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AL GOVERNO COL PSOE di Pablo Iglesias

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[ 2 maggio 2019]

Per spirito di servizio consegnamo ai lettori quanto scritto da Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos, subito dopo le elezioni spagnole.
Serve non solo per farsi un’idea di cos’è e dove va Podemos, ma per capire quel che bolle in pentola in un Paese destinato a non uscire dalla instabilità politica e istituzionale. 
Difficile che Sanchez, il segretario del PSOE, partito europeista quant’altri mai, accetti di imbarcare nel governo Podemos. Ove questo accadesse è facile prevedere, dato il vincolo esterno a cui la Spagna è sottoposta — che non concede margini per riforme strutturali a favore del popolo lavoratore —, quale sarebbe l’esito: un disastro enorme che spianerebbe la strada ad una brutale svolta a destra. Disastro che in Italia abbiamo già vissuto e di cui paghiamo le conseguenze. 
Se l’autocritica  di Iglesias sulle cause della sconfitta elettorale di Podemos è del tutto insufficiente, imperdonabili sono la reticenza di Iglesias sull’Unione europea e il silenzio sulla necessità di romperla per consegnare al popolo spagnolo l’arma della sovranità nazionale sottratta senza la quale nulla è possibile se non restare in ginocchio.



*  *  *


GOVERNO STABILE E DI SINISTRA
di Pablo Inglesias


«Le elezioni ci consegnano uno scenario nel quale gli accordi saranno fondamentali per affrontare, da sinistra, le grandi sfide della Spagna; giustizia sociale, il nostro modello di sviluppo nell’Unione europea e la plurinazionalità.

Sebbene in percentuale quello del PSOE sia il terzo peggior risultato dalle elezioni del 1977, ci troviamo in un contesto molto diverso dall’era del bipartitismo in cui le maggioranze assolute o quasi assolute e i governi monopartitici erano la normalità. Con una campagna basata sul pericolo (assolutamente reale) di un governo sostenuto dall’estrema destra, il PSOE ha ottenuto 7,5 milioni di voti e il 28,7%. Il nostro 14,3% colloca le formazioni progressiste a livello statale al 43% dei voti, quasi alla pari con i voti relativi alle destre, ma con più peso parlamentare (165 contro 149) grazie a un sistema elettorale che, in questa occasione, ha favorito il PSOE.

I partiti baschi e catalani hanno ottenuto un’ampio consenso. ERC ha raccolto un risultato storico e la vecchia Convergència ha tenuto. In Euskadi, sia il PNV che la sinistra abertzale hanno ritrovato un sostegno importante. I risultati in Euskadi e Catalogna attestano la realtà plurinazionale visto che molti partiti autonomi hanno riguadagnato la rappresentanza.


Questi risultati ci parlano di una Spagna molto diversa nell’ideologia, nell’identità, nella relazione rurale-urbana e nella relazione centro-periferia.

Per quanto riguarda i nostri risultati, dobbiamo fare autocritica. La gestione delle nostre crisi interne ha sicuramente fatto sì che molti cittadini che ci hanno sostenuto in passato non l’abbiano fatto questa volta. Dall’altra parte, il paziente continuo lavoro che le fogne le loro braccia mediatiche hanno svolto dopo il 2015,  ha avuto il loro peso. Infine, l’eccezionalismo catalano e l’emergere di Vox sembrano aver spinto gli elettori che in passato ci hanno sostenuto di optare in Catalogna e in altre parti della Spagna, per un voto di identità e per un voto al PSOE come freno a Vox . Tuttavia, grazie a una grande campagna e ad uno zoccolo duro di elettori, abbiamo sconfitto i sondaggi che hanno predetto la nostra debacle e abbiamo quindi abbastanza forza per raggiungere gli obiettivi con cui ci siamo presentati alle elezioni: fermare la destra e far parte del prossimo governo che garantendo che sia stabile e di sinistra.

Perché la presenza di Unidas Podemos è essenziale perché il governo sia stabile e di sinistra?

Un governo sostenuto solo dai 123 seggi del PSOE avrebbe dovrebbe affrontare, come minimo, i 149 seggi della destra dello stato. Ciò non solo genererebbe instabilità, ma spingerebbe l’eventuale governo Sanchez ad appoggiarsi a destra in molte questioni come la legislazione sul lavoro o gli aggiornamenti delle pensioni e figuriamoci nella gestione dei problemi derivanti dalla plurinazionalità e in particolare dal conflitto catalano.

Il Banco Santander (azionista di diversi media) e la CEOE [Confindustria spagnola] si sono affrettati a fare pressione su Sánchez per raggiungere un accordo con Ciudadanos. Questa possibilità, dopo le elezioni regionali e municipali, non può essere esclusa (Sanchez ha già raggiunto un accordo legislativo con loro nel 2016) ma potrebbe essere frustrato se Rivera optasse definitivamente per guidare una destra parlamentare dura o se la base militante del PSOE, che è a sinistra, farà valere il suo peso (“Con Rivera, no”).

In questo contesto, come alcuni leader socialisti hanno già proposto, Pedro Sánchez vorrà un governo a partito unico [di minoranza] che consenta ai poteri economici e alla CEOE  che gli assicurerebbero così un ampio sostegno media, compreso quello di alcuni media presumibilmente progressisti. Il problema è che non ha né abbastanza seggi per raggiungere quel governo né  argomenti per difenderlo a sinistra, poiché in pratica sarebbe anche un governo che sosterrebbe molte misure sulla destra.

Detto questo, il nostro impegno nei confronti dei nostri elettori e la maggioranza sociale progressista ci offre solo un’opzione: essere una garanzia di stabilità e di politiche che difendono la giustizia sociale e il dialogo, facendo parte del governo. Con la forza dei  nostri seggi e delle nostre proposte programmatiche, lavoreremo per convincere il PSOE e Pedro Sanchez a guidare un governo di coalizione, stabile, di sinistra e di dialogo, seguendo il modello di Valencia e quello di altre comunità; un governo che diventi un referente progressista nell’Unione europea dove, tra l’altro, i governi di coalizione sono frequenti. Nelle prossime settimane dovremo parlare al PSOE della giustizia fiscale, delle politiche economiche femministe, delle pensioni garantite, dei servizi pubblici, della transizione energetica, dei limiti della temporalità, degli alloggi, dei diritti e delle libertà, del dialogo in Catalogna e , infine, delle persone e delle equipe necessarie per garantire queste politiche. La nostra esperienza dopo l’accordo sulla Legge di bilancio 2019 ci ha insegnato che un buon accordo programmatico non ha garanzie di essere portato avanti con un governo a partito unico.

Ci saranno grandi pressioni da parte dei poteri economici e dei loro apparati mediatici fermarci ma, di fronte a loro, incontreremo i sindacati, le organizzazioni femministe e ambientaliste, le piattaforme ed i gruppi che difendono la sanità e l’istruzione pubblica e con i movimenti sociali . Questa spinta sarà fondamentale alla Spagna per avere un governo stabile e di sinistra, che è quello che una larga maggioranza di elettori progressisti vuole.

Quel elettorato progressista, desideroso di un governo che garantisca giustizia sociale, dovrebbe sapere che il nostro impegno e la nostra coerenza, quali che saranno le pressioni avverse, saranno come una roccia».


* Fonte: EL PAIS del 1 maggio

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2 pensieri su “AL GOVERNO COL PSOE di Pablo Iglesias”

  1. Anonimo dice:

    Quante volte vi ho detto che a sinistra non c'è niente da salvare? Per convincersene basta del resto confrontare i video di qualche anno fa di Jeremy Corbyn, che erano tutto un inno alla guerra contro l'eurodittatura neoliberista e affamatrice, colla sua tenace lotta attuale per svuotare la Brexit dall'interno e garantire una customs Union.

  2. Anonimo dice:

    Siamo nella regressione piu' assoluta, un linguaggio povero. Podemos, France Insoumise, Potere al Popolo si caratterizzano per la pochezza dei contenuti. Non c'e' da meravigliarsi tutto cio' e' la coseguenza della secolarizzazione del crollo del comunismo storico novecentesco e del passaggio delle sue burocrazia al capitalismo contemporaneo: PCI, PDS, DS passando per l'ulivo, PD. In questa transizione e' rimasta coinvolta anche la cosidetta nuova sinistra che si e' autosinistrata cofondendo l'internazionalismo con il globalismo.

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