuttosto elevate, sia in assoluto che relativamente ad altre voci di spesa pubblica, dei moltiplicatori fiscali dei trasferimenti destinati a soggetti a reddito molto basso in situazioni di recessione economica, ad esempio i programmi di distribuzione di buoni per acquistare cibo (Food stamps) negli Stati Uniti (A. Blinder, Fiscal policy reconsidered, The Hamilton project policy proposal May 2016, p. 9) e per quanto concerne specificamente l’Italia dopo il 2008 e in condizioni di recessione è stato stimato da alcuni economisti un valore del moltiplicatore dei trasferimenti addirittura pari a 2,4 – cioè ogni euro di trasferimento genererebbe 2,4 euro di incremento del PIL (Stockhammer et al, Demand effects of fiscal policy since 2008Review of Keynesian Economics, n. 1,  2019, p.63). Se così fosse l’effetto espansivo del reddito di cittadinanza sarebbe superiore a quello stimato dallo stesso governo sulla base di moltiplicatori molto più piccoli. La verità è che di fatto le stime dei moltiplicatori fiscali sono spesso diverse tra loro, dipendono dai metodi adottati, dalla teoria che fa da sfondo alla analisi dei dati, e inoltre come si diceva dalle specifiche condizioni e caratteristiche dell’economia in cui si interviene. Pur tenendo conto di questa incertezza nelle stime, il fatto che il RDC è destinato a soggetti a reddito molto basso e che i beneficiari sono tenuti a spendere il reddito ricevuto entro un mese dovrebbe garantire un effetto espansivo sulla domanda e quindi sulla produzione di un certo rilievo, e che potrebbe essere maggiore di quello previsto dallo stesso governo. In ogni caso, l’aumento della domanda per consumi avrà effetti positivi anche per l’attività delle imprese, che potranno vendere di più, e avranno dunque uno stimolo ad investire di più e ad assumere lavoratori aggiuntivi.


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SOCCORSO ROSSO


[ 26 marzo 2019 ]


In molti leggete SOLLEVAZIONE e condividete le idee, le analisi e le proposte di Programma 101. 

La maggior parte di voi, pur approvando, chi con il cuore chi anche con la testa le nostre battaglie, resta alla finestra, non si decide a darci fattivamente una mano, raggiungendo le nostre file. Prevale, anche tra i nostri tanti simpatizzanti, il disincanto, la sensazione d’impotenza, l’idea che fare militanza politica rappresenti, oltre che un enorme

sacrificio, una lotta impari, destinata allo scacco.

Il fardello dell’impegno resta dunque sulle spalle di alcune decine di militanti che resistono facendosi in quattro affinché la nostra voce non scompaia.

Ci vorrebbero più militanti, più attivisti, più sedi, più iniziative pubbliche, un giornale stampato da diffondere, potenziare la nostra presenza sul Web. Per tutto questo occorrono più mezzi. Tra questi mezzi il più importante sono i soldi, e di soldi non ne abbiamo. Non abbiamo santi in paradiso, le sole risorse finanziarie di cui disponiamo vengono dai contributi volontari dei nostri aderenti. E sono risorse scarse che non ci permettono di fare di più e meglio.

Per questo abbiamo lanciato una campagna di sottoscrizione per sostenere SOLLEVAZIONE e Programma 101.

Cosa ci faremmo con i soldi che arriveranno dalla campagna di finanziamento è presto detto: vorremmo aprire un ufficio centrale e pubblicare un giornale mensile.

Ce la faremo? Dipende anche da voi, dalla vostra generosità.




LA CINA E IL MEDITERRANEO di F.S.

[ 25 marzo 2019]


Riceviamo e volentieri pubblichiamo

[Nella foto accanto il raffronto tra una giunca imperiale cinese agli ordini dell’ammiraglio Zheng He (1371-1434) e la Santa Maria di Cristoforo Colombo]

Il canale di Suez, in seguito all’ampliamento del 2015, ha rafforzato il suo ruolo di snodo mondiale strategico. I dati di settembre 2018 mostrano complessivamente sulle 13 mila navi transitate per un totale di 600 milioni di tonnellate di merci. Il canale consente il transito nelle due direzioni, permettendo una fluidità di traffico senza precedenti e il flusso di meganavi senza limiti di dimensioni. Al grande canale egiziano si sono appunto aggiunti gli investimenti cinesi nel Mediterraneo nel quadro della BRI. Ciò mostra, con l’armamento tattico della Marina cinese del resto, la strategia marittima del Celeste Impero: solo per citare un esempio, negli ultimi due anni, le società cinesi (COSCO su tutte) hanno investito circa 6,5 miliardi di euro in otto porti. 

Non possono sfuggire dunque due elementi fondamentali. Il primo è che la Cina è una potenza assolutamente marittima, non tellurica, come molti analisti invece pensano. Di conseguenza punta strategicamente a sostituirsi alla potenza talassocratica americana disegnando concretamente un nuovo ordine globale, non pensa affatto a un accordo tattico o un bilanciamento dei poteri. Il secondo è che, di nuovo, abbiamo il Mediterraneo come cuore strategico del pianeta. Né Eurasia, né Asia-Pacifico e non più Occidente estremo. Ciò implicherà una progressiva, sempre più accentuata, marginalizzazione del fronte carolingio franco-tedesco, che ha goduto di una inaspettata quanto immeritata centralità dal 2002 ad oggi; per rimettersi in gioco avrà l’unica opportunità di essere il braccio armato di una potenziale NATO a rigorosa guida americana, diretta sempre più contro la Russia ortodossa e contro la Cina neo-confuciana. Ciò implicherà anche un ancora maggiore rafforzamento del polo islamico. Siamo infatti portati a ritenere che proprio all’interno della lotta politico-religiosa tra le varie enclavi strategiche e faglie dell’ecumene musulmana si giocheranno i destini del potere globale. Chi ha del ferro ha del pane, già principio sacrosanto oggi, sarà legge politica e di sopravvivenza domani. Chi non avrà ferro sarà definitivamente schiavo. Ancora di più di quanto oggi lo sia e lo possa essere. 

La Cina di Xi è giustamente considerata una potenza revisionista, sul piano dei rapporti di forza globali; ciò ha significato e significa mettere in discussione l’ordine globale come scaturito dalla seconda guerra mondiale. Vi è una certa continuità, pare evidente, tra la maoista “Teoria dei Tre Mondi”, tra la dottrina della linea orizzontale, egualmente maoista ma fortemente rivista dal neo-confucianesimo denghista, ed il grande pragmatismo mandarino di Xi, il quale, come ben evidenzia il sinologo M. Scarpari, punta a lasciar evaporare socialismo e capitalismo liberista in un pragmatismo statalistico neo-confuciano con un capitalismo economico totalmente guidato dall’elite politica confuciana. Se tale modello, definito di Armonia globale sotto il Cielo, caratterizzato dal “sogno universale del popolo Han”, potrebbe funzionare con un Occidente, ormai sempre più stanco, dissanguato da un lato dalla dittatura mercantilistica e globalista ben incarnata dal Quarto Reich germanico, dall’altro dall’Oppressione mondialista e turbofinanziaria angloamericana (nonostante il populismo conservatore dell’alteramericanismo trumpiano), non può certamente funzionare nell’ecumene musulmana, che assumerà, nell’ordine geopolitico che si sta sviluppando, una forza e un protagonismo con peso primario e decisivo sui destini economici e politici universali. 

E’ lecito ritenere che sia ai rivoluzionari sciiti, sia ai jihadisti sunniti, il pragmatismo morale e commerciale del nuovo ordine globale confuciano non faccia fare salti di gioia. Parlare di alleanza sino-iraniana, come del resto di alleanza russo-iraniana, significa non conoscere tradizioni e storia iraniane e menare il can per l’aia. Del resto, sarebbe già una forzatura parlare di alleanza strategica e ideologica tra il panarabismo laico baathista siriano e la Repubblica islamica dell’Iran. Figurarsi negli altri casi. 

Se però, come i fatti ben osservati e ben letti sembrano voler testimoniare, l’onda lunga della Rivoluzione iraniana del 1979 non si è ancora interrotta, oggi le oppresse masse musulmane possono finalmente riprendersi quanto gli Stati Uniti hanno loro ingiustamente tolto nel 1989. La guerra fredda tra USA e URSS non si sarebbe di certo conclusa così se non avessimo avuto da un lato la Rivoluzione iraniana la quale, chiudendo radicalmente a ogni ipotesi di affermazione comunista in Iran e a ogni alleanza, anche tattica, con il “piccolo Satana” sovietico, rappresentò simbolicamente l’irruzione di una nuova idea del mondo e del vivere politico-sociale tra i due contendenti tradizionali; dall’altro la Resistenza afgana che finì per avere definitiva ragione dell’URSS e dell’Armata rossa. E va qui detto, oggi 2019, che nessuna potenza guerriera nella storia può mettersi sul medesimo piano dei combattenti islamici afgani: Inghilterra 1842, URSS 1989, USA 2019, sono tre le grandi superpotenze distrutte sui campi militarizzati dell’Afghanistan. 

Dunque oggi le masse e le élite islamiche, che hanno ieri distrutto l’URSS, possono dare la definitiva spallata all’imperialismo americano. L’ahmadinejadismo ha negli anni scorsi tradotto il lascito antimperialista e terzomondista di Imam Khomeini in una “nuova” prassi imperiale, statalistica, grande-persiana; con il Presidente Ahmadinejad per ora in posizione defilata, ma sempre presente, il più grande rappresentate istituzionale di tale tendenza è il generale Soleimani, assai critico verso l’esecutivo Rohani, al punto che ha spesso definito il deal Obama-Rohani come una nuova versione del Trattato di Turmenchay, ovvero del trattato tra impero zarista e impero persiano del 1828, in seguito al quale i persiani persero tutti i propri territori settentrionali. 

Lo faranno? L’Afganistan ha dato l’ ulteriore esempio a tutto il mondo islamico. Sarà comunque decisivo l’atteggiamento strategico cinese. La Cina confuciana a trazione globale, se non vuole esportare ideologie e rivoluzioni, se può disinteressarsi di quanto avverrà politicamente a Parigi o a Francoforte, non potrà però disinteressarsi della furiosa lotta settaria e di fazioni che si andrà svolgendo in Medioriente; sarà costretta a puntare su uno schieramento preciso, fosse anche Israele paradossalmente, e a sponsorizzarlo sino alla definitiva vittoria. Gli occidentali potrebbero a quel punto avere gioco facile a sviluppare nuove forme di guerra ibrida o nuove forme di guerra terroristica proprio nel Mediterraneo, in funzione strategica anti-cinese. La guerra definitiva per il nuovo ordine globale si giocherà proprio in questo spazio geopolitico.

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