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SOVRANISTI DI TUTT’ITALIA UNIAMOCI di Ines Armand

[ 13 maggio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo «Contributo teorico per la costruzione di un Coordinamento per la sovranità nazionale e la de-globalizzazione».
Due precisazioni, da parte nostra sono necessarie. 

[1] L’intento unitario è lodevole ma ha un difetto, l’astrattezza — accentuato dalla precisazione che suddetto Coordinamento sovranista dovrebbe avere carattere “trans-ideologico”. L’esperienza insegna, anzitutto quella nostra, che per metter su coordinamenti ci siamo svenati. Ogni tentativo è fallito, oltre tutto anche perché erano fin troppo “trans-ideologici”. Chi propone l’unità ha il dovere, rubricate le forze in campo e il loro posizionamento, di indicare a chi si rivolge: a quali forze politiche? a quali correnti? a quali associazioni? a quali mondi? O si rivolge alla nebulosa instabile dei tanti cani sciolti, il più dei quali scorbutici e impazienti? Il solo criterio che emerge pare essere il seguente:

«una coalizione tra tutte quelle forze che abbiano un carattere trans-ideologico, che abbiano preso la necessaria distanza storica dalla presunta caratterizzazione bipolare del dualismo destra/sinistra».

Di conseguenza noi, in quanto Sinistra Patriottica ne saremmo fuori, poiché di sinistra e rivoluzionari noi eravamo, siamo e resteremo. L’idea della fine delle dicotomia, ove non sia un capriccio intellettualistico, è un dispositivo tipico del pensiero postmodernista e neoliberale. L’idea che basti riferirsi alla Costituzione del ’48, con l’aggiunta di una lista di rivendicazioni tattiche, a nostro modesto avviso, anche vista l’esperienza, è una pia illusione.

[2] C’è poi per noi un punto di dissenso molto serio con la proposta: il giudizio sul governo giallo-verde. Secondo la Armand

«anche questo governo, sta dando prova di un quasi totale asservimento al vincolo esterno europeo, senza presentare alcun elemento di reale rottura».

Ecco la prova provata di come dividere invece di unire. Anche questa sentenza inappellabile escluderebbe noi dal “Coordinamento” e, quel che è peggio, pregiudicherebbe la simpatia di qualche milionata di cittadini che invece ancora sperano che questo governo resista e il “cambiamento” lo faccia. Sorvoliamo sul contrasto logico e politico con la formulazione molto più sfumata  due righe prima:  «il governo non si sta dimostrando all’altezza del ruolo di cui il voto “populista” lo aveva investito» — delle due l’una: un conto è dire che il governo giallo-verde non “è all’altezza”, tutt’un altro è asserire che da prova di “un quasi totale asservimento al vincolo esterno europeo”. Un governo “non all’altezza” va, come diciamo noi, “incalzato”, un governo “asservito” va combattuto su tutta la linea. Un giudizio così duro e inesorabile è sbagliato, come minimo prematuro. La tregua con l’Unione europea è stata solo momentanea visto che solo nei prossimi mesi sapremo se questo governo capitola (alla Tsipras) e quindi va combattuto, o se invece resisterà disubbidendo — e allora va difeso con le unghie e coi denti. La prova del fuoco l’abbiamo davanti, non alle spalle, e Dio ce ne scampi dal tuttosubitismo.

La Armand ci perdonerà per questa lunga premessa, siamo certi che come i tanti lettori che ci seguono capirà che non stiamo “spaccando il capello in quattro”, che le questioni sono di sostanza. Il tutto con l’auspicio che il dibattito sull’unità prosegua.

*  *  *

«Contributo teorico per la costruzione di un 
Coordinamento per la sovranità nazionale e la de-globalizzazione»


Un coordinamento trans-ideologico


La fase che stiamo vivendo ci impone una piena assunzione di responsabilità nei confronti dell’attuale situazione nazionale che presenta forti criticità e peculiari caratteristiche sociali, politiche ed economiche. Così come accadde nel ‘45, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, c’è bisogno di creare una coalizione tra tutte quelle forze che abbiano un carattere trans-ideologico, che abbiano preso la necessaria distanza storica dalla presunta caratterizzazione bipolare del dualismo destra/sinistra, che sappiano creare degli strumenti di lettura della realtà adeguati e che si propongano di agire avendo come principale finalità la lotta per l’uscita dall’Unione Europea e dall’Euro, per il ritorno ad una totale sovranità, ad una nazione che si rinsaldi attorno alle linee guida della Costituzione e che torni a scelte politiche autonome e non imposte dal vincolo esterno della dittatura neoliberale europeista.

Un coordinamento, quindi e non un partito: uno strumento che possa connettere tutte le forze, le organizzazioni, i movimenti che vedono nell’UE il nemico principale; l’UE non è riformabile, non può essere cambiata dall’interno, questo deve essere detto chiaramente, non è per questo che è nata e non v’è alcuna possibilità di modificarne né la natura né la struttura. L’UE va combattuta fino ad arrivare ad una totale emancipazione, all’uscita dal suo sistema.

Il primo passo di questa, che si annuncia come una vera e propria guerra politica, economica e, soprattutto, sociale, è smascherare la tela di ragno che il neoliberalismo europeo ha tessuto, con la complicità e la cooperazione dei diversi poteri e di quei governi che con essa hanno collaborato in Italia come nei diversi paesi. Una tela di ragno formata da direttive europee, esterne e senza alcun legame con la reale situazione dei diversi stati membri, che hanno eroso, in modo spesso sottaciuto, surrettizio ma ineluttabile, fino a cancellarla totalmente, la sovranità e, di conseguenza, l’indipendenza politica degli stati membri. Questi poteri, si sono serviti di differenti strumenti, non solo dei trattati ma di governi tecnici, di incomprensibili quanto inutili diktat economici, di normative, di delibere e, per l’appunto, di direttive: un vincolo esterno che, come un nodo scorsoio, si è stretto intorno alle istituzioni, erodendone il potere decisionale fino ad esautorarle.

I trattati sono solo il fenomeno più eclatante di questo vincolo, ben più pericolose sono le direttive perché difficilmente identificabili, per i non addetti ai lavori, come imposizioni; queste leggi, travestite da consigli e ricche di “si chiede”, “si auspica”, “sarebbe necessario” ecc., trovano il loro riscontro in quello che è chiamato Semestre europeo: durante questo periodo si accerta il modo in cui ogni paese abbia effettivamente portato avanti e realizzato ciò che l’Unione Europea chiedeva. Non è una banale semplificazione, è semplicemente chiamare le cose con il loro nome e mostrare ciò che accade senza inutili tentativi di imbiancare i sepolcri.



Cultura, diritti sociali, sanità e territorio 


Ogni passo compiuto dai diversi governi che si sono succeduti è stato un semplice ratificare precise risoluzioni europee; ogni legge, ogni decisione presa era conforme ad esse:

Abolizione del finanziamento pubblico ai partiti – Aumento del prezzo del carburante – Chiusura degli ospedali di zona – Direttive agro-alimentari – Ecotassa – Fattura elettronica  – Global compact (immigrazione) – Legge sulle Fake news – Jobs Act – Macroregioni – Normative sulle vaccinazioni – Rete di trasporto europeo – Riduzione del numero dei parlamentari – Riforma delle pensioni – Triptorelina – Unione bancaria. 

Questi sono solo alcuni macroscopici esempi di disposizioni europee fatte passare come decisioni politiche governative.

Questo governo, il governo così detto del cambiamento, per ora non si sta dimostrando tanto diverso dai precedenti. Non si sta dimostrando all’altezza del ruolo di cui il voto “populista” lo aveva investito.

“Ce lo chiede l’Europa!” E’ vero, ma all’Europa voi avreste dovuto opporvi, siete stati scelti ed eletti per questo. Avreste dovuto, nei fatti, rappresentare il cambiamento auspicato, l’inversione di rotta.

Bilancio di un anno di governo 


A distanza di un anno, invece, anche questo governo, sta dando prova di un quasi totale asservimento al vincolo esterno europeo, senza presentare alcun elemento di reale rottura. Ha trasformato in legge direttive europee già avallate dai precedente governi, dalla normativa sulla Fatturazione Elettronica all’inserimento della Triptorelina tra i farmaci a carico del SSN, passando per il peggioramento della Legge Lorenzin e per la trasformazione del Reddito di cittadinanza in uno Hartz IV.

Ha, di fatto, amministrato senza governare, mantenendo inalterati quei poteri che da decenni gestiscono le sorti del paese: istruzione, sanità e trasporti sono ancora in mano al vecchio apparato, neoliberale e convinto europeista, rappresentato in primo luogo dal PD. Ciò che è avvenuto all’ISS ed all’AIFA ne è un eloquente esempio.

Il 4 marzo 2018, il “popolo” non chiedeva una rivoluzione socialista, chiedeva semplicemente di accogliere delle istanze sezionali espressione di un crescente malcontento, chiedeva di difendere i propri diritti sociali ed economici con scelte politiche responsabili.

Non più marionette mosse dall’esterno, non più tecnici spacciati come al di sopra delle parti, ma politici che assumessero la responsabilità di operare scelte, per l’appunto politiche, che difendessero gli interessi e portassero avanti le necessità ed i bisogni dei cittadini.

È, oggi più che mai, necessario ripensare una reale ed effettiva azione politica autonoma, che non agisca in base alle direttive di un governo sovranazionale come quello dell’Unione Europea e dettate da poteri economici transnazionali ma si adoperi per il ripristino e la difesa della sovranità, di quell’indipendenza politica decisionale che fa di un’espressione geografica uno stato. 


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EUROPEE 2019: LA POSTA IN GIOCO di Leonardo Mazzei

[ 13 maggio 2019 ]

Il Comunicato con cui Programma 101 ha reso nota la sua posizione in vista del voto per le europee, ha suscitato consensi e aspre critiche. Ce lo aspettavamo. Mazzei difende la scelta del voto al Movimento 5 stelle.

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Prima regola: capire cosa tramano le classi dominanti


Qual è la posta in gioco nelle elezioni europee del 26 maggio? Sta qui, nella risposta a questa domanda, la chiave dell‘indicazione di voto di Programma 101.

Il succo della nostra posizione è semplice: dare un voto contro l’Unione Europea, ma darlo guardando innanzitutto alle sue ricadute in Italia. La qual cosa è l’esatto contrario del provincialismo, dato che nella battaglia contro la gabbia eurista sarà proprio quello italiano il fronte decisivo dei prossimi mesi.
Andiamo allora al sodo, cercando di capire come potrebbe evolvere la situazione politica del nostro Paese a seconda dei diversi esiti elettorali possibili. Attualmente il quadro è alquanto incerto, le due forze di governo litigano su tutto, ed il blocco dominante che gli si oppone sogna la rivincita sul 4 marzo e sulle forze populiste.


Chi non vede questa contraddizione, non può vederne i potenziali sviluppi. Governo e blocco dominante sono a tutt’oggi due mondi distinti e fondamentalmente contrapposti. Ovviamente, distinti non vuol dire impermeabili. La permeabilità c’è eccome. Ed il fatto che essa operi in un’unica direzione — quella dell’influenza del blocco dominante sul governo, non viceversa — mostra dove stia realmente il potere decisivo.


Tuttavia, ecco la novità della fase populista generata dalla crisi, quel potere non produce più consenso, non nella misura che gli sarebbe necessaria. Da qui l’attuale difficoltà dei dominanti ad abbozzare una chiara strategia politica.

Prima di proseguire è forse utile ricordare quale sia la composizione del blocco dominante di cui stiamo parlando. Esso è costituito anzitutto dai potentati economici (oligarchie finanziarie in primis), ma tiene insieme Confindustria e sindacati confederali, decisivi apparati istituzionali, tecnocrazia e burocrazia ministeriale. Oltre al servizio h24 del sistema mediatico che controlla quasi totalmente, questo blocco sistemico conta poi su alcuni decisivi santuari istituzionali: dalla Presidenza della repubblica a Bankitalia, fino ai decisivi ministeri dell’Economia e degli Esteri. Oltre al solito cemento del potere, questo blocco è tenuto insieme da una ferrea fede eurista che ben si sposa con gli interessi di classe che rappresenta.
Ovvio che un simile blocco di potere aspiri a riconquistare il pieno controllo del governo del Paese. Il fatto è che anche per lorsignori le cose non son più semplici come un tempo. Se il loro sogno sarebbe quello di reinsediare a Palazzo Chigi un bel governo a guida Pd, essi sanno benissimo come ciò sia impossibile almeno nell’immediato. Gli serve dunque un Piano B, ma quale?
Ecco allora il vero nodo dell’oggi, che ci rimanda alla posta in gioco del voto del 26 maggio. Un voto che potrebbe preludere, come no, a diverse maggioranze governative da ottenersi con o senza elezioni politiche anticipate.


Le tre ipotesi per il dopo-europee

Poiché un ribaltone anti-populista appare del tutto improbabile, tre sono in astratto le possibilità per il dopo-europee: a) il governo gialloverde tiene e si rilancia, b) il governo si spacca e si va alle elezioni anticipate con la probabile (probabile, non sicura) vittoria della destra, c) il governo si spacca e nasce una nuova maggioranza M5s-Pd nell’attuale parlamento.
Inutile dire come dal nostro punto di vista le ipotesi b e c sarebbero entrambe disastrose, dato che sia in un caso come nell’altro avremmo di fatto una chiusura (per quanto temporanea) del “caso italiano”, a tutto vantaggio dell’oligarchia eurista interna ed esterna.
Ma se il primo obiettivo del blocco dominante è quello di scongiurare in tutti i modi la prima ipotesi, quale delle altre due (ecco il problema del Piano B) preferisce? Detto in altri termini, visto che con almeno una delle due forze populiste bisognerà giocoforza fare i conti per far nascere un nuovo governo, quale delle due utilizzare ai propri fini?
Alcuni nostri amici pensano che lorsignori sceglieranno i Cinque Stelle. Io penso l’esatto contrario, che nel caso essi sceglieranno invece la Lega.
Questo per due decisivi motivi. Il primo è che con la Lega essi condividono i principi fondanti del neoliberismo: mercatismo, privatizzazioni, liberalizzazioni, Stato “minimo” e regionalismo antistatale. Il secondo, è che solo una nuova maggioranza di destra – uscita da nuove elezioni politiche – gli garantirebbe quella stabilità tanto amata dai mercati finanziari.
Certo, al blocco dominante Salvini non piace, a Bruxelles non ne parliamo. Tuttavia, un Salvini ricondotto all’ovile dell’alleanza con Berlusconi sarebbe per lorsignori il male minore. Ed il compromesso con l’eurocrazia potrebbe essere semplice: si facciano pure tanto il regionalismo differenziato quanto la flat tax (anche se non nella versione estrema del defenestrato Siri), purché i conti quadrino ed il conflitto con l’Ue rientri nella “normale” dialettica tra il sovra-stato europeo (che comanda) ed uno stato nazionale sempre più desovranizzato (che in ultima istanza sempre ubbidisce).
Si piegherà Salvini a questo ruolo? Non lo sappiamo, ma sono almeno tre i fattori che vanno in quella direzione. In primo luogo, Salvini avrebbe davanti a se (almeno sulla carta) la prospettiva di cinque anni a Palazzo Chigi; in secondo luogo, i potenti capibastone del Nord leghista sono già tutti schierati su questa linea; in terzo luogo, l’attuale ministro dell’Interno è più debole di quel che sembra, e quella debolezza potrebbe spingerlo all’accordo.
Dove sta la debolezza di Salvini? Come ho scritto in tempi non sospetti, la sua ascesa è assai più resistibile di quel che potrebbe sembrare, ed adesso (per quel che valgono) se ne stanno accorgendo anche i sondaggisti.
Questa debolezza sta in tre fattori: primo, la sua narrazione tutta basata su immigrazione e sicurezza non basta più (e basterà sempre meno) a far consenso; secondo, come statista la sua figura appare come minimo improbabile; terzo, non si dimentichi la sua particolare vulnerabilità sul fronte della magistratura, arma sistemica assai utile quando si entra nei momenti topici della vita nazionale.
Noi non possiamo sapere se alla fine Salvini si acconcerà al ruolo che qualcuno gli sta preparando, ma quel che sappiamo di certo è che un risultato elettorale che punisse pesantemente i Cinque Stelle sarebbe l’elemento decisivo in grado di far pendere definitivamente la bilancia in quella direzione.

E i Cinque Stelle?


Dunque, il voto ai candidati no-euro dei Cinque Stelle è il miglior modo per far deragliare la prima opzione del Piano B del blocco dominante, quella di un governo di destra guidato da un Salvini normalizzato.


So bene come a questo punto i nostri critici ci accuseranno di sottovalutare la svolta europeista del Movimento Cinque Stelle, ed addirittura la possibilità che il vero piano delle élite sia proprio quello di spingere M5s all’abbraccio con il Pd.

Sul primo punto non vi sono dubbi. Il pendolo pentastellato è oggi assai più spostato verso l’Europa di quanto lo fosse mesi fa quando il movimento cercò l’incontro con i Gilet Gialli. Si tratta di oscillazioni già avvenute in passato, quando si passò dal referendum sull’euro alla richiesta (poi abortita) di adesione al gruppo ultra-europeista dell’Alde al parlamento di Strasburgo. Contraddizioni di una forza priva di una vera identità, e non solo sulla questione europea. Una forza che rimane però indigeribile al blocco eurista per la sua permeabilità all’indignazione popolare ed alla questione sociale, dunque in definitiva ben poco compatibile con le esigenze del rigore ordoliberale.
Anche per questo motivo reputo la possibilità di un accordo di governo col Pd (ipotesi c) più che remota. Qualcuno (Fico?) potrà anche essere interessato a questa prospettiva, ma essa sarebbe mortale per M5s e perniciosa pure per un Pd così ridotto ad un ruolo subalterno. Non è questa infatti la linea di Zingaretti, che punta invece (a mio avviso con poche chance di successo, ma questo è un altro discorso) ad un nuovo bipolarismo fondato proprio sulla distruzione integrale (altro che governarci insieme!) dei Cinque Stelle. Una strategia che vede proprio nel governo della destra la possibilità di conquistare il primato dell’opposizione, per poi riproporsi come alternativa di governo se e quando sarà realisticamente possibile.

Conclusioni

Esclusa l’ipotesi c, risulterà ancora più chiara la ragione della nostra indicazione di voto. Il vero pericolo, quello che porterebbe alla chiusura in Europa del “caso italiano” è quello rappresentato dall’ipotesi b, quella di un nuovo governo di destra guidato da un Salvini normalizzato. Questa ipotesi diventerebbe quasi certezza nel caso di un collasso elettorale di M5s. Si può obiettare che la rottura della maggioranza gialloverde potrebbe realizzarsi comunque, anche con una tenuta dei Cinque Stelle. In teoria è giusto, ma in pratica per la Lega le cose sarebbero assai più difficili: più difficile rompere, ben più alto il prezzo da pagare, ben maggiore il rischio di non farcela del tutto nelle successive elezioni politiche.
Certo, le nostre analisi possono anche non convincere, ma l’ordine delle nostre priorità, che dovrebbero essere poi quelle di tutti i sovranisti di sinistra, dunque di quella che chiamiamo sinistra patriottica, dovrebbe risultare chiaro. Chiediamo un voto contro l’Unione Europea, contro le nostrane oligarchie euriste, dunque contro i disegni di normalizzazione del quadro politico dopo il terremoto del 4 marzo 2018. In mezzo a tante innegabili difficoltà e contraddizioni, come non vedere che è questa la questione numero uno, la vera posta in gioco nel voto del 26 maggio?


PS – E il Partito comunista di Rizzo?

Alcuni compagni ci chiedono perché non abbiamo preso in considerazione il PC di Marco Rizzo. La risposta è semplice: perché è bene farla finita con un’astrattezza ideologica che è l’altra faccia di una ricercata sterilità politica. Non solo il PC di Rizzo si scaglia contro il governo gialloverde, al pari di altre formazioni della sinistra spesso alleate alle amministrative col Pd. Il fatto è che la posizione di Rizzo sull’Europa è quella espressa in questa intervista al Corriere della Sera: «Fare la Brexit anche in Italia. Ma questo passo va fatto superando prima il sistema capitalista e applicando quello socialista, perché altrimenti il sistema ci farebbe a pezzi tra Pil e pareggio di bilancio». Una posizione solo apparentemente radicale, che in realtà sposta la rottura con l’Unione Europea alle calende greche. Un modo furbesco di schivare i problemi, di aggirare il tema delle alleanze e del Cln. Un modo, sia pure non voluto, di accreditare la tesi catastrofista sulle conseguenze della rottura con l’UE. Che fare il socialismo sia più facile che uscire dall’euro? Siamo seri, per favore.


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