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APOLOGIA DELLA SOVRANITÀ di Carlo Galli

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[ 5 maggio 2019 ]

La sovranità è condizione dell’esistenza di ogni corpo politico. Compresa l’Italia, che ne è assai carente. I limiti inevitabili del suo esercizio, dettati dal contesto. Le polemiche sul “sovranismo” in nome degli “Stati Uniti d’Europa”, metafora ipersovranista.

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1. La sovranità è il modo in cui un corpo politico si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini. Va quindi considerata nella sua complessità: nel fuoco della sovranità si forgiano i concetti politici moderni, e i conflitti storici reali.
La sovranità è un punto, l’Unità, il vertice del comando, una volontà politica che pone la legge; ma al tempo stesso è una linea chiusa, una figura geometrica, il perimetro dell’ordinamento giuridico e istituzionale vigente, dello spazio in cui la legge si distende; e al contempo è un solido, una sfera di azioni e reazioni sociali, un corpo vivente e plurale che nella sovranità produce sé stesso: un popolo, una cittadinanza. La sovranità è tanto il soggetto collettivo che agisce unitariamente quanto lo strumento istituzionale dell’azione del corpo politico.
Da ciò alcune considerazioni: in primo luogo, come non esiste un’anima senza corpo, né un corpo vivente senz’anima, così non esiste una sovranità senza il corpo politico di cui è l’impulso vitale, né un corpo politico privo di sovranità.
In secondo luogo, la sovranità, rispetto alla sfera pubblica, alla sua esistenza e alle sue dinamiche, è al tempo stesso condizione e risultato. La sovranità rende possibile la distinzione fra pubblico e privato, realizzando la protezione pubblica delle vite e dei beni privati, oltre che l’utilità, il benessere, la prosperità dell’intero corpo politico. E questa sfera pubblica, questo corpo politico, non è necessariamente un’identità tribale, una compatta comunità; è una società complessa, attraversata da tensioni e conflitti, che nella sovranità si esprime politicamente.
In terzo luogo, la dinamica storica della sovranità è data dalle prevalenze politiche che si instaurano fra le tre dimensioni già ricordate: avremo così la sovranità del monarca, dello Stato, della legge, del popolo. La forza sociale e politica di volta in volta egemonica dentro lo spazio della sovranità è portatrice anche della legittimità di cui la sovranità ha bisogno: la legittimità è la ragione per la quale si chiede e si concede obbedienza. Si avrà quindi una legittimità monarchica per diritto divino, una liberale per diritto individuale, una democratica per diritto popolare, una rivoluzionaria per diritto di classe, una oligarchica per diritto di nascita o di censo, una tecnocratica per diritto di conoscenza e di efficienza. Nella legittimità si scopre che la sovranità non è solo protezione ma anche proiezione, progetto, idea di convivenza.
In quarto luogo, a quella complessità appartiene anche il rapporto fra sovranità e individuo. Questi è prima di tutto un «privato»: il compito storico della sovranità – concentrare e razionalizzare la politica – è affidato allo Stato di diritto, ovvero a uno Stato che rende prevedibile la vita sociale istituendo un ordinamento giuridico, il cui contenuto primario è solitamente la salvaguardia della vita e della proprietà privata; da parte sua lo Stato si rende prevedibile alla società, agendo secondo la legge. E in quanto «privato» l’individuo è anche «uguale»: le complesse gerarchie premoderne devono cadere davanti alla legge sovrana, che vuole tutti ugualmente a sé sottomessi.
Da questa «formazione» dell’individuo dall’alto prenderà vita il reclamo dal basso, dei singoli e del popolo, dei «diritti» e della libertà contro il sovrano, ovvero la rivendicazione pubblica di una energia politica che travalica l’obbedienza alla legge e l’obbligo di non-resistenza al sovrano, e che attraverso la rivoluzione sarà accolta in una nuova legittimità: quella dei cittadini.
Infatti, alla sovranità – benché voglia essere forza ordinata, e quindi non arbitrio né «potere selvaggio» – è essenziale la sconnessione fra il punto, la figura, la sfera: fra le ragioni dell’individuo, dello Stato (che della sovranità è il portatore principale), della società. Se la sua origine è una sfera di politicità diffusa, una pluralità di poteri, il suo obiettivo è di ordinare quella politicità rappresentandola, raffreddandola, incanalandola, istituzionalizzandola, trasformandola in geometrica giuridicità e in volontà imperativa puntuale; e il suo destino è di non potere mai del tutto sigillare l’ordine che instaura. Come coincide con l’ordine, così la sovranità lo può anche infrangere: implica tanto l’inclusione, la costruzione della figura geometrica e giuridica di un ordine ben delineato (composto di soggetti uguali, di cittadini), quanto, potenzialmente, l’esclusione, l’espulsione dall’ordine di un nemico.
Le figure di quella sconnessione sono il potere costituente, l’atto sovrano che fa sorgere l’ordine; la rivoluzione, l’eccesso di potenza sociale che si fa politica e agisce contro la sovranità esistente per generarne una nuova, più solida, potente, razionale (il ciclo sovranità-rivoluzione è l’asse della politica moderna); e la decisione sovrana sul caso d’eccezione, la rivoluzione dall’alto che agisce sospendendo l’ordinamento giuridico.
Nella sovranità c’è quindi, oltre che la normalità, anche la drammaticità della politica; l’equilibrio di forza e ragione, di politica e diritto, di comando e consenso, che essa realizza contiene un possibile squilibrio: forse controllabile, nelle forme della sovranità democratica costituzionalistica, certo non del tutto cancellabile. Ma chi per rifiutarne il lato conturbante nega la sovranità per sostituirla con altre funzioni d’ordine – il «dolce commercio», il diritto e i diritti, la fratellanza universale, la tecnologia globale, la governance privatistica – si vede piovere addosso la violenza e l’eccezione, il disordine e la paura.
Infine, va chiarito che la sovranità non è l’onnipotenza solitaria di un soggetto politico autarchico. Sovranità è realismo, esistenza consapevole di un Io collettivo, non ipertrofia dell’Io. La sovranità di un corpo politico è la capacità di stabilire come stare nel mondo e nella storia, come rapportarsi con l’ambiente esterno, come riconoscere gli interessi permanenti di uno Stato. Capacità che può anche essere perduta: e allora si hanno popoli, o soggetti, privi di sovranità. Quindi, sovranità come volontà della nazione non è necessariamente nazionalismo: è autonomia di quella volontà, anche la più pacifica e dialogante; e la sovranità come creazione della distinzione fra interno ed esterno non è necessariamente xenofobia, ma è volontà di delimitare uno spazio su cui il soggetto politico collettivo abbia diretto potere e responsabilità. La sovranità è quindi anche la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e sulle inimicizie: sono funzioni inerenti al fatto stesso che un soggetto politico esista.
Di conseguenza, la sovranità è sempre limitata, all’esterno, perché accanto a una sovranità ve ne sono altre: la sovranità è principio di pluralismo internazionale, in uno spazio che di per sé è anarchico. Accanto a questa limitazione orizzontale ve ne è poi una verticale: le sovranità entrano tra di loro in rapporti gerarchici (anche se formalmente ciò non si può ammettere); aree di influenza, alleanze squilibrate, dipendenze politiche ed economiche, disegnano un mondo di sovranità con differenti gradi di limitatezza, dalle potenze imperiali fino agli Stati vassalli.
Per concludere, la sovranitàesprime certezze e sicurezze, ma anche contraddizioni: economiche (conflitti di interessi), politiche (conflitti di potere), esistenziali (conflitti di libertà e volontà). Portatrice di problemi, oltre che di soluzioni, in essa si esprime l’essenziale serietà e rischiosità della politica, ma anche la capacità di un popolo di regolare in autonomia la propria vita e di tutelare i propri interessi.
2. La sovranità è stata l’obiettivo polemico delle potenze ostili alla politica e allo Stato. Il diritto ha infatti voluto vuole impedire che per la sovranità tutto sia possibile, ovvero ne ha voluto contrastare l’arbitrio, tanto all’interno (introducendo i diritti umani e le Corti costituzionali come limite alla sovranità) quanto sulla scena internazionale (imbrigliando l’esercizio delle sovranità attraverso trattati e istituzioni sovranazionali, per impedire il dilagare selvaggio delle volontà di potenza e per sviluppare la collaborazione pacifica). L’economia neoliberista, nel suo espandersi globale, ha a sua volta preteso di relativizzare l’esercizio delle sovranità, scavalcandole con la libertà di commercio e di scambio, avvolgendo il mondo nelle maglie della interdipendenza e del perseguimento cosmopolitico dell’utile, del profitto, indicato come finalità che deve essere assunta come principale anche dalla politica. La morale ha poi esercitato una critica asprissima contro uno degli strumenti di cui la sovranità si serve per garantire la sicurezza, cioè i confini, particolarmente in merito alla questione delle migrazioni. Mentre la sovranità divide e classifica secondo la cittadinanza, che è per definizione particolare, la morale unisce nel nome di valori universali, che coinvolgono l’intero genere umano senza differenza alcuna. Buona parte della filosofia, infine, chiede che la sovranità cessi di bloccare le infinite possibilità politiche della vita concreta, e cerca di valorizzare un radicale principio di pluralità e di movimento contro l’unità e la fissità che ineriscono alla sovranità. Pensare e praticare la politica senza la sovranità sarebbe da questi punti di vista un obbligo non solo scientifico (il concetto «sovranità» è obsoleto: non spiega più nulla) ma anche politico (lo strumento «sovranità» è controproducente: crea più problemi di quanti ne risolva) e morale (la sovranità è la prima portatrice sistematica di violenza anti-umana).
Vi sono in queste posizioni alcuni elementi storicamente comprensibili, e alcune istanze valide. Addomesticare la sovranità, generare la sovranità democratica e costituzionale, è stato lo sforzo dell’Occidente post-bellico, post-totalitario. Tuttavia, non si è verificata la vittoria completa dell’universale sul particolare, del diritto, dell’economia e della morale sulla politica. Le interne contraddizioni, le inefficienze, le crisi della globalizzazione, hanno fatto riaffiorare linee di frattura che sembravano neutralizzate e superate. All’interno, la crisi economica – o meglio, l’economia della crisi – ha prodotto disuguaglianze e ingiustizie che per essere gestite  richiedono rafforzamenti dell’esecutivo in senso tanto tecnocratico quanto emergenziale. E che alimentano, per contro, proteste anti-sistema che sempre più spesso prendono la forma di richieste di protezione dei ceti medi e bassi contro le insicurezze e le distorsioni della vita sociale e civile, una protezione che va nella direzione del rafforzamento “sovranista” dello Stato contro la pretesa che le presunte esigenze dell’economia dettino legge alla politica.
All’esterno, le dinamiche della scena internazionale sono poi ancora leggibili come esercizio della sovranità da parte di Stati grandi e medi, come manifestazione della permanenza degli interessi strategici nazionali. Infatti, le statualità più forti – sono poche (Usa, Cina, Russia) ma ad esse si aggiungono alcuni Stati capaci di proiezione di potenza (Francia, Regno Unito, Germania, Israele, Iran, Turchia, Arabia, India) – si muovono secondo le logiche della geoeconomia (cioè della distribuzione mondiale dei ruoli produttivi) e secondo le logiche, sovranamente interpretate, della geopolitica: gli Usa sono pur sempre «l’isola al centro del mondo», e, mentre affermano la libertà dei mari e rinnovano la dottrina Monroe (il caso Venezuela), controllano ancora le zone costiere della massa di Heartland, dalla Norvegia alla Corea; Russia e Cina cercano sempre, ciascuna a modo suo, di svincolarsi dalla stretta marittima statunitense; e l’Italia ha pur sempre da difendere le rotte attraverso le quali importa la maggioranza delle merci di cui ha bisogno. Tutto ciò avviene anche in modalità non tradizionali: la pressione russa sull’Europa può allontanare questa dagli Usa, che peraltro, impegnati nel confronto con la Cina, non ne fanno più il centro della loro strategia imperiale.
Quelle statualità restano insomma il centro di imputazione e di irraggiamento di potenza militare, economica e culturale, in uno spazio globale che ha nuovamente assunto un volto pluralistico (posto che lo avesse davvero superato negli anni Novanta, al tempo della globalizzazione trionfante). Certo, devono scontare un alto tasso di interdipendenza finanziaria (basti pensare che la Cina finanzia di fatto il debito degli Usa), un alto livello di conflittualità militare in forma di guerre asimmetriche o a bassa intensità, disperse in fronti diversi, e devono fronteggiare imponenti movimenti di migranti e di profughi: il mondo intero è attraversato da lineedi conflitto e da insorgenze nomadiche, e da nuove frontiere che cercano di arginarle e che delimitano vecchi e nuovi spazi politici, carichi di violenza.
Le sovranità, quindi, oggi sono immerse in un mare di relazioni economiche e culturali trasversali, in un oceano di migrazioni, in una tempesta di conflitti, che impediscono loro di essere “fortezze”; che stressano i confini, che all’interno facilitano il ricorso “normale” a strumenti d’eccezione. Una geometria complessa, che vede coesistere l’una nell’altra diverse scale di potere, forze e interessi tendenzialmente globali, conflitti e lotte locali, grandi potenze strategiche in antagonismo e in interdipendenza.Anarchia più che ordine, insomma. Ma questa non è una novità.
Anzi, significa che la sovranità sussiste anche nel mondo contemporaneo: non è svanita in un’universale governance contrattualistica, e neppure si è trasformata in un’unica dominazione globale. Il pluralismo delle sovranità ancora esiste, poiché la globalizzazione non è solo una grande convergenza verso un unico sistema di produzione, ma è anche l’emergere, all’interno di questa, di divergenze storiche, economiche, culturali, sociali, che si presentano come specifiche contraddizioni e disuguaglianze, che sono gestite in modo differenziato da decisioni, egemonie, esclusioni, che variamente organizzano nei territori la politicità che si genera nel sistema, e variamente la orientano in proiezioni di potenza, o in forme di subalternità.
3. La questione della sovranità in Europa, nella Ue, nell’Eurozona (spazi non coincidenti), è ulteriormente complicata. Qui siamo di fronte all’esistenza di Stati formalmente sovrani che hanno rinunciato a un pezzo di sovranità, quella monetaria, conservando però quella di bilancio, in capo a governi e parlamenti nazionali. Il che ha fatto nascere tensioni sempre più forti tra le regole (tendenzialmente deflative) non più a disposizione degli Stati e le esigenze delle società nazionali, esasperate da crisi e austerità, che proprio gli Stati devono soddisfare. Tensioni che danno origine, a loro volta, a fratture tra le aree ricche ed efficienti dell’Eurozona e quelle più povere e meno performative, facendo nascere confini ancora più impervi che in passato, gli spread. La Ue è oggi inchiodata a una «situazione intermedia», a una impasse tra Stati e Unione, che deve essere superata, ma non si sa in quale direzione. E che nelle more ha generato quelle richieste popolari di protezione, di ritorno allo Stato, di difesa dalle dinamiche globali e dalle regole europee, che si è soliti definire “sovranismo”. Richieste che non sono manifestazione di nuova barbarie ma di paurosi scricchiolii nella costruzione europea. E mentre si assiste al rilancio delle logiche sovrane, al perseguimento sempre più evidente degli interessi strategici nazionali, in Regno Unito, Francia e Germania, si accendono al contempo furiose polemiche anti-sovraniste, il cui senso va chiarito.
La polemica anti-sovranista in primo luogo è rivolta contro razzismi e xenofobie, che a quelle richieste interne di protezione si accompagnano; e quindi è giustificata quanto al contenuto, ma non dovrebbe estendersi al termine «sovranità» in quanto tale. È poi una polemica contro la pretesa di alcuni Stati di esercitare una aperta libertà rispetto alle regole economiche e finanziarie con cui è costruito l’euro, poiché in questa pretesa si vede la volontà di una più generale non-adesione all’attuale assetto della Ue: in tal caso quella polemica coglie in alcuni casi un intento politico reale, ma non va oltre il proposito di mantenere l’attuale «situazione intermedia», come se fosse a lungo sostenibile. Una terza accezione dell’anti-sovranismo è poi la polemica contro la sovranità dei singoli Stati nel nome della costruzione di una vera sovranità europea.
L’argomento anti-sovranista fondato sull’obiettivo di costruire una sovranità europea sembra il più forte, ma perché non si tratti di un mero artificio polemico e retorico, si devono individuare le condizioni politiche e strutturali di un simile processo. Una sovranità europea, gli “Stati Uniti d’Europa” dovrà presentare le caratteristiche della sovranità (come del resto chiedeva il Manifesto di Ventotene): forze armate europee, una politica estera europea – in un contesto internazionale che non si può sperare divenga, da anarchico e pericoloso qual è, pacifico e ordinato – una polizia federale, una politica giudiziaria, fiscale e del lavoro europea. Dovrà prevedere un sistema istituzionale in cui il Consiglio dei capi di Stato valga come il Senato degli Usa, la Camera sia eletta direttamente dal popolo e sia centrale nel sistema politico, e l’esecutivo federale sia di fiducia parlamentare, oppure sia eletto anch’esso direttamente dal popolo, con la conseguente “provincializzazione” della politica dei singoli Stati. Dovranno esistere sindacati e partiti europei, e dovrà essere possibile una discussione politica radicale del paradigma economico oggi vigente, che va liberato dalle sue destabilizzanti contraddizioni. Dovrà insomma essere affermato a livello continentale il primato della politica.
Il che implica uno strappo, una discontinuità, che vanno parecchio al di là della semplice buona volontà, che in ogni caso nessuna élite politica europea dimostra. Implica una rivoluzione politica ed economica, un atto costituente su scala continentale, che non sembra al momento all’ordine del giorno presso nessuna delle élites di governo, al di là di affermazioni retoriche, e che in ogni caso renderebbe gli “europeisti” ancora più sovranisti degli odierni “sovranisti”; una sovranità europea, anche federale, sarebbe davvero un super-Leviatano.
4. Saranno le dinamiche storiche e politiche a decidere in che direzione si scioglierà la contraddizione entro la quale viviamo. Quanto si può dire fin da ora è che non è possibile ignorare la questione della sovranità, che è poi la questione della politica e della sua serietà. E ciò vale anche per l’Italia, che ha seri problemi di sovranità: quella strategico-militare è da tempo assorbita all’interno dell’Alleanza Atlantica, e il suo recupero non è praticabile né auspicabile (a parte ogni altra considerazione, i costi sarebbero immensi, e le finalità non chiare); quella economica è a dir poco dimezzata sia dalla nostra afferenza all’euro sia dalla non buona performance complessiva del Paese, nelle sue articolazioni pubbliche e private (efficienza del sistema politico, della pubblica amministrazione e della formazione di base e avanzata; tasso di innovazione e di produttività delle imprese e del lavoro; costi dell’energia), sia, infine, dalla mancanza, oltre che dell’elemento di “protezione” (di un praticabile e funzionante welfare), anche della “proiezione”, di un’idea geopolitica del Paese, che alla sovranità pertiene.
Inutile quindi rilanciare la palla ai futuri e auspicati “Stati Uniti d’Europa”: per farne parte, semmai ciò avverrà, occorrerà in ogni caso essere Stati robusti e consapevoli. Ci sono sfide politiche del presente da affrontare, interessi permanenti da tutelare, e la ricostituzione della nozione di sovranità è a tal fine uno degli strumenti indispensabili. Da utilizzare con realismo, senza demonizzazioni e senza esorcismi.
Pubblicato in «Limes», n. 2, 2019, pp. 159-165.
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