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CINA: DAL MAOISMO AL CONFUCIANESIMO di F.S.

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[ venerdì 24 maggio 2019 ]


Come ha più volte dichiarato Xi Jinping,
il confucianesimo è l’identità cinese. Di conseguenza, il maoismo distruggendo il confucianesimo nel corso della “grande rivoluzione culturale” ha annientato l’identità cinese, soccorrendo scioccamente la grande borghesia tecnocratica interna, filo-occidentale, avanzante contro il “partito confuciano” di Lin Biao (Cfr. Qiu Jin, Il potere della cultura, Beijing 1999), il fronte dei soldati e dei contadini. 


Volgarizzando e semplificando, l’occidente imperialista interpreta tuttora il denghismo come confucianesimo (cfr. Kissinger, La Cina). Si porta, a base ideologica del presunto utilitarismo confuciano di Stato innalzato nella fase postmaoista, la sineddoche denghiana “arricchirsi è glorioso”. Questo è pero un procedimento ermeneutico scorretto. Il
Confucio in un’antica stampa cinese

confucianesimo non significa utilitarismo né materialismo, ma invece, come spiega correttamente il professor Arena, un idealismo morale e comunitaristico organicistico del “giusto mezzo” e della “armonia”. Il confucianesimo non unicizza assolutisticamente il materialismo (come fanno l’occidente e l’ebraismo) né lo spiritualismo (come fanno talune filosofie orientali). L’ideale dell’Armonia è il fondamento etico della ortoprassi confuciana. 

和谐 “héxié” è il termine che noi in italiano traduciamo con “Armonia”. Il primo carattere 和 significa “armonioso, di buone qualità”; è usato in parole come “pace” o “Repubblica” ed anche nel nome della Repubblica Popolare Cinese. Il secondo carattere 谐 significa in armonia” ed è usato anche spesso per termini legati al suono e alla musicalità, ma significa anche “venire ad un accordo”.

Identificare il denghismo con l’ideologia ortopratica confuciana è perciò una grave scorrettezza politica. Deng, maoista di ferro e della prima ora, fedele al suo maestro sino alla “grande rivoluzione culturale”, si comportava poi, dalla fine degli anni ’70, da
Deng Xiaoping

marxista ortodosso, legando lo sviluppo del socialismo interno alla massimizzazione del valore e delle forze produttive tecnologiche. La strategia denghiana non era fondata sull’ideale di “Armonia Globale” ma sullo sviluppo assoluto ed estremista delle forze moderniste rappresentanti “il valore”, presenti nel campo del Partito Comunista Cinese. Deng, come del resto Mao, non puntava alla sfida geopolitica e di civiltà all’occidente, in quanto l’avvento del socialismo assoluto sarebbe stato di per sé un ideale unitario universalistico. 


In tale prospettiva, Deng e Jiang Zemin, suo successore, furono comunque degli autentici comunisti modernisti, o comunque dei marxisti ortodossi, se non maoisti puri, comunque posmaoisti. E’ con Hu Jintao, invece, che si afferma il confucianesimo politico cinese a dimensione globale, prendendo il posto del socialismo marxista. Esperti economici vicini a Hu arrivano addirittura a spostare e modificare dei processi di pianificazione economica poiché in contraddizione con l’ideale della “società armoniosa” della tradizione Han. Ciò non sarebbe stato possibile in un’ottica denghiana postmaoista. Ma è con Xi che il paneticismo confuciano diviene la più importante e significa ideologia di Stato potenza a trazione globale. 

Nel novembre 2013, Xi visita Qufu, luogo natale di Confucio; nel 2014 introduce in pompa magna l’inaugurazione rituale alla commemorazione ufficiale nell’anniversario della nascita del saggio. Le televisioni cinesi iniziano a trasmettere di continuo film sulla vita di Confucio e sulla storia confuciana. Nel 2013 il ministero dell’Istruzione ha pubblicato una serie di linee guida sull’insegnamento della cultura cinese tradizionale nelle istituzioni educative;i funzionari di partito vengono incoraggiati da Xi, e talvolta costretti se manifestano segni di “sovversivo ateismo” e materialismo, a “sessioni di studio” ed indottrinamento confuciano presso le università del Pcc. Alle tre storiche “fiducie” Xi ha aggiunto la quarta fiducia, che sintetizza le altre tre, ossia la “fiducia nella cultura tradizionale” confuciana.

Questo sviluppo rappresenta una manifestazione della distanza, ormai irreversibile, che lo Stato cinese ed il Partito hanno preso dal marxismo. Parlare oggi di Cina marxista o socialmarxista significa purtroppo travisare la sostanza della forza dinamica in atto. Se per certi versi, che in altro contesto eventualmente vedremo, ciò è ancora possibile farlo con la democrazia popolare nordcoreana, non si può assolutamente fare con lo Stato etico confuciano di Xi.

Già con Hu Jintao, come detto, la missione storica del Partito si è spostata dalla lotta di classe, dal materialismo storico, dalla rivoluzione permanente (definita “ininterrotta” alla maoista) ad un neoconfucianesimo politico fondato sulla competizione globale con

l’oppressione secolare dell’occidente imperialista (con cui maoisti e denghiani furono invece in vari momenti decisivi alleati) e sull’affermazione planetaria del “Sogno cinese”. Il partito, nella prassi di Xi, è guidato dalla morale confuciana, e dalla volontà assoluta di riequilibrare i crimini storici e sociali subiti dai capitalisti occidentali nel cosiddetto “secolo dell’Umiliazione”, non dalla strategia materialista marxista o dall’utopismo maoista.

In questi giorni, con la dichiarazione pubblica e statale di “Huawei Orgoglio nazionale” vari osservatori presenti in Cina segnalano l’affermazione di un sentimento anti-occidentale e anti-americano che rimanda al patriottismo della “guerra dei boxer”. Non si tratta ora di un confuso antimperialismo destinato alla sconfitta ed a vanamente abbaiare, ma di un chiaro progetto globale ed imperiale di sostanza confuciana. 


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